stato
presentato presso la Biblioteca “Pietro De Nava”
il saggio storico “Il generale Giuseppe
Garibaldi” saggio storico, pubblicato per la
prima volta nel 1932 con il titolo "Garibaldi
Condottiero"
, visto che la
pubblicazione non era in circolazione ormai da
lungo tempo.
Il saggio
storico, ristampato in
occasione del bicentenario della sua nascita a
cura dell’Ufficio UfficioStorico dell’Esercito Italiano, è
suddiviso in nove
capitoli
relativi alla vita
militare del condottiero che si snodano dal periodo
dell'America Latina a
quello relativo al periodo del 1870-1871.
Nello specifico :
Le campagne
d’America 1836-1848;
La campagna del
1848;
La campagna del
1849;
La campagna del
1859;
La campagna del
1860 in Sicilia;
Dallo Stretto al
Volturno;
La campagna del
1866;
La campagna del
1867;
La campagna di
Francia del 1871.
Questoper quanto riguarda l’aspetto squisitamente
tecnico, relativo al pregevole lavoro di ristampa, ma
l’appuntamento organizzato dal Circolo Culturale
L’Agorà, inerente la figura di Giuseppe Garibaldi, ha
voluto significare ancora una volta un qualcosa in più
rispetto alle solite celebrazioni, toccando diversi
aspetti anche in contrasto all’idea celebrativa nel
bicentenario.
Nel suo intervento
Gianni Aiello ha rimarcato quanto precedente espresso
nel precedente incontro dal titolo “Giuseppe
Garibaldi: Chi era costui?”
dove «…
Giuseppe Garibaldi è stato “usato” a prestito dalla casa
Savoia come eroe: il periodo storico lo imponeva, c’era
bisogno di una figura nella quale la popolazione doveva
riconoscersi, idealizzarsi e poi messo da parte, la
frase “Obbedisco” deve far riflettere e far pensare…».
Nel
corso del suo intervento ha evidenziato lo status di
idealista, del suo modo, quello di Giuseppe Garibaldi di
vedere la costruzione delle fondamenta su cui si sarebbe
dovuta poggiare l’Italia, ben diversa da quella « …
piattaforma organizzativa che ha avuto nella presa di
Porta Pia il prologo finale di un’idea atta nata
dall’abile regia cavouriana che ebbe come scopo lo
sviluppo e l’espansione dello Stato piemontese e, nel
contempo, il definitivo annientamento di tutte le entità
territoriali della penisola…» .
(1)
Durante la sua esposizione, Gianni Aiello fa dei parallelismi con alcune
pubblicazioni su Giuseppe Garibaldi, dove mette in
evidenza lo stato di amarezza e di delusione del
“Nizzardo” [… oggi entro ne’ miei 65 anni, ed avendo
creduto per la maggior parte della mia vita ad un
miglioramento umano, sono amareggiato nel veder tanti
malanni e tanta corruzione
in questo sedicente secolo civile …]
(2)
e
queste affermazioni del generale, forse a causa, tra le
altre cose, anche quando«…
Roma divenne
finalmente capitale d’Italia, ma fu il Re ad entrarvi da
vincitore, mentre Mazzini era prigioniero a Gaeta e
Garibaldi restava sorvegliato dal regio esercito a
Caprera».
(3)
A
tal proposito, Gianni Aiello ha letto ai
presenti un intervento scritto da parte
dell’onorevole Francesco Nucara il quale in un
suo intervento cartaceo ha evidenziato la bontà
dell’iniziativa del sodalizio reggino rimarcando
nel contempo l’idealismo di Giuseppe Garibaldi
[… è vero che egli scelse una strada politica in
funzione monarchica che non ne premiò gli sforzi
e lo costrinse all’esilio a Caprera. Ed è anche
vero che in questa maniera l’epopea
Risorgimentale non ebbe l’esito che noi
repubblicani ci attendevamo…].
