Il tema oggetto
della manifestazione, organizzata nell’ambito dei “Pomeriggi Culturali”
dal Circolo Culturale L’Agorà,
in collaborazione con il Comune di Reggio Calabria, la Biblioteca
Comunale “Pietro De Nava” ed i laboratori di ricerca del sodalizio
reggino, tali gruppo di ricerca Mnemos, centro studi “Gioacchino e
Napoleone” e Centro Studi italo-ungherese “Árpàd”.
La
manifestazione odierna rientra nelle argomentazioni relative all’Ottocento,
periodo cui il sodalizio reggino pone attenzione nel proprio palinsesto
culturale, avendo già argomentato diverse iniziative a
tal proposito.
Ha coordinato i
lavori il presidente del Circolo Culturale L’Agorà che nel corso
del suo intervento ha evidenziato che la figura di Sàndor Petöfi
assume delle connotazioni di notevole rilievo, proprio, quando
la cultura e la politica effettuano un percorso parallelo atto
al benessere della comunità in cui essi operano e come si è
verificato nel periodo storico oggetto della giornata di studi.
«
Lo
spirito della Marsigliese
– dice Gianni Aiello - , del Çà Irà, di J.J. Rousseau, degli
illuministi francesi, rivive e prende forma nelle strade, nelle
piazze, di Berlino, Parigi, Budapest, nel Mezzogiorno d’Italia
(Palermo, Cosenza, Reggio, Messina NON DIMENTICHIAMOLO i primi
moti avvennero dalle nostre parti 1847 e non in altri punti della penisola italianacome una certa storiografia asserisce».
Daniele Zangari ha poi letto
l'intervento del prof. Mario Spizzirri che, suo malgrado, non potuto
presenziare all'incontro e la relazione delo storico calabrese si è
basata su "
Gli
eventi risorgimentali in Italia e in Europa nel 1848-1849. Sintesi e
spigolature storiche".
Il terremoto della rivoluzione
francese del 1789 si avverte con scosse d’intensità variabile
fino al 1850. E’ quella l’epoca delle “rivoluzioni romantiche”
in cui i principi di libertà, uguaglianza e fraternità penetrano
nella regione centro-europea, dove acquistano, via via, una
identità nazionale.
I popoli tendono a costituirsi in stati
nazionali, contro i sacri principi di legittimità e di
equilibrio europei sanciti dal Congresso di Vienna del 1815 e
dalla Santa Alleanza.
E’ questo il caso degli italiani, dei
magiari, dei polacchi, dei cechi, dei boemi, degli slavi
meridionali e dei romeni che daranno vita ad un’altra più
prosaica alleanza, quella del diritto dei popoli alla loro
autodeterminazione, una risposta generosa e utopica alla sacra
Congrega delle monarchie per diritto divino o presunto tale.
Il periodo che và dal mese di
giugno del 1846 a quello di agosto del 1849 sarà, per la
generazione risorgimentale, un periodo di intense ricerche, dalle
risposte, ancora da trovare, a domande inquietanti
indirizzate alla possibilità di attuazioni di riforme
costituzionali, l’indipendenza della penisola
e con quali strumenti: la lotta interna o grazie ad un
intervento esterno, le altre questioni che si
ponevano erano ubicate ad un bivio: o la creazione di un’Italia unita o di
una confederazione e da ciò dipendeva
l’esistenza di uno stato nazionale italiano.
La risposta alla domanda: stato
unitario o confederazione, varia: Venezia e la Lombardia si
uniscono, in un primo momento, al Piemonte, la Toscana si pronuncia
per l’unione con la Roma repubblicana.
La soluzione confederativa
conquista
dalla sua
parte personalità con orientamenti politici diversi: da Vincenzo Gioberti, Pio IX
a Carlo Cattaneo.
Esiste anche una soluzione
siciliana che vuole il distacco, quasi totale, dal Regno delle Due
Sicilie.
Per quanto riguarda la forma di
governo, si oscilla tra la monarchia costituzionale e le
repubbliche di tradizione antico- romana.
Per liberarsi dalla dominazione
austriaca, gli italiani provano la strada della guerra
d’indipendenza sotto la guida dei Savoia, con il motto lanciato da
Carlo Alberto “L’Italia farà da sé” mentre, dopo l’armistizio di
Salasco (1848), si fa strada l’idea di una mediazione
anglo-francese nel conflitto con l’Austria, nell’ambito di un
congresso europeo, dove la monarchia asburgica, cui erano stati
promessi i principati danubiani e la Bosnia, avrebbe dovuto
rinunciare al Lombardo-Veneto.
Ma una serie di circostanze come i
risultati non incoraggianti derivati
dalla
dichiarazione del 4 marzo 1848 di Lamartine, dalla politica prudente
della Gran Bretagna, l’ostilità del governo austriaco e di quello
russo impongono ai pensatori e politici italiani la collaborazione
con l’Europa centro-orientale, le cui nazioni vivevano già
un’effervescente rinascita spirituale e politica.
