L'identità femminile tra stereotipo e
innovazione nella narrativa di Katherine Mansfield "
(relatrice Ornella De Zordo) nel 1996.
L'altra
cifra al femminile continua con il lavoro ti di Isabella
Maccarrone "Io sono Sara", che narra di un'adolescente di sette anni
che esterna il suo stato emozionale.
Un
lavoro caratterizzato da
la
piccola Sara comprende
che c’è qualcosa che non funziona tra di essi e
spera che le cose cambiano e che loro no si lasciano,
ma successivamente Sara intuisce che affinché ella
possa crescere serenamente è preferibile che i suoi
si separino.
I
dubbi dei bambini con le parole ed il mondo dei
grandi: il divorzio
Il
mondo dei grandi visto dai più piccoli che saranno, a
loro volta, i grandi di un domani, che si spera
migliore come loro.
“...
ed
io voglio vivere in pace ... ”, dice la piccola Sara,
tornando così al suo mondo spensierato
dell’aquilone e del cielo limpido ed azzurro come
l’infanzia.
Il
lavoro di
Stefano Cacciaguerra “ANSIATTESA” , nel quale l’autore sembra
rispondere e non rispondere alle due
domande (ma sono due domande ? ) che pone già
nel titolo stesso del corto.
Ansia di che cosa ?
Attesa di che cosa ? Un che di irrisolto accompagna la
proiezione del corto che risulta molto godibile.
La
situazione a metà strada sembra essere quella più
propria a Stefano Cacciaguerra che impone anche il ritmo
preciso di questa sua ricerca, quello duplice dell'ansia
e dell'attesa.
In questo lavoro
, dai vari risvolti psicologici, si assiste ad una buona
interpretazione sia da parte dello stesso autore che di Roberta Conti.
Si parla di matrimoni combinati
in una regione del meridione fantastica, la
Calabria, dove
ci sono due sorelle e ci sono delle storie
raccontate da chi le sa raccontare.
Lo
scenario naturale del borgo di Pentedattilo (Reggio Calabria)
fa da
cornice, insieme alle musiche, alle immagini ed ai colori che
come per incanto sembrano rubati ad un tempo trascorso e che
ormai non c’è più e che non ritorna: questi
sono gli elementi trainanti di questo interessante lavoro.
Alla fine lo
schermo del proprio computer di uno scrittore ci informa che si
tratta di un gioco di specchi, ha scritto tutto
un narratore seduto alla sua scrivania.
Buona la prova
di regia di questo autore.
Il cortometraggio ha avuto
un gradimento molto alto a causa, non tanto della
storia che mette in scena, quanto della padronanza del
mezzo tecnico che Milasi ha dimostrato di avere.
Immaginiamo che con un altro budget questo autore
avrebbe potuto produrre opere di rilevanza molto più
grande.
Giacomo Triglia
presenta tre corti, "JORGEN'S SON", "SBILLASDRUVV"
e "ROOM", in essi il giovane cineasta
calabrese si cimenta con la forma/cinema e ne da una
sua interpretazione, trovando dei paesaggi e dei
palcoscenici anche inediti.
Il cinema per Triglia e
tutto, sia esso immagine, sia somma di immagini, sia
scomposizione di immagini.
Triglia monta smonta e
rimonta il suo oggetto e rimane dentro al cinema pur
tentando di scalzarlo o di metterlo tra
parentesi.
L’alba
con le sue speranze, in "Room", i progetti, i sogni, il
dramma dei
sentimenti strappati, il tutto concentrato in una stanza e dalla
quale non riescono ad uscire imprigionandone nei suoi pensieri
l’attore principale.
Sogni
che si infrangono in una grigia realtà, ripensamenti, addii,
partenze, orgoglio, a volte stupido che fa rimanere fermi
sulle proprie idee e che non fa ritornare indietro le
decisioni prese ormai amaramente.
L’interprete
del corto vede trascorrere la propria in un video e lo stesso, suo malgrado, è privo di quel telecomando
imprigionato da quelle attitudini sentimentali che non lo
fanno tornare indietro.
