Il
“Mare Nostrum” è stato, da sempre,un
contenitore di diverse culture e popolazioni che con i loro continui spostamentihanno interessato una vasta area che va dalla penisola
Iberica al Medio Oriente.
Tali
movimenti hanno creato una sorta di polveriera etnica che è sfociata in intensi
scambi commerciali e culturali, intervallati da guerre, che hanno favorito una
contaminazione ed un arricchimento reciproco.
Sin dai tempi remoti si ebbero importanti movimenti di popoli nomadi che da est
giunsero nel bacino del Mediterraneo, dove avevano trovato ubicazione dori e
romani che rappresentavano la nuovalinfa
vitale di quel territorio che aveva visto le gesta degli antichi popoli
mediterranei quali cretesi, calcidesi, etruschi, sardi, liguri, sanniti, dauni,
fenici, tanto
per fare qualche labile cenno di alcune delle molteplici e diverse etnie.
Tali
impulsi migratori hanno dato vita ad un continuo movimento di diverse realtà si
sono mescolate in un continuo succedersi di eventi sociali, culturali,
amministrativi, politici, economici, religiosi, che
hanno dato nuova linfa vitale al territorio.
Il Mediterraneo assume i
tratti somatici del giusto crocevia delle grandi direttrici storiche dovute agli
impulsi migratori derivanti non solo dalla ricerca di nuove terre ma anche da
pressioni strategiche o politiche, razziali, spesso religiose che tali popoli
migratori hanno subito nelle terre d’origine.
I
movimenti di poli migratori nel bacino del Mediterraneo hanno avuto sempre una
continuità ciclica a partire dai primi insediamenti indoeuropei, poi con le
popolazioni italiote, i greci, i romani, e, successivamente quando
quest’ultimi raggiunsero l’ensemble allo zenith della civilizzazione ebbero
a scontrarsi ed a confrontarsi con una nuova ondata che proveniva sia dal Nord
che dall’Est europeo.
L’incontro
culturale che si è svolto presso la Sala Convegni del Museo Nazionale della
Magna Grecia con l’Alto Patronato dell’Ambasciata della Repubblica
d’Ungheria ha avuto il merito, grazie al contributo scientifico dei relatori
di documentare i rapporti storico-culturali intercorsi pure tra il Sud, la Calabria
e le popolazioni magiare e slave nel periodo medievale.
I
magiari sono una popolazione di origine ugro-finnica, di stanza
nell'Europa
danubiana, formatasi dalla fusione di tribù turche con tribù irano-caucasiche; nel VII e VIII secolo, si spostò verso occidente per stabilirsi in Pannonia
(Ungheria) e iniziare una serie di spedizioni verso i paesi occidentali.
Le
incursioni dei magiari colpirono, in particolar modo, la vicina Germania, ma
essi arrivarono anche in Francia ed in Italia, fino alla metà del X secolo.
Il
“Mare Nostrum”
è un bacino che bagna tre continenti: Europa, Africa
ed Asia, dunque la sua ricchezza e la varietà dei contributi culturali dati
dalle diverse popolazioni che si sono succedute in tale bacino di mare e nella
fattispecie nella fascia meridionale sono straordinarie e su questi elementi
scorre il percorso culturale e di ricerca del sodalizio reggino.
La manifestazione
culturale è stata preceduta di alcune settimane dalla
visita di una delegazione del Circolo Culturale L’Agorà a Roma, presso
l’Ambasciata della Repubblica dì Ungheria, dove tali Autorità istituzionali
hanno manifestato un vivo compiacimento per
l’iniziativa convegnistica
promossa dal sodalizio reggino.
Nella
mattinata che ha preceduto il convegno reggino il prof. Pèter Kovàcs, Vice
Direttore dell'Accademia d'Ungheria, nonchè rappresentante ufficiale
dell'Ambasciatore Ungherese, è stato accompagnato da alcuni componenti del
Circolo Culturale L'Agorà, in un giro di visite istituzionali in città che ha avuto come
prima tappa l'Archivio di Stato.
Questa
prima visita è stata caratterizzata, oltre che da un'accoglienza molto cordiale da
parte dell'attuale direttrice dott.ssa Baldissarro e da tutto il suo staff,
anche dalla possibilità concessa agli ospiti di visionare alcuni
preziosi documenti del periodo angioino, tra i quali un
privilegio dato alla
città di Reggio il 16 giugno del 1383 dal Re di Napoli Carlo III d'Angiò-Durazzo, che
sarebbe divenuto, per un breve periodo, anche re d'Ungheria.
Carlo
aveva infatti sposato Margherita, nipote di Giovanna I, regina di Napoli ma, nel
contempo, essendo stato adottato da Luigi I d'Ungheria, morto nell'agosto del 1384,
si recò a Buda per acquisire il trono magiaro l'anno successivo.
Venne
però assassinato in un complotto presso il castello di Visegrad il 24 febbraio
1386.
