Si è svolta mercoledì 25 febbraio la conversazione sul tema “L’ascia votiva di San Sosti”. Il nuovo incontro, predisposto dall’associazione reggina, registra la presenza del Presidente del sodalizio organizzatore Gianni Aiello. Il prezioso reperto venne rinvenuto nel 1846 nei pressi dell’area di San Sosti, Calabria, provincia di Cosenza. Il 13 maggio del 1884 venne venduto all’asta presso l’Hotel Drouot di Parigi, ed acquistato da Sir Charles Thomas Newton, archeologo responsabile del Dipartimento delle Antichità del British Museum della Real Casa Inglese, dove è attualmente esposto nella sala 73. Prima di tale vendita il manufatto era di proprietà del collezionista romano Alessandro Castellani. Il prestigioso presidio culturale londinese è uno dei più grandi e importanti musei della storia del mondo. Al suo interno sono ospitati nei vari spazi espositivi preziosi manufatti provenienti dalla Calabria. Dopo le vicende esposte, a cura di Gianni Aiello, nelle precedenti conversazioni, inerenti al trattato di alleanza tra Reggio ed Atene, riportato su di un’apposita stele che venne scoperta sull’Acropoli di Atene, ed il tesoro di Sant’Eufemia, l’intervenuto questa volta accende i riflettori su un’altra importante testimonianza del passato calabrese, conosciuta come ascia di San Sosti, o ascia votiva di Kyniskos. Il manufatto votivo, risalente al quarto secolo a.C. , è una scure bronzea, costituita da un'estremità ascia e dall'altra martello.  Il manufatto votivo, risalente al quarto secolo a.C., è una scure bronzea, costituita da una parte ascia e dall'altra martello, rinvenuta nel 1846 a Casalini della Porta o Casolari della Porta della Serra, luogo in cui si trovano i resti dell’antica e misteriosa città di Artemisia, non distante dall’area sacra del Santuario della Madonna del Pettoruto, nell’area di San Sosti, in provincia di Cosenza. Nel 1852 l’ascia fu raffigurata in un disegno dal vibonese Vito Capialbi, letterato e studioso di archeologia, e su sua segnalazione pubblicata dall’archeologo napoletano Giulio Minervini che ne dette una descrizione sul “Bullettino Archeologico Napoletano”. Tra il 1857 e il 1860 fu acquistata dal collezionista e orafo romano Alessandro Castellani. Successivamente venne venduta all’asta a Parigi, ed acquistato da Sir Charles Thomas Newton, archeologo responsabile del Dipartimento delle Antichità del British Museum della Real Casa Inglese, dove è attualmente esposto nella sala 73. Il prezioso manufatto presenta all’altezza del foro di inserimento del manico mostra una elaborata decorazione con baccellature, perline e una sagoma stilizzata interpretata come una figura alata raffigurata in posizione frontale, probabilmente una sfinge. L’iscrizione è incisa sulla lama in sette righe con parole in vernacolo greco acheo e caratteri dell’alfabeto dorico, uno dei più antichi esempi conosciuti, che la fa risalire al VI secolo a.C.. Quanto riportato venne tradotto nel 1969 dalla nota studiosa Margherita Guarducci, archeologa ed epigrafista fiorentina. Così recita la traduzione dell’iscrizione dedicatoria: “Sono sacro di Hera, quella in pianura. Kyniskòs mi dedicò, lo àrtamos, come tributo dei (suoi) lavori” . Diverse sono state le sollecitazioni a riguardo di tale importante reperto, ma anche di altri, che si sono susseguite con lo scorrere del tempo, senza nessun tipo di riscontro. Si ricorda quella datata 1996, quando l’allora sindaco di San Sosti, Silvana Perrone, sollecitava un’interrogazione parlamentare, presentata alla Camera dei Deputati dall’Onorevole Domenico Romano Carratelli, in merito alla controversia tra il Governo Italiano e quello Britannico circa la legittimità del possesso e la richiesta di restituzione del reperto più importante della Calabria. Altri interventi furono a cura sia di rappresentanti istituzionali come quella del sindaco Vincenzo Bruno, supportato dal Parco Nazionale del Pollino e dalla sezione locale dei Gruppi Archeologici d’Italia, del deputato Franco Bruno, presentò, al Ministro Dario Franceschini, dei deputati Wanda Ferro e Paola Frassinetti, della senatrice Margherita Corrado, insieme ad altri senatori. La Senatrice Margherita Corrado inoltre chiedeva l’opportunità di “avviare un sistematico programma di sollecitazioni alla restituzione nei confronti dei grandi musei britannici ed esteri in genere, condotte facendo leva sui principi etici ai quali le istituzioni museali internazionali dovrebbero ispirarsi a prescindere dalla data-limite rappresentata dalla Convenzione Unesco del 1970”. Tra le altre istanze, e non per ordine d’importanza, quella di Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte, che definisce questo status quo come un cold case.

25 febbraio2026
la conferenza