Giuseppe Mazzini, con la
sua sensibilità profetica e visionaria, intravede, per primo, la
potenza rivoluzionaria dell’Europa centro-orientale nell’articolo
“Ungheria” pubblicato nel 1833 su “Giovine Italia”. Mazzini vede in
questo paese un baluardo contro l’espansionismo dell’impero zarista
e il futuro, probabile nucleo di una libera federazione di nazioni
che ruotavano intorno al Danubio: Moldavia, Valacchia, Bulgaria,
Serbia, Bosnia. Continua a scrivere su questo argomento in Jeune
Suisse, dove pubblica “Nationalité, humanité et patrie”,
invitando il lettore a rivolgersi verso Oriente, dove altri popoli
lottavano contro l’impero ottomano per indebolirlo nell’utopistica
certezza di rafforzare lo spirito repubblicano paneuropeo.
Nella
“Rivista repubblicana”, in un famoso saggio dal titolo “L’iniziativa
rivoluzionaria in Europa”, Mazzini, infatti, prevedeva l’inizio
della rivoluzione in Oriente e, nel 1847, parla dei romeni della Bukovina, della Transilvania e del Banato che si sono fatti sentire
come gli italiani del Lombardo-Veneto e degli slavi dell’impero
asburgico.
Nello stesso anno riprende l’idea del 1833, rilevando
l’importanza dell’iniziativa ungherese nell’unione nazional-danubiana contro le correnti panslaviste e austroslaviste.
Il destino delle nazionalità dell’impero austriaco, poi, era noto a
Camillo Benso di Cavour - che aveva frequentato, da giovane, le
lezioni del poeta e pensatore polacco Adam Mickiewicz a Parigi, e
che prevedeva la dissoluzione della monarchia asburgica grazie alla
“guerra delle razze”.
Lo stesso Carlo Alberto è consigliato, nel
1846, dagli esuli lombardi di appoggiarsi ai boemi e ai moravi nella
futura azione contro l’Austria. La percezione dei pensatori italiani
diventa realtà nel marzo 1849 quando al Nord della penisola,
Milano, Venezia e Torino, si aggiungono altre nazionalità nella
lotta contro l’impero austriaco per la definizione del loro statuto
nell’ambito o al di fuori della monarchia asburgica.
Inviati e
rappresentanti diplomatici del governo sardo si mettono in contatto
a Parigi, Francoforte e Costantinopoli, con i dirigenti
dell’emigrazione polacca, del governo ungherese, con cechi, moravi,
croati e romeni.
A Parigi, infatti, agiva per sensibilizzare il
governo e l’opinione pubblica, il console Brignole Sole mentre é in
assiduo moto anche Giuseppe Mazzini, attraverso l’Associazione
nazionale Italiana, creata nel marzo 1848.
Intanto
inviati stranieri e corrieri speciali attraversano l’Italia,
intervenendo e inserendosi nell’organizzazione degli eserciti
sardo, milanese, veneziano, come l'ideologo e
attivista polacco Adam Mickiewicz che organizza una legione a
difesa della repubblica veneziana.
L’importanza
dello spazio ungherese, intanto, è notata, addirittura, dal
ministro dello stato pontificio Terenzio Mamiani che vede l’aumento
dell’influenza italiana nell’Adriatico attraverso la costituzione di
una Lega commerciale e doganale tra l’Italia, la Dalmazia,
l’Ungheria, la Transilvania e la Croazia.
L’interesse della Roma
papale per la sorte dell’Austria e delle nazionalità che la
componevano risultava dai rapporti della Nunziatura di Vienna già
nella primavera del 1848.
Vi si parla del movimento rivoluzionario
nella capitale dell’Impero, della fuga di Metternich, della caduta
del governo e dell’arrivo della delegazione ungherese.
Il governo di
Torino, impegnato nella guerra contro l’Austria, si rende conto,
dopo la dichiarazione fatta dal Pontefice il 29 aprile, che
l’elemento dinamico delle nazionalità nell’ambito dell’Impero è
costituito dagli ungheresi.
Lorenzo Pareto, ministro degli Esteri
sardo, a tal riguardo, prefigura l’alleanza militare
italo-ungherese. I moti rivoluzionari italiani, inoltre, sono,
ampiamente, presentati dalla stampa romena, costituendo un esempio
per l’organizzazione della rivoluzione romena che, attraverso i suoi
esponenti, nel settembre dello stesso anno, coglie l'opportunità di
una soluzione collegata alle esigenze italiane.
Tali
tematiche
sarebbero dovute essere discusse nella conferenza che sarebbe dovuta essere organizzata a Munster o a
Francoforte, patrocinata dai governi della Francia e della Gran
Bretagna.
