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Continuano gli scambi culturali tra Reggio Calabria
e l'Ungheria grazie alla sinergia tra il Circolo
Culturale L'Agorà", il Centro Studi
italo-ungherese "Àrpàd" e
varie istituzioni magiare.
La manifestazione ha ricevuto il merito di avere
per l'occasione l'Alto Patronato dell'Ambasciata
della Repubblica di Ungheria e la collaborazione
dell'Accademia di Ungheria.
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Parlare di Sàndor Màrai è come sfogliare
un album di fotografie che raccontano le
ferite inferte alla cultura del vecchio
continente del novecento, alle sue
tradizioni.
La
scomparsa quindi di un modo di essere,
non solo ungherese, ma europeo.
Sàndor Màrai, un intellettuale che
soffre dell'avvento dei tempi nuovi e
della crisi dei valori morali, degli
ideali causati dall'avanzata di quelli
materiali e reali.
Tali
situazioni li troviamo presenti nelle
sue opere, che sono una autobiografia
dell'autore stesso. |
Infatti
nella sua opera "Le braci" [ ...
l'amicizia non è soggetta a delusioni, perché
non pretende nulla dall'altro; l'amico può
essere ucciso, ma neanche la morte può
cancellare l'amicizia nata durante
l'infanzia: il suo ricordo continua a vivere
nella coscienza degli uomini come quello di un
muto atto eroico. E proprio di questo si tratta,
di un atto eroico, nel senso tacito e fatale del
termine, ossia senza strepito di armi, ma pur
sempre di un atto eroico come lo è ogni
comportamento umano privo di egoismo...] .
(1)
Sàndor Màrai - prosegue Gianni
Aiello nel corso del suo intervento- ha avuto il
merito di contribuire e diffondere l'interesse
degli appassionati di tutto il mondo per la
letteratura ungherese: una produzione che ha
antiche radici, prendiamo ad esempio
 |
la sequenza di iscrizioni
nel classico alfabeto runico ungherese;
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la cronica "Gesta Hungarorum"
di un anonimo e "Gesta Unnorum e Hungarorum"
di Simon Kézai, narrati in lingua latina;
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Janus Pannonius, Bàlint
Balassi, Miklòs Zrìnyi;
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Sàndor
Petöfi emblema del romanticismo letterario
ungherese e del risorgimento politico
dell'Ungheria; |
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Ferenc Molnar autore del
romanzo di fama internazionale, "I ragazzi
della via Paal", tradotto in trentacinque
lingue; |
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la baronessa Emma Orscy che
nel 1905 pubblicò il romanzo storico "La
primula rossa"; |
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Imre Kertész, sopravvissuto
ad Auschwitz, nel 2002 insignito del Nobel
per la Letteratura |
Questi, naturalmente alcuni
degli esempi.
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Dalla penna di Sàndor Màrai esce
un'analisi lucida e dolente allo stesso
tempo di quel periodo della storia
continentale: ma anche la narrazione del
suo paese e si di se stesso, come in
"Divorzio a Buda" : [... abitare
nel quartiere della Fortezza era segno di
distinzione, anche per coloro i cui
antenati non erano né |
conti né
calzolai nel quartiere della Fortezza; era
espressione di una raffinatezza un poco
affettata, in cui confluivano una certa
caparbietà, un senso di nostalgia per il passato
e la tradizione della propria patria, di
ricercatezza e ambizione e, nello stesso tempo,
vi si ravvisava anche una particolare visione
del mondo, nella quale, nonostante una certa
animosità reciproca e qualche sospetto, si
riconoscevano tutti coloro che vivevano in
quelle strette viuzze, in quelle case dai muri
impregnati dal tanfo di muffa, i conti, i
funzionari ministeriali dal doppio cognome nelle
loro stanze di affitto, gli zotici rimasti a
vivere lì e gli ebrei benestanti, in buona parte
convertiti al cattolicesimo, i quali, senza dar
troppo nell'occhio, imitavano alla perfezione
nel loro modo di vivere le raffinatezze dei
nobili inquilini dei palazzi signorili...].
(2)
"Confessioni
di un borghese", il primo suo volume di memorie,
le immagini dell'avanzata dell'Armata Rossa
sulla sponda del Danubio, alla descrizione
relativa alle rovine di Budapest ridotta ad un
cumulo di macerie.
 |
"Terra,
Terra !...", altro album di memorie dove : [...
I contadini se ne andarono con le mucche nel
bosco, sotterrarono le patate, nascosero le
donne - proprio come al tempo dei Turchi. Ben
presto si accorsero che la maggior parte dei
russi era non solo avida e predatrice, ma anche
corrotta: perciò ci si misero a trafficare. Il
russo si prendeva i cavalli e il giorno dopo
arrivava una nuova carovana, migliaia di cavalli
razziati condotti da soldati assetati di alcol;
allora i contadini, per un litro di acqua vite -
questa era il prezzo- compravano un altro
cavallo...]
