Dopo
lo scenario dello Stretto, luogo dello scorso appuntamento culturale, si
ritorna nei siti consueti per tale manifestazione e nella fattispecie, per
l'odierna edizione, nella
sala della Villetta della Biblioteca Comunale "Pietro De Nava" di
Reggio Calabria che ha visto una partecipazione di pubblico particolarmente
attento e gratificato dall'argomento odierno relativo a "Cronache calabresi
durante il decennio francese".
Appare
chiaro dal titolo che il tema trattato si riferisce alle figure dei primi
inviati di guerra che vivevano quotidianamente con gli eserciti napoleonici
condividendone la gloria ed in molti casi i rischi a cui anch'essi andavano
incontro.
La
manifestazione organizzata dal sodalizio culturale reggino
rientra nel contesto
degli eventi denominati "ottobre piovono libri: i luoghi della
lettura", una campagna promossa dal Ministero per i beni e le attività
culturali in collaborazione con la Conferenza delle Regioni e delle Province
autonome, l'Unione delle Province d'Italia, l'Associazione Nazionale Comuni
Italiani.
Aderendo
a tale iniziativa il Circolo
Culturale L'Agorà, a tal proposito, ha avuto il merito di far conoscere
ai numerosi intervenuti due manoscritti, inerenti all'amministrazione francese
in Calabria, tradotti dal
prof. Enzo Liberale che ha relazionato sulle sue ricerche riguardanti la
presenza dei napoleonidi nel territorio, luogo in cui opera dal 1993 il Circolo
Culturale L'Agorà di Reggio
Calabria.
Si
tratta nella fattispecie di due interessanti pubblicazioni tali “PRIMO MODERNO
REPORTAGE SULLA CALABRIA VISTA ALL’ALBA DEL 1800 DA UN UFFICIALE
NAPOLEONICO” manoscritto di cui non si conosce l'autore e “L’OCCUPAZIONE FRANCESE DELLA CALABRIA”
di Lubin Griois: da entrambi i saggi si può evincere, grazie alla
dettagliata ed attenta testimonianza dei corrispondenti del periodo, come era la situazione sociale della
regione, degli usi, dei costumi, delle tradizioni, degli aspetti archeologici,
dell’assetto viario e naturalmente anche di quelli militari,.
In
entrambi le pubblicazioni si tratta di corrispondenti francesi al seguito dell’esercito
napoleonico che ebbero il merito di tramandare ai posteri queste importanti
informazioni relative al territorio, si tratta quindi di corrispondenti di
guerra, quindi di giornalisti in uniforme.
Ci
troviamo quindi davanti al giornalismo di guerra, alla storia di questo aspetto
dell'informazione che ha fondamenti storici lontani e che lo stesso Presidente del Circolo
Culturale L'Agorà Gianni Aiello ha evidenziato nel corso del suo
intervento con unexcursus tal
proposito: « [...] la
letteratura relativa al "giornalismo di guerra" ha radici antiche:
essa ha inizio con la presenza dell'uomo sulla terra con i primi
graffiti apposti nelle grotte che raffiguravano varie scene di vita quotidiana
compresa quella relativa ai primi combattimenti tra tribù o clan del periodo
preistorico. [...] ».
Il relatore prosegue il suo
intervento passando alla figura di Erodoto, autore de "Le
storie" dove lo storico greco narra le vicende relative alle guerre tra il
mondo persiano e quello ellenico, poi l'opera "Anabasi" di Senofonte,
di seguito è stata la volta degli scenari epici di Omero "Odissea", "Iliade" ma anche di
quella di Virgilio
"Eneide", dove, naturalmente tra fatti storici e
fantasia venivano narrate le gesta dei condottieri del periodo classico, per
ritornare ad aspetti squisitamente più reali dal punto di vista logistico,come quanto viene
descritto nel “De
bello gallico”, il cui titolo originario si pensa che fosse “C.
Iulii Caesaris commentarii rerum gestarum”, che vide Giulio Cesare
descrivere in modo dettagliato le operazioni militari, descrivendo, al
contempo, diversi aspetti sugli usi e dei costumi delle popolazioni indigene
con cui veniva a contatto: esso fu redatto da Cesare fra il 58 e il 50 a.C.
come diario di guerra, quindi un vero e proprio reportage giornalistico del
periodo.
