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La
manifestazione ha suscitato vivo interesse e curiosità,
visto anche il folto pubblico presente, alquanto interessato e
partecipativo alla manifestazione.
L’introduzione di Gianni
Aiello ha evidenziato la chiara provocazione culturale atta
a suscitare ulteriore interesse ed approfondimenti sulla
tematica che nel corso degli anni ha suscitato numerose
leggende che hanno affascinato i popoli della terra in ogni
tempo, stimolando la fantasia di numerosi scrittori,
storici, letterati.
La parola poi è passata ai
relatori Daniele Zangari e Daniele Laganà
Prima di entrare nel vivo
della sua relazione Daniele Zangari ha letto ai presenti
un’antica
“Preghiera del Santo Graal” .
Il simbolo del Graal ha
occupato un posto nell’immaginazione sin dal suo primo
apparire della coscienza dell’uomo medievale in Europa.
E continua ancora oggi ad
affascinare quanti s’interessano in vari modi alla sua sfera
d’esistenza.
Il Graal non ha a che fare
né con divagazioni mistiche, né con le fantasiose ipotesi
dei moderni esegeti. Il Graal ha un contenuto iniziatici e
regale e si lega ad una tradizione anteriore e preesistente
al cristianesimo.
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Il simbolo della
coppa quale oggetto di potenza e quale causa di
eventi miracolosi è antico quanto la stessa umanità.
Il Santo Graal (in
latino Gradalis, cioè catino, vaso) è il richiamo di
qualcosa di ancestrale, di archetipale legato alla
necessità che ha sempre avuto l’uomo di raccogliere
e trattare l’acqua della vita che – per la sua
liquidità sfugge alla presa: dal primitivo
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corno ai crateri
d’argilla cotta, ai calici di
cristallo, così come al cranio umano o alle mani riunite a
coppa, fino alla coppa d’oro tempestata di gemme preziose. Nella
filosofia greca il concetto di coppa è presente sotto forma del
krater (cratere), la matrice della creazione.
Per le popolazioni celtiche
la coppa era il calderone (della rinascita, della
ispirazione, della pienezza). Lo stesso Re Artù ne andò alla
ricerca.
Il Graal, il calderone di
Ceidwen del gallese, il krater, il kernos dei misteri orfici
ed eleusini non erano altro che porte del paradiso cristiano
o pagano.
Nel Parzival il Graal è
descritto non come una coppa, ma come una pietra, chiamata
“lapsit exillis”. La pietra è una gemma, uno smeraldo caduto
dalla corona dell’Arcangelo Luce (divenuto poi Lucifero)
durante la lotta fra il “bene”, rappresentato dall’Arcangelo
Michele e il “male”. Privato dello smeraldo, Lucifero è
condannato ad abitare nella terra come manifestazione del
male, mentre la pietra stessa simboleggia la “caduta” che
può essere “risollevata” solamente con la ricerca del Graal.
« Andando
al titolo di questo convegno, “Il Santo Graal: tra mito e
leggenda” -prosegue il relatore -
dobbiamo fare cenno, sia pure di passata alle varie leggende che
ci sono state tramandate. Dopo la morte di Gesù, il Santo Graal
fu, secondo la leggenda, trasformato a Glastermbory, in Gran
Bretagna, da Giuseppe D’Arimatea e da Nicodemo; comincia allora
a svolgersi la storia dei cavalieri della tavola rotonda e delle
loro imprese. La tavola rotonda era destinata a ricevere il
Graal quando uno dei cavalieri fosse riuscito a conquistarlo e
l’avesse portato; e questa tavola è anch’essa un simbolo
verisimilmente antichissimo, uno di quelli che furono associati
all’idea dei centri spirituali».
La forma circolare della
tavola è d’altronde legata al “cielo zodiacale” per la
presenza attorno ad essa di dodici cavalieri, similmente ai
dodici apostoli. Secondo il “Romanzo della storia del Santo
Graal” di Robert De Boron, la famiglia di Giuseppe D’Arimatea,
dopo la crocifissione, divenne custode del Graal.