Ma le speranze
cominciano a svanire per i romeni della
Transilvania a causa delle continue tensioni tra austriaci
ed ungheresi, fin a precipitare con l'uccisione del conte Lemberg
comandante delle truppe austriache in Ungheria
del 1848.
Nella penisola italiana, i tumulti continuano nell’autunno
del 1848. In novembre, nello stato pontificio il ministro Pellegrino
Rossi è ucciso, Pio IX si ritira in Gaeta, dove chiede ai sovrani
europei l’aiuto contro gli “usurpatori”. Dopo la sconfitta del
Piemonte, la repubblica di Venezia assume la guida della resistenza
armata antiaustriaca.
In suo aiuto arrivano la legione polacca e
quella ungherese ed all'inizio del 1849 il governo
sardo s'impegnava ufficialmente nella realizzazione di un'ampia
alleanza antiasburgica che doveva e
poteva comprendere gli ungheresi, gli slavi meridionali, i romeni.
I
contatti si infittiscono ancora di più, come si può evincere dagli
incontri degli emissari ufficiali del governo piemontese
a
Belgrado e in Romania, appoggiati nelle loro azioni dai membri
dell’emigrazione polacca e romena. Giuseppe Carosini, commerciante
sardo al servizio della rivoluzione ungherese è mandato da Kossuth a
Torino e poi va nei Balcani insieme al colonnello Alessandro Monti,
così come avviene a Parigi con dirigenti dell’emigrazione serba, romena per un accordo tra le
nazionalità.
L’avvicinamento tra ungheresi e italiani ha esiti
clamorosi: tre unità italiane dell’esercito austriaco si schierano
dalla parte degli ungheresi. Il 17 gennaio 1849, poi, diserta
dall’esercito imperiale Stefano Turr, uno dei dirigenti ungheresi
che sarebbe rimasto legato per sempre all’Italia e alla sua
causa.
Ma
questa "primavera" non disorienta la coalizione conservatrice
austro-russa che nel periodo marzo-aprile del 1849 reagisce ed ixui
segni sono tangibili nel dettato della costituzione asburgica del 4
marzo che ignorava i diritti
all’autonomia politica delle nazionalità, adottando l’idea di uno
stato centralizzato la cui lingua ufficiale era quella tedesca.
Di conseguenza la Repubblica francese si
preparava ad intervenire militarmente contro la sorella repubblica
romana mentre il Piemonte conosceva a Novara il gusto amaro e finale
della sconfitta.
L’offensiva
austriaca obbligava i capi della rivoluzione ungherese a trovare
urgenti soluzioni per salvarsi dall’intervento militare
russo-austriaco: una parte dei dirigenti
ungheresi si pronunciavano per la confederazione dei popoli
esistenti nell’impero austriaco in base all’uguaglianza dei diritti
nazionali. L. Teleki scriveva, infatti,
a L. Kossuth il 14 maggio 1849 da Parigi: “Non solo l’Austria è
morta, ma anche l’Ungheria di Santo Stefano. Liberté, égalité,
fraternité - da sole non soddisfano più i popoli. Essi vogliono
vivere la loro vita nazionale. Tanto più daranno alle nazionalità,
tanto meno daranno all’Austria e all’assolutismo”.
Fin dal 4
marzo, il leader romeno G. Magheru proponeva a L. Kossuth
un’alleanza romeno-ungherese contro il pericolo panslavista. La
politica della Romania e dell’Italia entrava così in una nuova
epoca con le rivoluzioni del 1848-1849 - quella della costituzione
degli stati nazionali.
L’iniziativa del primo contatto politico
spetta al regno di Sardegna, l’unico stato italiano che abbia avuto
una politica ufficiale central-europea durante quel turbinio
rivoluzionario. Nei progetti del governo di Torino il posto
principale era occupato dagli ungheresi e dai polacchi grazie al
loro atteggiamento antiasburgico e alla loro buona preparazione
militare. Gli slavi ed i romeni occupavano il secondo posto,
cercando di evitare eventuali complicazioni russo-turche nei Balcani
e alle foci del Danubio. Eppure lo spazio romeno è percepito dall’élite
politica piemontese in un duplice aspetto: possibile compensazione
territoriale per l’Austria in cambio della regione lombardo-veneta e
partner in un’ampia coalizione antiasburgica. Anche se si punta
sull’appoggio militare ungherese, nella stampa e nel parlamento di
Torino si discute liberamente, specialmente sotto il governo
Gioberti, del problema delle nazionalità dell’impero asburgico, che
Camillo Benso di Cavour riassume nell’espressione: “guerra delle
razze”.
I capi della rivoluzione in Valacchia, dopo il settembre
1848, agiscono nell’emigrazione dove si impegnano nell’elaborazione
dei progetti di confederazione dell’Europa centro-orientale, sperano
in un’analisi congiunta del problema romeno e di quello italiano in
una conferenza europea in ottobre-novembre 1848 e, dalla primavera
del 1849, insieme agli italiani e ai polacchi, tentano di salvare la
rivoluzione ungherese.
