È stato presentato presso la Biblioteca “Pietro De Nava” il saggio storico “Il generale Giuseppe Garibaldi” saggio storico, pubblicato per la prima volta nel 1932 con il titolo "Garibaldi Condottiero" , visto che la pubblicazione non era in circolazione ormai da lungo tempo.
Il saggio storico, ristampato in occasione del bicentenario della sua nascita a cura dell’Ufficio Ufficio Storico dell’Esercito Italiano, è suddiviso in nove capitoli relativi alla vita militare del condottiero che si snodano dal periodo dell'America Latina a quello relativo al periodo del 1870-1871.
Nello specifico :
Le campagne d’America 1836-1848;
La campagna del 1848;
La campagna del 1849;
La campagna del 1859;
La campagna del 1860 in Sicilia;
Dallo Stretto al Volturno;
La campagna del 1866;
La campagna del 1867;
La campagna di Francia del 1871.
Questo per quanto riguarda l’aspetto squisitamente tecnico, relativo al pregevole lavoro di ristampa, ma l’appuntamento organizzato dal Circolo Culturale L’Agorà, inerente la figura di Giuseppe Garibaldi, ha voluto significare ancora una volta un qualcosa in più rispetto alle solite celebrazioni, toccando diversi aspetti anche in contrasto all’idea celebrativa nel bicentenario.
Nel suo intervento Gianni Aiello ha rimarcato quanto precedente espresso nel precedente incontro dal titolo “Giuseppe Garibaldi: Chi era  costui?” dove «… Giuseppe Garibaldi è stato “usato” a prestito dalla casa Savoia come eroe: il periodo storico lo imponeva, c’era bisogno di una figura nella quale la popolazione doveva riconoscersi, idealizzarsi e poi messo da parte, la frase “Obbedisco” deve far riflettere e far pensare…».
Nel corso del suo intervento ha evidenziato lo status di idealista, del suo modo, quello di Giuseppe Garibaldi di vedere la costruzione delle fondamenta su cui si sarebbe dovuta poggiare l’Italia, ben diversa da quella « … piattaforma organizzativa che ha avuto nella presa di Porta Pia il prologo finale di un’idea atta nata dall’abile regia cavouriana che ebbe come scopo lo sviluppo e l’espansione dello Stato piemontese e, nel contempo, il definitivo annientamento di tutte le entità territoriali della penisola…» . (1)
Durante la sua esposizione, Gianni Aiello fa dei parallelismi con alcune pubblicazioni su Giuseppe Garibaldi, dove mette in evidenza lo stato di amarezza e di delusione del “Nizzardo”  [… oggi entro ne’ miei 65 anni, ed avendo creduto per la maggior parte della mia vita ad un miglioramento umano, sono amareggiato nel veder tanti malanni e tanta corruzione  in questo sedicente secolo civile …]  (2) e queste affermazioni del generale, forse a causa, tra le altre cose, anche  quando «… Roma  divenne finalmente capitale d’Italia, ma fu il Re ad entrarvi da vincitore, mentre Mazzini era prigioniero a Gaeta e Garibaldi restava sorvegliato dal regio esercito a Caprera». (3)
A tal proposito, Gianni Aiello ha letto ai presenti un intervento scritto da parte dell’onorevole Francesco Nucara il quale in un suo intervento cartaceo ha evidenziato la bontà dell’iniziativa del sodalizio reggino rimarcando nel contempo l’idealismo di Giuseppe Garibaldi [… è vero che egli scelse una strada politica in funzione monarchica che non ne premiò gli sforzi  e lo costrinse all’esilio a Caprera. Ed è anche vero che in questa maniera l’epopea  Risorgimentale non ebbe l’esito che noi repubblicani ci attendevamo…].