Ritornando alle
visite istituzionali, la delegazione del sodalizio reggino ha
fatto quindi una sosta presso la prestigiosa Biblioteca Comunale della nostra
città, laddove l'attuale Direttore dott. Domenico Romeo ha entusiasticamente
accompagnato l'Accademico ungherese nella visita ai locali
dell'originale
Biblioteca, che era l'abitazione dell'Ing. Pietro De
Nava, poi acquistata dal
Comune di Reggio Calabria.
Nelle
eleganti stanze di tale edificio, decorate ed arredate secondo il gusto dei
primi decenni del secolo, il prof. Peter Kovacs ha potuto ammirare le varie
collezioni di volumi presenti, tra cui quella di Corrado Alvaro, ed anche
una preziosa ed antica edizione illustrata della Divina Commedia.
Nei
più recenti ed attigui locali della Biblioteca De Nava, il dott. Romeo ha anche
illustrato all'importante ospite il plastico ricostruttivo della Reggio Calabria
del seicento e, tra l'altro, una pregevole raccolta di stemmi di casate regnanti
tra i quali quello di Carlo V d'Asburgo di particolare valore e bellezza.
L'itinerario
di visita è poi proseguito in direzione di Palazzo San Giorgio, sede
istituzionale del Comune di Reggio Calabria, dove il prof. Kovacs, come
rappresentante dell'Ambasciata Ungherese, e la delegazione de L'Agorà, accolti dai Vigili Urbani
in alta
uniforme,
sono stati ricevuti
calorosamente dall'attuale vice sindaco dott. Giovanni Rizzica, visto il
momentaneo impegno in altra sede istituzionale del primo cittadino dott.
Giuseppe Scopelliti.
Il
Vice Sindaco si è intrattenuto con gli ospiti in un affabile colloquio,
congratulandosi con gli organizzatori per la pregevole manifestazione
convegnistica ed auspicando, insieme al Diplomatico ungherese, un proseguimento
delle iniziative di collaborazione culturale tra Reggio Calabria e l'Accademia
ed ambasciata magiare, anche in considerazione del sempre crescente numero di
ungheresi, lavoratori e studenti, che vivono nella nostra città.
Il
prof. Kovacs ha ammirato con interesse le caratteristiche stilistiche del
Palazzo cittadino, opera dell'Architetto E. Basile, visitandone anche l'elegante
Aula Consiliare e ricevendo anche in questa sede istituzionale l'omaggio di
alcune pubblicazioni culturali.
La
stessa impronta di cordiale accoglienza ha caratterizzato l'ultima tappa del
giro di visite istituzionali del prof. Kovacs, quella presso la sede centrale
del palazzo "Pietro Foti" dell'Amministrazione Provinciale.
Il
professore magiaro, dopo essersi soffermato ad ammirare l'Aula Consiliare ed
altri pregevoli ambienti del Palazzo recentemente restaurato, è stato ricevuto,
insieme ai membri dell'associazione culturale, dal vice Presidente dell'Ente dott.
Leone Manti, dal
dott.
Francesco Crifò e Demetrio
Cugliandro, nella preziosa cornice del salone
Monsignor "Giovanni Ferro".
Il
Vice Presidente ha espresso parole di plauso per l'iniziativa culturale
intrapresa con la speranza che essa, al di là dell'alta valenza
storico-convegnistica, possa rappresentare il preludio di nuove occasioni
d'interscambio italo-ungherese di più ampio respiro, ed assicurando in tal
senso la massima disponibilità e collaborazione da parte dell'Ente.
Il
percorso del prof. Kovacs attraverso le varie sedi istituzionali cittadine
è stato ovviamente intervallato dalla visita alle principali attrazioni
turistico-culturali della nostra città, nei limiti del breve tempo disponibile,
con una graditissima passeggiata sul lungomare del "più bel chilometro d'Italia"
con visita alle Mura Greche ed alle Terme Romane, al Castello Aragonese, al
Teatro Cilea, al Duomo e naturalmente ai tesori custoditi nel Museo Nazionale
della Magna Grecia.
I
lavori sono stati coordinati dal segretario dell'associazione, Natale
Bova, il quale ha premesso che il
Circolo Culturale L’Agorà è promotore, ormai da diversi anni, di numerosi convegni che hanno trattato
argomenti di storia della Calabria e del
Meridione, e che hanno
l’obiettivo di
contribuire a valorizzare il bagaglio culturale, a volte di portata
straordinaria, lasciato dai vari popoli che hanno attraversato il nostro
territorio nel corso dei secoli.
Tra questi i greco-bizantini, gli
arabi, gli armeni, i normanno-svevi, gli angioini, gli aragonesi, gli spagnoli,
gli austriaci, i francesi.Il segretario ha
avuto anche il merito di assemblare il susseguirsi delle relazioni che
hanno illustrato ai presentigliintrecci tra la dinastia degli Angioini del Regno di Napoli e la dinastia
del Regno d'Ungheria, fino all'invasione nel 1300, da parte degli Ungheresi, del
meridione della penisola.