Durante la
conferenza è stata menzionata anche una
considerazione “sulle radici storiche e
politiche dell’Italia
moderna” di Bettino Craxi del 25 aprile 1982 in
quel di Marsala: « […Penso innanzitutto
che la celebrazione del centenario di Garibaldi
non debba risolversi in una pura parata di soli
simboli, tutti scontati, freddi ed
insignificanti. Essa offre piuttosto l'occasione
per una grande riflessione storica e politica,
sulle tradizioni e sulle radici dell'Italia
moderna, dalla quale trarre motivi morali che
possano valere per i nostri compiti ed i nostri
doveri di oggi... Chi non è capace di trarre
insegnamenti dalla storia, difficilmente può
avere di fronte a sé un grande avvenire. Una
nazione che non conosce o ha dimenticato le
proprie radici difficilmente riuscirà ad essere
veramente tale e ad esprimere sempre, in ogni
circostanza, in ogni momento difficile, la forza
necessaria per superare gli ostacoli e per
vincere le difficoltà che gli si parano dinanzi.
…]».
Quindi Giuseppe Garibaldi idealista come
Idealisti furono anche coloro che stavano
dall’altra parte della barricata, cioè quantiche
resistettero fino alla fine nelle cittadelle di
Messina e di Gaeta, nonostante i tradimenti[… molti nuovi funzionari avrebbero
presto filtrato con i garibaldini e gli emissari
di Cavour, mentre la stampa libera non smetteva
di criticare chi apertamente si schierava con la
tradizione, come l’ex regina Maria Teresa, o lo
zio del re, il conte d’Aquila …]
.
(4)
Ma
per meglio significare il contesto storico, sono
stati trattati anche alcuni aspetti economici
della penisola italiana
[ … Lo squilibrio sostanziale, sotto l’aspetto
socio-economico tra centro e zone della periferia si
accresce: nelle campagne restano ancora le forme
primitive del credito, una sorta di forma mista fra
beneficenza ed attività creditizia e su mille monti
frumentari, non vi è nessuna cassa di risparmio,
ed un’unica filiale del Banco di Napoli a Bari,
(soltanto nel 1857 concessa da Ferdinando II). … Questo
dislivello era ancora più evidente in Calabria e nella
provincia reggina, dove le antiche espressioni di tipo
industriale risultavano essere quelle estrattivee cioè quelle relative all’essenza del
bergamotto) sprazzi di agricoltura rurale e gli esempi
di Reggio e Villa S.Giovanni (relative alle filande in
seguito devastate dagli effetti della malattia del baco
da seta che determinò la loro chiusura graduale e la
disoccupazionesoprattutto nel
settore femminile. Il primo decennio unitario in
Calabria non vide alcun mutamento di rilievo; la regione
era “conosciuta” soprattutto per le scorrerie dei
briganti e le poche industrie borboniche vennero
sacrificate alle esigenze della nuova politica di
mercato nazionale. C’erano le ferriere della Mongiana e
della Ferdinandea ed a tal proposito il Giordano nel
1864 relazionava su tale realtà dicendo che l’entourage
lavorativo ruotava intorno a mille addetti e garantiva
beneficio e potenzialità di sviluppo economico al
territorio di nove paesi. Ma tale aspetto economico non
“garbava” alla sede centrale dove il Barracco ed il
Morelli al momento della stesura del programma economico
dell’«Industria italiana», sostennero la tesi che «il
popolo calabrese è agricolo, né può essere altro che
agricolo: farsi manifatturiero, perché riceve tutto da
Napoli; e anche a dargli mille fabbriche non saprebbe
che farne, vivendo in parte dove non potrebbe vendere i
suoi prodotti. …] .
(5)
Gianni Aiello ha
concluso il suo intervento leggendo ai presenti alcune
ballate popolari
relative a Giuseppe Garibaldi.
La
parola è poi passata ad Alberto Cafarelli il cui
intervento si è incentrato
prima sul periodo “sudamericano” e successivamente con il rientro in Italia
dopo le elezioni di Pio IX al soglio pontificio.
Le speranze di libertà
che si erano intraviste con le prime decisioni di Papa
Mastai avevano indotto Garibaldi a scrivergli una
lettera nella quale si proponeva di combattere per suo
conto per questi ideali.
Nel 1847 Garibaldi
rientrerà a Nizza dopo che in precedenza vi era sbarcata
la sua famiglia: la moglie Rita ed i tre figli viventi:
Menotti,Teresita e Ricciotti.
