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Il
Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria ha
ospitato il convegno internazionale organizzato dal
sodalizio reggino che risalta certamente,
oltre che per l’interesse del tema trattato
soprattutto per la presenza, come ospiti del
Circolo Culturale L’Agorà, di due personalità di elevato
profilo istituzionale e culturale: si
tratta di S.E. Istvàn Kovacs, Ambasciatore della Repubblica
di Ungheria in Italia (presenza inedita del massimo
esponente della diplomazia magiara nella nostra città) e
del prof. Làszlo Cszorba, Storico e Direttore
dell’Accademia d’Ungheria .
La
manifestazione è stata organizzata, nell’occasione del 50°
anniversario di quella rivoluzione dal Circolo Culturale
L’Agorà, con il proprio
Centro Studi “Árpàd” (dal nome della dinastia
ungherese che si imparentò con gli Angioini di Napoli) ed
in collaborazione con l’Accademia d’Ungheria e col
patrocino del Comune di Reggio Calabria e del Ministero per
i Beni e le Attività Culturali – Archivio di Stato
di Reggio Calabria.
E’
una circostanza certamente singolare che un evento della
storia europea del ‘900 sia stato trattato, a così alti
livelli proprio, nella città di Reggio che, sebbene
geograficamente lontana dalla mitteleuropa è stata
nell’antichità una delle colonie della Magna-Grecia in
cui vennero elaborati i presupposti culturali della civiltà
europea ed occidentale, ed ancora oggi si contraddistingue
per una notevole vivacità culturale, oltreché, purtroppo,
per altri primati negativi.
E
a tal proposito si potrebbe aggiungere che l’anelito alla
libertà ed all’affrancamento dalla dittatura sovietica
che espresse il popolo ungherese in quei tragici fatti del
1956, è lo stesso sentimento che anima molti calabresi e
meridionali, soprattutto giovani, desiderosi di affrancarsi
dalla “dittatura” di certi poteri criminali che hanno
insanguinato il nostro passato lontano e recente e
costituiscono spesso un serio limite alle libertà
individuali e ad un sano sviluppo della nostra società.
Si
è voluto così continuare a percorre
la strada della memoria storica rivolta alla terra
d’Ungheria, anche sulla base dei risultati di un
precedente convegno “Le milizie ungheresi e slave nella
Calabria medievali” che ha trattato i rapporti storico
culturali tra il territorio calabrese e meridionale ed i
popoli e regnanti
magiari nel periodo medievale.
In
quell’incontro si è ricomposto un mosaico di memorie
storiche che testimonia il passaggio di quelle popolazioni e
di cui rimane traccia in alcuni aspetti toponomastici,
nomastici, architettonici e agiografici.
La
manifestazione odierna di alto rilievo culturale è stata preceduta da una
visita
presso l'Ambasciata della Repubblica di Ungheria dove si è tenuto un incontro
tra l'alto rappresentante magiaro dott. Istvàn Kovàcs ed il presidente del
Circolo Culturale L'Agorà Gianni Aiello. Oggetto
della conversazione, svoltasi in un clima cordiale, è stata la definizione
ed organizzazione del convegno reggino, e oltre a delineare nello specifico le varie fasi del
conferenza, è servita a rinsaldare i legami di amicizia e collaborazione
tra il sodalizio
reggino e la prestigiosa sede istituzionale magiara.
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Hanno
aperto i lavori del convegno i saluti dela
Soprintendente Reggente ai BB.CC.AA. della Regione Calabria Annalisa
Zarattini, la quale ha dichiarato innanzitutto di trovare quasi commovente la
volontà di fare cultura dentro il museo, che è uno
dei custodi delle memorie storiche del nostro
territorio, ed ha anche auspicato il proseguire di
iniziative come queste.
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É
quindi seguito l'intervento del Direttore dell'Archivio di Stato di Reggio Calabria
Lia Baldissarro: «Ringrazio
il Circolo Culturale L’Agorà per la possibilità che ci dà
per conoscere un popolo amico perché la conoscenza è alla
base di ogni amicizia, perché chi si conosce si può
reputare amico. E l’amicizia nasce dalla conoscenza dei
limiti e dalla comprensione reciproca. Quindi conoscenza
equivale amicizia. Quindi quanto facilmente si possono
coltivare le amicizie tra le persone tanto facilmente si
possono creare le amicizie tra le Nazioni, quindi attraverso
lo studio, nelle
tradizioni, della storia degli altri popoli che permette che
questo sentimento sia saldo.
Nell’Archivio
di Stato di Reggio Calabria noi abbiamo non numerosissimi ma
una buona quantità di documenti che dimostrano qui rapporti
esistenti tra quella che era l’Italia, il Regno di Napoli
prima e l’Italia unita dopo e l’Ungheria.
E
soprattutto dimostra un comune denominatore e in molti
tratti della storia, fatto stesso che le nostre bandiere
sono uguali nei colori, anche se con disposizioni diverse
significa che le due nazioni hanno combattuto per la libertà,
l’indipendenza, alla stregua e con la stessa forza, io
ritengo.
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I
documenti riguardano il periodo angioino, quindi
quello medievale, per poi passare a quello
rinascimentale, quello risorgimentale per poi
terminare con i documenti che riguardano i fatti,
argomento dell’importante manifestazione che si terrà
oggi presso la prestigiosa sede istituzionale e
relativi ai fatti della rivoluzione ungherese del 1956
e quindi alla profonda reazione che la popolazione
italiana ebbe a seguito di quei tragici fatti.»
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Prima
di affrontare le argomentazioni trattate dal sodalizio
reggino, ci sembra opportuno fare qualche passo indietro
nel tempo, per capire come e perchè si arrivò a quei
tragici e nel contempo eroici fatti che si verificarono in
terra magiara e che furono i primi sintomi di insofferenza
verso il regime comunista sovietico che ne causarono la
prima vera
crisi politica internazionale dello stalinismo
post-bellico. Risulta
interessante vedere le posizioni sia degli USA che
dell’URSS e come si giunse alla strutturazione dei due
blocchi e di conseguenza alle “tensioni” che quello
stato di fatto venne a creare.
Tra
le due super potenze vincitrici, sicuramente fu l’URSS
quella che dal secondo conflitto mondiale uscì con un bilancio non incoraggiante,
caratterizzato da 18 milioni di morti e diverse città
sotto le macerie in quanto dilaniate dai combattimenti con
la Germania nazista e nonostante tali effetti devastanti,
ebbe il merito di una rapida ripresa, grazie anche
all’attuazione della politica di indebolimento dei
territori occupati a favore del territorio sovietico.
Strumento
questo atto ad una rapida ed efficace manovra per la
propria ripresa industriale ed economica e di conseguenza
vennero imposte dure sanzioni agli
ex alleati della Germania ( Ungheria, Romania e Bulgaria
) che vennero indebolite nelle risorse finanziarie, nelle
derrate agricole e soprattutto nelle aree industriali che
dopo il loro smantellamento dai territori di origine,
trovarono successiva ubicazione logistica in quello dell’URSS.
Tali
situazioni determinarono il rinnovo dei quadri
dirigenziali dei paesi satelliti ed il conseguente
“cambio” dei funzionari polacchi, bulgari,
cecoslovacchi, ungheresi, rumeni “non allineati” al
sistema del blocco sovietico e la fase della
collettivizzazione economica, la
COMECON strumento grazie al quale l’URSS si
assicurò il controllo delle economie dei paesi satelliti.
Gli
USA furono l’unico paese che alla fine del secondo
conflitto mondiale ebbe notevoli vantaggi in tutti i
campi da quello militare, non avendo avuto nessun tipo di
problema logistico, cosa che ebbero gli altri alleati,
quali bombardamenti, occupazioni, a quello economico anche
in virtù che il dollaro statunitense sarebbe divenuta
l’unica moneta a poter essere convertita in oro.
Altri
capitoli di notevole riscontro effettuati
dall’amministrazione statunitense del dopo furono la
NATO ( North Atlantic Treaty Organization ) , la creazione
di due nuovi istituti economici internazionali, quali la
Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale: tali
strumenti avevano il compito di effettuare una politica di
prestiti finanziari a tasso agevolato per lo sviluppo dei
paesi più arretrati, come “ Piano Marshall “ , utile
strumento per la ricostruzione economica dell’Europa che
ebbe anche un ruolo influente sulla politica economica
delle nazioni che ne fecero utilizzo e di conseguenza
fu anche una diga atta a frenare l'espansione dell'URSS,
tanto che il governo di Mosca non permise alla
Cecoslovacchia ed alla Polonia di poterne usufruire.
Si
crearono quindi due blocchi: quello occidentale (USA) e
quello orientale (URSS) con le rispettive zone
d'influenza, di cui il primo fondava i suoi presupposti su
una economia capitalista mentre l'altro su una economia
statale, ma i entrambi i casi i paesi che vi aderirono
erano dei satelliti nei confronti delle due grande
orbite d influenza sia militare che economica. Alla
creazione dell'istituto economico della NATO seguì
quello militare del PATTO ATLANTICO (1949) e
successivamente all'entrata della Germania Ovest (1955),
qualche settimana dopo l'URSS rispose con il PATTO DI
VARSAVIA cui aderirono Albania,
Bulgaria, Cecoslovacchia, Polonia, Repubblica
Democratica Tedesca, Romania ed Ungheria,
C'è
da evidenziare
che vi furono delle scelte coraggiose, visti anche i tempi
e le situazioni logistiche, atte al non allineamento ad
uno dei due blocchi, come la Jugoslavia di Tito che non
vi aderì, optando la sua scelta politica-economica
indirizzata alla "via nazionale del
socialismo" e preferendo di continuare il
proprio personale percorso governativo sia nella politica
interna che in quella estera, posizionandosi quindi
in una sorta di corridoio neutrale tra Est ed Ovest.