Anche se i dirigenti romeni non sono stati
direttamente in contatto con i governi italiani durante la
rivoluzione, hanno i loro rappresentanti a Costantinopoli e Parigi,
il rapporto diretto essendo supplito anche dall’emigrazione polacca,
vera lega delle rivoluzioni europee che rappresenta, ormai, i
prodromi per iniziative future.
Gianfranco Cordì nel suo breve intervento ha tratteggiato
alcuni aspetti della letteratura risorgimentale europea,
dicendo
a tal proposito: «Per capire la letteratura
risorgimentale europea dobbiamo prima di tutto capire il
secolo entro cui si svolge quella letteratura.
Il
secolo è quello diciannovesimo. Tanto per intenderci si
tratta del secolo che vede due cose prima di tutto: la
rivoluzione industriale dapprima inglese e poi europea ed il
formarsi del concetto di nazione.
Iniziano
quelle che Karl Marx avrebbe definito le condizioni favorevoli
all’”accumulazione originaria del capitale” per cui nasce
l’industria moderna. Imprenditore, capitale e lavoro sono i tre
nuovi fattori della produzione.
Parallelamente
si forma una classe di diseredati che hanno solo “la forza delle
loro braccia per lavorare”: sono i proletari. Accanto al capitalismo
moderno ed alle sue immense prospettive di ricchezza nasce subito il
problema sociale, problema della disuguaglianza delle opportunità,
delle condizioni e della ricchezza.
Problema che
sarà oggetto di un filone della letteratura di questo periodo che fa
capo a Charles Dickens con i suoi emarginati. L’altra novità è il
formarsi del concetto di nazione.
Come dice il
Manzoni “Una d’arme d’altare e d’onor” la nazione fa la sua comparsa
nel secolo XIX con l’unirsi in un solo conglomerato statale ad
esempio di Italia e Germania.
La nascita
delle nazioni porta con se un filone della letteratura che fa capo
anche a Sandor Petofi per quanto riguarda l’Ungheria e che è quello
che fa riferimento ai valori della tradizione, anche risorgimentale.
L’idea del
sangue della lotta e della redenzione in un ideale finalmente
raggiunto che è quello del comunitario stare insieme in nome di
sentimenti passioni e valori finalmente condivisi.
Il
Risorgimento europeo si inquadra in questa ottica.
E se in Italia
c’è il Pellico con la sua poetica in Europa troneggiano autori come
Dostoevskij, Flaubert e Tolstoj. La letteratura risorgimentale ha
forte dentro se il senso del conflitto, della lotta, della guerra.
Tutti ideali che saranno anche di Petofi. Il quale nella sua poesia
più famosa “Alzatevi magiari!” incita il suo popolo al risveglio ed
alla tensione verso il raggiungimento dell’ideale di nazione.
Il secolo XIX dunque produce una
letteratura che è anche influenzata e permeata da questi valori ma
che si produrrà poi anche in innovazioni formali e sostanziali. Il
romanzo moderno è alle porte, ad esempio e quello di tipo
tradizionale troverà il suo epilogo con le opere di Victor Hugo.
La letteratura
risorgimentale è dunque una letteratura di forti passioni, passioni
ora declinate a favore di una classe (quella proletaria)
ingiustamente bistrattata e posta ai margini ed ora invece passioni
esaltanti i più nobili ideali dell’uomo, valga per tutti l’esempio
di Lord Byron.
Queste
passioni comunque hanno un fine quasi sempre politico. E se è vero
che l’epoca iniziata dal Romanticismo aveva posto il sentimento alla
sua base teorica è altresì vero che col decadentismo e con la
letteratura risorgimentale di fine secolo questo sentimento sarà
sempre più declinato come ragione e quindi come idea.
Un idea che
troverà un epilogo (purtroppo tragico) nella prima guerra mondiale
che aprirà il nuovo secolo.»
Dopo la
breve esposizione di Gianfranco Cordì, riprende la parola Gianni
Aiello, che prima di passare la parola all'ultimo relatore, fa
qualche cenno a ciò che si avvertiva in Francia ed in Italia
ma anche alla letteratura ungherese .
N
ella regione transalpina vi era un importante "Cenacolo" di letterati che vede
riuniti, insieme a Hugo, autori come Vigny, Dumas,
Merimee, Balzac, Sainte-Beuve,
Nervale Gautier.
Interessante il
sonetto delle Correspondances di Baudelaire,
dove l’uomo è affascinato dal
nuovo, dall'ignoto,
che per molti è rappresentato dal progresso
in tutte le sue dimensioni, ma anche
terrorizzato, impaurito
dal vuoto.
In Italia,
invece per la cultura ha fatto cenno ad
Alessandro Manzoni
il romanzo storico " I Promessi Sposi " pur
ambientato nel periodo della dominazione spagnola rifletteva lo
stato d'animo che vi era durante quella austriaca.
