8 luglio 2010

 
     
 
 

Il Mediterraneo ha sempre rappresentato il giusto crocevia di storie e di linguaggi, di arte e di cultura.

Il "Mare Nostrum", come successivamente verrà denominato, passaggio obbligato per diverse culture ed osservatore dell’avanzata e della disgregazione di numerose civiltà, le cui tracce si sono conservate e sono ritornate grazie anche alla dedizione di attenti esperti del settore che con la passione e l'amore per la cultura hanno fatto modo di far rivivere attraverso le loro

continue ricerche di far ritornare alla memoria storica collettiva quel glorioso passato.

I lavori della giornata di studi sono stati coordinati dal direttore editoriale della casa editrice Kaleidon Filippo Arillotta che nella sua introduzione ha illustrato ai presenti le caratteristiche della pubblicazione del prof. Domenico Raso "La città della porta".

Ha parlato degli interessanti contenuti dell'opera sopra menzionata soffermandosi sui segni che queste popolazioni hanno lasciato e che sono state analizzate dallo stesso autore nel corso di lunghe e pazienti ricerche.

 
   
 

 

 

Dello stesso avviso è stato l'Assessore provinciale alla Cultura Santo Gioffrè che nel corso del suo intervento  ha voluto evidenziare la pazienza certosina con

la quale l'autore ha realizzato questo importante saggio.

Importanti messaggi storico-culturali - prosegue Santo Gioffrè - che il prof. Domenico Raso ha avuto il merito di fare uscire dall'oblio e far parlare in positivo di un territorio conosciuto per altre vicende di cronaca.

Una traccia importante del nostro passato che merita attenzione, rispetto e che ci deve fare riflettere in quanto il nostro territorio è stato da sempre luogo di importanti situazioni culturali, quindi situazioni di crescita.

 

 

Elementi quindi che poggiano su strutture basate anche su elementi diretti alla conoscenza, alla democrazia, alla libertà, all'informazione.

Da queste cifre l'assessore Santo Gioffrè si collega alla situazione, certamente poco felice, che stà vivendo e che si respira sull'intero territorio nazionale.

La parola è passata a Gianni Aiello, presidente del Circolo Culturale "L'Agorà" che ha esordito col ringraziare tutti coloro che hanno aderito alla manifestazione dando così la possibilità all'uditorio di conoscere i tratti somatici di un'antica civiltà che fa parte del retroterra storico-culturale del territorio, e che nel contempo rappresenta quella ricchezza culturale facente parte della memoria collettiva e che ne rappresenta un patrimonio da salvaguardare.

Elementi questi facenti parte di una “agorà” più grande, quella del Mediterraneo giusto di crocevia di popoli e culture che si sono confrontati culturalmente come avveniva nella “piazza”, appunto l'agorà del mondo egeo.

Non a caso - prosegue Gianni Aiello - abbiamo scelto tale nome per l'Associazione .

Ritornando al tema di oggi c'è da dire che esso rappresenta un evento, non come quelli che qualcuno vuol far passare come tali, MA un qualcosa composto da diverse informazioni che danno una lettura diversa del territorio, una lettura gentile facente parte di un glorioso e ricco passato, così come riportato più volte e per la validità delle argomentazioni sulla stampa specializzata.

 

A riguardo tale popolazione ed il suo periodo cronologico c'è da ricordare che la nostra Associazione - continua Gianni Aiello - ha già dato spazio al   periodo preistorico con  

altri incontri i cui risultati sono visibili e consultabili sul nostro sito internet.

Al riguardo mi piace ricordare un mio intervento relativo all'incontro tenuto  in data 15 marzo 2003 nel corso della giornata di studi avente come tema “REGGIO: tra la civiltà dell'acqua e la civiltà del fuoco” .

Nel corso di quella giornata di studi emersero delle cifre interessanti, come ad esempio eventuali collegamenti con ciò che venne scoperto in località Sambuco di Nardodipace (Vibo Valentia) e quelli trovati nel territorio di Stilo a Monte Pecoraro e di Pietra del Caricatore (Reggio Calabria).

Nel corso di quell'incontro si parlò anche di un'altra testimonianza architettonica di incerta origine, ormai caduti nell’oblio, come quella che insisteva  nell'area di Lupardini nella zona nord di Reggio Calabria, conosciuta come menhir di Giocasto.