Quindi
lo scenario diplomatico tra i Paesi vincitori , dopo la
parentesi di Yalta, (4 febbraio 1945) dove si stabilì
l'intento di tutelare i diritti dei popoli
dell'Europa liberata, non fu sicuramente lo stesso anche
in virtù di una serie di avvenimenti che fecero
crollare quanto stabilito ad Yalta con l'ondata di arresti
e persecuzioni avvenute in Bulgaria, Romania
ed in Polonia (le
condanne eccellenti del bulgaro
Kostov ed il rumeno Patrascanu, mentre il polacco Gomulka
venne semplicemente arrestato) l'esercito
sovietico fece relegare nelle galere i vertici dell'Armia
Krajova, la principale formazione polacca antinazista, per
non parlare dell'occupazione miliare di Trieste e Pola da
parte dell'esercito jugoslavo, mentre a riguardo
l'Ungheria ecco cosa ebbe a pubblicare
in data 16 aprile del 1948 il quotidiano Continental
News Service:”Il lunedì di Pasqua fu decretato giorno festivo. Approfittando del
fatto che i
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lavoratori non erano nelle aziende, i
funzionari governativi vennero a prenderne la direzione.
Il giorno dopo i lavoratori trovarono un nuovo padrone”.
Di conto nell’America latina gli USA “riequilibrarono” alcuni assetti
amministrativi come quelli avvenuti a Cuba nel 1952 con
Fulgencio Batista, in Guatemala nel 1954 Carlos Castello
con Armas, a Panama, dove venne rovesciato il governo di
estrazione marxista, in Germania il partito comunista
venne bandito e negli Stati Uniti vi fu la duplice
condanna a morte sulla sedia elettrica dei coniugi Julius ed Ethel Rosenberg, accusati di
spionaggio filo-sovietico, sentenziata nel penitenziario di
Sing Sing
nello Stato di New York, il 19 giugno del
1953.
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Altro tassello di non secondaria importanza fu quello rappresentato dalla
crisi di Suez avvenuta il 26 luglio dello stesso anno, a
seguito dell’entrata dell’Egitto come ente giuridico
atto al controllo del canale ed alla sua nazionalizzazione
che scaturì nelle operazioni
militari organizzate dalla Francia, Gran Bretagna ed
Israele che ebbero un’azione logistica di una settimana
e che provocarono la chiusura commerciale per diversi mesi
dello stesso e tale crisi internazionale si concluse quando l’URSS minacciò
un suo pronto intervento sia dal punto di vista militare
che politico per sostenere l’Egitto, a seguito di ciò
gli USA intervennero per il ritiro delle truppe
britanniche, francesi ed israeliane e subito dopo le
Nazioni Unite dichiararono
di Suez di
pertinenza dell'Egitto.
La
guerra fredda, quindi, se vogliamo, è stato un pretesto
per le ambizioni di espansione delle due superpotenze
vincitrici del secondo conflitto mondiale, nella
fattispecie USA ed URSS che dietro la presunta minaccia
politico-militare dell’avversario hanno con duri
interventi rovesciato i citati governi in America latina,
per quanto riguarda la politica statunitense, mentre al
contempo nell’Europa orientale, il governo di Mosca,
sopprime quei governi con il “chiaro intento” di difendere “il
socialismo e la libertà dall’imperialismo americano”,
quindi essa, se vogliamo ha inizio con la conferenza di
Yalta, dove, nella penisola di Crimea, i tre statisti
Churchill , Roosevelt e Stalin ne decisero
le zone di influenza tra USA e URSS, questo quindi il
quadro della situazione nelle due sfere di influenza delle
due super potenze.
Nello
stesso periodo durante un comizio tenutosi a Milano in
piazza Duomo il 14 marzo del 1948 ,
il socialista Pietro Nenni
, allora nel raggruppamento misto del Fronte Democratico
Popolare ( cui avevano aderito i comunisti),
in occasione delle elezioni politiche ebbe a dire:
«… non faremo le elezioni per dare alla
Repubblica Italiana una direzione repubblicana e per
risolvere i problemi sociali del Paese. Così pure non
faremo le elezioni per la Russia o contro la Russia,
prendendo come base e fondamento della nostra lotta
gli avvenimenti dell'Europa Centrale ed Orientale.
Ho visto Milano tappezzata di manifesti a lutto per
la democrazia in Cecoslovacchia. Vorrei essere
sicuro che gli autori di quei manifesti non sono coloro
che nel 1939 hanno acclamato Hitler quando invadeva la
Cecoslovacchia o hanno benedetto gli eserciti
hitleriani che entravano a Praga…. Comunque anche di
fronte agli avvenimenti della Cecoslovacchia noi
abbiamo detto come sempre una parola obiettiva e serena.
Prima di tutto contestiamo che si possa misurare il
destino del popolo italiano sul metro degli
avvenimenti che si svolgono in paesi che si muovono
su un diverso piano e che hanno altri problemi da
risolvere. In secondo luogo, se si vuol fare un
processo di lesa democrazia alla classe lavoratrice
cecoslovacca perché si è costituito a Praga un governo
il quale con la sola alleanza dei comunisti e dei
socialdemocratici totalizza il 57 % dei voti, noi abbiamo
il diritto di chiedere che razza di democrazia sia
allora quella di cui ci delizia la democrazia cristiana la
quale esercita il potere sulla base dei risultati
elettorali del 2 giugno, quando essa ebbe il 35 %
dei voti contro il 40 % di voti socialisti e comunisti…»
, risulta chiaro il messaggio del leader socialista
che si riferisce all’invasione sovietica del territorio
boemo che in quel periodo aveva cercato di staccarsi
dall’orbita sovietica e di conseguenza “punito” con
l’occupazione da parte dell’Armata Rossa, ma chiari
riferimenti risultano anche quelli relativi a ciò che
accadeva oltre oceano.
Sempre
nello stesso anno risulta necessario ricordare anche il
malumore che serpeggiava nella classe operaia dei
territori dell'Europa orientale nei confronti dei quadri
dirigenziali, quindi i fatti della Repubblica Democratica
Tedesca, registratisi a Berlino Est il 17 giugno del 1953,
quelli avvenuti in terra boema presso la fabbrica della
Skoda a Plzen che anche in quel caso venne repressa
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violentemente, come anche a Poznan, in Polonia, del 28
giugno 1956 che registrarono la morte di circa cento
operai: furono questi i primi ma chiari segnali di
insofferenza nei confronti della politica moscovita, così
come avvenne nella fabbrica di automobili di Csepel (quartiere a sud di Budapest) ma
anche ad Oz, Diosgyor, situazioni queste che indebolirono
l'amministrazione magiara di Janos Kadar, favorendo
quindi, l'ascesa della corrente politica di Imra Nagy.
Ma
questi eventi scaturiscono dalle reazioni dei risultati
del XX Congresso del PCUS che si tenne a Mosca dal 14 al
25 febbraio dello stesso anno, quando al termine dei
lavori
il
neo presidente dell’URSS Nikita
Chrušëv presentò
il famoso rapporto segreto su Stalin e sui
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crimini che
vennero effettuati durante il suo lungo mandato politico,
che vene pubblicato dal New
York Times
il 4 giugno dello stesso anno.
All'importante
manifestazione parteciparono per ovvi motivi i massimi
rappresentanti dei partiti comunisti della terra, tra i
quali Palmiro Togliatti che appena " ...
tornato in Italia tace sul rapporto segreto di Kruscev e
romperà il silenzio, con parole molto caute e ben
calibrate, solo nel giugno quando la denuncia dei crimini
di Stalin appare sulle pagine dei quotidiani di tutto il
mondo. La prudenza, una prudenza ossessiva, ma
indispensabile per sopravvivere ai vertici del mondo
comunista, è forse il motivo più convincente per
spiegare l'atteggiamento di Togliatti che ha passato
incolume vent'anni della sua vita - gli anni del terrore
staliniano - nell'olimpo comunista, a stretto contatto con
il dittatore sovietico. ... " (1)
Memorabili
rimasero le parole che il segretario generale del PCUS
ebbe a pronunciare ai presenti ma nel contempo la denuncia
che fece al mondo intero:” Compagni! Il culto della
personalità ha causato la diffusione di principi errati
nel lavoro del partito e nell’attività economica, ha
portato alla violazione delle regole della democrazia
interna al partito e dei soviet …, a deviazioni di ogni
sorta che dissimulavano le lacune e coprivano la verità”.
Intanto
nell’Unione Sovietica venivano riabilitati i primi
prigionieri politici dei gulag; per ex prigionieri, come
Susanna Petschura e Juri Fidelholz, al ritorno a casa ci
fu il divieto però da parte del KGB di raccontare quello
che succedeva nei gulag. I reduci furono considerati come
stranieri in terra propria.
In
Ungheria, il capo del Partito, lo stalinista Matyas Rakosi,
riabilitava (29 maggio) il ministro degli interni Laszlo
Rajk giustiziato per impiccagione nell’ottobre del
1949, secondo le accuse per aver complottato con il
Vaticano, la Jugoslavia titina e gli Stati Uniti contro il
governo magiaro.
Il
6 ottobre ne venne officiata la sua commemorazione alla
quale assistettero diverse migliaia di partecipanti, le
cronache ne annoverano le presenze al funerale di 200.000
persone che ad esequie finite marciarono compatte
inneggiando alla fine dello stalinismo.
La
reazione nei paesi satelliti fu diversa da stato a stato:
per la DDR si trattò semplicemente di distanziarsi dalla
linea tenuta da Stalin, in Polonia invece si respirava un
clima di insoddisfazione per l’aumento dei prezzi e per
il crollo del potere d’acquisto, così come in terra
magiara dove i
“collaborazionisti” del regime sovietico guadagnano
10.000 fiorini mensili mentre mese
un operaio un impiegato non superava i 600 fiorini.