Più
diretto invece Silvio Pellico con
"Le mie prigioni" e Luigi Settembrini in "
Ricordanze della mia vita " che descrive le
sue vicende di esule perseguitato dal Borboni.
Per
quanto riguarda la filosofia
Pasquale Galluppi,l'abate Antonio Rosmini,Vincenzo
Gioberti.
Gianni Aiello, infine,
per quanto riguarda la letteratura magiara dice all'uditorio che
quel periodo viene conosciuto come "epoca delle riforme", un periodo
ricco di splendore letterario magiaro che va tra il 1825 ed il 1848,
come Mihály Vörösmarty
"La fuga di Zalàn", "Conforto"
(Szózat, 1838), poesia che venne
cantata durante la rivoluzione come Marsigliese ungherese,
János Arany (1817-1882) , Ferenc
Kölcsey autore nel 1823 dell'inno
nazionale ungherese (Himnusz), Mór Jókai
(1825-1904) "Un Nàbob ungherese"
(Egy magyar nábob, 1854), prese parte
alla Rivoluzione di Marzo
come anche
Sandor Petőfi
.
La professoressa Mimma
Suraci esordisce dicendo ai presenti: «Il
mio essere qui stasera a conversare di Petöfi
è un fatto che sorprende me per prima, considerato il fatto
che fino a qualche anno fa non conoscevo proprio
l’esistenza di questo artista.
Il mio secondogenito, a
conclusione degli studi di terza media, prepara un elaborato sulla
libertà,valore anche per lui fondamentale che ha sviluppato sia a
livello individuale sia come valore civile, inteso cioè come diritto
all’'indipendenza, per la conquista della quale molti popoli hanno
combattuto e sofferto. In questo percorso di ricerca,il ragazzo, mio
figlio, si imbatte per caso in una poesia di un certo Petöfi
“ Morire per la libertà “, conosciuta anche con il titolo “Mi
tormenta un pensiero”, che gli piace, inserisce nel suo lavoro e mi
fa leggere - mamma senti com’è bella..- »
Laconsueta curiosità ha spinto,da quel giorno, a conoscere meglio questo poeta
ungherese, a significare, qualora ce ne fosse bisogno,che i
canali attraverso i quali si veicola la cultura sono
imprevedibili, che è difficile stabilire un codice,almeno per quanto riguarda la
relatrice, così come lei ha affermato e che continuerà ad
approfondire lo studio su tale importante figura.
Il
suo certificato di nascita è scritto in latino e porta registrato il
nome di Alexander Petrovics in data 1 gennaio 1823 a Kiskoros,località
a circa 110 chilometri da Budapest.
Il padre
Istvan (Stephanus) Petrovics, che faceva il macellaio di villaggio
e il locandiere,era serbo e il serbo era la
lingua parlata correntemente in famiglia,
modificó in quello magiaro di Petőfi che vuol dire " figlio
di Pietro".
La madre,
Maria Hruz, apparteneva a una povera famiglia slovacca e non
conosceva l’ungherese, lingua che comunque era usata dalla famiglia
nei rapporti sociali.
L'amore verso la sua terra è presente anche
nella sua poetica che raccoglie una
ricca
sintesi di tecniche artistiche e soggetti realistici che
celebrano la natura, le gioie e le tristezze del popolo,
l'amore coniugale, la vita familiare e il patriottismo,
valori stessi vivi nelle grandi pianure ungheresi, in cui
erano radicati la sua lingua, le sue immagini, il suo
folklore e i suoi personaggi che abitano
l'Alföld
(bassopiano,gli ungheresi chiamano cosí la grande pianura di
cui la 'puszta' é la parte sterile e deserta), dalla quale Petőfi trae tanti vividi motivi nella sua poesia e
rievoca spesso la bellezza della sconfinata pianura nella
sua lirica
"... Che
sei per me, o aspra terra romantica
dei diruti Carpazi irti d'abeti?
Forse ti ammiro, ma non ti amo:s'arretrala mia mente dinanzi alle tue cime e alle tue valli.
Giú
nell'immenso mare dell'Alföldgiú
sono a casa, é quello il mio mondo:
su quelle infinite distese é la mia anima
un'aquila che irrompe liberata
.."
La famiglia
vive un breve periodo di due anni nel villaggio di campagna di
Szabadszallas,quindi si sposta a
Kiskunflegyhaza,che Petofi considererà in
seguito come suo luogo natale ideale.
Il padre
prova a dare la migliore formazione possibile al figlio, che intorno
ai 12 anni aveva cominciato a scrivere in versi; ma quando Sandor
aveva appena 15 anni la famiglia perde ogni cosa a causa dello
straripamento del Danubio del 1838 e del fallimento di un parente
prossimo.
Il ragazzo è
costretto a lasciare il liceo che frequentava a Selmechanya e
adattarsi a svolgere diversi lavoretti: fa il copista a teatro,insegna in Ostffyasszonyfa e serve l’esercito austriaco a
Sopron,Graz,
Zagabria.