Durante la conferenza è stata menzionata anche una considerazione “sulle radici storiche e  politiche dell’Italia moderna” di Bettino Craxi del 25 aprile 1982 in quel di Marsala: « […Penso innanzitutto che la celebrazione del centenario di Garibaldi non debba risolversi in una pura parata di soli simboli, tutti scontati, freddi ed insignificanti. Essa offre piuttosto l'occasione per una grande riflessione storica e politica, sulle tradizioni e sulle radici dell'Italia moderna, dalla quale trarre motivi  morali che possano valere per i nostri compiti  ed i nostri doveri di oggi... Chi non è capace di trarre insegnamenti dalla storia,  difficilmente può avere di fronte a sé un grande avvenire. Una nazione che non conosce o ha dimenticato le proprie radici difficilmente  riuscirà ad essere veramente tale e ad esprimere  sempre, in ogni circostanza, in ogni momento difficile, la forza necessaria per superare gli ostacoli e per vincere le difficoltà che gli si parano dinanzi. …]».
Quindi Giuseppe Garibaldi idealista come idealisti furono anche coloro che stavano dall’altra parte della barricata, cioè quanti che resistettero fino alla fine nelle cittadelle di Messina e di Gaeta, nonostante i tradimenti [… molti nuovi funzionari avrebbero presto  filtrato con i garibaldini e gli emissari di   Cavour, mentre la stampa libera non smetteva di criticare chi apertamente si schierava con la tradizione, come l’ex regina Maria Teresa, o lo zio del re, il conte d’Aquila …] . (4)
Ma per meglio significare il contesto storico, ono stati trattati anche alcuni aspetti economici della penisola italiana  [ … Lo squilibrio sostanziale, sotto l’aspetto  socio-economico tra centro e zone della periferia si accresce: nelle campagne restano  ancora le forme primitive del credito, una sorta di forma mista fra beneficenza ed attività creditizia e su mille monti frumentari, non vi è nessuna cassa di  risparmio, ed un’unica filiale del Banco di Napoli a Bari, (soltanto nel 1857 concessa da Ferdinando II). … Questo dislivello era ancora più evidente in Calabria e nella provincia reggina, dove le antiche espressioni di tipo industriale risultavano essere quelle estrattive  e cioè quelle relative all’essenza del  bergamotto) sprazzi di agricoltura rurale e gli esempi di Reggio e Villa S.Giovanni (relative alle filande in seguito devastate dagli effetti della malattia del baco da seta  che determinò la loro chiusura graduale e la disoccupazione  soprattutto nel settore femminile. Il primo decennio unitario in Calabria non vide alcun mutamento di rilievo; la regione era   “conosciuta” soprattutto per le scorrerie dei briganti e le poche industrie borboniche vennero sacrificate alle esigenze della nuova politica di mercato nazionale. C’erano le ferriere della Mongiana e della Ferdinandea ed  a tal proposito il Giordano nel 1864 relazionava su tale realtà dicendo che l’entourage lavorativo ruotava intorno a mille addetti e garantiva beneficio e potenzialità di sviluppo economico al territorio di nove paesi. Ma tale aspetto economico non “garbava” alla sede centrale dove il Barracco ed il Morelli al momento della stesura del programma economico dell’«Industria italiana», sostennero la tesi che «il popolo calabrese è agricolo, né può essere altro che agricolo: farsi manifatturiero, perché riceve tutto da Napoli; e anche a dargli mille fabbriche non saprebbe che farne, vivendo in parte dove non potrebbe vendere i suoi prodotti. …] . (5)
Gianni Aiello ha concluso il suo intervento leggendo ai presenti alcune ballate popolari relative a Giuseppe Garibaldi.
La parola è poi passata ad Alberto Cafarelli il cui intervento si è incentrato prima sul periodo “sudamericano” e successivamente con il rientro in Italia dopo le elezioni di Pio IX al soglio pontificio.
Le speranze di libertà che si erano intraviste con le prime decisioni di Papa Mastai avevano  indotto Garibaldi a scrivergli una lettera nella quale si proponeva di combattere per suo conto per questi ideali.
Nel 1847 Garibaldi rientrerà a Nizza dopo che in precedenza vi era sbarcata la sua famiglia: la moglie Rita ed i tre figli viventi: Menotti,Teresita e Ricciotti.