La
letteratura in
questione è passata alla disamina della "Gazete de Renaudot"
del 1633, giornale francese che al suo interno aveva diversi
articoli inerenti le cronache ed i bollettini sulla guerra, come ad
esempio quella che si svolgeva nella lontana Persia.
Il relatore ha
diretto uno sguardo alla "Gazette" del Cardinale Richelieu, passando poi
a tratteggiare la struttura del "Bulletin de la grande Armee" ed
attraverso la lettura « [...]di questa
pubblicazione - dice Gianni Aiello - si può comprendere l'abilità
di come l'imperatore Napoleone Bonaparte riusciva ad edificare solide fondamenta
atte alla costruzione di un apparato sia informativo ma al contempo
anche disinformativo, strumento valido atto a disorientare gli avversari
durante lo svolgimento delle sue operazioni logistiche, aspetti questi che si verificavano
puntualmente [...]»
La
nascita della figura dell'inviato di guerra si ha con la guerra di
Crimea (1854-1855), che vedeva impegnati da una parte
Inghilterra, Francia e Impero Ottomano contro la Russia zarista: il
primo inviato fu il giornalista irlandese William Howard che fu al
seguito delle truppe britanniche in qualità di inviato del
quotidiano inglese "Times".
Dopo
i due conflitti mondiali ed il periodo della guerra fredda, Gianni Aiello ha posto
l'accento sulla figura del giornalista Indro Montanelli che fu a Budapest, durante la
rivoluzione ungherese del 1956, in qualità di inviato del
"Corriere della Sera" , il quale iniziava così la sua
corrispondenza in un articolo datato Vienna 12 novembre:
[...] Questa
è la storia della battaglia di Budapest e il lettore ci perdoni se
la riferiamo con tanto ritardo.
Mentre
la combattevano, i russi ci tolsero il mezzo per raccontarla; e, in
fondo, non ci resta che ringraziarli per averci tolto solo questo[...]
ma anche di quelle di altri addetti all'informazione come le
importanti figure di Oriana Fallaci che fu in Vietnam, di Lorenzo
Cremonesi reporter del "Corriere della Sera"in
Libano, Afghanistan, ex Jugoslavia, Iraq, come Francesco Battistini
presente anche in Kashmir, Kosovo.
Gianni
Aiello ha concluso il suo intervento parlando anche delle cifre e
delle statistiche relative ai rischi che gli inviati in guerra vanno
in contro durante le loro missioni atte all'informazione, andando,
quindi, spesso accade, incontro alla morte.
In
Vietnam durante il ventennio (1955-1975) vennero uccisi 63
giornalisti, un cifra, se paragonata alla guerra in Iraq, inferiore,
dove trovarono la morte 56 tra giornalisti e tecnici, nel periodo
relativo al quadriennio (1991-1995) nei territori dell'ex-Jugoslavia
perirono 49 giornalisti, di contro nel triennio (1993-1996) ne
morirono 57 in Algeria.
Sono
state ricordate anche le figure della giornalista RAI 3 Ilaria Alpi,
uccisa in Somalia il 20 marzo 1994 insieme all'operatore Miran
Hrovatin, ma anche del giornalista de "L'Ora" di Palermo
Mauro De Mauro scomparso il 16 settembre 1970.
Premesso
doverosamente tutto ciò Gianni Aiello ha illustrato ai presenti il
percorso delle precedenti manifestazioni inerenti a "Gioacchino
Murat: un Re tra storia e leggenda", della presenza nella città
di Reggio Calabria del discendente diretto del Re di Napoli,
illustrando ai presenti diversi ed interessanti
documenti cartacei dai quali si ricavano invece informazioni totalmente
diverse da quelle che ci sono state tramandate
Sul
tema "Cronache calabresi durante il decennio francese", il
prof. Enzo Liberale ha relazionato sulle sue ricerche riguardanti la
presenza dell'amministrazione napoleonica in Calabria.
Il
secondo relatore nel corso del suo intervento ha posto l'accento su
come era
la situazione in Calabria dal punto di vista sociale,
politico ed economico: « Nella
fase involutiva della sua storia plurimillenaria, all’inizio del
XIX secolo la Calabria aveva raggiunto il massimo degrado materiale
e spirituale. La prostrazione fisica dell’intera regione era la
tragica conseguenza dell’immane sconvolgimento tellurico che nel
1783 aveva causato la sua definitiva rovina urbana territoriale.