Il periodo in questione è quello compreso soprattutto tra
il nono ed il quattordicesimo secolo e le vicende storiche trattate sono degne
di approfondimento, anche per aver lasciato a Napoli, nel Sud, ed anche in
Calabria, alcune chiare testimonianze, sia sul piano artistico-architettonico
che della nomastica e toponomastica, sebbene in tono minore rispetto ad altri
popoli ed amministrazioni straniere.
Il prof. Giuseppe
Caridi, docente presso l'Università di Messina, ha relazionato su"La
Calabria nel periodo Angioino" delineando in un rapido excursus la
tipologia
delle varie dominazioni succedutesi in Calabria dal X al XV secolo, da
bizantini,
longobardi ed arabi ai normanno-svevi e quindi
agli angioini e agli aragonesi.
Il
relatore si è soffermato principalmente sul periodo
della Calabria angioina durante il quale si svolse l'invasione ungherese del
Regno di Napoli della metà del '300, oggetto del convegno. Carlo d'Angiò
si era insediato nel Mezzogiorno dopo la sconfitta di Manfredi nel 1266 ed aveva
trasferito la capitale da Palermo a Napoli.
Questo fu uno dei motivi di
malcontento dei siciliani che insorsero nel 1282 e con l'arrivo in Sicilia degli
aragonesi fu solo il Meridione continentale (Regno di Sicilia Citra) a rimanere
sotto la corona angioina.
La nostra
Regione che rimase divisa amministrativamente , come al tempo degli svevi,
nelle due circoscrizioni
territoriali di Val di Crati e Terra Giordana (Cosentino, Crotonese, parte del
Catanzarese) e Giustizierato di Calabria (parte meridionale della regione),
attraversò una fase particolarmente critica dalla morte di Roberto d'Angiò
(1343) all'avvento di Alfonso V d'Aragona (1442).
Si
tratta del periodo delle lotte tra le due fazioni degli Angioini di
Durazzo e di Provenza e la situazione diventò ancor più drammatica, a metà
del XIV secolo, oltre che per le vicende belliche e le invasioni ungheresi,
anche per lo scoppio della famigerata peste nera, un'ecatombe che ridusse la
popolazione europea di 25 milioni di unità sugli 80 del totale, e vide la
scomparsa di ben 148 agglomerati urbani nella sola Calabria, con le inevitabili
ripercussioni anche sul piano economico e produttivo.
Si
è passati quindi, con la relazione di Daniele Castrizio dell’Università di Messina,
alla trattazione di fatti
prettamente militari.La sua
relazione su "L'utilizzo di contingenti slavi nell'Italia bizantina",
ha trattato degli equipaggiamenti e delle tattiche usate dai contingenti
militari di stanza nella parte meridionale della penisola.
L'intervento
del Castrizio si è aperto con una premessa di tipo storico-numismatico,
risalente ad un periodo ventennale di lotta tra Durazzeschi e Provenzali, e cioè
la notizia che ci fu un periodo in cui a Reggio e in Calabria, come in Ungheria,
circolarono le stesse monete: si tratta dei tornesi angioini presenti in
Calabria fino al 1328, poi spariti e quindi riportati in Italia dopo il 1350
dalle milizie ungheresi che nel frattempo li avevano utilizzati nel loro
Paese.
In
questa seconda fase tali monete vennero anche nuovamente coniate da zecche
italiane (es. Ancona) ad imitazione di quelle usate dai soldati magiari.
Il
relatore è quindi passato alla trattazione dell'utilizzo dei contingenti slavi da
parte dell'esercito bizantino per la difesa dello stretto di Messina, dopo la
caduta della Sicilia in mano ai Musulmani i quali perseguivano sempre il
progetto di giungere fino a Roma.
E'
stato precisato che le notizie su questo argomento sono ancora esigue ma
meriterebbero un approfondimento, perché poco studiate e perchè fatti toccati
marginalmente dalla storiografia, vista anche l'abitudine bizantina di non
scoprire i rapporti internazionali della città di Reggio e dello Stretto.
A
questo proposito il relatore ha auspicato che la storia bizantina venga riscritta,
rivedendo il luogo comune di quelle "vulgate" che parlano del periodo
bizantino come fatto solo di tasse e di rivolte.
Le
milizie slave sono state dunque sicuramente presenti in Calabria dal IX al XI
secolo come sappiamo da alcune fonti storiche, sigilli, pezzi di ceramica, ed
erano reclutate particolarmente nei temi (province) dei Balcani.
Si
trattava di mercenari a buon mercato, ottimi soldati pronti a difendere la
loro causa fino alla morte, che furono utilizzati per contenere gli Arabi fino
alla metà del X secolo.
I
bizantini erano svantaggiati nei confronti degli arabi, sia da un punto di vista
numerico che nella disponibilità al sacrificio umano: i manuali strategici
bizantini dicevano che era meglio perdere una battaglia che un soldato.