Come si vede  figli maschi di Garibaldi portavano i nomi di patrioti caduti.
Tramontata l’idea di accordarsi con il Papa, Garibaldi verrà attivato con una legione di volontari per essere impegnato nella prima guerra d’indipendenza.
Il suo settore non risulterà nevralgico dal punto di vista militare ed il suo impiego tra San Fermo e Varese risulterà essere poco decisivo in ogni caso reso vano dalla sconfitta piemontese di Novara.
L’occasione si ripresenterà nel proseguo quanto a Roma verrà fondata la Repubblica romana è urgerà la necessità di doverla difendere da una Coalizione contraria nella quale parte preponderante il ruolo della Francia.
La nazione transalpina per decenni si assumerà il ruolo di “tutore del Papa” e Garibaldi si porterà a Roma dopo essere stato eletto Deputato  alla costituente repubblicana a Macerata e dopo qualche tempo sarà comandante di vari settori della difesa militare della Repubblica.
Raggiunto dalla moglie Anita con i suoi più fedeli lascerà la città, la cui difesa risultava ormai impossibile, e con Anita febbricitante cercherà scampo nelle Romagne, ed eventualmente soccorrere Venezia che ancora resisteva agli  Austriaci.
Abbandonata Anita morente nella pineta di Ravenna, aiutato dalla trafila massonica Garibaldi sfuggirà alle truppe austriache e riuscirà a riparare a La Spezia e successivamente a Nizza.
Nel periodo successivo avrà diversi imbarchi nel Mediterraneo finché di ritornare in America, questa volta quella settentrionale.
Abiterà a New York ed intraprenderà cospicui viaggi come comandante di navi che lo porteranno in giro per il mondo.
Ritornerà in Europa verso la fine degli anni cinquanta anche per rivedere i figli che crescevano senza di lui ed anche in visione dello scontro contro l’Austria che il Piemonte, dopo avere partecipato alla guerra di Crimea, facendo seguito agli accordi tra Cavour e Napoleone III, si apprestava a intraprenderne la guerra sostenuta proficuamente  dalla Francia.
A questo riguardo è illuminante ciò che scrive il generale Carlo Rocca nella parte della campagna del 1859 con riferimento alle fasi preparatorie alla guerra “una seconda volta (Garibaldi ndr) era tornato dal conte Cavour, a segreto convegno, sullo scorcio del dicembre ’58, uscendone lieto e con la certezza della guerra imminente. Fu allora il 22 dicembre, che, il viaggio per Caprera, scriveva da Genova a Giuseppe La Farina com’egli credesse necessario che il Re fosse alla testa dell’esercito,  soggiungendo che ciò avrebbe fatto tacere le gelosie e le ciarle «che disgraziatamente fanno uno degli attributi di noi italiani”.
La misura della passione e del disinteresse con cui Garibaldi si accingeva alla lotta c’è la dà il proclama che emanò ai volontari (cacciatori delle Alpi ndr) appena nominato comandante «chi disse per celia di voler vincere o morire non venga meco. Io non ho né spalline, né onori da offrire: io offro battaglie e cento cartucce per ciascun milite. Per tenda il cielo, per letto la erra, per testimonio Iddio».
Il comportamento del generale nella seconda guerra d’indipendenza fu migliore che nella prima. I cacciatori delle Alpi, pur essendo un corpo “arrangiato” bene si comportarono e con l’occasione necessariamente Garibaldi era stato nominato maggiore-generale a firma Cavour su proposta del Cialdini.
In seguito all’annessione della Lombardia al Piemonte ed a quelle successive dell’Italia centro-settentrionale, maturano i tempi all’inizio del 1860 per una spedizione nel Regno delle Due Sicilie; laddove si erano manifestati moti insurrezionali locali, ingigantiti nella loro portata per favorire appunto la spedizione.