La
grandiosità del sisma del 1783 aveva momentaneamente richiamato
sulla regione l’attenzione del mondo intero e l’interessata
presenza sul suo ruolo di famosi studiosi, quali Dolomieu ed
Hamilton che, soddisfatta la loro curiosità scientifica col
rilevamento dei dati del fenomeno, erano poi ripartiti sempre via
mare disinteressandosi della sorte dei Calabresi.Non molti
anni dopo, nel 1799, la difficile e lenta opera di recupero morale e
di ricostruzione del tessuto sociale era stata bruscamente
interrotta con la perdita dei migliori elementi trucidati dai
sanfedisti del cardinale Ruffo o eliminati nella restaurazione
borbonica che seguì il crollo della Repubblica partenopea che per
un istante storico aveva fatto alitare sul Meridione la speranza
delle nuove idee umanitarie propugnate dalla Rivoluzione francese.[...]
»
Partendo
dall'assioma che "il passato spiega il presente" e
che "volere ignorare il passato è il modo migliore per
farlo rinascere in ciò che ha di peggiore", il relatore
s'è opposto all'idea dominante anche di molti Calabresi che
convenga dimenticare il passato, come se cancellandolo dalla propria
mente lo si annullasse nel proprio intimo, e gli si impedisse di
riemergere nei comportamenti individuali e nelle stesse
istituzioni che essi producono o condizionano.
L'invito,
quindi, per i Calabresi,
a conoscere il proprio passato, di cui "il decennio
francese" (1806-1815) rappresenta un momento di vitale
importanza nella loro vicenda storica.
«L'occupazione
francese - ricorda il prof. Enzo Liberale - pur nel cruento
rapporto
instauratosi con le isolate comunità della regione, fu
l'inizio della rinascita dell'intera Calabria che era pervenuta al
suo massimo degrado socio-ambientale a causa della sua secolare
emarginazione, caso unico 'isolamento d'un popolo nell'Europa
moderna.»
Il
relatore ha dapprima riferito sulle interessanti "Memorie
del generale Griois", il cui capitolo sulla Calabria egli
ha trasformato nella pubblicazione "L'OCCUPAZIONE
FRANCESE DELLA CALABRIA (1806)", e in seguito sull'atro suo
più esaustivo lavoro dal titolo programmatico di "PRIMOMODERNO REPORTAGE
SULLA CALABRIA VISTA ALL'ALBA DEL 1800 DA UN
UFFICIALE NAPOLEONICO".
Dalla
prima pubblicazione, grazie ad un amico belga del prof.
Liberale, si può evincere la situazione in cui ebbero a
trovarsi i graduati francesi durante le fasi del loro ingresso, i primi mesi
dell'occupazione della Calabria, con la discesa sino a Reggio
dell'esercito francese, questo quanto si evince dall'interessante
capitolo IX, riguardante il territorio calabrese e che ha visto il
protagonista il generale Griois presente per alcuni mesi, in due
riprese, fra il 1806 ed il 1807, percorrere il litorale tirrenico ed
ionico.
Non
è purtroppo difficile immaginare, nel tragico silenzio che avvolse
allora l’intera regione, l’indicibile miseria che
nell’isolamento l’imbruttì cancellando, specie nelle campagne e
nelle comunità montane, ogni retaggio di quella luminosa civiltà
che l’aveva distinta e accompagnata sino agli albori dell’età
moderna.
Per
chi voleva avventurarsi in Calabria, all’inizio dell’800,
scomparsa la romana via Popilia, la strada carrozzabile finiva a
Lagonegro.
Per
chi voleva avventurarsi oltre non c’era che il cavallo o il dorso
del mulo, sempre che le condizioni atmosferiche, e soprattutto i
torrenti, privi di ponti, lo consentissero.
Ma
anche superando tali ostacoli naturali, restavano da affrontare le
popolazioni dell’interno che, convertitesi al brigantaggio,
avevano non solo allontanato ogni incauto viaggiatore, ma anche
interrotto qualsiasi comunicazione fra gli stessi villaggi, e fra
questi ed i centri abitati più numerosi, a meno che non fossero
vicinissimi o raggiungibili via mare, specie sulla costa tirrenica.