(3)
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Ma
naturalmente è così in ogni suo dettato
letterario, dove Sàndor Màrai descrive
minuziosamente ogni cosa, paragona gli
eventi, i tempi andati, se vogliamo egli
svolge una sorta di letteratura
d'inchiesta, basta vedere il modo
attento in cui descrive i soldati e gli
alto graduati dell'Armata Rossa nel
romanzo "Terra, Terra!..." e queste
attente riflessioni, attitudini di
Sàndor Màrai portarono le sue opere ad
una dura censura, anche nel suo paese,
l'Ungheria che era posto sotto il blocco
sovietico. |
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Dopo l'intervento di
Gianni Aiello la parola
è passata a Orsolya Balla, segretario
generale dell'Accademia di Ungheria che
ha trattato il tema relativo a "Il Màrai
letterato".
Sàndor Màrai è uno
degli scrittori ungheresi più conosciuti
in Italia e forse anche a livello
internazionale.
È
diventato un ungarikum, forse dopo |
Ferenc
Molnàr, autore de
"I
ragazzi della via Pàl"
è lo scrittore ungherese più letto dagli
italiani.
Questo
scrittore oggi è riconosciuto anche in Ungheria
tra i maggiori letterati del Novecento
nonostante i contrasti e i dissapori del suo
passato, ma forse anche per questo, oggi
finalmente lo possiamo collocare nel posto che
si merita nella letteratura ungherese.
Màrai
è un personaggio molto interessante anche dal
punto di vista storico, essendo nato nel 1900 e
avendo vissuto quasi per tutto il XX secolo.
Di lui
conosciamo maggiormente l’opera narrativa ma
bisogna menzionare oltre i suoi romanzi anche
le sue poesie, novelle, anche qualche opera
teatrale, e
forse
pochi lo sanno che iniziò la sua carriera da
giornalista.
Màrai
studiò giornalismo all’università di Leipzig per
poi spostarsi a Francoforte e a Berlino. Come
corrispondente della Frankfurter Zeitung di
seguito venne inviato a Parigi dove però non
riuscì ad integrarsi totalmente, cominciò a
sentire quello stato di emraginazione che lo
accompagnò per tutta la vita.
Quindi
nel 1928 fece ritorno in Ungheria e in questo
periodo iniziò a scrivere i romanzi. (Il primo
romanzo venne scritto ancora a Parigi Bèbi, o il
primo amore).
Nel
1934 pubblicò Le confessioni di un borghese.
Gli
avvenimenti storici, la situazione politica di
quegli anni, nel 1948 lo costrinsero di lasciare
definitivamente la sua patria, perchè prima non
condivise l’operato di Horty che
rappresentava la politica di destra, e poi ebbe
contrasti anche con il regime dittatoriale
del socialismo degli anni ’40.
Dopo
la sua emigrazione scomparvero dalle librerie
tutte le sue opere, era un personaggio di cui
era meglio non parlare anche se apertamente non
era un condannato del sistema.
Questo
può far capire come era Màrai nella sua vita.
Una persona che non trovò da nessuna parte la
sua stabilità, si era sempre sentito emarginato,
come dice Gyorgy Ronai, per la sua aristocrazia
mentale.
Si era quindi sempre sentito uno
straniero immigrato, ma venne diciamo emarginato
anche dai suoi compatrioti per le sue ideologie.
Bisogna sapere che Màrai nel 1917 fondò il
Movimento Clandestino degli Scrittori Comunisti,
quindi era in contraso con gli emigranti che
lasciavano l’Ungheria per sfuggire dal
comunismo.
Questa sensazione di emarginazione lo
vediamo in tutte le sue opere dove si rifiugiò
per nascondersi dalla realtà.
Negli
anni Ottanta cercarono di richiamarlo in
Ungheria ma lui si oppose con dignità e non
diede nemmeno il permesso di pubblicare le sue
opere in Ungheria.
Solo all’inizio degli anni
Novanta le librerie si riempirono di nuovo dei
suoi scritti.
Il che non vuol dire però che i
suoi libri non venissero letti in Ungheria
durante il regime comunista, perchè le
pubblicazioni estere – sempre in lingua
ungherese – entravano clandestinamente in
Ungheria.
Nel
1990 postumo ebbe anche il premio Kossuth, il
premio maggiore per il campo della scienza, arte
e letteratura.
Màrai
venne conosciuto e riconosciuto a livello
internazionale grazie alla pubblicazione
italiana, tradotto da Marinella D’Alessandro, de
Le Braci nel 1998, quindi esattamente 10 anni fa
continuando poi un anno e mezzo dopo alla Fiera
del Libro di Francoforte e nel 2002 in Francia.
È
curioso che questo romanzo scritto nel 1942
venne pubblicato già nel 1958 in Francia, ma nè
questa edizione nè quella del 1995 non richiamò
l’attenzione del pubblico.
Però è da dire che
grazie all’edizione francese del 1995 l’editore
italiano decise di pubblicarlo anche in Italia.
Da allora praticamente in ogni anno viene
pubblicato un romanzo di Màrai.
Non
avendo abbastanza spazio in questa conferenza di
presentare tutta l’attività letteraria di Màrai
ho scelto di parlarvi di tre suoi romanzi, che
nel 2005 sono stati pubblicati anche in un unico
volume dal titolo „Le tre facce dell’amore”.
I
romanzi sono Le braci, L’eredtà di Eszter e Il
divorzio a Buda.
Da
queste tre opere si possono capire molto bene le
caratteristiche stilistiche di Màrai, tutti e
tre riportano in qualche modo gli stessi
elementi descrivendo l’amore da tre punti di
vista diversi, perfezionandosi sempre di più e
arrivando al culmine con quello che è stato
scritto più tardi, cioè Le braci.