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Nel
luglio del 1956 Rákosi venne nuovamente costretto ad
abbandonare il governo e nell’estate dello stesso
anno si assistono a numerosi fermenti come quelli
studenteschi e quelli gravitanti nella sfera degli
intellettuali come il Circolo Petöfi dove si tenevano
le riunioni degli studenti che in precedenza il
governo tentò di vietare. Tale
associazione culturale era costituito da componenti
facenti parte della sezione giovanile del
Partito dei Lavoratori Ungheresi. |
A
tal proposito in una riunione organizzata 22 ottobre il
sodalizio culturale ungherese stila il programma in
favore della classe lavoratrice: " [...]
il Comitato Ccentrale e il Governo devono assicurare
lo sviluppo della democrazia socialista con tutti i mezzi
possibili, sostenendo le legittime aspirazioni della
classe operaia, introducendo l'autogestione delle
fabbriche e istituendo una vera democrazia operaia
[...]". (2)
La
svolta avviene all’imbrunire del 23 ottobre, quando durante
un'imponente manifestazione gli
studenti dell’Università Tecnica fecero un raduno in
piazza Josef Bem per solidalizzare con il leader polacco Władysław
Gomułka autore di numerose riforme atte ad una
"via polacca al socialismo": la manifestazione
attirò una folle numerosa e ben prestò si trasformò in
un corteo che si snodò per le vie di
Budapest, chiedendo il ritorno di Nagy alla guida
del paese: fu la primavera di autunno.
Il
pacifico corteo venne bruscamente interrotto dalle armi da
fuoco delle forze dell’ordine di sicurezza (Államvédelmi
Hatóság
o ÁVH) lasciando sull’asfalto molte vittime.
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L’AVH
aveva sede al numero civico 60 di viale
Andrássy sede del partito delle Croci Frecciate prima e
dell'ÁVH poi, è oggi sede del Museo
“Terror Háza”:
” [ …]
il comando dell’Ávo era al numero 60 del viale
Stalin, uno degli indirizzi più eleganti di Budapest: era
stato la
sede del comando delle Croci Frecciate. Per
diciotto
mesi, dopo la «liberazione»
per
ordine di Rákosi il partito comunista arruolò molti
elementi delle Croci Frecciate nell’organizzazione
privata di sicurezza che stava organizzando per se stesso.
[
…]
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All’esterno, il numero 60 assomigliava a qualunque
altro elegante palazzo per uffici. Le auto dell’Ávo –
sempre Pobeda nere con le tendine ai finestrini –
scaricavano le persone arrestate in una strada laterale,
via Csengőry, entrando da un portone in un cortile
che a prima vista sembrava del tutto innocuo. Tuttavia, su
uno dei lati del cortile l’Ávo aveva eretto un muro
alto sei metri e piazzato una torretta di sorveglianza con
una mitragliatrice presidiata ventiquattro ore su
ventiquattro.
All’interno di questo mondo c’erano
celle umide, camere di tortura con equipaggiamento che
andava dalle fruste alle morse per le unghie e dagli
sfollagente agli elettrodi. Negli scantinati c’era il
terribile lefolyó, un bagno di acido nel quale i resti
delle vittime venivano scaricati nel sistema fognario
principale della città […]” (3)
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14.02.2006 |
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Dopo
l'inizio degli scontri la reazione fu imminente: ogni
monumento che riecheggiava l’amministrazione staliniana
venne rovesciato o fatto a pezzi come la statua di Stalin
(simbolo di un regime di bugie che si proclamava
una “dittatura del proletariato” e una “repubblica
popolare”), venne assaltata la sede della radio e
nel contempo gli operai delle fabbriche d'armi rientrarono
sul posto di lavoro per prendere tutto ciò che occorreva
per distribuirlo alla popolazione per difendersi: era
l'inizio della rivoluzione che ben presto si estese in
tutta la nazione magiara con le relative azioni repressive
da parte delle forze dell’ordine.
Il
governo presieduto dagli stalinisti Ernő
Gerő(segretario
del partito) ed
András
Hegedűs venne sciolto ed il giorno successivo
Imre Nagy viene nominato Primo Ministro,
anche
se i patrioti
avevano designato come primo ministro Dudas, uno
dei leaders della rivolta, che cercò di mediare tra le
parti, visto
il precipitare degli eventi, trasmettendo via radio il suo
programma nel quale indicava di volere riprendere il
programma delle riforme se fosse ritornata la cala tra gli
insorti ma questo non ebbe gli effetti previsti, infatti i
Consigli degli operai e dei contadini stilarono un
programma dettagliato indirizzato a precisi punti, la fine
delle ostilità, il ritiro dei sovietici, l'abolizione
della polizia segreta, libere elezioni e l'uscita dal
patto di Varsavia.
Il
25 ottobre il colonnello Pal Maleter , seguito da vaste
schiere dell’esercito s’unisce agli insorti, tutto
questo stato di cose costrinse l’Armata Rossa il 29
Ottobre di abbandonare, anche se momentaneamente Budapest.
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Ma
ciò non ebbe i gli auspici sperati ed il giorno
successivo iniziò lo sciopero generale indetto dai neo
eletti consigli della classe operaia che con questa
operazione tentarono di sottrarsi al
controllo della burocrazia politica sovietica, chiedendo,
come da programma l'uscita dell'Ungheria dal Patto di
Varsavia, cosa che Imre Nagy fece il primo novembre,
decisione che scatenò la reazione del Cremlino che inviò
il 2 novembre diverse unità del KGB che stazionavano nei
dintorni dell'aeroporto della capitale magiara.
Infatti,
dopo una falsa partenza delle truppe sovietiche il 3
novembre, che permise
la loro riorganizzazione
strategica, quindi
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il loro
posizionamento sui confini ungheresi,
si
assistette al ritorno all’alba del 4 dello stesso mese
dell’Armata
Rossa a Budapest, che non tenendo conto delle trattative
in corso tra Imre Nagy e Yuri
Andropov,
occupò i punti strategici della capitale magiara.
Si
assistette ad una lunga serie di incursioni aeree,
bombardamenti di artiglieria pesante, insieme
all’impiego di miglia di tank sovietici che
fronteggiarono in una impari lotta che provocò diverse
rovine e lutti che proseguì per altri quattro giorni cui
parteciparono anche componenti
dell'ÁVH, riorganizzato come milizia dal “rientrato”
governo Kádár:
la rivoluzione ungherese venne repressa nel sangue!
Premesso
tutto ciò si potrebbe iniziare come è di
consuetudine leggere nella
letteratura anglosassone " ... Once
open a time ..." che descrive il mondo magico
delle fiabe, che, attenzione, ha un suo fondamento di
verità e di messaggi che si riscontrano, poi, come in
tutte le fiabe, nel mondo reale, nel mondo dei
grandi, ma si potrebbe anche dire "c'era una volta ..." ,
ricollegandoci sempre al mondo fiabesco, sfogliando
idealmente le pagine italiane, ma anche si potrebbe
parlare delle varie teorie filosofiche che hanno
infiammato gli animi delle generazioni passate.
Come
ad esempio quelle relativa a
quella
esperienza economico-politica
degli stati socialisti che
costituì
l’ossatura del comunismo storico
del
novecento
ma che
non lo si può trovare
sotto quella luttuosa scia lasciata dei carri armati sovietici
che
sicuramente quella azione di forza non ebbero a rispettare quanto
venne
tracciato da Marx nei suoi scritti,dove vi era una nuova idea del mondo e dei rapporti
sociali.
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Proprio
quel Karl Marx che in una lettera a Ruge del settembre del 1843,
chiama il “sogno di una cosa”, che è il sogno della
realizzazione di un mondo realmente umano perché emancipato
da ogni forma di oppressione e sfruttamento? Proprio
quei principi che vennero meno, quei soprusi che crearono
lente ma inesorabili lacerazioni nel mondo della sinistra.
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I
lavori del convegno sono stati coordinati dal Presidente del Circolo
Culturale L'Agorà Gianni Aiello che ha aperto il suo intervento riportando
quanto recentemente espressogli sull'argomento da un'
ungherese attualmente residente a Budapest: «si,
quel periodo della storia ungherese è molto triste. Il
regista Andy
Vajna sta facendo un film ora, con americani, che uscirà
nelle sale
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cinematografiche il 23 ottobre, il giorno della
commemorazione di questo evento -
non vedo l'ora di vederlo, perché forse lo sai, da noi non hanno insegnato questa
storia nella scuola, tutto era vietato, per colpa del
governo.
Quindi, abbiamo studiato quello che hanno chiesto
di insegnare, ma ora tutto è cambiato. Io ho parenti in
Inghilterra che hanno scelto di scappare da qui, quando
erano 17enni:, cosa molto triste» |
Gianni Aiello
ha quindi proseguito chiedendosi « se fosse
stato interessante
chiedere a cinquant'anni di distanza cosa ne avrebbero
pensato, se ancora in vita i vari Togliatti o anche Giuliano Pajetta
( che ebbe a dire durante un suo
intervento nei confronti del Ministro degli Esteri Gaetano
Martino "[...]Viva l'Armata Rossa [...]"),
o conoscere
il ruolo di
Togliatti e le motivazioni che lo indussero a dirigersi tra
il 22 ed il 24 ottobre dello stesso anno a Pola per
incontrare
gli
alti dirigenti del partito jugoslavo, Tito e Miciunovich. «Mi
domando pure cosa possa pensarne - prosegue Gianni Aiello- l'attuale
Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio
Napolitano, che in quell'occasione, da giovane militante
comunista, aveva approvato la repressione dei patrioti magiari contro la dittatura
sovietica, con il suo bilancio di sangue
che in cinque mesi vide migliaia di vittime,
di deportati molti senza ritorno e delle
centinaia di esecuzioni». Tra
gli interrogativi
posti all’uditorio da parte di Gianni
Aiello vi è anche quello relativo al ruolo che ebbe la
Jugoslavia in quei tragici fatti, visto che c’è da registrare l’arresto di
Imre
Nagy presso la stessa ambasciata il 24 novembre.