Ancora si parla dei
sentimenti traditi nel successivo lavoro di "Sbilladrass
Duvv", dove i nobili pensieri, gli stati emozionali,che
si scontrano con le attitudini dei
vigliacchi che invece giocano con gli altri , vite che continuano
ed altre che finiscono miseramente proprio per queste
situazioni sentimentali.
Questa
è la storia di Floberto che alla fine di questo film si
toglie la vita perché stanco, ferito nei sentimenti, sepolto
da una storia sentimentale finita male, mentre il titolo del
corto è il nome di colei che lascia Floberto per continuare
la sua vita con un altro.
Eccellente
il ruolo di Alfredo Messina nei tre prodotti dell'autore
in questione che con il conclusivo "Jorgen son",
prodotto presentato anche al "Torino film festival
2004", parla di una svolta di una persona, quella di Jorgen che succube sin dall’infanzia
della madre, riesce ad uscire da questo “status” a soli 28
anni, assumendo una nuova visione e dimensione della propria
vita.
Pierpaolo Moio
presenta "OGGIDOMANI", "LA PRIMA (S)VOLTA",
"REWIND" e "CARS", si nota in
questi corti una vena malinconica di un autore che sta
compiendo un suo personale percorso che lo sta
portando a confrontarsi con i grandi temi non solo del
cinema ma anche dell'esistenza.
L'obiettivo
d'inseguire
la vita e di rimanere sempre fuori tempo e fuori dal tempo,
questo si avverte ne “LA
PRIMA (S) VOLTA”, dove una voce fuori campo «...corri, corri è sei sempre al punto di partenza, tu insegui la vita e sei
sempre fuori
... »
descrive le scene di una palestra atta a
valvola di sfogo di personaggi che nella vita quotidiana passata
tra carte, uffici, inseguimenti, un palestra come luogo di
rifugio, come luogo di scontro di stress causate
"... da poche ore
prima vissute tra pause pranzo, ore in macchina in una città
che potrebbe essere qualsiasi città...".
“MAN
IN THE LOOP” – un refrain
del primo lavoro dove una sequenza del precedente corto viene
portata all’esasperazione sia per quanto riguarda la
ripetizione della stessa che per la sua elaborazione con lenti
ed effetti vari. “REWIND”
- un
lavoro in bianco e nero che riprende le vecchie tecniche di
ripresa dei primi film, questo è quanto si evince dalle prime
scene del corto.
Come
d’incanto, ma è un trucco di ripresa, ciò che era kaos
diventa ordine, magari fosse così, "OGGIDOMANI"
presentato nelle precedenti edizioni e “CARS”,
dove l’essere
umano risulta
prigioniero della tecnologia, delle macchine, quali
esse siano, schiavi del progresso da loro creato: gli uomini
che inconsapevolmente diventano contenti di questa strana
situazione da loro creata, dove tutto risulta vuoto come il
tempo ma anche scenari caratterizzati da cd,
computer, fabbriche abbandonate che fanno da cornice ad uno
scenario inquietante ma nel contempo attuale, una sorta di
“Metropolis” profetica.
I panorami e le
situazioni che Moio mette in scena non sono mai
banali, una riflessione conduce verso di essi, un
pensiero domina l'uso della macchina che egli mette in
atto ed in scena.
Ed in questo percorso
l'autore incontra
probabilmente anche diversi luoghi cruciali del nostro
stesso essere in scena di individui e persone di
questa modernità.
Pierpaolo
Moio, alla fine, fornisce una prova
di regia che convince.
Di seguito due corti
di Mauro John Capece, "IL SOPRANISTA" e
"IL RAZZISTA", le parole e le immagini si
fanno amare, le atmosfere tenui, siamo dalle parti
della poesia ma questa poesia viene enunciata da Capece mai didascalicamente.
Nel
primo lavoro il gioco di luce degli interni del set
ricordano i lavori di Peter Greenway in “I misteri del
giardino di Compton House”
o “Barry Lindon” di
Stanley Kubrick.
Forte la cura delle ambientazioni.
Capece sta acquistando una maturità che ne sta
facendo una firma autorevole del tutto originale nel
panorama italiano.