Come si vede figli
maschi di Garibaldi portavano i nomi di patrioti caduti.
Tramontata l’idea di
accordarsi con il Papa, Garibaldi verrà attivato con una
legione di volontari per essere impegnato nella
prima guerra d’indipendenza.
Il suo settore non
risulterà nevralgico dal punto di vista militare ed il
suo impiego tra San Fermo e Varese risulterà essere poco
decisivo in ogni caso reso vano dalla sconfitta
piemontese di Novara.
L’occasione si
ripresenterà nel proseguo quanto a Roma verrà fondata la
Repubblica romana è urgerà la necessità di
doverla difendere da una Coalizione contraria nella
quale parte preponderante il ruolo della Francia.
La nazione transalpina
per decenni si assumerà il ruolo di “tutore del Papa” e
Garibaldi si porterà a Roma dopo essere stato eletto
Deputato alla costituente repubblicana a Macerata e dopo
qualche tempo sarà comandante di vari settori della
difesa militare della Repubblica.
Raggiunto dalla moglie
Anita con i suoi più fedeli lascerà la città, la cui
difesa risultava ormai impossibile, e con Anita
febbricitante cercherà scampo nelle Romagne, ed
eventualmente soccorrere Venezia che ancora resisteva
agli Austriaci.
Abbandonata Anita
morente nella pineta di Ravenna, aiutato dalla trafila
massonica Garibaldi sfuggirà alle truppe austriache e
riuscirà a riparare a La Spezia e successivamente a
Nizza.
Nel periodo successivo
avrà diversi imbarchi nel Mediterraneo finché di
ritornare in America, questa volta quella
settentrionale.
Abiterà a New York ed
intraprenderà cospicui viaggi come comandante di navi
che lo porteranno in giro per il mondo.
Ritornerà in Europa
verso la fine degli anni cinquanta anche per rivedere i
figli che crescevano senza di lui ed anche in visione
dello scontro contro l’Austria che il Piemonte, dopo
avere partecipato alla guerra di Crimea, facendo seguito
agli accordi tra Cavour e Napoleone III, si apprestava a
intraprenderne la guerra sostenuta proficuamente dalla
Francia.
A questo riguardo è
illuminante ciò che scrive il generale Carlo Rocca nella
parte della campagna del 1859 con riferimento alle fasi
preparatorie alla guerra “una seconda volta (Garibaldi
ndr) era tornato dal conte Cavour, a segreto convegno,
sullo scorcio del dicembre ’58, uscendone lieto e con la
certezza della guerra imminente. Fu allora il 22
dicembre, che, il viaggio per Caprera, scriveva da
Genova a Giuseppe La Farina com’egli credesse necessario
che il Re fosse alla testa dell’esercito, soggiungendo
che ciò avrebbe fatto tacere le gelosie e le ciarle «che
disgraziatamente fanno uno degli attributi di noi
italiani».
La misura della
passione e del disinteresse con cui Garibaldi si
accingeva alla lotta c’è la dà il proclama che emanò ai
volontari (cacciatori delle Alpi ndr) appena nominato
comandante «chi disse per celia di voler vincere o
morire non venga meco. Io non ho né spalline, né onori
da offrire: io offro battaglie e cento cartucce per
ciascun milite. Per tenda il cielo, per letto la terra,
per testimonio Iddio».
Il comportamento del
generale nella seconda guerra d’indipendenza fu migliore
che nella prima. I cacciatori delle Alpi, pur essendo un
corpo “arrangiato” bene si comportarono e con
l’occasione necessariamente Garibaldi era stato nominato
maggiore-generale a firma Cavour su proposta del
Cialdini.
In seguito
all’annessione della Lombardia al Piemonte ed a quelle
successive dell’Italia centro-settentrionale, maturano i
tempi all’inizio del 1860 per una spedizione nel Regno
delle Due Sicilie; laddove si erano manifestati moti
insurrezionali locali, ingigantiti nella loro portata
per favorire appunto la spedizione.
