L’introduzione
di Daniele Zangari si è basata sul periodo storico in cui visse
il Perri ed in particolare,nello
specifico, quello delprimo
conflitto mondiale dove la popolazione calabrese pagò un alto
tributo di sangue e tutto ciò ebbe a ripercuotersi negativamente
alla fine del conflitto nell’economia delle
campagne,
visto che i soldati calabresi erano in stragrande maggioranza contadini.
Questo
stato di cose provocò una crisi sociale che ebbe riflessi nel campo
della politica e dell’economica che interessò anche la Calabria dove,
in tutte e tre le province si registrarono una serie di manifestazioni
contro il carovita, la forte disoccupazione ed il difficile status direinserimento dei reduci nella vita lavorativa e sociale del
territorio di appartenenza.
In
questo scenario devastato dal forte latifondismo, dalla crescente povertà
e della conseguente emigrazione di quelle popolazioni si inserisce la
letteratura di Francesco Perri, interprete della questione meridionale e
che ha nel romanzo “Emigranti” la carta d’identità di quel
periodo storico .
Questi
elementi sono stati analizzati dalla relatrice Francesca Neri che si è
soffermata, nella prima parte del suo intervento,sulle motivazioni per le quali Francesco Perri è da
considerarsi uno scrittore meridionale, ma nel contempo, anche uno
scrittore calabrese, soprattutto per quel legame viscerale che lo lega
alla sua terra, della quale peraltro riesce ad individuare anche le
incongruenze e gli aspetti negativi.
Il
percorso di Francesco Perri si basa sui problemi del Mezzogiorno tutto,
e in questo contesto un particolare rilievo appunto dal tema
dell’emigrazione. Nei suoi interventi giornalistici, esemplari per il
rigore argomentativi e la chiarezza discorsiva, Perri ha più volte
tentato di analizzare la struttura economica meridionale, disconoscendo
l’esistenza di un vero e proprio proletariato agricolo non solo in
Calabria, ma anche in Basilicata e Sicilia.(1)
Francesco
Perri in un articolo del 1922 denunciava tale stato di degrado: “Si
promuova la trasformazione del latifondo, si costringa la proprietà a
diventare altamente redditizia almeno di quel tanto che le comporta il
nostro clima e la qualità del nostro suolo, si costringano gli agrari
meridionali a fare patti colonici che diano pane e dignità ai
lavoratori. Quando tutto questo si sarà fatto, allora si aprano le
porte dell’emigrazione”.(2)
Il
tema è affrontato da Perri con gli strumenti della scrittura narrativa
in “Emigranti”, per descriverne gli effetto sulla piccola comunità
di Pandore, identificabile con Careri. La prima parte del romanzo ci
mette subito in medias res, evidenziando l’intendimento dei
Pandurioti di “farsi giustizia” impartendo “una relazione
memorabile ai galantuomini”.(3)
Il
tessuto narrativo del romanzo induce a focalizzare l’attenzione su
alcune questioni critiche da esso suscitate. Una prima questione
riguarda la determinazione del tempo storico del racconto e i termini
della questione migratoria. Gramsci individua nell’opera una
“voluta” assenza di storicità, per “poter mettere in un sacco
alla rinfusa tutti i motivi folkloristici generici che in realtà sono
molto ben distinti nel tempo e nello spazio”.(4)
In
contrasto con tale tesi con tale tesi, per Pasquino Crupi i riferimenti
cronologici, che Perri effettivamente non indica in termini di datazione
precisa, sarebbero indicati dai riferimenti sociali. Per lo studioso
l’emigrazione legata al feudalesimo nelle campagne è databile ai
primi anni del Novecento e in ogni caso risulterebbe anteriore al
periodo 1919-1929, mentre le lotte contadine del secondo dopoguerra
sarebbero indirizzate “verso l’occupazione delle terre incolte”
(5)
Lo
stesso Crupi, peraltro, aveva invece altrove collocato il tempo storico
del romanzo “nella tarda seconda metà dell’Ottocento”.(6)
In
un suo articolo apparso su “l’Unità” del 14 dicembre 1949(7)“ , lo steso Perri, prendendo spunto dai
fatti del crotonese, sostiene che nel suo romanzo “sono riportati alla
lettera” i “precedenti” di quello che egli definisce
“l’ingenuo proposito di attuare qualcuna delle promesse fatte ai
soldati” durante la prima guerra mondiale.