Tutti
e tre sono romanzi psicologici che sono più
l’analisi dell’animo dei personaggi che non
romanzi che raccontano una storia di azioni.
Molti dicono di Màrai che fosse troppo scontato,
i personaggi automatici, costruiti, prevedibili,
e già all’inizio del racconto si possa sapere il
finale.
Ma forse questo è il segreto di Màrai,
forse proprio per questo i suoi romanzi scritti
più di mezzo secolo fa possono essere ancora
così attuali.
Màrai
non stupisce con svolti inaspettati, ma con il
perdersi delle descrizioni degli stati.
Riesce a
descrivere un umore, descrivere l’atmosfera, usa
aggettivi molto significativi e per questo forse
se il trama fosse pieno di azione lo stile di
Màrai perderebbe molto, perchè queste due
caratteristiche messe insieme farebbero
trasbordare i suoi racconti.
In
ordine cronologico il primo dei tre romanzi è il
Divorzio di Buda che Màrai scrisse nel 1935.
Il
trama del romanzo è perfino troppo semplice, un
giovane giudice che vive una vita tranquilla,
con un lavoro onorato, un matrimonio
apparentemente felice con due figli, un giorno
si ritrova a giudicare il divorzio di due suoi
conoscenti lontani, un compagno di scuola che
riteneva sempre un personaggio positivo ma con
il quale non riuscì mai a scambiare due parole e
una ragazza che conobbe e frequentò
superficialmente durante la giovinezza senza
avere nessun scopo con lei.
Komives, il protagonista, il giorno che esamina
la pratica della coppia conoscente, dopo il
lavoro va ad un parti della media borghesia, ma
tornando a casa trova il compagno di scuola una
volta che gli racconta che aveva ucciso la
moglie (più tardi sappiamo che l’ha solo
lasciata uccidersi), gli racconta gli
avvenimenti della propria vita, il fallimento
del loro matrimonio il cui causa era il
sentimento della moglie verso il giudice, e
chiede con insistenza il giudice se negli ultimi
anni sognava la moglie e vuole sapere anche i
particolari più intimi.
Lui non risponde ma
questo non rispondere vale un riconoscimento.
Già qui incontriamo il motivo del „segreto”, la
ricerca di sciogliere di decifrare questo
segreto, che anche in seguito fa quindi parte
dei romanzi di Màrai.
Già in questo romanzo il
lettore rimane con la sensazione di un romanzo
non terminato.
Il
Divorzio a Buda è più però di un romanzo
psicoliogico, descrive anche i motivi storici e
sociali della crisi, la malattia latente della
classe media, gli effetti della guerra e del
comunismo.
Il
protagonista del romanzo disse di sè stesso di
essere nato al confine di due mondi.
In
Màrai, che venne appunto da una realtà borghese
che vide frammentarsi lentamente, si rafforzò la
convinzione che il mondo da lui ritenuto ideale
inevitabilmente stesse andando verso la rovina e
ne vide diverse spiegazioni.
Per
difesa si rifugiò ancora più intensivamente
dietro le mura protettive delle sue opere, nella
creazione vedeva la possibilità di rimanere
indipendente.
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In
diversi generi cercò di scrivere, di esternare
le proprie ansie. Komìves, il giudice
protagonista, come anche Màrai stesso pensò che
sia figlio di un „momento dolorosamente
spezzato”, quando come lo scrive nel romanzo „la
classe borghese viveva ancora in pace e
sicurezza, godeva i benefici degli averi
famigliari e il pericolo della guerra veniva
segnalato solo da „segnali di lampi spettrali”,
ma capì già che la nuova generazione che
predicava la costruzione „con due mani fruga tra
le macerie della distruzione”.
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Era un elemento
importante di quest’epoca idilliaca l’esistenza
e la credibilità della „legge”.
La legge che per
Màrai significa ordine, significa disciplina, la
legge secondo la quale dovrebbe funzionare il
mondo, ma lui questa legge, la vede scomparire
piano piano, per questo cerca di mantenerlo
disperatamente.
Ancora
lui dice: „Entro
i suoi confini si poteva conoscere tutto:
l’educazione, la disciplina, il rapporto di
subordinazione, chi cresceva secondo questa
legge, rimaneva intoccabile dagli effetti
distruttivi della civiltà. „era suo compito, del
giudice, tenere il freno agli istinti che si
ribellavano contro la disciplina della
civilizzazione. Non ha mai avuto un ruolo così
educativo e salvatore il giudice, come in questi
tempi così irrequieti.”
Il
giudice definisce l’ideale della vita
aristocratica, antipopolare di Màrai protetto
dalla legge, nell’incontro di quell’ordine
voleva conservare le ingiustizie palesi della
società, la questione irrisolta delle minoranze
e contro la rabbia giusta richiamava la ragione
e la moderatezza che si tramandavano da
generazioni, anche Komìves Kristof non doveva
essere educato a questa mentalità perchè lo
aveva dentro istintivamente tramite l’esperienza
dei padri.
Questa
sensazione di fine secolo era dell’individuo
felice ed indipendente de Le confessioni di un
borghese.
(Riteneva che il pericolo maggiore per
la pace sia la massa che ha perso la propria
identità, che guarda
con sospetto l’individuo dall’anima
indipendente.)