È illuminante a questo
riguardo la lettera che re Vittorio Emanale il 15 aprile
1860 spedirà al re borbone Francesco II – prima della
partenza di Garibaldi da Quarto –
«…
ma, per mettere in atto questo concetto - (che l’Italia
potesse essere divisa in due stati potenti, l’uno del
settentrione, l’altro del mezzogiorno, i quali adottando
una stessa politica nazionale, sostenessero la grande
idea dei tempi, l’indipendenza nazionale) - è, com’io
credo, necessario che Vostra maestà abbandoni la via
che ha finora tenuta; se Ella ripudierà il mio
consiglio, il quale, mi creda, è il risultato del mio
desiderio pel bene suo e della sua dinastia, verrà forse
il tempo in cui sarò posto nella terribile alternativa,
o di mettere a pericolo gl’interessi più urgenti della
mia dinastia o di essere il principale strumento della
sua rovina. Il principio del dualismo, se è bene
stabilito e onestamente seguito, può essere tuttora
accetto dagli Italiani. Se Ella lascerà passare qualche
mese senza attenersi al mio suggerimento amichevole,
Vostra Maestà vorrà forse sperimentare l’amarezza di
quelle terribili parole: è troppo tardi, come avvenne ad
un membro della sua famiglia nel 1830 a Parigi. Forse
gl’Italiani potrebbero concentrare in me solo tutte le
loro speranze, e vi sono doveri, quantunque
rincrescevoli, che un principe italiano deve adempiere».
Il non avere dato
corso, prosegue il relatore, a questa proposta risulterà
il tracollo del Regno delle Due Sicilie.
Dopo
l’intervento di Alberto Cafarelli è stata la
volta di Filomena Todi che ha effettuato nel
corso della sua relazione una panoramica
relativa al clima politico che era di enorme
fermento, visto anche l’impronta chela
Rivoluzione
francese aveva
impresso una forte spinta a mutamenti sociali,
economici, politici ad una realtà che solo con questo
evento sovvertitore si era finalmente lasciata alle
spalle schemi obsoleti. Fra gli effetti della
Rivoluzione in primis la mutata concezione della guerra
e del militare, l’immagine della guerra cambiava perché
mutato era il suo scopo, i soldati erano volontari,
colti e appartenenti alla borghesia, non partecipavano
più ad operazioni belliche per conto di altri e di altri
interessi, ma per se stessi, per difendere le
istituzioni da loro stesse create, presto la guerra
diviene un mezzo necessario ed indispensabile per
raggiungere gli alti ideali di patria e democrazia
comuni a molte identità storiche ma non ancora
territoriali, Germania e Grecia in testa, anzi
l’indipendenza (1820/29) ellenica rappresenta la prima
affermazione di autodeterminazione di un popolo (Guerra
d’indipendenza spagnola 1808/1814).
Hegel stesso ritiene
che la guerra sia l’unico mezzo che gli Stati hanno a
disposizione per affrontare le controversie. Essa
costituisce il motore stesso della storia e per questo
non può essere eliminata. Con l’apogeo e
sconfitta definitiva di Napoleone, è indetto nel 1814 il
Congresso di Vienna i cui intenti di restaurazione tra i
domini europei mirano a soffocare ogni anelito di
libertà, ottenendo in realtà un deflagrante effetto
contrario. In questo vivace fervore si inserisce la
figura, e l’opera di Giuseppe Garibaldi.
Spirito libero, sin
dalla prima giovinezza afferma la sua magnetica
personalità, in ambiente familiare dapprima rifiutando
la carriera liberale a lui destinata, poi seguendo la
propria vocazione che lo porterà presto sui mari, sempre
in età giovanile emerge un altro tratto distintivo del
potente carattere del Nostro: il coraggio spinto quasi
agli estremi dell’incoscienza, dimostrato sin dall’età
di otto anni con un salvataggio di una donna caduta in
un fosso. La storia vuole che Giuseppe Garibaldi abbia
incontrato Giuseppe Mazzini nel 1833 a Londra, dove
quest'ultimo era in esilio, e che si sia iscritto subito
alla Giovine Italia, un'associazione politica segreta il
cui scopo era di trasformare l'Italia in una repubblica
democratica unitaria. Sospinto dall'impegno politico,
entrò nella Marina Sabauda per fare propaganda
rivoluzionaria. Come marinaio piemontese Garibaldi
assunse il nome di battaglia Cleombroto, insieme
all'amico Edoardo Mutru cercò a bordo e a terra di fare
proseliti alla causa, esponendosi con leggerezza.