A riguardo la popolazione dei Pelasgi Gianni Aiello ha ricordato ai presenti che diversi uomini della cultura del mondo classico ne citano le loro imprese,  ma anche usi e costumi.

Omero nel canto XIX dell'Odissea  li menziona anche come “POPOLI di CRETA” .

Nell'altra opera omerica “Iliade”, canto II,  sono ubicati lungo il confine tra le regioni della Tracia e quella dell'Ellesponto: Omero parla della loro città Larissa, dei suoi abitanti, del loro modo di combattere sul mare, citando anche alcuni valorosi militari come  Iippotoo e Pileo, figli di Leto Teutamide.

Nello stesso canto Omero dice che essi erano fra gli alleati dei Troiani e nel canto X ne descrive l'accampamento ubicato tra la città di Troia ed il mare.

Nella stessa opera  (Canto II) li troviamo vicino ad Argo nei pressi del Monte Othrys, a sud della Tessaglia ed al tempio di Zeus a Dodona dove Achille pregava lo “ZEUS PELASGICO DI DODONA” (Canto XVI).

Virgilio nell'Eneide (Canto VIII) invece riferiva che "i primi abitatori della nostra Italia furono i Pelasgi".

L'argomento su tale popolazione ha una sua corposa letteratura ancora nel mondo classico come testimoniato dai vari Strabone, Eschilo, Sofocle, Erodoto, tanto per citare qualche nome.

Ma anche in periodi precedenti a quello sopra menzionato, come nelle iscrizioni egizie di ElAmarna, Merenptah o quella di Medinet Habu che descrive la vittoria del faraone Rameses III sui Popoli del mare.

La letteratura pelasgica risulta quindi alquanto ricca, visto che si passa dagli studi antichi a quelli classici e per ordine cronologico a quelli moderni dai quali si evince che tale popolazione proverebbe dai territori dell'Asia Minore da dove si spostò verso l'Egeo, questo secondo gli studi dell'archeologo Fritz Schachermeyer .

Gianni Aiello nel corso del suo intervento ha posto all'attenzione dell'uditorio i nomi di altri eccellenti studiosi come il francese Zacharia Mayani che fa dei collegamenti  tra la lingua etrusca e quella pelasgica con quella albanese.

La studiosa Nermin Vlora Falaski  che  nella sua pubblicazione   "Patrimonio linguistico e genetico"  ha decifrato iscrizioni Etrusche e Pelasgiche (come la Stele di Lemno) con la lingua odierna albanese.

Ha parlato anche del ricercatore turco  Polat Kaya il quale sullo stessa tema fa delle rivendicazioni culturali, dello studioso Niko Stilos che durante le sue ricerche ha decifrato diverse iscrizioni di sarcofagi e di tombe appartenute sia alle popolazioni pelasgiche che a quelle etrusche: da quelle ricerche Niko Stilos asserisce che ci sono dei collegamenti con un dialetto parlato attualmente al nord della regione albanese e nello specifico il gheg.

Dopo l'intervento di Gianni Aiello è stata la volta della professoressa  Angela Misiano Martino,  che nel corso del suo intervento ha trattato gli aspetti astronomici presenti nel libro “ La Città della Porta”.

Partendo  dai dati presenti  - afferma l'esperta di scienze dell'astronomia - nel  testo ho cercato di dare  la mia  personale  interpretazione dei molti aspetti astronomici presenti. Come lo stesso autore dichiara, lo scopo della pubblicazione è quello di aprire uno spiraglio sulla “preistoria” calabrese  riferibile all’età neolitica. Per una più chiara comprensione dei fenomeni descritti è necessario  ricordare che il  Neolitico  abbraccia un periodo di circa 3.000 anni e che nell’ Italia meridionale è databile tra il 8.200 a 5.000 anni fa.

   

Sulle informazioni provenienti dalle tecniche decorative, il Neolitico si suddivide in Neolitico inferiore', caratterizzato dalla ceramica impressa (5.500 - 4.500 a.C.) individuata nella prassi di

decorare i vasi prima della cottura, con impressioni fatte da unghiate e segni delle dita, oppure praticate con i margini dentellati di conchiglie e con altri oggetti appuntiti; il Neolitico medio (4.500 - 3.500 a.C.) durante il quale era utilizzata la  tecnica della ceramica graffita, di poco successiva a quella della ceramica impressa, caratterizzata dalla decorazione dei vasi mediante motivi graffiti.