Reggio
riuscì quindi a fermare i saraceni in almeno 7-8 tentativi di
assalto nell'arco di circa 200 anni, grazie ad un sistema di difesa
"elastico" consentito dalla presenza di una fortezza sulla collina del
Trabocchetto, che consentiva la fuga dei reggini verso le alture a ogni notizia
di arrivo degli arabi.
Non
si trattava però di una fuga ignominiosa ma strategica, perché alle spalle
della città era stato costruito un sistema di fortezze, Montebello, Motta
S.Giovanni, Motta S.Niceto, Motta S.Agata, Motta S.Cirillo, Motta Anomeri, Motta
Rossa e Motta Calanna, e dietro ad esse una seconda linea di difesa aspromontana,
che permettevano ai Reggini di intraprendere un periodo di guerriglia con i
musulmani fino a quando questi non avessero smobilitato.
Visto
che le forze di invasione arabe non potevano mantenersi "senza
bottino", venivano ritirate ed il contingente arabo lasciato in loco veniva
sconfitto dal ritorno dell'esercito tematico bizantino, che poteva così
riappropriarsi del territorio.
Le milizie slave verranno utilizzate dai romei anche dopo la metà del X secolo
nel tentativo dell'Imperatore bizantino Basilio II di riconquistare la Sicilia,
caduta in mano agli Arabi.
Tale impresa ebbe come pretesto la vendetta per l'uccisione dell'emiro di
Siracusa , alleato dei Bizantini e nominato Maestro di Palazzo, da parte del
fratello.
A
capo di questo esercito venne posto Giorgio Maniace che con la vittoriosa
battaglia di Troina, grazie anche alle milizie super-specializzate di una
leggendaria "drucina" russa, ebbe spalancate le porte della
Sicilia, ma dovette interrompere la sua impresa perché richiamato a corte dall'imperatore.
Alla
partenza di Maniace i Normanni iniziarono l'occupazione della Puglia, depredata
in maniera funesta dal milanese Arduino, ed il generale che subentrò a Maniace,
che tra l'altro donò un mantello alla Chiesa reggina di S.Nicolò di Calamizzi,
venne inviato a contrastarli.
Ma
gli imperiali verranno cacciati dal meridione nel giro di circa 10 anni.
Il relatore ha anche illustrato al pubblico presente, con l'ausilio di alcune
diapositive, le ricostruzioni di soldati slavi del X secolo, con la cotta in
maglia, i rinforzi di cuoio ed un'armatura leggera con protezioni metalliche
agli avambracci, la spada , lo scudo tondo, la lunga lancia.
Ma
poiché i soldati più efficienti erano quelli a cavallo era stata fatta una
riforma che assegnava un appezzamento di terreno con cui il milite poteva
mantenersi le armi e il cavallo.
Tutto
sommato l'esercito "tematico" non era economicamente costoso e, poichè
combatteva anche per la propria famiglia, aveva buone motivazioni per non
disertare.
Circa
100 anni dopo le armature riportarono solo poche innovazioni.
Sono
state proiettate anche immagini delle milizie della drucina russa che
inizialmente partecipanti all'assedio di Costantinopoli, raffigurato in una
diapositiva, vennero poi integrate nell'esercito bizantino diventandone la punta
di diamante.
I
russi possedevano gli elmi decorati con figure di angeli e santi e portavano il
volto coperto da una maschera.
In
un'altra ricostruzione, fatta da professori greci, i guerrieri russi della
drucina vengono raffigurati come portatori di asce, armi da combattimento di
derivazione vichinga.
Altre
diapositive proiettate hanno infine raffigurato un arciere bulgaro e scene
belliche come lo sbarco
delle navi bizantine sulla spiaggia di Messina con gli arabi morenti o
imprigionati.
L'assetto amministrativo del regno
angioino è stato trattato dal prof. Mario Spizziri
dell’Università degli Studi di Cosenza, che nel corso della sua relazione
“Organizzazione centrale e periferica nel Regno di Napoli” ha evidenziato il
progresso avvenuto sul
territorio, seppure lento, ma che ha portato dei
miglioramenti, sia dal punto di vista sociale che amministrativo.
Re Ruggero il Normanno
(XII secolo) organizzando i suoi possedimenti
dell’Italia meridionale e insulare creò ben 7grandi dignitari e/o ufficiali di quella che - da lì a breve- sarebbe
stata la
novella monarchia con speciali e ben definite attribuzioni.
Essi erano: il Contestabile, il Grande Ammiraglio, il
GranCancelliere, il Gran
Giustiziere, il Gran Camerario, il Gran Protonotario, il Gran Siniscalco.
Un breve ma efficace riordinamento venne operato dal suo successore,
il re Guglielmo I, detto il Malo, che rese stabile e non più provvisoria, quasi
per intero, la compagine e, con particolare riferimento, la Gran Corte di
Giustizia alla quale era preposto, ab origine,il Gran Cancelliere con
l’assistenza pratico-tecnica del Gran Giustiziere.
La Gran Corte di Giustizia
assunse, quindi e in forma ormai irreversibile, la funzione di Supremo Tribunale
a cui facevano capo le Udienze Provinciali presiedute, queste ultime, da
Giustizieri ai quali si riferivano, gerarchicamente, i tribunali minori e/o locali, presieduti da particolari
figure di funzionari: i baiuli.