I due furono segnalati
alla polizia e sorvegliati, e per questo vennero
trasferiti sulla fregata Conte de Geneys in partenza per
il Brasile.
Nel frattempo si era
stabilito che l'11 febbraio 1834 ci sarebbe stata
un'insurrezione popolare in Piemonte. Garibaldi scese a
terra per mettersi in contatto con gli organi
mazziniani; ma il fallimento della rivolta in Savoia e
l'allerta di esercito e polizia fanno fallire il moto.
Il
"nizzardo" non ritornò a bordo della Conte de Geneys, divenendo in pratica un
disertore, e questa latitanza venne considerata come un'ammissione di colpa.
Indicato come uno dei capi della cospirazione, fu condannato alla pena di morte
ignominiosa
in
contumacia in quanto nemico della Patria e dello Stato.
Garibaldi divenne così un "bandito": si rifugiò prima a
Nizza e poi varcò il confine giungendo a Marsiglia,
ospite dell'amico Giuseppe Pares. Per non destare
sospetti assunse il nome fittizio di Joseph Pane e a
luglio si imbarcò alla volta del mar Nero, mentre nel
marzo del 1835 fu in Tunisia.
Il nizzardo rimase in
contatto con l'associazione mazziniana tramite Luigi
Cannessa e nel giugno 1835 venne iniziato alla Giovine
Europa, prendendo come nome di battaglia Borrel in
ricordo di Joseph Borrel, martire della causa
rivoluzionaria. Garibaldi decise quindi di partire alla
volta del Sud America con l'intenzione di propagandare
gli ideali mazziniani.
L'8 settembre 1835
partì da Marsiglia sul brigantino Nautonnier, tra
novembre e dicembre arrivò a Rio de Janeiro, dove poté
contare su un discreto numero di esuli italiani (una
trentina circa), legati alla Giovane Italia
ad esempio, l’esule ligure
Giuseppe Stefano Grondona gli passò la presidenza
dell'associazione locale della Giovine Italia.
Gli furono aperte le
porte della loggia massonica Asilo di Vertud.
Poté
pubblicare articoli e litografie contro re Carlo Alberto
e acquistare una nave da venti tonnellate, battezzata
Mazzini.
Con l'aiuto di
Giovanni Battista Cuneo fondò un giornale intitolato
Giovine Italia. Intanto, già dal 1834 la provincia di
Rio Grande do Sul era in aperta rivolta contro l'Impero
brasiliano. I ribelli erano guidati dal ricco
proprietario terriero Bento Gonçalves da Silva.
La guerra ebbe sorti
alterne. Nel settembre del 1836 Gonçalves fu catturato
dagli imperialisti, insieme a cinquecento guerriglieri,
ma nonostante ciò la guerra continuò, tra i prigionieri
c'era un italiano, Livio Zambeccari, che era tra le
personalità più influenti del governo provvisorio
riograndese.
Un altro esule ligure,
Luigi Rossetti, il due de carboneria, andò a far visita
a Garibaldi per proporgli di aiutare il Rio Grande,
creando un corpo di corsari, formato da esponenti della
Giovine Italia.
Il comando sarebbe
andato a Garibaldi, che nel febbraio del 1837 andò a
incontrare Livio Zambeccari, e dichiarò la sua
disponibilità a combattere per l'indipendenza del Rio
Grande, la cosiddetta Guerra dei
Farrapos (drappi, bandiere), per Guerra dei Farrapos ,o Rivoluzione Farroupilha
o Decenio Eroico si intende indicare l’intera serie dei
combattimenti nei quali fu coinvolto Garibaldi, durante
gli anni trascorsi in Brasile.
Il 4 maggio 1837,
Garibaldi ottenne una 'patente di corsa' dal governo del
Rio Grande do Sul, ribelle all'autorità dell'Impero del
Brasile, e prese a sfidare un impero con il suo
peschereccio, battezzato Mazzini.