Poi si passa ad
Alessandro Brucini che presenta
"LABYRINTHUS
K", si tratta di un montaggio di
scene tratte da film di Kubrik, da Shining a Barry
Lindon passando per 2001 Odissea nello spazio, il
cinema di Kubrik come labirinto, lo stesso labirinto
che il giardino dell'Ovelooclk hotel rappresenta.
Brucini conosce molto bene il cinema di Kubrik e lo
usa per comporre il suo cinema che non solo montaggio,
ma anche cura del montaggio e quindi regia.
Mario Ventrelli
presenta "QUAL PIUMA AL VENTO", il corto più
ironico visto al festival di questo anno, con
citazioni criptopolitiche ed un intreccio calibrato su
situazioni improbabili.
Il comunismo, il cristianesimo
e la campagna si mischiano in un corto che propone non
solo la risata ma anche la consapevolezza della
risata.
Il che non e poco in un bella prova di
regia.
forse uniti dal
gioco, il gioco delle carte.
Ora comparse ora scomparse le carte mettono “in
gioco” questa coppia che si muove negli interni di
un appartamento metropolitano.
Quando
si alza il fatidico muro nei rapporti interpersonali, nello
specifico, nel rapporto di coppia, si creano situazioni di
appannamento, come si può evincere nelle sequenze visive dei
primi fotogrammi del lavoro di Milo Busanelli , dove le sequenze iniziali ben si collegano con quelle
finali, dove l’altra parte, la lei, esterna la sua
disperazione con una esclamazione : « ...
non sento !...»
, quindi manifestando con sorpresa quelle sensazioni emotive che forse
accompagnavano lo status emozionale dell’altra parte, il lui che nelle
scene iniziali cercava un contatto con l’altra metà senza
avere dei cenni di risposta.
Un lavoro psicologico, reale
sulla chiusura della comunicabilità .
Il risultato e a metà
tra il pasticcio appunto metropolitano ed un ibrido di
azioni e reazioni non risolto e non risolvibile.
Potremmo dire un cortometraggio postmoderno.
Antonella Questa
presenta "L'OCCASIONE", un corto basato su
una storia che si svolge in un autogrill, nel quale
avviene una scena di corteggiamento che non si
concretizza.
La Questa avrebbe potuto essere ancora più
caustica mettendo in scena un ambulanza che porta via
il corteggiatore ma a preferito farlo affogare con una
caramella, il risultato non muta e ci regala un opera
gradevole e godibile.
Occasione naturalmente e il
fatto che ci sia una ragazza, dentro l'autogrill, che
risponda alle attenzioni del corteggiatore.
Il lavoro di Lorenzo Seccia con "PASTA, RUCOLA E PATATE", è una messa in
scena di una finta ricetta come nei talk show
televisivi, la ricetta del titolo ci viene fornita
interamente ed il risultato risulta la comune
condizione di telespettatori che credono a tutto
quello che viene loro detto dal tubo catodico.
Per chiudere Alberto
Carbone propone "RIFLESSIONI" ovvero il
riflesso che non riflette più il riflettente, in una
camera da bagno. Gioco di specchi e gioco di forma e
sostanza, insomma
puro cinema fatto di invenzione.
Ed il corto finale
quello di animazione realizzato da Andrea Princivalli e Francesca
Tosetto dal titolo "SCARABOCCHIO".
Un
lavoro costituito da uno spot realizzato per l'UNICEF
che riesce anche a strappare un sorriso per le morbide
attitudini emotive messe in scena da un bimbo disegnato ed
animato molto bene.
La sesta edizione
del festival Hypergonar ha cosi presentato
cortometraggi di autori provenienti da varie realtà
italiane non privilegiando nessuna regione in
particolare.
Alla fine quello
che venuto fuori e un panorama di cinema
indipendente ancora tutto da scoprire nelle sue
potenzialità e che potrebbe dare frutti molto
importanti.
Anche i generi
tradizionali del corto sono stati rappresentati
degnamente a testimonianza di un impegno, quello del
sodalizio culturale reggino che va sempre nella
direzione di cercare il meglio per le proprie
manifestazioni.
Confermata la vocazione di Hypergonar Fest quale vetrina
nazionale sul cortometraggio che mantiene viva la
curiosità per la produzione culturale cittadina, soprattutto
giovanile.