È illuminante a questo riguardo la lettera che re Vittorio Emanale il 15 aprile 1860 spedirà al re borbone Francesco II – prima della partenza di Garibaldi da Quarto – «… ma, per mettere in atto questo concetto - (che l’Italia potesse essere divisa in due stati potenti, l’uno del settentrione, l’altro del mezzogiorno, i quali adottando una stessa politica nazionale, sostenessero la grande idea dei tempi, l’indipendenza nazionale)  - è, com’io credo, necessario che Vostra maestà abbandoni la via che ha finora tenuta; se Ella ripudierà il mio consiglio, il quale, mi creda, è il risultato del mio desiderio pel bene suo e della sua dinastia, verrà forse il tempo in cui sarò posto nella terribile alternativa, o di mettere a pericolo gl'interessi più urgenti della mia dinastia o di essere il principale strumento della sua rovina. Il principio del dualismo, se è bene stabilito e onestamente seguito, può essere tuttora accetto dagli Italiani. Se Ella lascerà passare qualche mese senza attenersi al mio suggerimento amichevole, Vostra Maestà vorrà forse sperimentare l’amarezza di quelle terribili parole: è troppo tardi, come avvenne ad un membro della sua famiglia nel 1830 a  Parigi. Forse gl’Italiani potrebbero concentrare in me solo tutte le loro speranze, e vi sono doveri, quantunque rincrescevoli, che un principe italiano deve adempiere».
Il non avere dato corso, prosegue il relatore, a questa proposta risulterà il tracollo del Regno delle Due Sicilie.
Dopo l’intervento di Alberto Cafarelli è stata  la volta di Filomena Tosi che ha effettuato nel corso della sua relazione una panoramica relativa al clima politico che era di enorme fermento, visto anche l’impronta che la Rivoluzione francese aveva impresso una forte spinta a mutamenti sociali, economici, politici ad una realtà che solo con questo evento sovvertitore si era finalmente lasciata alle spalle schemi obsoleti.
Fra gli effetti della Rivoluzione in primis la mutata concezione della guerra e del militare, l’immagine della guerra cambiava perché mutato era il suo scopo, i soldati erano volontari, colti e appartenenti alla borghesia, non partecipavano più ad operazioni belliche per  conto di altri e di altri interessi, ma per se stessi, per difendere le istituzioni da loro stesse create, presto la guerra diviene un mezzo necessario ed indispensabile per raggiungere gli alti ideali di patria e democrazia comuni a molte identità storiche ma non ancora territoriali, Germania e Grecia in testa, anzi l’indipendenza (1820/29) ellenica rappresenta la prima affermazione di autodeterminazione di un popolo (Guerra d’indipendenza spagnola 1808/1814).
Hegel stesso ritiene che la guerra sia l’unico mezzo che gli Stati hanno a disposizione per affrontare le controversie. Essa costituisce il motore stesso della storia e per questo non può essere eliminata. 
Con l’apogeo e sconfitta  definitiva di Napoleone, è indetto nel 1814 il  Congresso di Vienna i cui intenti di restaurazione tra i domini europei mirano a soffocare ogni anelito di libertà, ottenendo in realtà un deflagrante effetto contrario.
In questo vivace fervore si inserisce la figura, e l’opera di Giuseppe Garibaldi.
Spirito libero, sin dalla prima giovinezza afferma la sua magnetica personalità, in ambiente familiare dapprima rifiutando la carriera liberale a lui destinata, poi seguendo la propria vocazione che lo porterà presto sui mari, sempre in età giovanile emerge un altro tratto distintivo del potente carattere del Nostro: il coraggio spinto quasi agli estremi dell’incoscienza, dimostrato sin dall’età di otto anni con un salvataggio di una donna caduta in un fosso.
La storia vuole che Giuseppe Garibaldi abbia incontrato Giuseppe Mazzini nel 1833 a Londra, dove quest'ultimo era in esilio,  e che si sia iscritto subito alla Giovine Italia, un'associazione politica segreta il cui scopo era di trasformare l'Italia in una repubblica democratica unitaria. Sospinto
dall'impegno politico, entrò nella Marina  Sabauda per fare propaganda rivoluzionaria.