Naturalmente
l’intervento sovietico in Ungheria creò delle
lacerazioni all’interno della sinistra anche in Italia “[...]
durante
il 1956, la denuncia di Stalin da parte dei comunisti
sovietici e, più tardi, l’invasione dell’Ungheria,
convinsero finalmente il leader del
Psi Pietro Nenni che fosse giunto il tempo di
riallacciare i rapporti con i centristi del Psdi e di
riesaminare la strategia globale delle alleanze. Così
forti erano i legami tra il Pci e il Psi che neanche
l’invasione dell’Ungheria fu condannata all’unanimità.
All’interno del Psi, un piccolo gruppo di estrema
sinistra con a capo Emilio Lussi approvò l’invasione e
anche il la più ampia e principale fazione di sinistra,
guidata da Lelio Basso e Tullio Vecchietti, non riuscì a
decidersi sulla condanna della presenza dei carri armati
sovietici a Budapest per paura di fare il gioco destra:
entrambi i gruppi si guadagnarono l’epiteto di «carristi».
L’Ungheria, ad ogni modo, fece da catalizzatore per il
divorzio tra il Psi e il Pci, evento di enorme importanza
per il corso successivo della politica italiana. La
divisione della sinistra è stato il più importante
singolo fattore tra quelli che hanno determinato la
persistenza del potere democristiano in Italia
[...]” (4)
Quei
fatti crearono delle forti spaccature nella sinistra:
infatti la redazione romana de L'Unità ebbe a
cestinare un documento redatto dalla
Federazione giovanile comunista,, documento che invece
viene pubblicato da
l'Avanti.
A
Milano un altro documento redatto da un gruppo di
intellettuali di cui facevano parte Rossana Rossanda e
Giangiacomo Feltrinelli non viene pubblicato dalla
redazione milanese de L'Unità.
Raymond
Aron nel suo celebre saggio del 1957 “La Révolution
Hongroise – Histoire du Soulèvement d’Octobre d’après
les documents, les dépêches, les rapports des témoins
oculaires et les réactions mondiales réunis par Melvin
J. Laski et François Bondy pour l’édition française“ fa
risaltare le pertinenze della rivoluziona antitotalitaria
evidenziandone
la tipologia socialista
e democratica.
 |
|
A
lui possiamo tranquillamente affiancare la figura di
Indro Monatanelli, che fu a Budapest in qualità di inviato del Corriere della Sera che
descrisse quei tragici momenti ed a tal proposito
risulta interessante analizzarne qualche passaggio e
rimandando al lettore di questo resoconto alla
visione dell’articolo in cui si narra della storia
della battaglia di Budapest: “[...]
dieci divisioni corazzate precipitavano sulla
capitale. I carri armati vi entrarono alle sei e un
quarto e fu una terrificante colata di acciaio.
Venivano da tutte le direzioni, sempre accompagnati
da quel cupo rombo di artiglierie, e dilagarono sui
grandi viali che menano al centro, affiancati tre
per tre, con i |
vetri delle finestre tremavano sotto il loro sferraglio. E
credo che in tutta Budapest non ci fosse in giro, in quel
momento, una sola persona. Sembrava una necropoli
dissepolta. Di vivo, non c'erano che le
bandiere pendule ai balconi leggermente mosse dal vento,
con lo stemma di Kossuth al posto della stella rossa (e ci
sono sempre rimaste)…[…] …Quanto
alle perdite, si calcola sui quindicimila morti e sui
cinquantamila feriti. Ma chi è andato a fare il conto
casa per casa? (...) Solo mercoledì sera si ebbe la
sensazione che stava per finire. E ci si ritrovò tutti
nell'ufficio del ministro, davanti alla radio. Captammo
Roma. Trasmettevano il discorso del ministro Martino. Un
bel discorso. Ma, a chiusura, udimmo il grido lanciato in
aula dai deputati comunisti: «Viva l'Armata rossa!». A
pochi passi da noi, l'Armata rossa stava mitragliando
nelle cantine gli operai e gli studenti di Budapest,
rimasti senza[...]”
(5)
Dal
canto suo Michel Cardoza, esponente della sinistra
francese ebbe ad affermare che ciò che accadde a Budapest
ha mostrato la violenza che manifestò quel regime e di
conseguenza il tramonti di quegli ideali.
Nella
rivista bolognese “Officina”, fondata nel 1955,
Pierpaolo Pasolini con Francesco Leonetti e Roberto
Roversi, iniziò un interessante rendiconto critico con la
sinistra a riguardo della repressione sovietica
La
CGIL prese posizioni a favore degli insorti: "
La
Chiesa Cattolica, da Pio XII al cardinal Mindszenty
(rinchiuso per anni nell'ambasciata Usa) al futuro
pontefice Montini si schiereranno espressamente a difesa
della libertà del popolo ungherese.
Ma
vi erano anche coloro che sostennero tale repressione come
i componenti più radicali del PCI. Tra questi Palmiro
Togliatti che disse: «[...]
é mia opinione che una protesta
contro l'Unione Sovietica avrebbe dovuto farsi se essa non
fosse intervenuta, nel nome della solidarietà che deve
unire nella difesa della civiltà tutti i popoli[...]
»,
anche
l'Unità, diretta da Pietro Ingrao, si
allineò al pensiero del
partito comunista sovietico e definì la
rivoluzione ungherese come
«sommossa controrivoluzionaria », lo stesso
Togliatti incitava attraverso una fitta rete epistolare i
vertici del PCUS a reprimere la resistenza magiara
.
Luigi
Longo sostenne la tesi della rivolta fascista: «[...]
l'esercito
russo è intervenuto in Ungheria allo scopo di ristabilire
l'ordine turbato dal movimento rivoluzionario che aveva lo
scopo di distruggere e annullare le conquiste dei
lavoratori [...]»
Ma
tali scelte provocarono nel partito comunista negli anni a
seguire un calo nelle iscrizioni ma anche nelle dimissioni
come quelle eccellenti dei vari Giolitti,
Reale, Crisafulli, Onofri, Sapegno, Purificato, Trombadori,
Muscetta, Loris Fortuna.
Gli
eventi avvenuti nel 1956 crearono quindi una profonda
crisi internazionale che si identificò nei suoi vari
aspetti del pensiero politico, in quello economico,
diplomatico e naturalmente anche negli equilibri militari.
La penisola italiana fu interessata da una profonda crisi
che avvolse i partiti della sinistra del Paese quali il
PCI, ed il PSI che cominciarono progressivamente ad
allontanarsi su posizioni differenti a riguardo ciò che
accadeva in terra magiara, cosa che, come si è visto,
interessarono anche la sfera sindacale, culturale e
studentesca italiana che criticarono aspramente le
posizioni del partito di Palmiro Togliatti.
Anche
nella città di Reggio Calabria vi furono
una serie di importanti avvenimenti che animarono il
dibattito politico e culturale non solo sul territorio
comunale, ma anche in quello della provincia, come
attestano numerosi documenti del periodo e dei quali,
alcuni di essi sono stati visionati e commentati per l'attento
e numeroso pubblico accorso alla manifestazione culturale
organizzata dal sodalizio reggino.
Gianni
Aiello ha accennato anche ad una seduta della Giunta del
Municipio di Reggio Calabria in cui un giovane consigliere,
il geometra Piero Battaglia ebbe a dire "[...]
nessuna
dittatura sarà mai capace di soffocare il diritto della
persona umana a vivere liberamente. Gli operai, gli
studenti, caduti sotto il piombo della repressione, hanno
sacrificato la loro esistenza non già per l'instaurazione
dei privilegi, ma per ottenere l'indipendenza del loro
Paese, una giustizia sociale, un libertà politica e
libertà di coscienza [...]" ed anche del Consigliere
Diego Andiloro "[...]
le dittature, di qualsiasi
colore e da qualsiasi punto provengano, hanno un punto unico
di congiungimento: la violenza, la repressione della
dignità umana, la violenza che sopprime la giustizia. Le
dittature non riusciranno mai a fermare il corso della
storia
[...]"
Il
socio del sodalizio reggino Alberto Cafarelli,
nel suo intervento, ha
fatto una interessante disamina dei fatti
antecedenti ai tragici
avvenimenti del 1956 descrivendo la posizione
geo-politica dell'Ungheria a partire dalla fine del
primo conflitto mondiale.
|

|
|
Questo
aveva determinato il crollo
dell'Impero Austro-Ungarico e portato
al disastro
con un bilancio pesantissimo di oltre tre milioni tra
morte e feriti, continue crisi economiche e sociali
che condussero la già provata nazione alla "Rivoluzione
delle rose d'autunno" del 16 ottobre 1918.
Il
governo provvisorio venne affidato al conte Mihály Károlyi,
che fu il fautore della "Repubblica dei consigli"
(1919)
|
dietro la spinta politica del Partito dei Comunisti
ungheresi guidata da Béla Kun.
La Repubblica dei Consigli,
che aveva tentato di eliminare le ingiustizie sociali e i
gravi problemi accumulati, durò appena 133 giorni, travolto
dall’intervento armato dell’esercito
controrivoluzionario dell’ammiraglio Horthy
che, occupata Budapest diventò reggente d’Ungheria.