Galaad
viene presentato come il figlio di Giuseppe D’Arimatea, e il
Graal passa al cognato di Giuseppe, Brons, il quale lo
porta in Inghilterra e diviene il “Re pescatore”, Anfortas.
Secondo un altro autore, Wolfram Von Eschembach, il maggiore
dei cronisti del Graal, la famiglia del Graal apparterebbe
alla casa d’Angio e lo stesso Parzival sarebbe di sangue
angioino.
La casa d’Angiò infatti
aveva stretti legami con i templari e la Terrasanta nel
1331, dove, nel 1131, Fulco d’Angiò sposò la nipote di
Goffredo di Buglione, la leggendaria Melusina e divenne Re
di Gerusalemme.
A questo punto ci
soffermeremo, anche se riteniamo divagazioni fantasiose, sui
cosiddetti “documenti segreti” del priorato di Sion ed
annessa geneaologia del Graal. Partiamo da alcune premesse,
che riteniamo abbastanza attendibili e plausibili.
Ma su
questi è stata costruita una montagna.
Esistevano ad Orval, nelle
Ardenne, dei monaci di orgine calabrese, arrivati nel 1070
nella terra dominio di Goffredo di Buglione.
Nel 1108 questi monaci
scomparvero improvvisamente.
Essi sarebbero tornati in
Calabria, ma molto più probabilmente si sarebbero stabiliti
a Gerusalemme, pare nell’Abbazia di Nostra Signora di Sion.
Sembra che Pietro l’Eremita fosse uno di questi monaci e
questi fosse stato il precettore di Goffredo di Buglione.
Nel 1099 Goffredo viene
incoronato Re di Gerusalemme da un consesso il cui capo era
di origine calabrese. Per volontà di Goffredo viene
costruito sul monte Sion un’abbazia, che ospita un ordine
dedicato alla Signora di Sion.
Sembra inoltre che uno dei
fondatori dell’ordine del tempio sia di origine calabrese,
Ugo di Pagani (la famiglia era originaria di Rossano
,provincia di Cosenza, ed era
imparentata con gli Amarelli).
Appare pertanto, secondo
questa logica che l’ordine di Sion possa aver dato vita
all’Ordine del Tempio.
Nel 1188, l’Ordine di Sion
avrebbe modificato il suo nome in Priorato di Sion.
RIEPILOGANDO possiamo dire
che le fonti del Graal sono le seguenti:
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ciclo di
Robert De Boron: a) Giuseppe d’Arimatea; b) Merlino; c)
Perlesvax.
-
Le Conte
du Graal di Cretine de Troyes;
-
Il
Perceval;
-
La quest
del Sant Graal di Lacellotto;
-
Il
Parzival di Wolfram Von Echenbach;
-
La morte
di Arthur di Tomas Malory.
Il Graal ha anche un
evidente legame con l’Islam, quando Mohddin Ibn’Arabi parla
di una pietra preziosa recante inciso il sigillo divino, è
la pietra di colui che è conosciuto in Islam come il
“sigillo della Santità degli inviati e dei Profeti”, e che è
Seydnâ Aissa, ossia Gesù. Si può quindi supporre che sia
questa la pietra di cui l’arabo Flegetanis aveva
«chiaramente
letto il nome delle stelle», uno dei quattro pilastri del
mondo.
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Daniele Zangari ha poi riassunto le virtù principali
del Graal e cioè nella
virtù di luce – dal
Graal promana una luce sovrannaturale,
che esso da vita, quindi nutrimento. Ma anche che il
dono di vita del Graal
si manifesta anche nella virtù di guarire ferite
mortali, di rinnovare e prolungare
soprannaturalmente la vita, il
Graal induce una forza di vittoria e di dominazione;
se il Graal da un lato ha una virtù
vivificabile dall’altro ha una virtù terribile,
distruttrice. |
La forza del Graal
distrugge tutti coloro che cercano d’impugnarla senza avere
la qualificazione necessaria.