Come marinaio piemontese Garibaldi assunse il nome di battaglia Cleombroto, insieme all'amico Edoardo Mutru cercò a bordo e a terra di fare proseliti alla causa, esponendosi con leggerezza.
I due furono segnalati alla polizia e sorvegliati, e per questo vennero trasferiti sulla fregata Conte de Geneys in partenza per il Brasile.
Nel frattempo si era stabilito che l'11 febbraio 1834 ci sarebbe stata un'insurrezione popolare in Piemonte. Garibaldi scese a terra per mettersi in contatto con gli organi mazziniani; ma il fallimento della rivolta in Savoia e l'allerta di esercito e polizia fanno fallire il moto.
Il "nizzardo" non ritornò a bordo della Conte de Geneys, divenendo in pratica un disertore, e questa latitanza venne considerata come un'ammissione di colpa. Indicato come uno dei capi della cospirazione, fu condannato alla pena di morte ignominiosa  in contumacia in quanto nemico della Patria e dello Stato.
Garibaldi divenne così un "bandito": si rifugiò prima a Nizza e poi varcò il confine giungendo a Marsiglia, ospite dell'amico Giuseppe Pares. Per non destare sospetti assunse il nome fittizio di Joseph Pane e a luglio si imbarcò alla volta del mar Nero, mentre nel marzo del 1835 fu in Tunisia.
Il nizzardo rimase in contatto con l'associazione mazziniana tramite Luigi Cannessa e nel giugno 1835 venne iniziato alla Giovine Europa, prendendo come nome di battaglia Borrel in ricordo di Joseph Borrel, martire della causa rivoluzionaria. Garibaldi decise quindi di partire alla volta del Sud America con l'intenzione di propagandare gli ideali mazziniani.
L'8 settembre 1835 partì da Marsiglia sul brigantino Nautonnier, tra novembre e dicembre  arrivò a Rio de Janeiro, dove poté contare su un discreto numero di esuli italiani (una trentina circa), legati alla Giovane Italia ad esempio, l’esule ligure Giuseppe Stefano Grondona gli passò la presidenza dell'associazione locale della Giovine Italia.
Gli furono aperte le porte della loggia massonica Asilo di Vertud.
Poté pubblicare articoli e litografie contro re Carlo Alberto e acquistare una nave da venti tonnellate, battezzata Mazzini.
Con l'aiuto di Giovanni Battista Cuneo fondò un giornale intitolato Giovine Italia. Intanto, già dal 1834 la provincia di Rio Grande do Sul era  in aperta rivolta contro l'Impero brasiliano. I ribelli erano guidati dal ricco proprietario terriero Bento Gonçalves da Silva.
La guerra ebbe sorti alterne. Nel settembre del 1836 Gonçalves fu catturato dagli imperialisti, insieme a cinquecento guerriglieri, ma nonostante ciò la guerra continuò, tra i prigionieri c'era un italiano, Livio Zambeccari, che era tra le personalità più influenti del governo provvisorio riograndese.
Un altro esule ligure, Luigi Rossetti, il numerodue della carboneria, andò a far visita a Garibaldi per proporgli di aiutare il Rio Grande, creando un corpo di corsari, formato da esponenti della Giovine Italia.
Il comando sarebbe andato a Garibaldi, che nel febbraio del 1837 andò a incontrare Livio Zambeccari, e dichiarò la sua disponibilità a combattere per l'indipendenza del Rio Grande, la cosiddetta Guerra dei Farrapos (drappi, bandiere), per Guerra dei Farrapos , o Rivoluzione Farroupilha o Decenio Eroico si intende indicare l’intera serie dei combattimenti nei quali fu coinvolto Garibaldi, durante gli anni trascorsi in Brasile.
Il 4 maggio 1837, Garibaldi ottenne una 'patente di corsa' dal governo del Rio Grande do Sul, ribelle all'autorità dell'Impero del Brasile, e prese a sfidare un impero con il suo peschereccio, battezzato Mazzini.