Fu
Horthy a firmare il
trattato di pace di Trianon (1920),
Dopo la fine delle ostilità l'Ungheria ebbe a subire le
conseguenze del
Trattato del Trianon (firmato il 4 giugno del 1920 nel
Palazzo omonimo nella Reggia di Versailles) che sancì la
dissoluzione dell’Impero Austro-Ungarico ed a seguito di
ciò la nazione magiara ebbe a perdere
la Transilvania (Romania), la Croazia, Slavonia,
Vojvodina e Bosnia (Serbia), la Slovacchia
(Cecoslovacchia) e sempre al territorio boemo venne
annesso il territorio della Rutenia Carpatica con il
trattato di Saint-Germain del 1919 .
A
seguito dello stesso trattato gran parte del territorio
del Bungerland, dopo lo svolgimento di un referendum,
effettuato nel 1921, venne assegnato all’Austria. Come
conseguenza, oltre quella del territorio, che venne
ridotta di due terzi,
vi fu anche quella della popolazione che dai 19
milioni passò a 7 milioni.
Nel
1937 il Parlamento ungherese concede una serie di mandati
a Miklós Horthy che aumentando i suoi poteri strinse degli
accordi diplomatici con la Germania Nazista, nella
speranza di recuperare alcune delle perdite territoriali
dovute al Trattato di Trianon , conseguenza della
sconfitta della I guerra mondiale.
L'atteggiamento
del popolo ungherese nei confronti dell’alleato nazista
non era del tutto idilliaco, infatti tale attitudine può
essere riassunta in una frase del conte Teleki, capo del
governo
ungherese nel 1941, “[...]
se
la Germania perde perdiamo, se vince siamo perduti [...]”.
|

|
|
Il
premier ungherese venne ingannato dal conte Csaki,
capo del personale diplomatico, che consentì alle
truppe naziste dì attraversare l’Ungheria per
invadere la Jugoslavia, al cui sovrano Teleki aveva
dato ampie garanzie atte a non consentire ciò alle
truppe tedesche, ma quando questi tragici eventi si
verificarono,
egli si tolse la
vita per ciò che si verificò.
|
Avendo
guadagnato dei territori grazie alle Concessioni di Vienna e
nel Banat, l'Ungheria entrò infine nella II guerra mondiale
nel 1941, ma, pur
avendo raggiunto ciò che si era prefisso, la posizione
politica di Horthy nei confronti del nuovo alleato non fu
pienamente soddisfacente ed attuò in parte il programma
precedentemente concordato applicando la politica antisemita
degli Ebrei ungheresi verso i campi di sterminio, causando
la deportazione di 400.000
ebrei ungheresi e diverse decine di migliaia di zingari
persero la vita nei campi di sterminio nazisti.
Nell'ottobre
1944, Hitler rimpiazzò Horthy con il collaboratore nazista
ungherese Ferenc Szálasi e il suo partito delle Croci
Frecciate, allo scopo di evitare la defezione dell'Ungheria
a favore degli Alleati.
Il
4 aprile del 1945 l’esercito ed il popolo ungherese,
guidati dal partito delle croce frecciate s’arresero, dopo
una ferma resistenza, quando tutta la nazione era nelle mani
delle forze di occupazione.
Si
giunse alla stipula del secondo Trattato di Vienna, con il
quale l’Ungheria ebbe buona parte dei territori
precedentemente persi, in data 30 agosto del 1940 nel
Palazzo del Belvedere di Vienna e sottoscritto dal ministro
degli esteri tedesco Joachim von Ribbentrop, da Gaelazzo
Ciano per la parte italiana, il conte Istvàn Csàky per la
parte ungherese e per quella rumena da Mihail Manoilescu.
Ciò
costrinse la Romania alla restituzione della Transilvania
settentrionale all’Ungheria che a sua volta,
successivamente alla II guerra mondiale, si rivide
ridimensionata ed i confini vennero ripristinati in modo
quasi identico a quelli del 1920, come deciso nel trattato
di Parigi del 10 febbraio 1947 che ripristinò i vecchi
confini sanciti dal Trattato del Trianon, dichiarando tra
l'altro (parte I, art. 1, comma 2) che
“[...]
le
decisioni dell’Arbitrato di Vienna del 30 agosto 1940 sono
dichiarate nulle. La frontiera tra l’Ungheria e la Romania
è ricostituita come era al 1° gennaio 1938
[...]”.
Durante
le elezioni del 4 Novembre 1945
vi fu un tonfo per i comunisti, che ottennero, nonostante la
minacciosa presenza dell’Armata Rossa soltanto il 17% dei
voti, furono un trionfo per il partito dei piccoli
proprietari, che raggiunse il 57% dei suffragi.
Il
leader dei piccoli proprietari, Ferenc Nagy, fu costretto
all’esilio, il suo successore, Kovacs, venne semplicemente
arrestato dall’Armata Rossa e successivamente a tali fatti
venne nominato a capo del governo il comunista László
Rajk
che nell'ottobre del 1949 venne condannato a
morte per alto tradimento, insieme ad altri esponenti
comunisti, e successivamente impiccato.
Le
successive elezioni, tenutesi il 31 Agosto 1947,
confermarono la forza d'animo e il saldo desiderio di libertà
del valoroso popolo ungherese.
La
coalizione anticomunista ottenne il 45% dei voti, che
sommato all’incredibile 8% del partito nazionalista dava
ai movimenti della libertà la maggioranza assoluta.
I
comunisti, che avevano ottenuto il 22% dei consensi,
sfogarono, col sostegno dell’Armata Rossa, la loro
frustrazione sull’inerme popolo magiaro, si moltiplicarono
i soprusi, le calunnie, gli arresti immotivati e gli esili.
Nelle elezioni del 15 Maggio
del 1949 i comunisti riuscirono finalmente a spuntarla.
Il
15 maggio 1955 venne firmato il Trattato dello Stato
Austriaco, che poneva fine all'occupazione alleata
dell'Austria, e costituiva una nazione indipendente e
demilitarizzata.
Come diretta conseguenza, il 26 ottobre
1955 l'Austria dichiarò formalmente la propria neutralità.
Il trattato e la dichiarazione cambiarono significativamente
i calcoli della pianificazione militare nella Guerra Fredda
in quanto creavano un cordone neutrale che spaccava la NATO
da Vienna a Ginevra, e aumentava l'importanza strategica
dell'Ungheria per il Patto di Varsavia.
Il
18 luglio Mátyás Rákosi - "Il miglior discepolo
ungherese di Stalin" - fu costretto a dimettersi da
Segretario Generale del Partito Comunista Ungherese, e venne
rimpiazzato da Ernő
Gerő, poi dopo i fatti del XX Congresso del PCUS
gli eventi relativi alla rivoluzione ungherese.
La
repressione fu durissima.
A
seguito di quegli eventi si giunge così alla sera
del 23 ottobre 1956, quando gli studenti dell'Università Tecnica si
riunirono in piazza Bem a Budapest insieme agli operai, i
soldati, gli intellettuali del circolo Petofi che chiedevano
la riabilitazione di Rajk ed il ritorno di Imre Nagy al
governo, mostrando così le loro aspirazioni basate
sull’indipendenza, la democrazia e la neutralità, ma
all’alba del 4
Novembre migliaia di carri armati sovietici e di
uomini
dell’Armata Rossa si preparavano ad attaccare
Budapest.
|
|
Dopo
l'intervento di Alberto Cafarelli è stato fatto
ascoltare al
pubblico uno degli ultimi comunicati
radio di Imre Nagy che conserva tutto il pathos e la
drammaticità del periodo. In
seguito il leader
ungherese ed i suoi collaboratori più stretti, assieme ad altri
membri del governo, si rifugiarono presso l''Ambasciata
jugoslava di Budapest, dove poi vennero catturati dai
sovietici.
Il
16
giugno 1958 la Tass annuncia l’esecuzione di
Imre Nagy, di Pal Maleter, Miklos Gimez e Jozef
Szilagyi dopo un processo svoltosi a porte
chiuse. |
Il
comunicato non chiarisce né il luogo in cui si è svolto il
processo, né i componenti della Corte né, tanto meno, la
data e il luogo in cui è avvenuta l’esecuzione, di
seguito, il giorno successivo il Ministero ungherese
della Giustizia emetteva questo comunicato: «
Dei
dieci imputati, nove erano stati membri del Partito dei
Lavoratori ungheresi; quattro di essi (Nagy, Donàth,
Losonczy, Kopàcsi) facevano parte del Comitato Direttivo
del Partito Operaio Socialista fondato il 1° novembre 1956,
mentre Zoltàn Tildy era membro del Partito dei Piccoli
Proprietari che si era sciolto alla fine degli anni quaranta
per poi rifondarsi durante la rivoluzione del 1956.
Ma
chi era costui?
Imre
Nagy
nacque il 7 giugno del 1896 a Kaposvár da
famiglia di contadini.
Durante
il primo conflitto mondiale si arruolò nell’esercito
austro-ungarico sul fronte orientale dove venne fatto
prigioniero dall’esercito zarista e successivamente,
dopo la prigionia, si arruolò dopo la rivoluzione
d’ottobre nell’Armata Rossa . Ritornato in patria fece
parte per breve tempo nel governo di Béla Kun, per
tornarvi nel 1927 per riorganizzare il partito comunista
ungherese che in quel periodo agiva in fase di
clandestinità ma dovette, suo malgrado ritornare a Mosca
dove fece parte della sezione magiara del Comintern.
Nel
periodo della soggiorno sovietico Imre
Nagy ebbe a constatare la persecuzione politica di molti
comunisti che in seguito vennero condannati a morte tra
cui lo stesso Béla Kun che venne accusato di
essere un seguace trotskysta e per questo venne condannato
a morte il 30 novembre del 1930.