In
epoca sveva e/o federiciana, dal grande e
illuminato sovrano non vennero affatto mutati gli ordinamenti amministrativi
precedenti ma si tenne anzi a dichiarare in alcune Costituzioni che quella
organizzazione statuale andava rispettata e consolidata e con
una serie di saggi e opportuni provvedimenti.
Ai Giustizieri e/o autorità
provinciali, dipendenti dalla Gran Corte di Giustizia, ormai stabilmente
presieduta dal Gran Giustiziere, in
particolare, fu commessa la somma dei poteri del mero
imperio tranne che per le questioni concernenti i grandi feudi.
Si impose loro,
comunque, che essi ispezionassero le province di loro competenza col molteplice
scopo di rendere più agevole l’amministrazione della
giustizia, di garantire la sicurezza pubblica e il buon funzionamento degli
organismi inferiori (baiuli e capitani).
Il tutto rimase immutato anche
all’avvento e per buona parte del regno di Carlo I d’Angiò.
Ma nel 1283,
allorché il sovrano angioino dovette lasciare Napoli per raggiungere Bordeaux
per quel famoso, strano duello con Pietro d’Aragona, in conseguenza dei fatti
del Vespri e per il definitivo possesso della Sicilia, nella capitale venne
insediata, in supplenza della Gran Corte, la Corte del Vicario, ossia del figlio
primogenito del Re, anch’esso denominato Carlo, principe di Salerno,
l’organismo venne subitamente definito Corte della Vicaria. Allorché, poi,
Carlo, principe di Salerno, salì al trono come Carlo II, re di Napoli, quella
Corte di supplenza venne istituzionalizzata e divenne esecutiva.
Negli intenti
vi era il desiderio di fondere in uno i due supremi organismi ma ciò, come era
già allora in tutte le cose italiche, non avvenne ed entrambe continuarono a
funzionare separatamente per tutta l’epoca angioina.
La Corte del Vicario,
ormai non più presieduta dall’erede al trono, fu, però, posta sotto la presidenza del Gran Giustiziere.
Intanto si
era, sempre di più, venuta a razionalizzarsi la vasta gammadelle competenze del Giustiziere, capo dell’Udienza e/o vero e proprio
Tribunale di provincia.
Questi aveva giurisdizione in materia civile e penalema non poteva ancora intervenire in alcuni ambiti di diritto feudale
ossia nelle vertenze tra feudatari (soprattutto di gran rilievo), demandate
direttamente al supremo organismo di Giustizia.
Inogni provincia, inoltre, in materia fiscale vigilava
l’ufficio del Camerario che, in ambito locale, si serviva anch’esso
dell’opera dei baiuli o baglivi.
Il
baiulo aveva competenza minima per le cause civili e penali, preparava una rudimentale istruzione dei
processi e inviava gli imputati al “suo” Giustiziere.
Quale reperto
occasionale vorrei segnalare, inoltre , che, durante i 176
anni di permanenzadegli Angioini nel regno di Napoli, il foro napoletano fu
ingrandito ed onorato e i magistrati vennero elevati a dignità di casta.
All’avvento,
poi, degli Aragonesi,re Alfonso
volle fondare una “sua” Corte Suprema che potesse giudicare ogni materia
civile, criminale e amministrativa e
la definì “Sacro Regio Consiglio”.
Il presidente del Circolo Culturale
L’Agorà Gianni Aiello ha trattato il tema
relativo a “Gli Ungari dagli Urali allo Stretto” descrivendo diversi aspetti
relativi a tale periodo storico, passando da quelli toponomastici, nomastici,
architettonici a quelli agiografici, «elementi questi -
ha
precisato il
relatore - utili a ricomporre un mosaico di memoria storica che ci appartiene».
Nell'
898, i primi nuclei di Magiari provenienti dalle regioni del basso Danubio
arrivarono in Italia, invadendo il territorio lagunare.
Vengono
fatti quindi chiari riferimenti a pubblicazioni di un
certo rilievo scientifico, come quella dello storico francese Jacques
Le Goff«… L’invasione magiara si svolge secondo il
solito schema. Nel VII secolo gli Ungari si stabiliscono nello stato dei
Kazari, turchi convertiti al giudaismo e stabiliti nel basso Volga, dove
controllano un commercio molto prospero fra la Scandinavia, la Russia e il
mondo musulmano. Ma verso la fine del IX secolo altri Turchi, i Peceneghi,
distruggono l’impero kazaro e spingono verso est gli Ungari. Questi
ricordano agli Occidentali gli Unni. La stessa vita a cavallo, la stessa
superioritàmilitare di arcieri.
L’avanzata
incomincia a partire dall’899 : Friuli, Veneto, la Lombardia, la Baviera, la
Svevia… sono tra le prime aree interessate».