L’America costituì per Garibaldi un’autentica  “scuola di guerra”, o, per dirla con Mazzini, un  “un noviziato alla guerra italiana”, prima della partecipazione alle campagne belliche sudamericane Egli fu essenzialmente un coraggioso e completo marinaio, sapeva infatti fare tutto sulle navi: timoniere, capitano….
Offrì qui la sua opera dal 1836 al 1848, in tre distinte campagne militari.
La guerra fra la Repubblica di Rio Grande contro l’Impero Brasiliano occuparono Garibaldi dal 1837 al 1842.
Già dai primi fatti d’arme emerge il carattere aggressivo di Garibaldi, la stessa indole che lo guiderà sempre nelle vicende più dure della sua vita e che lo porteranno a pronunciare il noto ammonimento al figlio Menotti: “trovandoti attaccato tu devi sempre combattere vigorosamente, anche se la tua forza sia  inferiore….in tutta la mia vita ho sempre creduto che meglio è picchiare che accovacciarsi”.
Un’altra caratteristica che sempre accompagnerà il percorso umano e militare del Nizzardo è l’orgoglio di poter fare onore, lui, italiano (all’epoca equivalente a nulla, non esisteva l’<italiano> in quanto connotazione etnica) con la sua opera di guerra, al fiero  tradizionale spirito militare degli Italiani, così spesso ingiustamente misconosciuto.
In battaglia, com’era sua abitudine, egli dava l’esempio sottoponendosi alle più dure fatiche e ai pericoli più gravi, pur di arrivare a sorprendere il nemico e in questa sua abnegazione trascinava in tale ardore le ciurme.
Diversi i fatti che illuminano già dalle prime campagne americane il genio militare di Garibaldi. Il 17 aprile 1839, dopo un vano tentativo delle truppe di Rio Grande di riconquistare la capitale Porto Alegre, conquistata dai Brasiliani, i Riograndesi decidono di compiere una spedizione militare nella provincia brasiliana di Santa Catarina, un distretto montuoso e boschivo, a nord del  territorio di Rio Grande, nel quale si erano manifestati moti rivoluzionari. Garibaldi doveva supportare tale impresa, in particolare aveva il compito di risalire dal mare la costa oceanica brasiliana, i riograndesi avrebbero percorso lo stesso itinerario da terra, fino alla città di Laguna, capitale della provincia di Santa Catarina.
Garibaldi al momento dell’ordine si trovava “imbottigliato” nella grande laguna di Los Patos da cui non poteva uscire dacchè l’unica via di accesso, quello di San Josè do Norte, era bloccato dai brasiliani.
Il nostro non si perse d’animo deciso a dare la  vita per di obbedire ai comandi ricevuti, a nord-est della laguna di Los Patos scorre il Capibari, un piccolo fiume, risalendo il quale per un certo tratto si può giungere al lago Tramanday, in comunicazione a sua volta per mezzo di un estuario a fondo ripido e roccioso.
Garibaldi ebbe il coraggio di far passare per quella via due delle sue 4 navi, trasportandole su carri, un impresa che a molti sarebbe sembrata impossibile denotando un senso delle possibilità assai più esteso e sicuro che non  nella media degli uomini rivelando in germe quella facoltà propria dei grandi uomini d’azione di ridisegnare sempre e in modo  assolutamente arduo e geniale quella sottile linea fra possibile e impossibile e denotando anche una straordinaria fermezza d’animo che fu sempre una delle più belle doti di condottiero.
Nel 1841 è la disfatta dei Riograndesi: le defezioni non si contavano più, malattie dilaganti…oggi si direbbe una tragica Caporetto, nel 1840 la nascita del primogenito, sei anni di imprese ininterrotte, Garibaldi si ritira a  Montevideo (Uruguay), inizia la seconda fase del periodo sudamericano al servizio della Repubblica della Banda Orientale (Uruguay) contro il feroce tiranno argentino Rosas, 1842-1848.