Tali decorazioni venivano effettuate sul vaso completamente essiccato e previa accurata lucidatura delle superfici. Le decorazioni, spesso incrostate di pasta bianca,  sono molto diversificate e organizzate in fasce orizzontali collocate sotto l’orlo dei vasi. L’ultima fase del neolitico, il Neolitico finale (3.000-2.500 a.C.) vede instaurarsi una sorta di linguaggio condiviso  rappresentato da una tecnica  evidenziata per la prima volta da L. Bernabò Brea in Contrada Diana,  nell’isola di Lipari e a Masseria Bellavista presso Taranto e indicata come Diana-Bellavista.

Le ceramiche  sono per lo più senza ornamenti, caratterizzate da forme standardizzate in argilla di colore rosso corallo brillante o grigiastro spesso  munite delle inconfondibili anse a rocchetto. Ciò premesso nel lavoro del dott. Raso si intrecciano due momenti: uno legato alla collezione dell’avvocato Mario Tolone e l’altro ai ritrovamenti megalitici di Nardodipace (VV).

Secondo l'autorevole intervenuta all'incontro entrambe le cose si collocano all’interno del neolitico medio, le cui tracce cominciano ad apparire alla fine del Neolitico antico e si esauriscono all’inizio del Neolitico finale.

Questo emerge se si vuole dare una interpretazione astronomica coerente a quanto descritto nel testo.

E’ fuori di dubbio che l’interesse sistematico per l’astronomia e per il Sole, la Luna e gli altri astri  nasce solo nell’epoca neolitica.

In questa si realizza, infatti, una delle più grandi rivoluzioni della vita dell'uomo: la scoperta dell'agricoltura e dell'allevamento. 

L’uomo non  è più costretto a  cacciare per procurarsi il cibo,  può praticare attività artigianali, elaborando tecniche sempre più raffinate.

La pietra non è solo scheggiata ma anche levigata, e si modella e si cuoce l'argilla per la produzione di vasellame, si praticano la filatura e la tessitura. L'uomo diventa stanziale, nascono villaggi agricoli, spesso fortificati, dove la comunità vive, lavora, coltiva i campi.

Iniziano anche le prime rudimentali forme di scambio di prodotti da un centro all'altro.

L’agricoltura ha bisogno di una regolazione temporale, i lavori nei campi devono essere eseguiti  in funzione  delle  condizioni climatiche e meteorologiche favorevoli. Nasce l’esigenza di trovare modalità di osservazione dei fenomeni metereologici e astronomici che consentano di fare previsioni.

 Per questo è necessario avere un calendario che indichi i giorni utili all’agricoltura con un certo anticipo.

Nasce l’esigenza di  un’osservazione sistematica del movimento del Sole, della Luna e delle stelle, in altre parole, è sentito il bisogno di utilizzare, ai fini della sopravvivenza, la sorprendente periodicità e ciclicità dei fenomeni celesti.

Per queste ragioni si può affermare che è  nel Neolitico che l’astronomia assume la  forma di conoscenza organizzata tanto da influenzare e condizionare il pensiero e la struttura stessa della società.

Quest’attenzione al fenomeno astronomico non si era presentato nel Paleolitico e  Mesolitico età in cui gli uomini  erano cacciatori e raccoglitori. Non avevano bisogno di particolari conoscenze astronomiche, né di dividere l’anno in stagioni e di prevedere anticipatamente il loro inizio e la loro fine.

Il Paleolitico è stato  caratterizzato dallo  sviluppo di una conoscenza di base astronomica,dall’osservazione di alcuni gruppi di stelle (le costellazioni)  l’uomo aveva  imparato a prevedere il momento in cui si verificava  la migrazione stagionale degli animali che servivano  come cibo. e la maturazione dei frutti.

I solstizi e gli equinozi non avevano speciale importanza, ed è tra il 6000 e il 4300 a.C. che avviene  la prima  messa a punto del primo “quartetto zodiacale” corrispondenti alle tappe essenziali dell’anno solare: l’equinozio di primavera, il solstizio d’estate, l’equinozio d’autunno e il solstizio d’inverno. I  reperti archeologici citati nel testo del dott. Raso confermano che anche in Calabria  le osservazioni astronomiche hanno avuto un posto di rilievo.