In questi
anni conduce una vita errabonda, e impara le lingue: il tedesco per
leggere Heine,il francese per conoscere Hugo,Beranger,Lamartine.
Cerca di
continuare gli studi all’ Università Calvinista nel college della
città di Papa,dove ben presto litiga con
alcuni suoi insegnanti .
Nel 1842
edita il poema “ A borozò” in Atheneum con il nome vero, Sandor
Petrovics, e il 3 novembre dello stesso anno cura la prima edizione
pubblica con lo psudonimo di Petöfi:
i
l
poema è una canzone umoristica “ bevente”,di un bevitore che elogia
l’alimentazione curativa se accompagnata dal vino , che porta via
tutte le difficoltà; è scritto in lingua colloquiale,per la quale è
stato accusato di volgarità e di equivocità perché gradiva il vino,
come esprimeva in quei versi.
In “ Apam
mesterseges az enyem” Petöfi
trova somiglianze tra il suo lavoro di poeta e il lavoro del padre
come macellaio; come il padre usa l’ascia per colpire gli animali da
macello,così il poeta usa la penna per colpire nei sentimenti più
profondi dell’animo umano.
Un po’
sfiduciato, tenta il mestiere di attore di teatro,ma senza successo; fa il copista parlamentare,vive un periodo
di indigenza a Debrecen e fa alcune traduzioni.
Dall’Ungheria
del Nord torna a piedi a Pest per cercare qualche editore
disponibile per i suoi versi.Intanto,nel
1844 si trasforma in aiuto-redattore al periodico letterario
"Pesti Divaltlap".
Continua,comunque, il percorso letterario e la sua poetica si
orienta verso temi folcloristici-popolari e
la sua prima raccolta,Versek,viene
pubblicata nel 1844 con l’aiuto di Mihaly Vorosmarty (1800-1855),vecchio scrittore che lo prende in simpatia. Questa raccolta
rende Petofi immediatamente famoso.
Verso la fine
dell’ anno,1844,scrive “ Janos vitez” ,un
componimento di 1480 versi divisi in 27 canti,
pubblicato l’anno
successivo.
I suoi versi sono chiari,
realistici,vigorosi,
forti e umoristici,trasmettono buonumore e
allegria,e la gente ordinaria,il popolo,studenti,pastori,poveri musicisti,vagabondi,locandieri,amano questi caratteri.
Il poema “Janos vitez” -dove si racconta come
Gianni Pannocchia divenne il prode Gianni -narra dell’ eroe
Kukoricza Jancsi
:
Petöfi
sembra voler dire,con questo poema,che un eroe è tale solo se è fedele al proprio cuore e se è
capace di scegliere la povertà piuttosto che le tentazioni della
ricchezza e del potere.
La popolarità
gli procura una certa sicurezza economica,
infatti,adesso è in grado di aiutare anche i
suoi genitori.
Nella città
di Pest frequenta regolarmente il Caffè Piovax,dove ha sede un
Circolo Letterario e,contemporaneamente,
viaggia senza sosta, ma per motivi opposti a quelli che lo portavano
in giro precedentemente,adesso,infatti, è celebrato in tutto il Paese.
Nel 1846
conosce in Transilvania Giulia Szendrey che sposarà
nel 1847 contro la volontà del padre di lei,funzionario appartenente alla nobiltà; il matrimonio è
festeggiato nel Castello del Conte Sandor Teleki, unico
aristocratico tra gli amici di Petofi.
Da questa
unione nasce un figlio. L’ amore è un argomento ricorrente nei versi
di Petöfi,
il quale,in uno dei poemi più noti ,mette in bocca a un giovane
marito che parla alla moglie : “ Dimmi,se muoio prima io, ti
libererai presto del mio ricordo, e nasconderai il mio corpo ? “.
In verità Giulia non si affliggerà a lungo per la scomparsa del
marito; si risposa,infatti,dopo meno di un anno.
Diminuiti i
viaggi, Petöfi
si dedica con impegno e ardore al Circolo,
dove segue un gruppo di giovani allievi e dove frequenta
regolarmente altri intellettuali,con i
quali lavora per promuovere soprattutto la lingua ungherese come
linguaggio nazionale per esprimere letteratura e teatro. Proprio lui
che era cresciuto parlando altre lingue, rivendica con forza la
necessità che l’ungherese sia riconosciuto ufficialmente lingua
nazionale. In questo periodo nasce il primo teatro nazionale.
Petofi è
devoto e strenuo difensore della libertà e dell’ autonomia e farà
proprio il problema dell’ indipendenza dell’ Ungheria.
Gli attacchi
che Petöfi
sferra contro la monarchia in alcuni poemi come “ un kiralyothoz”
e “ il fol di Akasszatok un kiralyokat”,qualche anno prima ,sono
causa di scandalo. Come osava ardire così tanto,costui, da scagliarsi contro il potere costituito ?