Il
dovere e la perseveranza erano i concetti chiave
anche della vita del protagonista del romanzo,
tramite questi bisognava salvare le emozioni
individuali e quotidiani, la famiglia,
l’affetto, e la comprensione.
Secondo il romanzo
anche nella vita privata si può proiettare
quest’ordine e anche questo può essere un tipo
di difesa.
Il
dialogo apparente dei due protagonisti in realtà
è fatto di due monologhi messi insieme di due
persone che parlano del proprio rapporto con una
donna ormai morta.
Il giudice però rimane sempre
con il dubbio del mistero che non ha potuto
sciogliere perchè non è possibile scioglierlo.
Il
secondo romanzo di questo ciclo è L’eredità di
Eszter, scritto nel 1939. Anche qui la storia è
perfino troppo semplice, Eszter riceve la visita
dell’uomo che amava da giovane e che forse ama
ancora, ma che ha sposato la sorella, lei non ha
saputo della sua dichiarazione che fece il
giorno prima del loro matrimonio, perchè la
sorella ha nascosto le lettere.
25
anni dopo l’uomo ritorna e prende anche l’ultima
cosa che le è rimasta, la casa dove vive.
Anche
qui l’azione si svolge in un lasso di tempo
molto ristretto, in un solo pomeriggio.
L’eredità di Eszter è scritto in forma di
diario, dove Eszter racconta ricordando il
passato di come Lajos l’ha derubata di tutti i
suoi averi.
L’azione come ho appena detto è
ridotto ma al contrario è molto ricca la vita
interna dei personaggi. In questo romanzo Màrai
cercò di sperimentare la narrazione dell’azione
in un’atmosfera, quando provò a far capire che
la vita interiore dei suoi personaggi sono
guidati da un segreto indecifrabile,e da una
legge indescrivibile. Quindi il vero valore
dell’opera sta nel creare l’atmosfera, fa parte
di questo anche la descrizione del paesaggio,
delle luci, delle ombre.
Usa
aggettivi ricercati che danno la pienezza dello
stile, ma nello stesso tempo basta un solo
aggettivo, come „pomeriggio dal color di vetro”
a far capire l’umore.
Lajos
è il personaggio negativo della storia, ma è
anche quello più interessante, è lui che fa
uscire dal loro
equilibrio
gli altri, che invece vivono secondo una legge
ben precisa.
Quella
legge, che si era già visto nel Divorzio di
Buda, quella legge che secondo Màrai sta alla
base di tutto, alla base della tranquillità e la
pace della classe borghese che nel frattempo
continua la sua discesa.
Come scrive Màrai nel
romanzo: „La
morale è una caratteristica acquistita. Lo
possiamo acquisire nella vita ma solamente se
abbiamo qualcuno che ci guida.
Se no, facciamo
quello che nel nostro mondo riteniamo morale.”
Per Lajos la realtà non aveva valore, viveva di
bugia, ma la sua presenza fa rabbia perchè porta
il messaggio di un mondo che è bugiardo.
Si
percepisce per tutta la durata del racconto il
preconcetto dello scrittore che non permette ai
personaggi di svilupparsi o cambiare. L’opacità
del „segreto” li fa diventare invisibili, senza
volto.
Nel racconto ogni personaggio ha la
propria legge.
Quello
di Eszter è dare, quello di Lajos è prendere. Il
loro comportamento, la loro vita, il loro
rapporto con la realtà viene totalmente
influenzato da questo, e siccome conoscono la
legge dell’altro, non ci può essere uno
sviluppo, è tutto fermo.
L’eredità di Eszter non significava soltanto il
cambiamento del modo di scrivere di Màrai, ma
anche la sua accolgienza.
Secondo Orley con
queso romanzo iniziava la decadenza dello
scrittore.
Arriviamo infine al terzo romanzo di questo
ciclo, Le braci, scritto nel 1942, che ha avuto
il maggior successo tra le sue opere a livello
internazionale, anche se secondo alcuni, non è
la sua opera migliore, Orley Istvàn lo mette
nella categoria quasi non letteraria del best
seller.
Altri
ci vedono dei frammenti di valore, poi negli
anni Novanta questo romanzo ricominciò a vivere.
Le braci nella traduzione italiana riprende il
titolo tradotto in francese, il titolo originale
tradotto letteralmente è Le ceri si bruciano
del tutto e questa è il motivo del finale
del romanzo.
Jànos
Szàvai fu il primo a far luce in un suo saggio
pubblicato su Kortàrs, nel 2004, che le
possibilità di
interpretazione
di questo romanzo sono molto più vaste di quella
suggerite da Màrai stesso. Lui cercò di
analizzare anche i motivi del successo di
quest’opera, che è diventato anche film, prima
in Ungheria e poi ha avuto successo anche nel
cinema americano con l’interpretazione di Jeremy
Irons.
Quest’opera è il romanzo dell’amicizia, la quale
è una legge umana molto severa. „Nel mondo
antico questa era la legge più forte, su questo
si basavano i sistemi giuridici di grandi
civiltà.
L’amico poteva essre ucciso, ma
l’amicizia stretta in età infantile tra due
persone non può essere estinto nemmeno dalla
morte.”