In definitiva il vero
significato del Graal è quello della ricerca interiore che
attraverso un’ascesi (graduale) porta ad una conquista
spirituale, stimolata ed innescata da una iscrizione divina
(la “parola sacra” tracciata sul calice, la pietra nera, la
“pietra del destino” dei thvata De Danan, un oggetto non
umano.
Il senso del Graal non si
riduce tuttavia alle sue tradizionali rappresentazioni. La
considerazione dei simboli che gli sono generalmente
associati (la lancia sanguinante, la rosa, il triangolo con
la punta rivolta verso il basso, il calice di Gesù) ne
fanno un emblema del sacrificio, del dono divino.
Il Graal, inoltre, che
abbiamo visto, non è solo un vaso (grasale) , è anche un
libro (gradale, graduale), una pietra (lapsit excillis), o
un cuore, come testimonia la trascrizione geroglifica del
cuore mediante un vaso, o la sostituzione nelle carte da
gioco del cuore alla coppa, nei tarocchi.
Concludendo, la leggenda del Graal vuole insegnarci
che la vera iniziazione è regale e
sacerdotale ad un tempo; che occorre
essere predestinati per divenire cavalieri e poi Re del
Graal; che i due principi – solare e
lunare – sono entrambi necessari, ognuno nella funzione che
gli è propria; che la vittoria si
raggiunge con cuore puro, superando prove e lotte terribili;che
il segreto è per sua natura incomunicabile ed è riservato a
pochi.
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La parola è poi
passata a
Daniele Laganà, esperto di tale tematica
che è sceso
appositamente da Napoli per tale manifestazione.
Le argomentazioni trattate, durante l'intervento del relatore partenopeo,
hanno soffisfatto la platea presente alla
manifestazione organizzata dal sodalizio
culturale reggino. |
Per
comprendere il significato del Graal, così come di ogni
altro mito,
dobbiamo imparare a leggerlo con la stessa purezza di un
bambino che
non vuole capire ciò che sta leggendo, ma, piuttosto,
viverlo.
La vera conoscenza, infatti, non sta nella ragione, ma nella
capacità
di divenire una cosa sola con ciò che vogliamo conoscere,
d'infrangere l'illusoria barriera che separa il soggetto
conoscente dall'oggetto conosciuto.
Il linguaggio fantastico del mito consente di identificarci
a tal punto
col suo contenuto da intuirne l'insegnamento nascosto.
Questo non
consiste in una conoscenza astratta, ma in una profonda
esperienza
interiore.
La vertà del mito, dunque, è dento di noi, non fuori.
Nel mito del Santo Graal, intuiamo la raffigurazione del
principio femminile dell'anima, che, come una coppa,
accoglie in sè lo spirito per riversarlo nel corpo così da
ricomporre l'unità originaria tra il trascendente e
l'immanente.
Come ci ricorda la liturgia eucaristica, infatti, il Graal è
il calice che raccolse il sangue versato dal Cristo per la
nuova ed eterna alleanza tra Dio e l'uomo, tra il cielo e la
terra.
Il senso della ricerca del Graal è che l'anima deve divenire
la coppa vuota che si rende disponibile alla rivelazione
dello spirito.
Ordinariamente la nostra anima è riempita dalle mille
vicissitudini quotidiane che la rendono caotica e chiusa ad
ogni influenza superiore. E' questa la condizione in cui
l'uomo sente l'inquietudine di essere solo nel mondo e può
avvertire il bisogno di riscoprire una dimensione più
profonda della vita.
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Allo stesso
modo, come ci narra la letteratura medievale, i
cavalieri
ella Tavola Rotonda
partono alla ricerca del Graal quando il regno di
Artù precipita nel caos poichè è stato
perduto ogni contatto col sacro.