Del
resto, anche nelle città la viabilità percorribile dalle carrozze
era limitata alla cerchia urbana.
L’unico
fiume di cui era offerto un superamento non a guado era il Crati
dove le testimonianze riporteranno fin quasi la fine del secolo la
curiosità di un carro con alte ruote e trainato da buoi che,
richiamati dal loro pascolo, accorrevano ad aggiogarsi per
traghettare i rari viandanti.
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La
costruzione della strada Lagonegro – Reggio Calabria per
Castrovillari e Cosenza (il tracciato ripetuto dall’autostrada) fu
disposta con decreto di Murat l’11 marzo 1810. Per le altre strade
l’amministrazione francese obbligò i Comuni a partecipare alle
spese ed impiegare gratuitamente la manodopera locale.
Ed
è proprio subito dopo Lagonegro, da Campo Tenese il 6 marzo
1806, dopo lo scontro con le truppe borboniche sotto una bufera di
neve, che iniziò la conquista della Calabria da parte
dell’esercito francese.
Nella
loro discesa verso Reggio i Francesi, nonostante i morti per
assideramento, scelsero la via delle montagne lungo stretti e
scoscesi sentieri, ove esistevano, serpeggianti lungo i
costoni con difficoltà anche per i muli delle salmerie, evitando i
fondo valle, percorsi da impetuosi torrenti, e le pianure invase
dalle acque.
Le
eviteranno anche nella stagione calda quando paludi ed acquitrini
rappresentavano un pericolo per la salute in quanto notoriamente
malsani.
Bloccati
nella marcia da impetuosi e gelidi torrenti, aspettavano il defluire
delle acque per guadarli nonostante il freddo ed il rischio di altri
morti.
Di
contro, la seconda riguarda il carteggio col padre
che un'altro ufficiale francese ha tenuto in modo costante nei tre
anni di guarnigione in Calabria.
In
modo sobrio ed obiettivo, oltre alla documentazione degli eventi
storici, entrambe le testimonianze aiutano a ricostruire lo stato
socio-politico e fisico-ambientale della regione rimasta a lungo
isolata dopo che due terribili eventi, assommandosi alla lunga serie
d'avversità, le avevano fato toccare il fondo della sua
plurisecolare tragedia: il "tremuoto"
del 5 febbraio 1783 e "l'armata cristianissima" del
Cardinale Ruffo.
Infatti
questi dati informativi di notevole spessore culturale sono giunti
sino a noi grazie, sia al lavoro di ricerca del prof. Emzo Liberale
ma anche grazie alla meticolosità del giovane ed aitate ufficiale
che giorno dopo giorno, persino in condizioni disperate, e sempre
con ammirevole lucidità ed acutezza, riporta fedelmente i movimenti
e le operazioni dell'armata di Reynier
nei primi mesi
dell'occupazione, oltre ad un parziale resoconto dell'assedio di
Amantea.
Ma
oltre ai resoconti delle operazioni militari, nel suo continuo
girovagare a cavallos’incanta per le incomparabili bellezzenaturali e deplora lo stato dei borghi semideserti dal
terremoto, quali Mileto , Nicotera, Seminara, e lo stato “delle
pianure che si trovano in riva al mare o alla foce dei corso
d’acqua” che, riferisce, “Sono di una tale insalubrità che
basterebbe bivaccare una sola notte d’estate o d’autunno per
prendere subito una febbre mortale”.
Infatti
non
si conosceva allora la causa della malaria (il cui parassita
ematofago verrà solo scoperto da Laveran nel 1880) ma si
rifuggivano i suoi effetti evitando o abbandonando nella stagione
calda la pianura.
Durante l’occupazione della Calabria i francesi hanno “pagato un
luttuoso contributo a questo clima pernicioso”, ci fa sapere il
nostro ufficiale che elenca tutti i sintomi [...]
le malattie causate dall'aria insalubre che sin dal mese di luglio
alita sul golfo di Gioia, dove le nostre compagnie stavano svolgendo
un servizio ingrato, hanno provocato la nostra immediata partenza
per Rogliano.
Il caldo è eccessivo in quest'estate, la prima che
passiamo in Calabria,
e i nostri soldato, come tutti i Francesi che li hanno preceduti,
stanno pagando un luttuoso tributo quindici giorni abbiamo perduto una sessantina d’uomini e duecento
ammalati sono stati ricoverati all’ospedale di Monteleone,
città che il battaglione ha lasciato il 30 giugno [...] .