Quindi
il romanzo è la storia di due amici che si
incontrano dopo 41 anni, probabilmente per
l’ultima volta per avere chiarimenti sugli
avvenimenti del passato, quando amavano la
stessa donna e un giorno secondo uno l’altro lo
voleva uccidere durante una caccia, ma
quest’altro non ne ebbe mai la certezza.
Il
loro incontro si svolge in una notte di fine
agosto, quando il temporale fa andare via luce,
loro rimangono per tutta la notte a parlare e il
finale si risolve quando le ceri che diedero
luce finiscono di bruciare.
Secondo Szavay il primo motivo del successo di
quest’opera è sicuramente la forma del romanzo
che apparentemente ha quattro protagonisti, ma
effettivamente è il monologo del colonnello, sia
nella scena principale con Konrad, sia nei
momenti quando viene ricordato il passato.
In
questo senso le uniche contrapposizioni sono le
parole della balia. All’inizio del romanzo è la
sua domanda ad aiutare il colonnello ad definire
la domanda determinante della propria vita e
alla fine della storia è il suo gesto a dare la
risposta.
Anche
Màrai stesso cercò di sciogliere il carattere da
monologo dell’opera quando negli anni Sessanta
scrisse un breve pezzo teatrale dal titolo Braci
(da qui viene probabilmente anche la traduzione
francese).
In
questo sceneggiato a tre interpreti anche Konrad
ebbe la parola e la figura importantissima della
balia venne sostitutita da un vecchio
inserviente.
La ricchezza di significati
quindi viene assicurata proprio dalla forma del
romanzo.
Possiamo capire meglio questa forma di
dialogo monco confrontandolo con altre opere
come per esempio Il sogno di un uomo ridicolo di
Dostojevskij.
Nelle Braci la voce del
colonnello è da considerare un dialogo tra lui e
Konràd e tra lui e Krisztina.
«Come
dice il critico letterario Mihail Bahtyin
parlando della novellistica di Dostojevski: „il
secondo personaggio è latente, le sue parole non
ci sono effettivamente, eppure lasciano un
profondo segno sulle parole del primo
parlatore.”»
Nel romanzo di Màrai quindi,
anche se Konràd parla qualche volta, si tratta
esattamente del fatto che il colonnello continua
e termina il dialogo che portò avanti per
quarant’anni con l’amico in sè stesso. Il
colonnello vuole arrivare alla verità, perchè
come dice, la realtà dei fatti la conosce ma
questa non necessariamente corrisponde alla
verità, e arrivarci non è possibile senza il
dialogo.
Tramite il discorso del colonnello tutto il
romanzo viene caratterizzato da un punto di
vista molto deciso, però noi non possiamo essere
del tutto certi che lui veda bene la realtà.
Lo
scopo del colonnello è quindi quello di
sciogliere il segreto. Anzi i segreti, che
incontra continuamente.
Uno di questi è quello
tra i genitori: sua madre, la donna francese
portata in terra straniera non dirà mai a suo
marito di cosa parlava con l’imperatore.
L’altro segreto e Konràd stesso che come dice
„non può essere avvicinato da parole.” Dopo la
cena il colonnello dice appunto: „in un segreto
che c’è tra te e me c’è una forza particolare.
Brucia il tessuto della vita, come una
radiazione malvagia, ma nello stesso tempo dà
tensione e calore alla vita. Ti costringe a
vivere...”
Questo
segreto – con le parole del padre che usa poi
anche il figlio – è l’essere diverso.
L’espressione più palese dell’essere diverso è
il rapporto dei personaggi con la musica.
Il
motivo della musica è sempre presente nella
storia.
 |
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La madre, quando appena sposati si
fermano a Vienna per far visita all’imperatore,
alla domanda preoccupata di questi riponde: „Lo
ammansirò con la musica, Maestà, come fece Orfeo
con le belve”. La musica per ammansire – che più
tardi diventerà anche la musica di Konràd e
Krisztina – è Fantasie polonaise di Chopin. |
Nel
romanzo di Màrai la musica è di due tipi, una è
la musica dei ristoranti e delle sale da ballo,
il valzer e la musica zigana, questa è la musica
del colonnello e di suo padre, che serve per
rendere la vita più lieta e solenne.
La
musica vera invece, come lo intuisce il
colonnello „non è una passione senza pericoli
perchè è una strada celeste che porta nel nulla
e nella distruzione”.
Il
colonnello si sente escluso da questo mondo di
cui fanno invece parte la moglie e l’amico.
La
musica, che normalmente è lo strumento
dell’armonia e dell’avvicinamento, qui ha un
ruolo decisamente opposto, rende impossibile
l’avvicinamento tra i genitori del colonnello e
anche tra il colonnello e Konràd.
La musica di
Chopin, che per di più è anche un parente
lontano di Konràd, è un altro mondo, il mondo
del vero, il cui segreto cerca di capire il
colonnello.
È di
tutt’altro carattere nel romanzo il ruolo dei
quadri. I quadri – almeno quelli appesi nel
corridoio del castello – rappresentano la
tradizione, vogliono ricordare la continuità
dell’ordine nel mondo. I ritratti indicano la
continuità del reale.
Per questo il colonnello
toglie il ritratto di Krisztina dopo la sua
morte che solo alla fine del racconto, alla
soluzione del mistero può essere rimesso al suo
posto.
Oltre
alla musica e i quadri, nell’analisi del
romanzo, ha un ruolo importante anche il diario
di Krisztina.