Stante
l’annosa questione della rivendicazione dei beni demaniali, Perri
ricorda che i neo eletti chiesero al Prefetto l’invio di un agente
demaniale che individuasse le terre usurpate al Comune.
I
“precedenti” di questi sarebbero, a quanto lo scrittore afferma,
riportati appunto alla lettera nel romanzo e ricavati dagli archivi
comunali. Egli ricorda altresì che, per ben tre volte, nel 1853, nel
1889 e nel 1898, ognitentativo
andò a vuoto. Trascrive integralmente la chiusa di una delibera del
Consiglio Comunale di Careri inviata al Prefetto di Reggio Calabria,
nella quale si legge: “Il Comune non cessò mai di reclamare le
benefiche legge eversive, abolitive della feudalità, concesse a
beneficio e sollievo dei suoi contadini. Il presente conato è
ultimo.
Al
Comune si parano davanti due sole vie: le reintegre demaniali e così
tirare avanti l’esistenza e sostenere la povera famiglia, o disertare
il paese imprecando ed emigrando in America, in cerca di quel pane che
il proprio paese nega” .(8)
Dopo l’analisi di tali aspetti la relatrice FrancescaNeri ha affermato che «Si è dovuta attendere la
seconda metà del Novecento perché fosse riconosciuta significatività
sul piano critico all’opera di Francesco Perri, benché su di essa
pesino ancora alcune riserve che una più accurata conoscenza da parte
del grande pubblico, come invece è dato riscontrare per l’opera di
altri scrittori calabresi del XX secolo. Si deve all’impegno dei
congiunti dello scrittore e al solerte interesse di alcuni studiosi se
molti sforzi sono stati compiuti negli ultimi anni per sottrarre ad un
colpevole e ingiusto oblio la figura e la produzione letteraria di un
autore che con dignitosa coerenza, coscienza del proprio ruolo, capacità
dicogliere lucidamente
fatti e situazioni, si interroga (e ci interroga) su tanti aspetti
problematici della realtà meridionale in genere e di quella calabrese
in particolare.»
Nato
a Careri nel 1885, ricoprì l’incarico di istruttore presso
l’Orfanotrofio provinciale di Reggio. In una conferenza tenuta nel
1958 al Circolo dei Calabresi di Milano, in occasione del cinquantesimo
anniversario del sisma del 1908, egli avrebbe rievocato quella Reggio
della bella èpoque in cui, per dirla con Gaetano Sardiello, era
giunto “come nel mondo sognato degli studi, dei teatri, dei progressi
iDa
Reggio si era allontanato nel 1907, per iniziare una carriera di
impiegato delle Poste che lo avrebbe condotto a Torino, dove conseguì
la laurea in giurisprudenza. Gli studi di filologia moderna iniziati all’Università di Pavia furono
interrotti dall’esperienza bellica, che gli ispirò “La Rapsodia di
Caporetto” apprezzata dal Croce.
Da
Reggio si era allontanato nel 1907, per iniziare una carriera di
impiegato delle Poste che lo avrebbe condotto a Torino, dove conseguì
la laurea in giurisprudenza. Gli studi difilologia moderna iniziati all’Università di Pavia furono
interrotti dall’esperienza bellica, che gli ispirò “La Rapsodia di
Caporetto” apprezzata dal Croce.
La
successiva esperienza lavorativa a Mortasa lo vide spettatore degli
eventi condussero all’affermazione del fascismo in Lomellina e che
costituiscono lo sfondo del suo primo romanzo, “I
Conquistatori”.
Rientrato
a Careri in visita della madre, partecipò alla rivendicazione delleterre demaniali,ricavandone,
nonostante l’appassionata difesa di Gaetano Sardiello, una condanna a
due mesi di carcere.
La
pubblicazione de “I Conquistatori” sulla Voce Repubblicana (1924)
gli procurò, quale repubblicano e antifascista, il collocamento in
pensione d’autorità.
Nel
1926 vinse, ex-aequo con Francesco Chiesa, il primo premio
del Concorso Mondatori per il romanzo “Emigranti”, considerato
il suo capolavoro e che egli, nella dedica alla madre, definiva
“piccola epopea rurale che cantala bellezza della mia terra e il dolore della mia
gente”.