Nel
1949 venne espulso dal Politburo sovietico a seguito delle
sue numerose
critiche alla politica agricola sovietica e ne venne
riammesso solo due anni dopo a seguito di una sua azione
di
"autocritica".
Venne
nominato Vice Primo Ministro durante l’amministrazione
di
Matyas Rakosi e nominato
Primo Ministro dopo la morte di Stalin a seguito
delle segnalazioni di Georgij Malenkov, successore dello
statista scomparso.
Durante
il suo mandato Imre Nagy si sforzò di individuare una
nuova via alternativa al
sistema comunista, limitando la crescita
industriale a vantaggio del mondo agricolo, dando la
possibilità ai contadini di allontanarsi dalla
collettivizzazione delle fattorie, ma non potè attuare
tale piano, in quanto ebbe a dimettersi a seguito delle
scelte del Cremino nei confronti di Georgij
Malenkov che causò anche l’espulsione di Imre Nagy dal
partito comunista.
Gli
effetti causati dal XX congresso del PCUS crearono
numerosi malcontenti anche per le condizioni economiche e
sociali nei paesi satelliti del blocco sovietico, tanto
che venne nominato, dopo la rielezione di Rakosi, Erno
Gero come primo segretario del partito comunista
ungherese.
I
fatti di Poznan, quelli di solidarietà del 23 ottobre,
costrinsero
il Comitato Centrale alla rielettura alla carica
di Primo Ministro di Imre Nagy
che durante
il suo breve mandato tentò di attuare un’azione
di mediazione atta a cercare di creare un clima di
distensione rispetto al precipitare degli eventi ;
infatti
il primo novembre dichiarò la neutralità dell’Ungheria
al Patti di Varsavia e ciò causò la dura reazione
sovietica.
A
seguito dell’invasione dell’Ungheria da parte
dell’Armata Rossa del 4 novembre dello stesso anno, dopo
un breve comunicato radio, Imre Nagy
si rifugiò presso la rappresentanza diplomatica
iugoslava, dove gli era stata offerta protezione e dietro
i consigli di Janos Kadar l’abbandonò il 22 novembre
in quanto dallo stesso gli era stato promesso di
aver salva la vita: ma era un inganno che si concluse con
la nota del 17 giugno del 1958 quando con un comunicato
del ministro ungherese della giustizia informava la
popolazione della sua esecuzione insieme ad altri
esponenti per aver complottato contro la Repubblica
Popolare.
Per tale operazione furono invitati a presiedere il
processo e quindi sentenziarne il responso i leader dei
partiti comunisti universalmente diffusi ed a tal
proposito c’è da sottolineare l’astensione del
polacco Władysław
Gomulka, di contro
il francese Maurice Thorez e Palmiro Togliatti
votarono a favore della sentenza.
A
proposito dell'esecuzione di Imre Nagy ecco cosa ebbe nel
1958, il leader del Partito comunista inglese Harry Pollit
ad un giornalista della Pravda: "La debolezza del
Partito Comunista Inglese dipende essenzialmente dalla
politica del Partito comunista dell'URSS. Tutte le nostre
difficoltà vengono dall'esterno... Pollitt, aggiungeva
l'uomo della «Pravda», aveva detto che«per le
ricadute che aveva avuto in Occidente» la sentenza contro
Nagy rappresentava «un fallimento». ..." (6)
Ha
preso quindi la parola il Direttore dell'Accademia d'Ungheria prof. Làszlò Csòrba
che si è così espresso: «Sono
molto onorato per essere qui oggi per parlare di quei
tragici
in
cui si vide
combattere contro la dittatura e per
la libertà, quindi per vivere in un mondo migliore,
in una realtà dove c’è la libertà di stampa, di
pensiero, di esprimere liberamente le proprie opinioni, dei
diritti umani, della democrazia parlamentare, di riunirsi
come oggi.
Anche
nella coscienza storica umana ungherese vi sono questi
elementi di continuità tra la rivoluzione del 1848 e quella
del 1956 la maggioranza del gruppo ungherese voleva trovare
l’entusiasmo della precedente rivoluzione ed anche i
simboli del 1848-49, come lo stemma storico della bandiera
dell’Ungheria che venne distrutto durante la dittatura
stalinista ed in quel periodo di cinquant’anni fa
ricominciò a sventolare nelle strade, nelle piazze, tra le
barricate (anche se priva della corona reale).
Imre
Nagy: un
simbolo
creare una nuova democrazia indipendente dalla
dittatura sovietica
.
|

|
|
Luigi
Kossuth:
una
figura
importante, dalle grandi idee del
nostro risorgimento
per
creare una democrazia
indipendente
e da paragonare a
Garibaldi, Mazzini e Cavour del risorgimento
italiano.
Il
nostro “1956” aveva un’atmosfera,dei sentimenti
simili a quelli della grande generazione del
risorgimento,
e
questa rivoluzione è stata
la prima rivoluzione contro la dittatura
sovietica, quindi un grande avvenimento del XX secolo.
Io
rappresento l’Accademia d’Ungheria,
|
un
istituto
che oltre a promuovere lo sviluppo e la conoscenza della
cultura magiara ospita a far data dal 1929 anche l'Istituto
Storico Ungherese che vide la luce a Roma nel 1894, grazie
alla figura del noto storico magiaro Vilmos
Fraknói, fautore degli studi storici ungheresi preso gli
Archivi del Vaticano. Molti nomi illustri della cultura
ungherese, anche di fama internazionale hanno collaborato e
fatto parte dell'Accademia d'Ungheria, come lo storico
d'arte Tibor Gerevich, che ne fu il primo direttore.
Nel
1940
l'Accademia
d'Ungheria ha ricevuto un privilegio papale e quando nel 1956 vi
era la lotta politica ungherese dei vecchi stalinisti e gli
entusiasti di Nagy, gli stalinisti non aveva la possibilità
di controllare l’Accademia, quindi per un anno fino
all’ottobre del 1957, il Palazzo Falconieri è stato
l’ultimo baluardo a resistere alla dittatura sovietica.
I
rifugiati ungheresi non avevano la possibilità di trovare
un alloggio in Italia e così per questi rifugiati,
studenti, il papa Pio XII hanno trovato un collegio vicino
al Pantheon dove c’è una targa a tale ricordo ungherese
della nostra rivoluzione.»
Dopo
l'autorevole contributo del Direttore dell'Accademia d'Ungheria prof. Làszlò Csòrba
è
stato fatto ascoltare ai presenti un altro comunicato radio
dell'epoca:
quello relativo al Cardinale Mindszenty.
Ma
chi era costui?
Vediamone brevemente alcune fasi della sua intensa vita
religiosa, sempre impegnato a sostenere i deboli, la sua
gente.
Durante
l’ultimo conflitto mondiale il vescovo József Mindszenty
conobbe il carcere il 27 novembre del 1944 per il suo
percorso cristiano e nel contempo difensore delle stesse
idee in Ungheria.
Il
16 settembre del 1945 viene investito della carica di
Primate d’Ungheria dal Santo Padre Pio XII e, vista anche
la situazione politica in terra magiara occupata
militarmente dall’Armata Rossa, la sua missione diviene
sempre più difficoltosa ma questo stato di cose non lo
scoraggia nel suo intento a difesa della cristianità in
Ungheria.
La
dura realtà del territorio magiaro lo fa andare incontro ad
una serie di circostanze calunniose nei suoi confronti da
parte del regime sovietico che scaturiscono nel suo arresto
il 26 dicembre del 1948 dietro l’incriminazione di alto
tradimento ed illecito finanziario,
questa infamante accusa determinò la scomunica di Sua
Santità nei confronti del comunismo.
Lo
svolgimento processuale si concluse l'8 febbraio, con la
condanna all'ergastolo ed il 30 ottobre del 1956 durante
l’amministrazione Nagy
il cardinale Mindszenty viene liberato
da
reparti dell’esercito ungherese.
Il
3 novembre dello stesso anno il Primate d'Ungheria tenne un
discorso radiofonico :
«[...] oggi, quando qualcuno fa una dichiarazione, il più delle
volte sottolinea il fatto di aver rotto con il passato e di
parlare sinceramente. Io non posso fare un’affermazione
del genere, perché non ho bisogno dirompere con il mio
passato. Per misericordia di Dio sono rimasto quello che ero
prima dell’incarcerazione. Continuo a professare le mie
convinzioni con la stessa energia psichica e fisica di otto
anni fa [...]».
(7)
Ma
l’evolversi della rivoluzione ungherese e la soffocamento
socio-politico del regime sovietico costringe l’alto
prelato a riparare presso la rappresentanza diplomatica
statunitense, dove portò la corona di Santo Stefano.
Nel
corso della manifestazione organizzata dal Circolo Culturale L’Agorà,
dopo l’ascolto altamente emozionante
di un comunicato radio emesso, in quel
tragico autunno di mezzo secolo fa, dalla libera emittente radiofonica della capitale Budapest
„
[...]
Adesso noi moriamo per l’Europa
[...]
”, il presidente del sodalizio
reggino ha quindi
sentito
doveroso invitare il pubblico presente ad osservare un
minuto di raccoglimento
per
ricordare tutte quelle persone che hanno
creduto, combattuto e sono morte per un grande ideale, quello del 1956.
I
lavori
del convegno sono quindi stati prestigiosamente
conclusi proprio
dall'Ambasciatore
della Repubblica di Ungheria Istvàn Kòvacs
che ha generosamente rivolto al pubblico e agli
organizzatori le seguenti parole:
«Cari
amici è un gran piacere ed un onore essere con voi per
commemorare il cinquantenario della rivoluzione di Ungheria.
Ho
avuto modo di vedere tanti amici, riparlare con la stampa la
televisione e in tutti gli incontri ho avuto la sensazione
di sentirmi
a casa.