Questo diario è testo nel testo
letterario che è un altro motivo ricorrente
della narrativa fin dal romanticismo.
Di questo
diario che è destinato a provare la sincerità
assoluta tra i coniugi, sappiamo soltanto quanto
ce ne dice il colonnello.
Secondo cui l’intento di Krisztina è quello di
dire tutto all’altro, le sue debolezze e anche i
propri pensieri peccaminosi per non poter tenere
nulla in segreto davanti all’altro e nemmeno a
sè stessa.
Ma
come dice il colonnello: „forse parla di tutto
con questa sincerità incondizionata, per non
dover parlare di una cosa importante e
fondamentale.”
Forse nel diario il colonnello
avrebbe trovato la risposta alla sua domanda
leggendolo prima alla morte della
moglie, ma poi alla fine del racconto lo butta
nel fuoco senza averlo letto.
Il diario di
confessione non può esistere dal punto di vista
del romanzo.
Che
l’amico lo volesse uccidere il colonnello lo sa
quasi per certo, quando dopo la sua scomparsa
incontra la moglie a casa dell’altro ha la
certezza anche del fatto che i due avessero una
relazione. Solo il terzo fatto rimane un
segreto, cioè se Krisztina sapeva dell’intento
di Konràd, ma non bruciando il diario senza
averlo letto, questo segreto non verrà mai
sciolto.
Dopo
l’uscita di Konràd, alla domanda della balia se
è più tranquillo, il colonnello risponde di sì,
ma questa tranquillità riacquistata non è altro
che rassegnazione, rassegnazione da una parte
alla vecchiaia ed alla morte vicina – questo è
un motivo ricorrente del dialogo dei due
personaggi – e poi rassegnazione – e forse
questo è più importante – al fatto che il
mistero è inavvicinabile e infrangibile, bisogna
conviverci.
Per il
protagonista de
"Le
Braci"
il mistero però non è il transcendente ma è la
misteriosità nscioglibile dei rapporti umani.
Questa
misteriosità vediamo nel Divorzio di Buda
e questa misteriosità ritorna anche nell'Eredità
di Eszter.
Questi
romanzi quindi sono stati scritti più di
sessant’anni fa, a prima vista forse le loro
argomentazioni, i valori in essi descritti al
lettore di oggi possono essere un po’ estranei,
ma io penso che a parte la classe borghese oggi
inesistente della sua forma precedente,
l’onestà, la disciplina, l’amicizia, l’ordine,
ecc, sono sempre valori ritenuti tali.
«E
comunque lo stile di Màrai
- conclude la relatrice-
lo
fa rimanere uno scrittore molto attuale e
contemporaneo anche nei nostri giorni.»
 |
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Jambor Judith
Katalin, presidente
dell'Associazione Culturale "Maria
d'Ungheria Regina di Napoli" che ha
trattato l'argomento avente come tema "Màrai
Sàndor e la sua Italia".
La
presentazione fedele di un artista o di
uno scrittore non è mai un compito
semplice - è una grande
responsabilità, anche |
se si tratta
di uno scrittore senza tempo,
come lo è stato Marai Sandor
- prosegue nel corso del suo intervento la
relatrice.
Ma lui oltre
ad essere uno scrittore attuale , per causa
degli eventi storici e politici risulta anche
uno scrittore senza patria .Possiamo
dichiararlo, l’artista del profondo sentimento
dell’europeismo, nonostante abbia conservato la
sua identità e del suo essere ungherese, lui
stesso diceva: “… continuerò a scrivere in
ungherese e per la mia gente, anche lontano da
qui”.
Ma per
comprendere la sua importanza torniamo indietro
nel tempo, ricordando dell’anno della sua
nascita: 1900 e della sua morte :1989.
Sono anni pieni
di fermento ed avvenimenti
epocali sia per l’Europa, sia per l’intero
Mondo e per l’Ungheria.
Màrai
Sàndor nasce nel 1900 a
Kassa, nella famiglia
Grosschmid, in una famiglia di intellettuali,
di buona borghesia.
Suo padre, Geza
Grosschmid, è un avvocato
che più tardi diventerà un senatore
parlamentare.
Il giovane Sàndor,
dimostra ben presto - già durante gli anni di
studi superiori - le sue capacità brillanti per
la scrittura .
Il suo modo di
esprimersi, sincero e schietto, gli procurerà
dei problemi disciplinari, ma lui profeta di se
stesso, dice convinto:"Insegnerete
il mio nome nella letteratura ungherese".
Nel 1918
conosce i più grandi nomi della letteratura
ungherese e vive un periodo spensierato studia
legge e continua a scrivere , esce la prima
parte del "Libro dei
ricordi", appena 100
copie e lui dice ad un amico con grande senso
dell’umorismo :” è stato un successone, tutte le
copie sono andate a ruba.”
Da giovane ha
i sentimenti di sinistra,
dimostrano questo anche i suoi articoli nei
giornali, sentimento,
che probabilmente è stato influenzato
in maggiore parte dalla sua giovane età, ma con
il passare del tempo e
con la propria evoluzione intellettuale non
condivide l’idea del terrore e del terrorismo e
non tollera la privazione del libero pensiero.
Seguono i
tragici lunghi anni delle due guerre mondiali,
ma principalmente la decisione della divisione
dell’Europa, in cui
l’Est e Ovest si troveranno in una posizione
antagonistica.