Si
trasferì quindi a Milano, pubblicando nel 1929 “Leggende Calabresi”, che
nel 1940 sarebbe stato ampliato e ristampato come “Racconti
d’Aspromonte”.
L’ostilità
da parte del fascismo gli interdisse la collaborazione alle più
importanti testate giornalistiche: soltanto alcuni settimanali diRizzoli ( “la Domenica del Corriere” e il “Corriere dei
Piccoli”), grazie all’amicizia di Franco Bianchi e diEligio Possenti, gli diedero la possibilità di pubblicare
articoli sotto gli pseudonimi di Nepos e Ariel.
Il suo atteggiamentodi coraggiosa opposizione al regime gli procurò l’accusa di
mantenere contatti con i fratelli Rosselli e con il gruppo di
“Giustizia e Libertà” e cinquanta giorni di detenzione a San
Vittore. Neiduri anni
dell’ultima fase del fascismo per sopravvivere scrisse romanzi rosa e
narrativa per ragazzi. È del 1940 il romanzo storico “Il discepolo
ignoto”, tradotto in numerose lingue.
Ma soltanto
dopo la caduta del regime potè riprendere l’attività giornalistica e politica dirigendo
“Il Tribuno del Popolo” e successivamente “La Voce
Repubblicana”. Nel 1958 aveva pubblicato “L’amante di zia
Amalietta” e due anni dopo il racconto lungo “Storia del lupo Kola”.
Quest’ultimo
ha per protagonista appunto un lupo aspromontano, che per Perri
rappresenta il lato animale istintivo, contrapposto al mondo artificioso
dell’uomo.
La
montagna con i suoi boschi inestricabili è presentata come luogo di
raccordo con la Natura , secondo il diffuso topos giocato
sull’antinomia natura/cultura, dunque campagna/città.
L’Aspromonte
di Perri costituisce lo scenario della quotidiana fatica di vivere di
essere umani dolenti, che nelle sue opere egli osserva e descrive con
attenzione, amandoli, secondo Pasquino Crupi, perché “sono simbolo di
una umanità che non si fa corrompere e guastare dalla povertà”
(9)
Candidatosi
senza successo all’Assemblea Costituente, fu reintegrato
nell’impiego e assegnato a Pavia, dove visse fino alla morte, avvenuta
nel 1974.
Anche
questa iniziativa, organizzata dal sodalizio reggino, serve a far
conoscere meglio e più ampiamente l’operadello scrittore di Careri che rimase sempre tenacemente legato
alla sua terra, benché gli eventi talvolta burrascosi della sua
esistenza lo costrinsero avivere
lontano dalluogo natale.
(1) “Il
Mezzogiorno manca nelle sue grandi linee di un vero e proprio
proletariato, e questo è il suo male. Quel proletariato agricolo che è
costretto a premere sul governo e sulla proprietà fondiaria per vivere
e ch’è il lievito e la ricchezza dell’Emilia, della Romagna e della
Lomellina, laggiù non esiste con carattere ben definito” (PAN ossia
Francesco Perri , Mezzogiorno e Fascismo, in “La voce
Repubblicana”, 2 settembre 1922);
(2) PAN (Francesco Perri) , L’emorragia dell’Italia, in
“La voce Repubblicana”, 24novembre
1922);
(3) Tutte
le citazioni del romanzo sono tratte da F.Perri, “Emigranti”, Vibo
Valentia, Qualecultura, 2001;
(4) A.Gramsci,
”letteratura e vita nazionale”, Roma, editori riuniti, 1987, p. 181;
(5) P. Crupi, “letteratura ed imigrazione”,
Reggio Calabria,
Casa del
Libro editrice, 1979, p. 106;
(6) P.
Crupi, “L’anomalia selvaggia. camorra, mafia, picciotteria endrangheta nella letteratura calabrese del novecento”,
Palermo,
Sellerio, 1992, p. 49;
(7)
una testimonianza di Francesco
Perri sulle usurpazioni dei baroni in
Calabria-l’appassionata denunncia di un intellettuale cristiano”, in
F. Perri, “dalla Calabria”,
Associazione
Culturale “Francesco
Perri”,
Careri (RC), 2000;
(8)
F.
PERRI, op. ult.
cit., pag. 47;
(9)
P.
CRUPI, “Letteratura calabrese contemporanea”, Messina-Firenze,
D’Anna, 1972.