L'anima ritrova lo Spirito quando realizza uno stato
di equilibrio, separandosi da
ogni contenuto |
interiore e spogliandosi
da ogni forma senza, però, perdere coscienza di sè.
Il livello più alto della realizzazione spirituale, infatti,
consiste nella capacità di divenire
consapevoli della vita impersonale dello
spirito che scorre in noi.
Per usare un'immagine,
la coscienza dev'essere come il letto
di un fiume che ne direziona le acque
senza impedir loro di scorrere.
Le avventure connesse alla ricerca del Graal sono la
trasposizione, in forma simbolica,
delle varie tappe del cammino attraverso cui il
cercatore può giungere al proprio risveglio
interiore.
A tal proposito gli alchimisti parlavano di "solve et
coagula", cioè di saper separare il puro dall'impuro
e di riunire in un solo centro gli
elementi purificati.
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Rendere chiaro il
pensiero, padroneggiare la volontà, stabilizzare il
sentire e riunire queste tre facoltà
attorno all'unico asse della consapevolezza; per
questa via l'anima, poco alla volta, si svincola dai
dinamismi corporei e, divenuta
libera, si fa strumento dello Spirito.
La vera
libertà, infatti, sta nel riconoscere e nel seguire
la propria essenza. |
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La virtù principale che il cavaliere deve sviluppare,
simboleggiata dal personaggio di
Perceval "il puro e semplice", è quella della
dedizione assoluta, il restare fedele allo Spirito
anche quando tutto intorno a noi
sembra negarlo.
Sorretto da questa
virtù, Perceval riuscirà a giungere
al castello del Graal dove l'attende
l'ultima prova, la più grande.
E' la prova del vero
Amore, quello di cui cantava Dante
che "move il Sol e l'altre stelle",
cioè la capacità di essere uno con chi si ama.
Se l'anima si è veramente risvegliata superando i vincoli
dell'egoismo non può non incontrare REALMENTE l'anima
dell'altro.
Quando il cavaliere giunge al castello misterioso incontra
Amfortas, il vecchio re del Graal,
che giace in uno stato a metà tra la vita e la
morte, ferito dal "colpo doloroso".
Di
fronte alla sofferenza del vecchio re, Perceval deve mettere da parte la brama di
afferrare subito "il prezioso Calice"
e porre la questione "che rivendica e
che risana, che restaura e che consola".
Egli, cioè,
deve sentire il dolore di Amfortas; solo così l'eroe
può comprendere che la coppa graalica
si è risvegliata dentro di lui e che
la sua anima trabocca di un Amore infinito che conferisce
ogni
saggezza ed ogni bene.
Quest' Amore è il dono
che offerto, guarisce ogni male ed
attraverso il quale Perceval cura il re
sofferente. E' scritto, infatti, che il Graal lo si
trova per servire e non per
servirsene.
Un'ultima riflessione, prima di concludere, va fatta in
merito ai cavalieri Templari, cioè a
coloro che la Tradizione designa come i
veri custodi del Calice dell'ultima cena.
Dal discorso fin quì fatto, si comprenderà come il tesoro
dei cavalieri del Tempio, su cui si è
tanto favoleggiato, non consiste in
una ricchezza materiale, ma nella conoscenza delle chiavi
interpretative della Sapienza primordiale che,
tramandata attraverso i miti di tutti
i popoli, insegna all'uomo la via per giungere a Dio.
I templari avevano ben compreso l'insegnamento contenuto in
queste
parole del Vangelo di San Giovanni : "ciò che viene dalla
carne è carne, ma ciò che nasce dallo
spirito è spirito: come può dal meno
venire il più?".
Quindi, sapevano che, per riuscire a percepire nelle forme
materiali
l'essenza nascosta dello Spirito, bisogna aver prima
imparato a conoscere lo Spirito
dentro di sè e che la vera nobiltà sta nel far si
che l'Intelligenza sia guida dell'agire materiale e
non viceversa.
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