Il risultato di
tutto ciò, alla fine della
seconda guerra
mondiale, l‘Ungheria farà parte del blocco
sovietico.
Per questo
motivo che lo scrittore ungherese prende l’amara
decisione di abbandonare l’Ungheria, cercare
Patria altrove: ”bisogna andare via e subito”-
dice convinto e lo
fa in compagnia della moglie,
che gli resterà accanto fedelmente
durante tutti gli anni “dell’esilio forzato”
per 63 anni .
«Màrai
Sàndor - afferma Judit Jambor Katalin -
con la
dittatura della sinistra non ha mai condiviso
l’idea del terrore e del terrorismo, quindi
sente il bisogno di lasciare la propria Patria,
e così, anche se con il forte sentimento della
nostalgia, iniziano i
lunghi anni del vagabondaggio e del immigrazione
: va in Germania, Svizzera, Austria Francia,
Italia, America; ma lui fortunatamente non è
solo , è in compagnia dell’amata moglie Ilona Matzner , chiamata sempre con il dolce
vezzeggiativo Lola, e del figlio adottivo Janos»
.
Sàndor Màrai
è uno degli scrittori con il sentimento
europeista, non può essere altro colui che ha
viaggiato in lungo e largo in tutta l’Europa,
fermandosi e abitando nelle sue città.
Lui che parla
di Berlino, di Londra o di Napoli e di Salerno
con una precisa e dettagliata analisi
socio-geografica, descrive il cittadino di
allora, che l’europeo di
oggi si riconosce con la massima precisione.
Testimoniano
tutto questo le sue annotazioni del libro
"Diari".
(4)
Lui adorava e
nello stesso prediligeva questa forma di
scrittura, che spesso utilizzava anche nei
suoi romanzi, diceva:”: Per me i diari
significano un collegamento diretto con la
realtà quotidiana,perché mi sembra di aver
pubblicato continuamente per 40 anni di seguito
,è come la benedizione del giorno che passa.”
Leggendo i sui
brevi racconti, ci troviamo nella Napoli tra gli
anni 1948-1952.
La descrive con
estrema semplicità , ma con una precisione
minuziosa insieme alla sua gente con i
comportamenti tipicamente meridionali.
Brani tradotti
dal libro “Diari”
Mi dispiace
prima di tutto per Janos, avrei voluto dargli
un’infanzia tranquilla. Invece l’ho portato via
dalla sua Patria, si trova in una terra per lui
straniera, deve conoscere tradizioni nuove,
gente nuova, paesaggi nuovi: Napoli, il
Vesuvio, il mare….
Ma forse questo
lo fortificherà, e non diventerà un bolscevico!
Janos è molto
deluso, perché il vulcano (Vesuvio) dorme, è
tranquillo.” Cosa mangia, chi vomita fuoco?”… mi
ha chiesto visibilmente scocciato.
Janos frequenta
una scuola gestita dalla Congregazione
dell’ordine di San Paolo, a Capo Posillipo,
tutto sommato vicino casa, il giardino è pieno e
colmo di alberi di arancio. La scuola elementare
italiana è sorprendente; gli alunni invece di
studiare ,giocano al calcetto. Il Prefetto della
scuola,durante la ricreazione per sbaglio, ha
tirato forte il pallone ed ha colpito in pieno
Janos alla testa, il Prefetto si è spaventato
moltissimo per l’accaduto; e per evitare
qualunque complicazione di salute, ha insistito,
che Janos si faccia il tetano.
Luigi, lo zio
di Lola, mi ha portato ad un dottore di sua
conoscenza. Andiamo al Vomero, in un quartiere
moderno con palazzi alti. E’ la prima volta che
vado da un medico napoletano, per di più
internista. Due anni fa , quando sono stato da
uno specialista laringoiatra, la prima cosa che
mi spuntava subito agli occhi, il suo diploma,
la laurea, posizionata bene in vista, messa in
una cornice grande e appariscente sulla parete
bianca dello studio.
Questo dottore,
ci accoglie vestito di un capotto di cammello
da camera, è molto elegante, mi sembra un
vecchio cavaliere, che sta in attesa della sua
adorata. Lo studio è scuro è all’ombra; in un
angolo c’è una bicicletta, non vedo da nessuna
parte nessuna fonte di luce; l’elegante dottore
è anche un poco sordo, da un occhiata a Janos,
dopo di che con una smorfia di indifferenza, ci
sconsiglia il tetano, una decisione che io
condivido pienamente.
Gli chiedo ,
come è l’insegnamento all’Università di Medicina
a Napoli? Mi guarda con l’indifferenza di prima
e sussurra: “Basso, basso”.
Penso anch’io,
ma ho imparato da molto, che le persone si
ammalano secondo dove vivono, secondo
l’assistenza che hanno.
Siamo alla
Solfata, i fori del cratere sono calmi, senza
nessun segno di vita. Il Vesuvio sembra morto, il
vapore che esce dalla terra fa il rumore
dell’acqua in abolizione. E’un modo strano e da
spavento, il diavolo quando lavora, assomiglia
alla “Kominform”, se da un lato crea qualcosa di
infernale, dall’altra parte cerca di tenere a
bada le forze contro la natura …. A Mosca si
vive secondo questi principi.