L’America costituì per
Garibaldi un’autentica “scuola di guerra”, o, per dirla
con Mazzini, un “un noviziato alla guerra italiana”,
prima della partecipazione alle campagne belliche
sudamericane Egli fu essenzialmente un coraggioso e
completo marinaio, sapeva infatti fare tutto sulle navi:
timoniere, capitano…. Offrì qui la sua opera dal 1836 al
1848, in tre distinte campagne militari.
La guerra fra la
Repubblica di Rio Grande contro l’Impero Brasiliano
occuparono Garibaldi dal 1837 al 1842.
Già dai primi fatti
d’arme emerge il carattere aggressivo di Garibaldi, la
stessa indole che lo guiderà sempre nelle vicende più
dure della sua vita e che lo porteranno a pronunciare il
noto ammonimento al figlio Menotti: “trovandoti
attaccato tu devi sempre combattere vigorosamente, anche
se la tua forza sia inferiore….in tutta la mia vita ho
sempre creduto che meglio è picchiare che
accovacciarsi”. Un’altra caratteristica che sempre
accompagnerà il percorso umano e militare del Nizzardo è
l’orgoglio di poter fare onore, lui, italiano (all’epoca
equivalente a nulla, non esisteva l’<italiano> in quanto
connotazione etnica) con la sua opera di guerra, al
fiero tradizionale spirito militare degli Italiani, così
spesso ingiustamente misconosciuto.
In battaglia, com’era
sua abitudine, egli dava l’esempio sottoponendosi alle
più dure fatiche e ai pericoli più gravi, pur di
arrivare a sorprendere il nemico e in questa sua
abnegazione trascinava in tale ardore le ciurme.
Diversi i fatti che
illuminano già dalle prime campagne americane il genio
militare di Garibaldi. Il 17 aprile 1839, dopo un vano
tentativo delle truppe di Rio Grande di riconquistare la
capitale Porto Alegre, conquistata dai Brasiliani, i
Riograndesi decidono di compiere una spedizione militare
nella provincia brasiliana di Santa Catarina, un
distretto montuoso e boschivo, a nord del territorio di
Rio Grande, nel quale si erano manifestati moti
rivoluzionari. Garibaldi doveva supportare tale impresa,
in particolare aveva il compito di risalire dal mare la
costa oceanica brasiliana, i riograndesi avrebbero
percorso lo stesso itinerario da terra, fino alla città
di Laguna, capitale della provincia di Santa Catarina.
Garibaldi al momento
dell’ordine si trovava “imbottigliato” nella grande
laguna di Los Patos da cui non poteva uscire dacchè
l’unica via di accesso, quello di San Josè do Norte, era
bloccato dai brasiliani.
Il nostro non si perse
d’animo deciso a dare la vita per di obbedire ai comandi
ricevuti, a nord-est della laguna di Los Patos scorre il
Capibari, un piccolo fiume, risalendo il quale per un
certo tratto si può giungere al lago Tramanday, in
comunicazione a sua volta per mezzo di un estuario a
fondo ripido e roccioso.
Garibaldi ebbe il
coraggio di far passare per quella via due delle sue 4
navi, trasportandole su carri, un impresa che a molti
sarebbe sembrata impossibile denotando un senso delle
possibilità assai più esteso e sicuro che non nella
media degli uomini rivelando in germe quella facoltà
propria dei grandi uomini d’azione di ridisegnare sempre
e in modo assolutamente arduo e geniale quella sottile
linea fra possibile e impossibile e denotando anche una
straordinaria fermezza d’animo che fu sempre una delle
più belle doti di condottiero. Nel 1841 è la disfatta
dei Riograndesi: le defezioni non si contavano più,
malattie dilaganti…oggi si direbbe una tragica Caporetto,
nel 1840 la nascita del primogenito, sei anni di imprese
ininterrotte, Garibaldi si ritira a Montevideo
(Uruguay), inizia la seconda fase del periodo
sudamericano al servizio della Repubblica della Banda
Orientale (Uruguay) contro il feroce tiranno argentino
Rosas, 1842-1848.