Credo
sia
molto importante che la stampa
si
sia chiesta “cosa ci
fa l’Ambasciatore di Ungheria a Reggio?”
Io
rispondo
che è stata
l’amicizia che ci porta qui:
gli amici che
anche a Reggio hanno vissuto
le
vicissitudini del 1956 e
e
che vogliono ricordare con gli amici
ungheresi sopravvissuti agli eventi sia in Italia
che in Ungheria.
E’
molto importante ricordare ai giovani gli eventi del 1956 il
benessere della pace, della democrazia, bisogna lavorare tutti
insieme e tutti i giorni.
Ed
ancora più
importante
è
divulgare l’informazione degli eventi del 1956 ed ai
giovani per il futuro ed il presente ed il benessere della
pace, della democrazia, dell’Europa e del
mondo.
La
democrazia non si acquista e si mette nell’armadio, ma
bisogna conquistarla giorno per giorno e riconquistarla.
L’insegnamento
del 1956 non portò la libertà, l’indipendenza o
l’indipendenza ma è stata la breccia per la via della
strada della democrazia non solo per l’Ungheria ma per
tutti i paesi dell’ex blocco orientale.
E’
una cosa che voi sapete ma che dobbiamo ricordare ai giovani
che l’Ungheria non ha fatto per sua scelta di far parte
della cortina di ferro così come le altre nazioni.
Va
ricordato che, nonostante
l’Occidente abbia
fatto molto,
l’Ungheria ha fatto molto
anche da sola per liberarsi,
come
abbiamo
visto attraverso i filmati, i comunicati radio ed i
giornali, o dal cinema
da cui le persone potevano avere le
notizie.
Il
bipolarismo all’epoca del 1956 non poteva essere vinto,
l’aiuto non l’abbiamo ricevuto in Ungheria
dall’Occidente e molti speravano di ricevere un aiuto
più sostanziale ma
l’aiuto è stato quello dato dalla gente semplice che ha
aiutato gli ungheresi che sono venuti in Italia e lavorare,
andare a scuola, all’università. E’ questo stato un
dato molto
importante.
 |
|
Di
tutta quella gente che ha seguito quegli eventi con la
passione i 5.000 profughi accolti con braccia e cuore aperto
e con l’amicizia.
E
credo che questo è stato un fatto molto importante per
l’Ungheria.
E
l’amicizia che abbiamo con l’Italia non parte dal ’56
ma tutta la nostra storia comune che
ha più di mille anni.
Ma
oggi l’insegnamento della democrazia deve essere vissuto.
|
Prende
a volte tempo e, come è stato
ricordato dal prof. Csorba,
una dittatura può reggere per un certo
tempo, ma non a
lungo.
Sì è lungo per chi vive 40 o i 45
anni di una occupazione
in termini storici, siamo
sicuri che sarà sempre la democrazia e la giustizia a
vincere, senza
avere fretta.
Chi avrebbe immaginato che nel 1989 che
l’Unione Sovietica nel 1991 sarebbe
sparita?
Credo nessuno.
Ma
gli eventi del 1956 hanno portato l’Ungheria a
piccoli
passi perché io ricordo, ad esempio che nel 1968 abbiamo già
avuto ripristinato in Ungheria
il mercato dell’economia privata
della famiglia.
Era solo il 4-5% del PIL ma esisteva e
che conviveva con il sistema socialista, comunista.
Ma
negli anni settanta ed ottanta l’Ungheria ha effettuato
passi che altri non hanno potuto come
diventare
membro del Fondo Monetario , della Banca Internazionale
e negli
anni ottanta di ripristinare i rapporti diplomatici con la
Corea del Sud, Sud Africa, la Santa Sede, Israele.
Oggi
questo pare una sciocchezza ma devo dire che prima degli
anni ottanta per
un Paese socialista come l‘Ungheria non
c'era niente di tutto questo, ,ed
è
stata una tattica che
abbiamo dovuto
seguire.
Dobbiamo essere molto consapevoli,
che per
esempio, l’unico partito aveva quasi due milioni di
tesserati in un paese di dieci milioni di abitanti,
e questo
vuol dire che non era un partito ma era un modo di vivere.
Se uno non era tesserato non aveva un lavoro,
non poteva diventare un professore, un ingegnere,essere un
capo ufficio e per questo mi ricordo molto bene quando io
ero in Italia dal 1988 al 1993, un amico a Roma nel 1993
mi ha chiesto perché l’Ungheria apre da un giorno
all’altro le frontiere ai tedeschi dell’Est che
possono andare
in Austria e dov’è l’ideologia.
Gli
risposi che
per noi ungheresi l’ideologia è come l’acqua buttata su
di una tavola di marmo e non si assorbe
mai;
per noi c’era la possibilità di toglierla con la
mano e questo abbiamo potuto farlo così facilmente
perché
c’era stato
il 1956. Il ’56
aveva tracciato
una strada di libertà degli
anni che vanno dal ’60 agli ’80 e credo che i sovietici
non hanno potuto richiudere l’Ungheria dentro la pentola
perché c’era ormai
troppa pressione,
più
libertà
per noi ungheresi.
E
vorrei ricordare anche che mio padre
apparteneva alla categoria dei giornalisti
che hanno avuto un ruolo molto
importante
all’epoca
Non c’era internet, non c’era la
televisione come la conosciamo oggi,
ma credo che i
giornalisti, i fotografi anche oggi dimostrano il coraggio
degli ungheresi e negli anni ’60 c’era qualcuno di
essi che era
venuto da Budapest,
quando mio padre era corrispondente a
Parigi,
per studiare la
satira politica, che
Parigi
già esisteva ma in nessun paese
ancora dell’Est.
Nel 1968
giunge
a Budapest
la satira politica , che ha trattato anche i fatti del '56 :
io che sono nato nel
’56 devo dire
francamente che la mia generazione ha ricevuto informazioni
sul ’56 solo dopo gli anni novanta, non che non c’era
l’insegnamento ma a
scuola ,
ma mancavano i libri,
le pubblicazioni che parlavano del ’56 e che oggi i
giovani possono
tranquillamente leggere.
Per
fare leggere ai giovani i fatti del ’56 tutti noi dobbiamo
divulgare l’importanza che la rivoluzione ed il sacrificio
hanno dato alla democrazia in Europa.
E
di nuovo voglio ringraziare tutti gli amici italiani e so
che anche in Italia il ’56 ha spaccato il partito
comunista a sinistra ma anche la destra perché dobbiamo
essere molto attenti a vedere i giudizi dell’epoca ma
anche i giudizi successivi al ’56 perché la storia non è
una fotografia ,
perché la storia cambia e dobbiamo valutarla
giustamente e non soffermarci sui pregiudizi.
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L’insegnamento più grande è di
mantenere questa democrazia
per la quale, a volte,
abbiamo dovuto
sacrificare le vite dei nostri compatrioti e credo che per
il futuro dell’Europa è molto importante rimanere uniti e
le sfide globali oggi non vengono dall’Europa ma da
fuori.
Quindi se non c’è un’unità più grande in
Europa sarà molto difficile fare fronte
a queste sfide e la
competitività dell’Europa diminuisce sia
nel campo del commercio che dell'economia e credo che la nostra cultura,
la nostra storia, merita che noi portiamo avanti l’idea
della democrazia,
ma con l’umiltà
ed
|
ognuno
di noi ha soluzione
solo che dobbiamo mettere insieme per conservare il benessere di tutti e quando gli
attivisti membri che hanno vissuto il ’56 in Ungheria non
ci saranno più, spetterà a noi di conservare questa memoria
nel futuro».
Di
notevole spessore è stato poi l'intervento dell'onorevole
Fortunato Aloi che così si è espresso: «Io
devo ringraziare Gianni Aiello per aver organizzato
questa manifestazione di alto spessore culturale.
Cinquant’anni sono
tanti
: l’Ambasciatore nasceva nel ’56, ed io come i giovani del
’56 ricordo che in un giornale che dirigevo, il fondo
che feci in quella circostanza era così intitolato:
“Gioventù magiara siamo con te”.
L'onorevole
Aloi era a quel tempo uno studente
liceale e questo periodico ciclostilato che dirigeva, oltre ad offrire uno spaccato di storia
scolastico-culturale,
ebbe a trattare proprio quei sanguinosi avvenimenti: "[...]
la nostra vuole avere il modesto compito di esaltare
l'eroico gesto di un popolo. Il gesto è la conseguenza; ma
ogni conseguenza non implica una premessa? La premessa nel
nostro caso si identifica con la libertà. Libertà funzione
del loro gesto. Rispecchia in pieno questo asserto l'eroismo
dei magiari: questa forzza possente ed attiva, ha fato degli
ungheresi una schiera di prodi, un esercito di martiri. Per
questa unità di intenti, per questo incessante anelito alla
libertà, senza alcuna discordanza ideologica, giovani e
vecchi, ricchi e poveri, tutto un popolo resiste e muore col
sorriso sulle labbra ma col tormento nel cuore, imponendosi
alla ammirazione universale. [...] Dietro
le quinte della storia si agitano, sovente, le fosche ombre
della tragedia. Tragedia macabra, come in questi momenti, in
cui il furore apocalittico di uomini senza scrupolo alcuno
si riversa su un popolo inerme, seminando il terrore e la
morte e degenerando in un vero e proprio genocidio. La
morte del corpo dicevo prima, ma non quella della gloria.
Essa svetta eterna nel cielo dell'eroismo a disprezzo eterno
del cinico furore, della disumana repressione
consumata nel modo più barbaro e spietato. (8)
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Aloi ha quindi
proseguito così:
Sono passati
cinquant’anni, ci siamo entusiasmati
allora indignandoci però a distanza di cinquant’anni.