Nel secondo periodo il Nostro è già un eroe conosciutissimo e pertanto costantemente cercato perché aderisse alla causa uruguayana, ma Garibaldi intimamente sperava sempre di poter offrire alla sua Patria lontana la conquista abilità militare tant’è che si decise a combattere per le forze di Montevideo solo all’esplicita promessa di poter rispondere liberamente e in ogni momento al richiamo dell’Italia. 
Da poco tempo la repubblica dell’Uruguay era divenuta indipendente ma nubi minacciose oscuravano l’orizzonte sotto forma del generale argentino Rosas; nella giovane repubblica era già in atto una guerra civile fra chi voleva l’unione all’Argentina (Oribe) e chi vi si opponeva (Rivera). Garibaldi si schierò con quest’ultimo e il suo primo atto militare fu forzare il passaggio sul fiume Paranà  risalendolo per 1200 chilometri.
Il 22 giugno 1842 Garibaldi iniziava l’incredibile spedizione con la corvetta “Consitucion” di 18 cannoni, il brigantino “Pereyra” armato di due cannoni girevoli e una nave appoggio la “Procida”.
La squadra al servizio di Rosas, comandata dall’irlandese  Brown, era composta da quattro vascelli di linea e tre imbarcazioni fluviali armate.
L’obiettivo dell’impresa per Garibaldi si trovava a oltre mille chilometri oltre le linee argentine, devono navigare il fiume tortuoso in balia del vento, scandagliare continuamente i fondali, evitare le barriere, rintuzzare il fuoco di eventuali batterie nemiche, mentre il rifornimento regolare di viveri e munizioni era praticamente assente.
La battaglia si risolverà a favore di Brown al quale però non rimarrà che le ceneri delle navi e le acque fumanti di un fiume, Garibaldi dopo 3 giorni di acerrimi combattimenti era riuscito a trasportare a terra gli equipaggi e i feriti e a far esplodere i resti della sua misera flotta, salvando così l’onore militare la cui tutela era massima cura del Nizzardo. Ben presto fu nominato colonnello dell’esercito e comandante della flotta uruguayana e condusse diverse battaglie, alla testa della sua Legione  italiana, con alterne vicende, fra le quali  rimase famosa quella di San Antonio del Salto (febbraio 1840), Salto, una località dell'interno verso la quale la Legione italiana e altre truppe uruguayane si erano portate da  qualche mese per rendere libera la navigazione fluviale e dove con soli 190 uomini Garibaldi sconfisse 1.500 avversari oribisti quindi si ricongiunsero al resto dell'esercito. 
Il Garibaldi fu il primo a percepire, insieme con il significato strategico della battaglia, il valore morale di una vittoria che andava ben oltre i confini di un fatto d'armi locale. 
Le alterne vicende dell'assedio e della parallela guerra di posizione, oltre a enfatizzare il  ruolo delle potenze liberali europee, interessate a ripristinare la libertà dei commerci, accrebbero la fama del Garibaldi e prepararono la vera e propria esaltazione di cui sarebbe stato fatto oggetto dopo la vittoria di San Antonio del Salto.
Il merito principale di Garibaldi, soprattutto con le imprese militari sudamericane, consiste nell’avere impresso un carattere di serietà e praticità nella condotta di truppe irregolari ponendo a base di quest’arte, come necessità imprescindibile, il sentimento dell’obbedienza e della disciplina e soprattutto il potente  stimolo morale di una diffusa coscienza di combattere per un alto ideale.

ShinyStat
18 ottobre 2007

(1)  G. Aiello "Il massimo della pena - Le condanne a morte nella provincia di Reggio Calabria dal 1808 al 1888", Reggio Calabria, 1996;
(2)  Giuseppe Garibaldi “Memorie”, KAOS EDIZIONI, 2006;
(3) F. Montanari in "Garibaldi e Bakunin", rivista "A" ottobre 2007;
(4)  G. Di Fiore "I vinti del Risorgimento -Storia e storie di chi combattè per i Borbone di Napoli", UTET, 2004.;
(5)  G. Aiello, opera citata.