Nel secondo periodo il
Nostro è già un eroe conosciutissimo e pertanto
costantemente cercato perché aderisse alla causa
uruguayana, ma Garibaldi intimamente sperava sempre di
poter offrire alla sua Patria lontana la conquista
abilità militare tant’è che si decise a combattere per
le forze di Montevideo solo all’esplicita promessa di
poter rispondere liberamente e in ogni momento al
richiamo dell’Italia.
Da poco tempo la
repubblica dell’Uruguay era divenuta indipendente ma
nubi minacciose oscuravano l’orizzonte sotto forma del
generale argentino Rosas; nella giovane repubblica era
già in atto una guerra civile fra chi voleva l’unione
all’Argentina (Oribe) e chi vi si opponeva (Rivera).
Garibaldi si schierò con quest’ultimo e il suo primo
atto militare fu forzare il passaggio sul fiume Paranà
risalendolo per 1200 chilometri.
Il 22 giugno 1842
Garibaldi iniziava l’incredibile spedizione con la
corvetta “Consitucion” di 18 cannoni, il brigantino
“Pereyra” armato di due cannoni girevoli e una nave
appoggio la “Procida”.
La squadra al servizio
di Rosas, comandata dall’irlandese
Brown, era composta da quattro
vascelli di
linea
e tre imbarcazioni fluviali armate.
L’obiettivo
dell’impresa per Garibaldi si trovava a oltre
mille chilometri oltre le linee argentine,
devono navigare il fiume tortuoso in balia del
vento, scandagliare continuamente i fondali,
evitare le barriere, rintuzzare il fuoco di
eventuali batterie nemiche, mentre il
rifornimento regolare di viveri e munizioni era
praticamente assente.
La battaglia
si risolverà a favore di Brown al quale però non
rimarrà che le ceneri delle navi e le acque
fumanti di un fiume, Garibaldi dopo 3 giorni di
acerrimi combattimenti era riuscito a
trasportare a terra gli equipaggi e i feriti e a
far esplodere i resti della sua misera flotta,
salvando così l’onore militare la cui tutela era
massima cura del Nizzardo. Ben presto fu
nominato colonnello dell’esercito e comandante
della flotta uruguayana e condusse diverse
battaglie, alla testa della sua Legione
italiana, con alterne vicende, fra le quali
rimase famosa quella di San Antonio del Salto
(febbraio 1840), Salto, una località
dell'interno verso la quale la Legione italiana
e altre truppe uruguayane si erano portate da
qualche mese per rendere libera la navigazione
fluviale e dove con soli 190 uomini Garibaldi
sconfisse 1.500 avversari oribisti quindi si
ricongiunsero al resto dell'esercito.
Il Garibaldi
fu il primo a percepire, insieme con il
significato strategico della battaglia, il
valoremorale di una vittoria che andava ben
oltre i confini di un fatto d'armi locale. Le
alterne vicende dell'assedio e della parallela
guerra di posizione, oltre a enfatizzare il
ruolo delle potenze liberali europee,
interessate a ripristinare la libertà dei
commerci, accrebbero la fama del Garibaldi
e prepararono la vera e propria esaltazione di
cui sarebbe stato fatto oggetto dopo la vittoria
di San Antonio del Salto.
Il merito
principale di Garibaldi, soprattutto con le
imprese militari sudamericane, consiste
nell’avere impresso un carattere di serietà e
praticità nella condotta di truppe irregolari
ponendo a base di quest’arte, come necessità
imprescindibile, il sentimento dell’obbedienza e
della disciplina e soprattutto il potente
stimolo morale di una diffusa coscienza di
combattere per un alto ideale.
(1)
G.
Aiello "Il massimo della pena - Le condanne a morte nella provincia di Reggio
Calabria dal 1808 al 1888", Reggio Calabria, 1996;
(2)
Giuseppe Garibaldi “Memorie”, KAOS EDIZIONI,
2006;
(3)
F. Montanari in "Garibaldi e Bakunin", rivista "A" ottobre 2007;
(4)
G. Di Fiore "I vinti del Risorgimento -Storia e storie di chi
combattè per i Borbone di Napoli",
UTET, 2004.;