Chi
si occupa di storia
capisce quel che diceva l’Ambasciatore,
che di fronte alla generosità di un popolo
e alla sua
reazione ci fu l’Occidente che
ha tradito, diciamocelo con franchezza.
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Perchè?
Perché si sapeva allora che c’era Yalta, perché si
sapeva allora che non si poteva intervenire in Ungheria così
come non si è potuto intervenire nel 1968 in
Cecoslovacchia, così come non
lo
si è potuto fare
nel
1953 a Berlino, perché c’era Yalta, la divisione del
mondo in due zone di influenza, di giurisdizione.
Yalta aveva
fatto si che l’Occidente certamente rimanesse al di là
della solidarietà, delle adesioni
e rimanesse assente.
Ma
ci fu qualcosa di peggio: l’occasione
per
gli inglesi e
i francesi di
intervenire a
Suez
distogliendo l'attenzione mondiale dai fatti d'Ungheria.
Certo
quegli avvenimenti sono stati di un grande rilievo,
all’interno del mondo della sinistra, e
si provocarono delle profonde
lacerazioni:
ci fu
"il manifesto dei 101" intellettuali comunisti che
si ribellarono a Togliatti ,a favore degli insorti
ungheresi.
Infatti
il 29 ottobre 1956 il documento venne fatto
recapitare alla sede del Comitato centrate del
PCI «…se non si vuole distorcere la realtà dei fatti, se non si vuole
calunniare la classe operaia ungherese, o rischiare di
isolare in Italia il partito comunista italiano [….]
occorre riconoscere con coraggio che in Ungheria
non si tratta di un putsch o di un movimento
organizzato dalla reazione (la quale tra l’altro non
potrebbe trascinare a sé tanta parte della classe operaia)
ma di un’ondata di collera che deriva dal disagio
economico, da amore per la libertà e dal desiderio di
costruire il socialismo secondo una propria via nazionale,
nonostante la presenza di elementi reazionari»
Tra i
firmatari c'erano Natalino Spegno, Luciano Cafagna, Enzo Siciliano,
Antonio Maccanico, Renzo De Felice, Tullio Seppilli, Carlo
Aymonimo, Alberto Asor Rosa, Giorgio Candeloro, Paolo
Spriano, Vezio Crisafulli
(9)
Ma ci fu anche in Francia proprio
una pubblicazione di quel tempo dal titolo “Il
Dio che è fallito” in
cui
tutti gli intellettuali
francesi,
da Louis
Fischer, André Gide, Arthur Koestler, Stephen Spender
a
Richard Wright ed
altri, che
criticò l'operato del Cremlino.
Tre mesi prima
si
erano verificati i fatti
di Posznan dove avvenne la reazione dei lavoratori polacchi
e fu un fatto di mera rivendicazione salariale; ci fu la
repressione ma si limitarono,
a conclusione,
ad individuare una
strada per trovare una soluzione alla “via nazionale polacca
al socialismo”.
Ma secondo me il punto che portò l’Unione Sovietica
ad intervenire: fu quando
si chiese l’uscita dell'Ungheria dal Patto di Varsavia e
questo l’Unione Sovietica non poteva accettarlo e non lo
accettò in quella circostanza.
Fino
a quando si facevano
delle
rivendicazioni
o
si chiedeva una maggiore
libertà, l’Unione Sovietica poteva in un certo senso
operare e decidere ad una certa maniera
ma
quando si delineò l’uscita dal “Patto di Varsavia” si
poneva il pericolo dell’inizio dello sgretolamento dell’impero sovietico.
Poi
ricordiamo anche il rapporto del XX Congresso del PCUS di
Crusciov: quello è un punto importante perché da quel
rapporto vengono fuori tutta
una serie di fatti e di circostanze che portano
l’Ungheria in primis a reagire ed a operare in una certa
maniera.
Ma
voi ungheresi avete una storia diversa perchè
avete avuto una
certa
libertà, seppur limitata dal punto di vista
economico, e l’Unione Sovietica non ha capito, che
attraverso voi, c’era la possibilità di aprire
rapporti
che passavano attraverso l’Austria e si aprivano al mondo
occidentale .
Quindi
l’Ungheria era diventata in un certo senso quello che era
Hong Kong rispetto all’impero cinese.
Avete avuto degli
spazi dall’Unione Sovietica, anche se pur modesti, quindi
una storia diversa dagli altri
Stati del “Patto di Varsavia”.
L’episodio
vostro, quelle vicende appartengono
indubbiamente alla storia vostra, alla storia della libertà
ma anche
appartengono alla storia dell’Europa. Perché voi siete
Europa, lavoriamo tutti insieme perchè
non ci sia certamente un’Europa che omologa tutte le varie
nazioni, ma in
essa ci troviamo con le nostre culture
e la vostra è una delle più importanti».
Vorremmo
concludere, infine che potremmo anche individuare delle
assonanze tra la "primavera di autunno del '56" e
la lotta che
i ragazzi dello scrittore
Ferenc Molnár fecero per la conquista
di uno spazio libero per i loro giochi. Quei
ragazzi della Via Paal di quella Budapest mittel-europea che
scomparve
con la fine del primo conflitto mondiale, combattevano per conquistare
i loro spazi di libertà così come fecero i giovani
insorti del '56per ottenere regole e leggi autonome, un
proprio codice etico alternativo, e per staccarsi dal potere accentratore di
Mosca .
E quanti
"soldati Namecsek" hanno
combattuto fuori dalle strade letterarie della Via
Paal? Quanti
sono sono caduti per un alto ideale, quello della libertà?
Quanti ragazzi del ’56 con la testa dura,
come quella di Namecsek, di cui ancora non se ne conoscono le cifre
ufficiali della loro scomparsa, hanno combattuto per quella
bandiera che oggi sventola libera sul territorio
magiaro?
Le
cifre molto contrastanti parlano di circa 2.652
morti nella rivoluzione del 1956, ma ci sono altre
cifre quelle che se veritiere esigono ancora delle
risposte
e dei veri “mea culpa” anche oltre i confini
ungheresi: si parla di pesanti bilanci ai quali si
devono aggiungere la deportazione
nei gulag dell’Unione Sovietica e di cui ancora
non si sà di preciso quante persone morirono in
quei luoghi, poi le 228 esecuzioni a
cura del governo KADAR, anche se le
stime della CIA, pubblicate negli anni 1960
parlavano approssimativamente di 1.200 esecuzioni,
per non parlare del bilancio
del triennio che và
dal 1960 al 1963 dove risultano migliaia di ungheresi deportati in Unione
Sovietica .
La
guerra che i ragazzi di Ferenc Molnár ebbero a condurre
con
estrema civiltà e spirito di identità di gruppo è
quella stessa che ritroviamo nelle strade di Ungheria,
quando l’impari lotta continua in diversi quartieri di
Budapest e nella sua provincia, come quando gli
operai delle segherie di CESPEL, di GYÖR, di PECS e di
altri centri industriali fronteggiano l’ARMATA ROSSA
con le bottiglie molotov.
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Di
politica direttamente, quindi, non si parla
in Molnár
eppure
basterebbe, per avviare riflessioni serie, lo scritto
che è sulla bandiera della Società dello stucco:“Società
dello stucco. Budapest. Giuriamo di non essere più
schiavi”
Ma
schiavi di chi? Dei nemici? Di quegli stessi che
nella vita reale non hanno impedito con tutti i mezzi , ma
solo ritardato quei processi
di
democratizzazione e quei movimenti indirizzati ad un socialismo costruito nella democrazia e nella
libertà. |
Gli
avversari, anche se sconfitti, vanno rispettati, non come
avvenne nel 1956 e proprio per quei motivi risulta
necessario ricordare quei martiri, ricercarne le vere
motivazioni, mettendo da parte quegli odi politici
(sovietici) per una graduale riconciliazione e come ne “I
ragazzi di via Paal” presenta una maturazione
interiore delle motivazioni della non belligeranza.
La
morte dell’unico soldato non graduato è solo
l’occasione tragica di una conclusione prevista
dall’inizio, cioè l’inutilità della guerra: “...
Senti, Barabas, facciamo la pace, ma per sempre e
davvero.”
La
rivoluzione ungherese del 1956 ha contribuito, anche se in
modo lento ma inesorabile a far crollare le fondamenta
strutturali del comunismo e nella fattispecie di quello
sovietico.
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(1)
SIMONA
COLARIZI ,
Storia del novecento italiano - Cent'anni di entusiasmo, di paure, di
speranze, Bergamo, BUR,
2005, pagina
365;
(2)
MARIE
NAGY ,
Polonia-Ungheria
(testi e documenti riuniti), Edi,
1966,
pagina
177;
(3)
VICTOR SEBESTYEN ,
Budapest 1956 – La prima
rivolta contro l’impero sovietico, Bergamo, Rizzoli
Editore,
2006, pp.
44-45;
(4)
DONALD SASSOON, Cento anni di Socialismo - La sinistra
nell'Europa occidentale del XX secolo, Roma, Editori
Riuniti, 2000, pagina 261;
(5) INDRO
MONATANELLI, Corriere
della
Sera, 13
novembre
1956;
(6)
ROBERT
CONQUEST, Il secolo delle idee assassine, Cles (TN),
Le Scie Mondadori, 2001, pagina 162
(7)
JÒZSEF
MINDSZENTY, Memorie, Milano,
Rusconi, 1975, pp. 323-327
(8)
FORTUNATO
ALOI, La
voce nel tempo - Breve storia di un giornale liceale ...
negli anni '50 a Reggio Calabria, Luigi Pellegrini Editore
Cosenza, 2003, pagina
15
(9)
AA.VV., La crepa nel muro:
Ungheria 1956, Fondazione Ugo Spirito, Luni Editrice, Roma,
1999, pagina 202
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