(1)
Nel
921 tornarono ancora in Italia, devastarono nel 924 Pavia e
più
tardi piccoli nuclei di cavalieri magiari erano presenti nell’hinterlanddi Capua e di Benevento, nonché parecchie contrade dell’Italia
meridionale, fino alle Puglie.
Nel 1105 si verificò un primo legame
dinastico tra l'Ungheria ed il meridione d'Italia con le nozze del re magiaro
Calomanno (1095 –
1116) con
Busilla, figlia di Ruggiero I Altavilla di Sicilia.
Viene
quindi trattata l'arrivo degli ungheri in Calabria
nell'alto medioevo, allorquando una milizia magiara era giunta nella
nostra regione, utilizzata dagli eserciti bizantini contro i Longobardi.
A questo evento alcuni Autori fanno risalire il casale Ungarum o Longrium
che sarebbe poi diventato, secondo questa ipotesi, l'odierno abitato di Lungro
(CS) che esisteva già dal 1268.
Va però anche evidenziato che, secondo un'altra ipotesi, l'origine
del nome Lungro deriva dal nome greco
ügros = umido che venne dato a questa
zona.
Ma un altro elemento che rafforza l'ipotesi dell'origine ungherese di Lungro
è il ritrovamento di un teschio di guerriero ungherese in quella zona.
Il
relatore è quindi passato a narrare le vicende storiche relative agli
angioini di Napoli e di Ungheria nel corso del XIV secolo.
La complessa vicenda della successione dinastica al trono di Napoli inizia a
causa della premorienza al padre Re Roberto d'Angiò dell'erede Carlo
l'Illustre, Duca di Calabria, nel 1328 e della volontà dello stesso sovrano
di favorire la successione della nipote Giovanna, ostacolata dalle vigenti
regole di successione che le pretese al trono di Napoli del nipote Caroberto,
già Re d'Ungheria. La questione era stata risolta grazie alla celebrazione del
matrimonio tra Giovanna ed Andrea, figlio di Caroberto.
Di tali nozze parla il
seguente documento del Regesto Vaticano datato
3 Novembre 1333 in cui si legge:«Carolo, Regi Hungarie conceditur dispensatio de matrimonio contrahendo inter
Andream, secundum genitum eius, et Iohannam, primo genitam [Caroli] Calabriae,
seu Mariam, eius sonorem, casu quo Iohanna decederet.-
Dat. Avinione, III Non.
Novembris, Anno Decimoctavo»
Il
Re d’Ungheria era venuto a Napoli ad assistere allo sposalizio del
figliuolo, e quando se ne partì gli lasciò per familiari alcuni suoi ungheri,
“ed
un tale frà Roberto di che lo ammaestrasse di lettere e di buona creanza.” (3)
Il
frate calabrese viene menzionato nel 1333, dopo il matrimonio tra Giovanna I e Andrea
d'Ungheria, entrambi di appena sette anni, celebrato il 26 settembre 1333.
Roberto divenne vescovo di Tropea (1344-1348) sarà un
personaggio chiave della successiva vicenda dell'invasione
ungherese del regno di Napoli che si verificherà dopo
l'assassinio di Andrea d'Ungheriaavvenuto
ad Aversa il 18 settembre 1345 ad opera di una congiura a cui
parteciparono tra gli altri il nobile calabrese Caraffello
Caraffa e
due giovani di nobile famiglia tropeana, Raimondo e Tommaso Pace,
che accusati di partecipazione
all'assassinio di Andrea, furono torturati a morte, sebbene tutti gli storici
siano stati concordi nel ritenerli innocenti; anche il Boccaccio ne fa allusione
in "Filippa di Catania". Successivamente al regicidio,
la vedova Giovanna I, temendo la vendetta del cognato Ludovico e nel tentativo di
farsi scagionare dall'accusa di partecipazione all'assassinio del marito, mandò
lo stesso vescovo di Tropea in Ungheria, in qualità di ambasciatore,
ma tale missione era destinata a fallire.
Il 1° maggio del 1346 Luigi
d' Ungheria spedì ambasciatori al Pontefice chiedendo che Giovanna fosse
deposta, che il figlio Carlo fosse affidato alle cure della nonna paterna
Elisabetta e infine che durante la minorità dell'erede il reame fosse governato
da un consiglio di reggenza. Non
soddisfatto della risposta di Clemente VI, Luigi armò un esercito, con il quale
doveva imbarcasi a Zara, ma questa città ancora una volta si era ribellata ai
Veneziani e si trovava allora bloccata da una flotta della repubblica.
Rimandò
quindi la spedizione e impiegò parte dell'anno
seguente a procurarsi libero passaggio attraverso l'Italia con una serie di
azioni diplomatiche con i vari Stati che avrebbe dovuto attraversare con
l'esercito.
Il
3 novembre del 1347 il
re d' Ungheria si mosse da Buda, proprio quando la regina Giovanna il 20 agosto
si sposò in seconde nozze con il cugino Luigi di Taranto.