Il Sole è presente  in molte rappresentazioni artistiche, spesso assieme ad altre raffigurazioni, assieme alla Luna.

 

In molti dei reperti, il Sole è raffigurato con un triangolo equilatero con un puntino al centro, la Luna invece con lo stesso triangolo ma rovesciato.

Il simbolismo universale del triangolo, d’altra parte, 

si ritrova in tutte le tradizioni, è la manifestazione del ritorno all’unità primordiale.

In relazione al Sole e al grano il triangolo è doppiamente simbolo di fecondità. Il triangolo equilatero esprime la divinità, l’armonia, la proporzione.

Il puntino che rappresenta il Sole  diventerà più tardi “l’occhio” e a  partire dal Rinascimento, nell’iconografia cristiana l’occhio sarà disegnato dentro un triangolo, con riferimento al mistero della Trinità, Simbolo di perfezione.

Dai piccoli calendari e dalle statuette in creta  rinvenuti sulla Montagna delle Serre emerge che  era stato individuato la periodicità del mese lunare e che gli uomini avevano imparato ad usarla per definire un primo calendario.

Le molte statuette rivelano il culto della Luna  come “Grande Madre”, simbolo della fertilità Un altro reperto interessante è il serpente attorcigliato a spirale.  Se ad esso si vuole dare un significato astronomico  si può dire che esso è l’antenato  neolitico  dello Zodiaco.

Con questo  avanzo l’ipotesi che il serpente, come la spirale, sia il  simbolo del percorso del Sole e che probabilmente solo in un secondo tempo tale simbolo abbia assunto il significato più generico di "tempo" o di "ciclo".

L’uomo neolitico, il giorno del solstizio invernale, vede sorgere il Sole alla sua sinistra, oggi diremmo verso  sud-est, descrivere un arco molto basso nel cielo, e, alla sera, tramontare alla sua destra, a  sud-ovest.

Nei giorni successivi l'uomo neolitico vede il Sole che si leva non più nello stesso punto nel quale era sorto il giorno precedente, bensì in un punto spostato leggermente più ad est.

Alla sera noterà che anche il punto del tramonto non sarà più lo stesso ma si troverà più a ovest. Egli avrà l'impressione che i due punti gli si siano avvicinati. Inoltre l'arco descritto del Sole nel cielo sarà più alto. Di giorno in giorno il punto di levata si sposta verso est e quello del tramonto verso ovest.

Quindi il moto del Sole é, per il neolitico, veramente una animale che si attorciglia Un serpente che gira da sinistra a destra.

Questo movimento continua fino a quando il Sole sorge completamente spostato verso  nord-est e tramonta verso nord-ovest.

Un disegno riportato su uno dei megaliti sembra addirittura che questo movimento del Sole sia stato registrato.

Si capisce quindi  che  possono  essere state queste osservazioni che hanno portato alle costruzione megalitiche..

Questa sono alcune delle mie considerazioni su alcuni dei reperti presentati dal  Dott Raso. Ben  altri ragionamenti vanno fatti sugli allineamenti delle “pietre accatastate”.

Alessandro Guerricchio, ordinario di Geologia dell’Università della Calabria,  in suo studio afferma che queste strutture offrono un grande contributo allo studio della civiltà neolitica insediata nel nostro Paese ed  in particolare in zone montane, come quelle delle serre vibonesi, in cui ricade il comune  di Nardodipace .

“La particolarità di queste strutture  - dice il professore - è che si tratta di “triliti”, una forma che  si ritrova   principalmente nel megalitismo bretone e in particolare nella nota Stonehenge”. Guerricchio, da geologo, dopo numerosi sopralluoghi è giunto alla conclusione che questi “ammassi rocciosi” non sono capitati lì per caso, o  dovuti a movimenti tellurici, come altri pensano, ma vi siano stati portati dall’uomo e disposti secondo un preciso ordine.

E su questo preciso ordine  che tento una mia riflessione, perché, al momento, non  sono in possesso di osservazioni o misure che possano suffragare queste mie ipotesi.

Queste misure si rendono necessarie per verificare se l’allineamento di queste”pietre” risulti compatibile con le posizioni del Sole, della Luna e della levata eliaca di particolari stelle.

Il sorgere eliaco di alcune stelle solitamente veniva associato ad eventi naturali o all’inizio dei lavori agricoli o alla navigazione.