Il
relatore a tal proposito informa i presenti che da una
successiva lettera si
apprende che in quella stessa estate del 1807
a Cosenza la guarnigione ebbe ben 800 morti per febbri.
Le
lettere, raccolte in volume pubblicato e tradotto in tutta
Europa nel 1820, coprirono per prime il totale vuoto di notizie e
pubblicazioni sulla Calabria.
Non
per ordine d'importanza, infine, il relatore ha posto
all'attenzione dei presenti su di una raccolta di lettere di un
capitano francese, di cui si conosce
solo il nome, Duret De
Tavel, la cui lettura èmolto gratificante, e no solo per un Calabrese.
È una
testimonianza che al valore del documento storico unisce, fra le
altre cose, la suspense per le oscure trame e ferocia dei briganti,
imprendibili per astuzia e tranelli che, unicamente ai Francesi, il
lettore insegue nell’oscurità dei boschi e nelle voragini delle
montagne.
Una lotta costellata d’insuccessi dei francesi le cui
continue perdite d’uomini nelle imboscate avevano fatto gridare a
Napoleone di adottare contro i briganti calabresi le più estreme
misure.
È
una testimonianza in live, secondo la terminologia giornalistica
attuale, e consta di trentasette lettere in ordine cronologico dal
27 novembre 1807 al 19 ottobre 1810.
Sono prive dell’organicità
propria di un libri, oltre che scevre d’ogni preoccupazione
letteraria, elementi che talvolta condizionano la stessa autenticità
degli eventi narrati, in quanto la ricerca del bello altera il vero.
Le
lettere del De Tavel si offrono alla lettura quali susseguirsi
d’articoli di uno straordinario reportage di moderna guerriglia,
scritto sul filo vivo dell’azione con un linguaggio ancora
vibrante d’emozione per il fatto vissuto, anche solo poche ore
prima, conacuta intelligenza ed estrema obiettività persino quando la
stessa vita del relatore è stata in gioco, fatto molto frequente
che, incredibilmente e diversamente dagli altri scrittori francesi,
non viene mai né personalizzato né drammatizzato.
La
corrispondenza mantiene fede all’impegno, preso nella prima
missiva, scritta la genitore da Napoli, di considerare lapermanenza nella regione di destinazione, la Calabria, come
un vero viaggio d’esplorazione carico di tutto il fascino
dell’ignoto. L’idea, cui l’autore non verrà mai meno e che
anzi lo sosterrà nelle più dure peripezie, gli era sorta a Napoli
dove invano aveva cercato nelle librerie una pubblicazione sulla
Calabria.
La
lacuna, emblematica dell’emarginazione della regione, avvalora,
per mancanza di dati e riferimenti, l’autenticità delle
descrizioni e riflessioni che nel giovane ufficiale rivelano il
pensiero illuministico che aveva nutrito la gioventù francese,
laica e liberale, che allora si riservava in tutte le contrade
d’Europa diffondendo una filosofia rivoluzionaria trasformata in
pratiche regole di vita dal Codice Civile voluto da Napoleone.
Il
suo impatto con la realtà calabrese fu talmente violento da indurlo
ad usare molte iperboli per renderne sia l’orrore sia la
meraviglia. Non riuscì a sottrarsi a descriverne i vari aspetti se
noncon aggettivi sempre al superlativo assoluto.
Ad
eccezione del civile tenore di vita nei maggiori centri costieri
che, grazie ai commerci marittimi, mantenevano un certo contatto col
resto del mondo, ed all’unico caso idilliaco della minoranza
albanese,il completo isolamento dei villaggi interni contraddiceva
il mito rousseauniano della bontà dello stato di natura opposto
alla corruzione della società civile.
Le
descrizioni sull’abbrutimento delle comunità isolate, violate
dalle truppe francesi a causa del loro coinvolgimento con i
briganti, delle cui presenza è ricca la narrazione, portano sempre
l’immaginazione a rivivere le disumane condizioni socio-economiche
ed a riflettere sull’ingrato destino d’una terra che dopo tali e
tante sofferenze, no ha ancora trovato pace.