In alcuni
versi scrive: “ Libertà,amore ! Questi due ho bisogno. Per il mio
amore sacrificherò la vita ,per la libertà sacrificherò il mio amore
! “ Già intorno al 1820 in Ungheria era cominciato a diffondersi un
desiderio di rinascita sotto la guida di Lajos Kossuth,rivoluzionario magiaro appartenente alla piccola nobiltà,laureato in legge,in carcere per
accusa di alto tradimento,in esilio anche in
Italia dove si lega a Mazzini e da dove cerca di provocare un’altra
rivolta in favore di Gerolamo Napoleone nel 1859;ma la pace di Villafranca gli preclude ogni speranza; muore
a Torino nel 1894.
L’ importanza
nazionale di “ Talpra,magyar”,che Petöfi
scrive sulla rivoluzione del 1848 può essere paragonato alla
Marsigliese: ha ispirato i giovani
rivoluzionari ed è stata cantata dappertutto,
sotto l’influenza del motto della Rivoluzione Francese -libertè,
egalitè, fraternitè.
I tempi
sembrano ormai maturi per un intervento decisivo. Petöfi
e i suoi amici stabiliscono di riunire un’Assemblea Nazionale per
il 19 marzo.
Quando,però,hanno notizia dell’
insurrezione di Vienna per il giorno 15, ritengono opportuno
anticipare la loro sommossa anche al 15 .
Sin dal mattino,dunque,la
gioventù rivoluzionaria si riunisce intorno a Petofi e tutti
insieme marciano per le vie della città di Pest leggendo il poema
e i 12 punti,le dodici famose richieste nazionali, che Petofi aveva
scritto con Pal Vasvar e altri intellettuali, con i quali
chiedevano tra l’altro,la libertà di stampa con l’ abolizione di
ogni censura e la liberazione dei prigionieri politici. Via via che
si procede, il corteo si gonfia con migliaia di partecipanti.
Il Sindaco, premuto
dalla folla, è costretto a sottoscrivere i 12 punti. Più tardi, nel
pomeriggio, dai gradini dell’Ampia Scalinata del Museo nazionale,
costruito tra il 1837 e il 1847 , Petöfi
legge per la prima volta il suo “ Canto Nazionale “, “Nemzeti“, che
scatena la ribellione contro gli Asburgo.
Questo momento viene ricordato
il 15 marzo di ogni anno, quando il Museo viene decorato con i
colori nazionali e la scena viene ricostruita.
Questa data, il 15 marzo
appunto,cambia profondamente la vita di Petöfi
che diviene il poeta e il soldato,il pensiero e l’azione, simbolo
della Rivoluzione, che cerca di infiammare il popolo con la penna e
con le parole,di entusiasmarlo con la sua poesia, di trascinarlo con
il suo esempio.
La decisone adottata di
anticipare la manifestazione al 15 si è dimostrata azzeccata per il
fatto che le autorità politiche e militari del governo asburgico, a
conoscenza dei programmi dei rivoltosi che fissavano a giorno 19 la
data della dimostrazione, avevano programmato una retata di
arresti per giorno 18 in modo da impedire la realizzazione della
rivolta. Presi alla sprovvista hanno dovuto affrontare una
situazione imprevista.
Infatti sempre pomeriggio del
15 marzo, la folla dei dimostranti si raduna davanti la sede del
Consiglio del Governo Imperiale, i cui rappresentanti ritengono
conveniente firmare il documento relativo ai 12 punti. Subito dopo
la folla passa dalle carceri a salutare il poeta rivoluzionario
Mihaly Tancsics, immediatamente liberato.
Anche se Petöfi era un grande rivoluzionario patriota ,non ha
avuto fortuna nella politica attiva e non è stato scelto dal nuovo
Parlamento; nonostante si fosse candidato nel suo paese
d’origine,non è stato eletto..
C’è da dire,
in proposito, che l’ Assemblea dei nobili aveva già capito che era
tempo di attuare delle riforme democratiche , ma intendeva
procedere in questa via con calma,cioè con la famosa politica dei
piccoli passi.
Gli eventi,
però, li hanno superati e si sono dovuti adattare, naturalmente
solo per ingannare il popolo dei rivoltosi, in quanto subito dopo
hanno cercato di restaurare il regime precedente.
Infatti, il
poeta simbolo della rivolta, Mihaly Tancsics viene nuovamente
arrestato e tradotto in carcere.
In questo clima Petöfi
compone il poema epico “ Apostolo”, in cui narra le gesta di un
finto rivoluzionario, che si sente investito del sacro fuoco della
missione patriottica, e che dopo molti disagi e sofferenze riesce
ad assassinare un re fittizio.
Nel mondo fantastico del
pensiero magico Petöfi
realizza il suo ideale politico reale.