Ma comunque la
Solfatara, come il Vesuvio, o il, più distante
Etna e lo Stromboli,sono una catena vulcanica
di tutta la Campania e della Sicilia un poco
nascosti sotto il mare, ed ogni tanto si
emergono alla superfice dell’acqua.
Il ritorno ,lo
facciamo in carrozza, mi trovo vicino al
cocchiere.,ed ascolto con attenzione il
ritornello che dice al cavallo, sembra una
canzoncina: A…aah…aaahaaha..” fa così, senza
fermarsi ,mentre il cavallo pare che lo
comprenda , cammina sulle san pietrine nella
giusta direzione suggerita dal suo conducente.
Io e Janos ci
troviamo nell’Acquario di Napoli. E’ piacevole
stare con lui. –Guardando gli animali, noto,che
spesso hanno delle caratteristiche umane;i
pesci,gli uccelli ed altre specie di animali ,
mi sembrano di avere un viso umano, si vede,
che il Creatore per primo ha realizzato un
volto archetipo che probabilmente serviva alla
metamorfosi di tutto il mondo delle faune.
La mattina io
e Janos andiamo a fare visita in una delle
Chiese del quartiere dei presepi. Gli artigiani
in un attimo con grande bravura danno forma alle
figure di questo teatro religioso e un poco
pacchiano. Pare che si divertono molto , sembra
un gioco che prende sopravvento al mondo
devoto del culto.-- Gioco? -- Ma non era questo
il suo vero significato?
Luigi e Janos
si sono ammalati, hanno l’influenza e la
febbre alta. Con loro due malati
contemporaneamente, mi sembra di stare tra due
fuochi. Anche i signori Carone,
i nostri amabili vicini si sono
ammalati, nella loro famiglia sono in 4 a
letto. Ci viene trovare Francesco, compagno di
scuola di Janos, lo faccio accomodare ,
cominciamo a chiacchierare, ci raccontiamo i
malanni dei nostri famigliari …. Gli chiedo se
hanno chiamato il medico? Lui mi risponde
quasi con stupore:- Noo! Perché? Abbiamo già
telefonato al nostro farmacista al Vomero, e
lui immediatamente ci ha mandato i suoi
medicinali miracolosi. Rifletto, forse hanno
ragione loro.
Janos e Luigi
sono finalmente guariti,
così facciamo un ultimo controllo dal nostro
medico napoletano. Ho conservato un
piacevolissimo ricordo di questo dottore così
minuto,che prima di congedarci ha fatto allo zio
Luigi per endovena un miscuglio di vitamine
,per garantirgli una ripresa rapida e sicura
.Anche in quest’occasione ci riceve indossando
la sua pregiata giacca da camera di cammello.
Nello studio regna un’atmosfera molto
famigliare, stavolta in nostra compagnia c’è
anche la sua figlioletta di 6 anni,che senza
curarci si diverte ,corre e salta per tutto lo
studio medico con la solita vivacità dei
bambini.
Ma devo
confessare che il dottore è un ottimo medico, ha
qualche cosa di positivo,
di tanto umano!
Cosa può
servire una disciplina severa dei professori
svizzeri priva di anima e senza un minimo calore
umano; se mi capitasse qualche cosa di grave,
sono certo che questo piccolo dottore elegante
, pieno di bontà e amore, mi guarirebbe
immediatamente.
Domenica
mattina, siamo al Teatro
delle Palme, Janos e io guardiamo lo spettacolo
Pulcinella nella Luna, a mio parere è
bellissimo, è divertentissimo, sul palco ci sono
tutti i protagonisti: Colomba, Pierrot.
Questo è il
vero teatro, sincero, questa è la vera commedia
dell’arte, emozionante e
nello stesso tempo è impressionante; il suo
linguaggio è comprensibile ugualmente ai
grandi e ai piccini, in platea ridono bambini e
adulti.
Durante
la scena , quando Pierrot riceve un calcio nel
sedere, comprendono tutti il significato
simbolico del buffo gesto, e con largo sorriso
applaudo, anche Janos applaude, mi dice che il
teatro è molto più divertente del cinema.
Passeggio giù
per le strade della città, lascio alle spalle
l’Istituto Francese e scendo fino giù al
lungomare di Napoli.
Questa zona non
è trascurata ,contrariamente è una zona
signorile e ben curata; questa è la Napoli
vecchia elegante romantica,
Napoli borghese.
Che grande
forza è la borghesia,anche nel suo aspetto
meridionale. Non è vero che questa forza sia
scomparsa, sia inutile o superflua.
Marai Sandor,
rimasto solo, nel 1989 si sparò alla tempia
nella sua casa di San Diego.
Ma la storia
gli rese giustizia,dopo la caduta del Muro di
Berlino, la sua fama iniziò a ricostruirsi, ed
a riconquistare il meritato posto, non soltanto
nella letteratura ungherese,ma anche in quella
internazionale. In Italia con l’uscita del
romanzo “Le braci” è diventato “un successo
letterario” ,grazie e merito anche al lavoro di
traduttrice della letteratura ungherese in
italiano, della dott.ssa Marinella
D’Alessandro,docente e ricercatrice
dell’Università degli Studi di Napoli
l’Orientale; e possiamo dire,
che Marai è tuttora nelle classifiche
dei libri più venduti .
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