Il
regresso e le condizioni di vita primordiale delle comunità più
sperdute, spiegano in parte le selvagge reazioni davanti ad una
presenza straniera la quale, dal canto suo, non riuscì a scindere
nell’atteggiamento della popolazione l’affermazione di una fiera
indipendenza dal diverso spirito che animava il brigantaggio.
Era
certamente una società rurale che si differenziava nettamente dal
pauperismo allora regnante in altre contrade europee, quali recenti
studi hanno ben evidenziato. Sfortunatamente un’analoga analisi
del nostro Meridione è stata impedita dalla mancanza quasi totale
d’atti amministrativi e religiosi, altrove documentati da
ospedali, anagrafi municipali, registri parrocchiali o d’istituti
elemosinieri che, anche dove esistevano, erano destinati a
disperdersi o distruggersi nei vari cataclismi che hanno
imperversato in Calabria.
La
ricostruzione quotidiana può ricevere una certa animazione dalle
favole, tramandate oralmente, che illuminano sulle abitudini, mentre
la morale è un messaggio sull’ordine sociale in atto che essa
accetta o rifiuta.
Assieme alle credenze ed ai proverbi polari, cioè
ad ogni aspetto folcloristico assurto oggi a documento storico, lo
spirito che c’è stato tramandato e che sentiamo presente nel
popolo calabrese, s’inquadra perfettamente nel fatalismo che emana
dalle osservazioni del nostro ufficiale francese: l’indicibile
miseria, con la rassegnazione, aveva annullato nelle coscienze la
verità che ogni popolo è artefice delle condizioni della propria
esistenza.
Le integrazioni storiche nulla
tolgono all’esauriente quadro del nostro autore di cui colpisce
l’appassionata veridicità, anche quando non si condividono
appieno affermazioni troppo drastiche.
Al di là della gelosia,
delle facili denunce, che nascondono odi inveterati, dello spirito
vendicativo, nelle sue prime valutazioni l’ufficiale si sofferma
sul gioco psicologico dei Calabresi verso le autorità cui
ricorrono: “I
Calabresi – afferma – s’impegnano
a sondarne o la disponibilità, abilissimi ad approfittare
dell’eventuale condiscendenza per soddisfare i propri interessi e
le proprie passioni cariche d’odio. Ma, se si scopre il loro
segreto pensiero, diventano subito vendicativi e una denuncia
anonima, ben avvelenata e formulata con odiosa verosimiglianza, è
indirizzata al comandante della provincia e, in copia al generale di
divisione”.
Due anni più tardi,
l’intelligente approfondita comprensione della realtà calabrese
gli fa affermare che: “Malgradotutti i vizi, l’ignoranza e l’attuale barbarie, i
Calabresi tuttavia possiedono una finezza, un’arguzia
stupefacente, dovuta alclima
ma forse avuta in retaggio anche dai Greci. La loro lingua, un
italiano corrotto, più inintelligibile di quello delle altre
province, è molto espressivo ed originale. La classe un po’
incivilita si esprime con una facilità, una vivacità ed un calore
di sentimenti che denota genio. Seguendo l’abitudine degli
Italiani, i loro discorsi sono accompagnati da una santimonia fra le
più efficaci. Un segno, un gesto, una parola, un’esclamazione
basta perché si capiscano perfettamente”. Ecco una sstupenda
immagine dei Calabresi divulgata dall’autore che, però in merito
alla convivenza sociale dice che “A
causa degli odi inveterati che dividono le famiglie, no escono mai
di casa senza essere armati […] Sempre
pronti ad attaccare ed a difendersi, passano accanto ai loro nemici,
cioè dei quali spiano ogni istante favorevole per attentare alla
loro vita. Si barricano in casa al calar della notte, e solo motivi
molto urgenti possono indurli ad uscire”. Ed inoltre: “La sete di vendetta, che si perpetua nelle famiglie, e
l’accentuata propensione per i processi ed i cavilli, fanno di
questo bel paese un reale inferno”.
L'interesse
suscitato verso questa terra, prima misteriosa, fu immenso, seppur
prevalentemente morboso, in quanto, soprattutto da allora,
considerata covo di briganti, un'attribuzione destinata a legarsi ai
Calabresi ed a perpetuasi nell'immaginario collettivo, seppur con
nomi diversi, sino ai nostri giorni.
Fu,
in ogni modo, un momento storico di svolta che segnò l'inizio di
una rivincita tuttora in corso.