A questo punto Petöfi
si unisce alle truppe dell’ esercito della Transilvania,guidate dal
generale rivoluzionario polacco Josef Bem e combatte nella campagna
,riuscita, contro le truppe asburgiche, le milizie regolari della
Transilvania e del rumeno Saxon.
Quando, però, scende in campo in
aiuto degli austriaci, la Russia Imperiale,i rivoluzionari vengono
sconfitti vedendo così amaramente sfumare la possibilità di
realizzare il loro sogno.
Petöfi
è visto l’ultima volta nella battaglia di Segesvar (Sighjosara) il
31 luglio 1849. Il suo corpo, però, non è mai stato trovato e le
circostanze della sua morte sono misteriose e combattute,suscitando
discussioni interessanti.
La scomparsa di Petöfi
rimane,così, avvolta nel mistero e diventa leggenda,come esprime
efficacemente Carducci quando afferma che “ Sparì come un bel Dio
Greco “.
A proposito della vita e della
morte la poesia “Mi tormenta un pensiero“ è molto significativa e
in un certo senso profetica, ed esprime il desiderio dell’ autore
che preferirebbe morire sul campo combattendo per la libertà del suo
Paese,dopo aver fatto grandi cose, piuttosto che tra i guanciali del
suo letto.
Nel panorama letterario
ungherese Petöfi
sviluppa presto una voce originale e fresca, insolita in quel Paese
fino ad allora,che lo colloca fuori dalla folla.
Negli anni 1844-45 la
poesia di Petöfi
è diventata sempre più sottile e matura. Accanto agli argomenti di
impegno civile e patriottico emerge anche la nota paesaggistica
che sottolinea l’importanza dell’ ambiente naturale.
Nel tempo le capacità
poetiche di Petöfi
si ampliano e si solidificano: l’artista è padrone del suo
strumento,che domina con competente padronanza.
Diversi poemi di Petöfi
sono stati musicati da Friedrich Nietzsche giovane, per hobby e
come dilettante, mentre studiava i classici,prima di darsi
totalmente alla filosofia.
Soffocata la rivoluzione
nella repressione la scrittura di Petöfi
raggiunge una popolarità immensa, e il suo impegno civile è
diventato figura centrale del romanticismo, simbolo e modello per
i rivoluzionari ungheresi e i rivoluzionari potenziali di ogni
colore politico, e di ogni dimensione spaziale e temporale, perché
fa parte del patrimonio culturale dell’ uomo universale.
Moltissime sono le vie a lui
intitolate.
A circa 4 Km da
Singhiosara si trova il villaggio di Albesti , sede del Museo di
Sandor Petofi; a Budapest l’ Atrio Petofi è luogo di incontro e di
divertimento per i giovani; al centro di Piazza Petöfi,
a Budapest, c’è la statua del poeta e proprio da questa piazza, il
23
ottobre 1956 partì la manifestazione che diede vita alla
protesta contro il governo stalinista di Rakosi.
Nel
1957 la sua immagine è stata immortalata sulla banconota di
10 fiorini.
Che dire,
dunque, di Petöfi ?
Sicuramente un poeta eclettico ,un intellettuale che teorizza il
suo vissuto, i suoi luoghi e il suo tempo, che riesce ad anticipare
i tempi della storia con rara acutezza; e contemporaneamente vive
ciò che scrive, considerando l’impegno civile fondamentale per la
libertà intesa come diritto individuale e collettivo,da conquistare
e da difendere con tutte le proprie forze,anche a costo dell’
estremo sacrificio. Anche quando esprime sentimenti forti, Petöfi
riesce piacevole; solitudine e morte, indipendenza politica ed
economica, esortazione civile e sociale sono rese con versi
ugualmente gradevoli e con un sottofondo di leggero umorismo che
alleggerisce le tensioni e conduce il lettore alla loro condivisione
in maniera naturale e spontanea.
Petöfi, inoltre, esalta nei suoi versi il
pensiero magico, dimensione importantissima nello sviluppo del
carattere e della personalità di ogni individuo perché aiuta ad
esorcizzare i fantasmi della violenza che in qualche modo disturbano
l’ animo dell’ uomo.
L’ Ungheria è un Paese che, anche e soprattutto ai nostri giorni,
cura attentamente la formazione e l’educazione dei cittadini: in
questa prospettiva, squisitamente culturale, sin dalla scuola
materna e in tutti i cicli di scuola a diversi livelli di
approfondimento, la didattica prevede l’inserimento del racconto e
lo studio della favola e della fiaba, sia come intreccio che come
costruzione narrativa, prestando particolare attenzione ai
sentimenti e alle emozioni dei personaggi, in un contesto che
considera miti e leggende come metafora della vita di tutti gli
uomini.
Tenuto conto di tutto ciò ,e facendo riferimento agli studi
antropologici e strutturali compiuti sulla fiaba dal russo Propp, mi
sento di poter affermare che Petofi può essere apprezzato anche
come pedagogista.