L'11
gennaio del 1348 giunse
a Benevento, alla testa di seimila cavalieri, che erano
comandati dal
duca Guarnieri d' Urslingen e qui il relatore fa un riferimento alla nomastica:
infatti il cognome Uslenghi, oggi presente sul
territorio, è una derivazione di tale cognome, così come altri cognomi hanno
derivazione ungherese, es. Buda, Berta (collocato proprio nella
zona di Cataforio (RC) nel territorio di Motta S.Agata, Ungaro, Zungri, Ungheri.
Nello
stesso territorio di Motta S.Agata vi
era una guarnigione magiara, infatti il
territorio di Sant’Agata era sotto l'amministrazione magiara
e“…
durante questo tormentato periodo Sant’Agata fu «una delle poche
piazzeforti che occupata una volta dagli ungheresi non valeva a liberarsene
neppure a guerra finita.» …” (4)
E
qui il relatore lancia due ipotesi: o che i santagatini
ritenevano non più conveniente sostenere la causa di
Giovanna I, oppure l'idea più romantica di
sostenere pienamente le ragioni del sovrano Luigi d'Ungheria.
Il
re magiaro, intanto proseguì il suo percorso e da Benevento
si diresse verso Napoli dove ricevette l'omaggio di diversi
notabili del tempo tra i quali Carlo di Durazzo, cognato di
Giovanna I, ma prima di
entrare nella capitale volle visitare il Convento del Murrone,
dove era stato assassinato il fratello Andrea.
Ma
qui
inveì
contro Carlo di Durazzo, che venne colpito a morte da un milite
ungherese e, successivamente fatto
precipitare da quella stessa finestra dalla quale era stato gettato Andrea.
La
presenza di Ludovico d'Ungheria nel Regno di Napoli durò appena
quattro mesi, in quanto sul territorio scoppiò la peste nera, ed a seguito di ciò il sovrano
tornò in Ungheria, lasciando diverse milizie nel Regno di
Napoli.
Ma
nonostante ciò i contatti tra la Calabria e l'Ungheria continuano,
infatti nel
1349 si hanno notizie di un certo Filippo Misbano, comandante
degli Ungheresi che inflisse una dura sconfitta all'esercito
della regina Giovanna, comandato dal Conte di Chiaromonte "...in
questi luoghi dellaCalabria..."
(5)
Mentre
nel 1352,
alla conclusione della pace tra Giovanna I e Ludovico d'Ungheria
appare la figura di Andrea di Ruggero, nobile di Tropea e
"milites", personaggio che nel Medioevo indicava quel rango
sociale.
Altri
elementi di lettura della relazione di Gianni Aiello sono quelli
relativi alla descrizionearaldica
di uno stemma gentilizio, probabilmente dello stesso
Andrea di Ruggero, ma soprattutto di un altro stemma che
raffigura "l'arme, sostenuta da
angeli ed uno scudo recante le insegne
dell'Ungheria antica, costituite da quattro barreorizzontali
prive della croce patriarcale o di Lorena, ed appartiene a Maria d'Ungheria, figlia di
Stefano V, red'Ungheria, e moglie di Carlo II lo
Zoppo"(6).
Per
quanto riguarda il tema agiografico, il relatore fa un riferimento alla figura
di San Ladislao re d'Ungheria, venerato anche nel Meridione d'Italia, durante
l'amministrazione angioina e di cui una pala che lo raffigura
è ubicata presso la
chiesa di S.Maria della Consolazione di Altomonte (CS).
Gianni
Aiello ha concluso il suo intervento con una famosa citazione del sovrano magiaro Stefano I :«Gli ospiti che vengono dai vari paesi portano
lingue, usanze, strumenti, armi diverse e tutte queste diversità è per il
regno un ornamento, per la corte un abbellimento e per i nemici esterni un
oggetto di timore. Poiché un Regno che ha una lingua sola e un solo costume è
debole e fragile».
________________
(1)
Jacques
Le Goff “LA CIVILTA’ DELL’OCCIDENTE MEDIEVALE”,EINAUDI
(2)padre francesco
russo "regesto vaticano"
(3)
spanÓ-bolani
"storia di reggio calabria"
(4)
giannangelo
spagnolio "de rebus rheginis"
(5)
antonio
de salvo "palmi, seminara e gioia tauro"
(6)
antonio
Vizzone "i casati di tropea"
_________________
L'intervento
di Antonio Stiriti, socio del Circolo Culturale, è stato incentrato sulla
"Genealogia degli angioni di Napoli e di Ungheria", con l'obiettivo
di contribuire ad inquadrare, in una cornice cronologico-grafica, i
protagonisti delle vicende
napoletano-ungheresi del '300 descritte
nella precedente relazione.
In
Ungheria si era stabilita, sin dal X secolo, la dinastia regnante degli ARPAD,
dal nome del suo capostipite, a cui seguirono i principi Zolta, Falicsi,
Tacsony e Geza che convertì il suo popolo al cristianesimo.
Stefano
il Santo fu il primo re a ricevere la corona dal Papato, da allora in poi
detta Corona di Santo Stefano, ed a lui seguirono Pietro Orseolo, Samuele Aba,
Pietro, Andrea I, Bela I e Ladislao I, anch'egli canonizzato.
Il
successore Calomanno (1095-1116) sposò la figlia del normanno Ruggero I di
Sicilia (primo contatto dinastico tra l'Ungheria ed il meridione d'Italia)
mentre i successivi re Stefano II, Bela II, Geza II, Stefano III con gli zii
usurpatori Ladislao II e Stefano IV, Bela II, Emerico e Andrea II
ingrandirono notevolmente lo stato e lo assestarono dal punto di vista
politico e amministrativo.
Si
giunse quindi al regno di Bela IV durante il quale avvenne l'invasione
dei Tartari (1241), punta avanzata in Occidente del grande impero asiatico, ma
tale invasione si ridimensionò fortunatamente per motivi interni.
L'Ungheria
capì comunque di dovere trovare alleati in Occidente e quindi accogliere la
politica matrimoniale degli Angioini, che corrispondeva anche alla precisa
volontà della Santa Sede di consolidare una grande potenza cristiana
nel cuore dell'Europa danubiana.
Carlo
d'Angiò , dopo la sconfitta degli Svevi, si presentava come uno dei principi
più valorosi d'Europa e, avendo ereditato il titolo nominale di Imperatore
latino d'Oriente (1261) e acquisito quello di Re di Gerusalemme (1277), era
desideroso di espandersi verso oriente accarezzando il sogno di ricostituire
l'Impero Romano. Rifiutata la richiesta matrimoniale (1269) di Carlo d'Angiò
per Margherita Arpad, la figlia di Bela IV che preferì restare religiosa domenicana, le
nozze si celebrarono tra l'erede Carlo II d'Angiò e la
principessa arpadiana Maria, figlia di Stefano V, successore di Bela IV.
A
Stefano V successe il figlio Ladislao alla cui morte si estinse la discendenza
maschile della dinastia Arpad ma il trono, subito rivendicato dalla Regina di
Napoli Maria arpadiana a favore del figlio Carlo Martello, andò invece
ad un ultimo discendente illegittimo della dinastia Arpad, Andrea III il
Veneziano che regnò per undici anni.
Successivamente
la nobiltà ungherese elesse prima Venceslao di Boemia, genero di Andrea
III, e quindi il duca Ottone di Baviera.
Nel
frattempo, premorto al padre l'angioino Carlo Martello(1295), fu suo figlio
Caroberto, anche grazie all'appoggio della Santa Sede, che riuscì a
cingere la corona d'Ungheria nell'ottobre del 1307.
Figli di Caroberto furono Luigi il Grande, che gli successe al trono
d'Ungheria, ed il fratello Andrea che sposò l'erede al trono di Napoli
Giovanna d'Angiò e che verrà presto assassinato suscitando l'invasione del
Regno di Napoli, che giunse a lambire anche la nostra provincia, per vendetta
del fratello Luigi.
Tale
matrimonio era stato voluto per acquietare le pretese dinastiche dei regnanti
ungheresi sul trono di Napoli, visto che essendo premorto al padre Carlo
l'Illustre, il Re di Napoli Roberto d'Angiò volle favorire l'ascesa al trono
della nipote Giovanna che come discendente femminile era ostacolata dalle
regole di successione sancite dal Patto di Vassallaggio al Papato di
Carlo d'Angiò (1264) e dalla successiva Bolla Papale di Bonifacio VIII
(1297).
Sul
trono d'Ungheria, infine, alla morte di Luigi il Grande dopo 40 anni di
regno, successe per tre anni la figlia Maria sotto la tutela della
Regina vedova ma il suo trono fu poi usurpato nel 1385 dal re di Napoli Carlo
III di Durazzo, che era stato adottato da Luigi il Grande e molto amato
dai nobili ungheresi.
Carlo
III, re di Napoli e d'Ungheria, regnò però pochi mesi perché fu assassinato
a Buda, in una congiura di Palazzo.
L'intervento
di Antonio Stiriti , apprezzato dal pubblico presente in sala, si è
arricchito della proiezione di ritratti o sculture dei regnanti
protagonisti delle vicende narrate.
Il
prof Pèter Kovàcs,Vice Direttore dell’Accademia
d’Ungheria e delegato dell’Ambasciata Ungherese, nelle sue
conclusioni ha espresso viva
soddisfazione per quanto è stato messo in luce sui diversi punti di contatto
storici tra l'Ungheria e la Calabria, due
aree geografiche lontane per
alcuni aspetti ma ben vicine per altri.
Ha
inoltre manifestato
il chiaro desiderio di proseguire questo percorso culturale ringraziando nello
specifico i componenti del sodalizio reggino che hanno avuto il merito di
trattare questo tipo di argomenti.
Lo stesso auspicio ha espresso la Sovrintendente
ai Beni Archeologici della Calabria Annalisa
Zarattini che, oltre a porgere il Suo saluto, si è complimentata per il lavoro
svolto dal Circolo Culturale L’Agorà.