Giusto per fare un esempio  la levata eliaca di Sirio, la stella più luminosa del  costellazione del Cane Maggiore, nell’anno 3300 a.C.,  avveniva  esattamente il giorno del solstizio d’estate e coincideva con la piena del Nilo. Il libro di cui stiamo discutendo,  nel capitolo III  (L’esodo estivo delle donne), cita esplicitamente questa  costellazione “la Costellazione del Cane poneva sotto tutela il sorgere del Sole”.

Se, come si legge nel libro, il piano di Ciano stabilisce un legame  con  Giano, che deriva dal termine ianua  (porta) allora è da ritenere che Nardodipace, “la città della porta”,  deve avere una particolare configurazione tale da rivolgersi verso uno dei punti solstiziali.

Giano si presenta come divinità solare e come alter ego al maschile di Diana. Si consolida come divinità che, al mattino apre e la sera chiude le porte del cielo. In un eterno privo di inizio e di fine impersonò la posizione della Terra nell’orbita dell’eclittica, negli equinozi di primavera e di autunno, e nelle feste solstiziali.

Sarebbe interessante verificare l’orientamento del triangolo della mappa della Forestale di Mongiana,  potremmo  forse verificare che la punta del triangolo è rivolta verso una porta solstiziale e, se come si legge nel libro “Cianu” è la porta degli Uomini,  allora è la porta del solstizio Estivo.

La Porta Estiva è detta Porta degli Uomini o degli Antenati perché destinata alla discesa delle anime sulla terra ed al perpetuarsi del ciclo delle esistenze materiali.

La Porta Invernale è detta Porta degli Dei, perché  attraversandola le anime ascendono al divino e le influenze superiori discendono sulla Terra.

Il quartetto  zodiacale  che ha guidato l’uomo del neolitico tra il 6000 e il 4300 a.C., corrispondente alle tappe dell’anno solare tropico  era costituito  dalle costellazioni dei Gemelli, della Vergine, del Sagittario e dei Pesci. Più precisamente il punto equinoziale di primavera cadeva nella costellazione dei Gemelli, il solstizio d’estate nella costellazione della Vergine, l’equinozio di autunno nel Sagittario ed il solstizio di inverno nei Pesci.

Il punto equinoziale di primavera si sposta  della costellazione dei Gemelli a quella del Toro nel periodo che va dal  4300  al 1800 a.C. individuando così  un nuova configurazione.

Il  Toro che guida  la fila con l’equinozio di primavera, il Leone  con il solstizio d’estate, lo Scorpione, che identifica l’equinozio d’autunno e l’Acquario il solstizio d’inverno.

Le misure eseguite dall’archeo-astronomo Adriano Gaspani  sembrano individuare precise linee astronomiche a conferma che le pietre svolgevano una specifica funzione orientativa . 

Sembra che uno dei siti, individuato come Sito A sia orientato verso la levata eliaca di Antares, la stella più luminosa della costellazione dello Scorpione  e quindi, rispetto a quanto detto sopra, dovesse indicare il punto cardinale Est e probabilmente l’anno iniziava da questo momento.

Il che darebbe anche una spiegazione al simbolo del cervo riportato  su alcune monete rinvenute  a Caulonia.

Il cervo  era il simbolo dell’autunno. 

E’ Certamente  probabile che, con  ulteriori  misure, si  riesca  ad individuare  l’orientamento delle altre pietre accastellate.

Solo allora si potrà affermare che il paesino di Nardodipace rappresenta la Stonehenge italiana.

Il dott Raso, tra i tanti meriti,  conclude la prof.ssa Misiano - ha quello di aver portato alla ribalta una bella realtà calabrese e che mi auguro possa essere ripresa ed approfondita dal punto di vista archeologico ed astronomico al fine di potere aggiungere altro tassello alla storia della nostra regione già intrisa di fascino.

 

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Richer  J. “Geografia sacra del mondo greco”, Rusconi, 1989;

Biedermann H. ,  “Enciclopedia dei simboli “, Garzanti Libri, 1999;

De Martino E.,  “Sud e Magia”, Feltrinelli,  2002 ;

Esiodo , “Le opere ed i giorni”, Garzanti Editore, 2008;

Gherricchio  A., “Relazioni sulla presenza dei resti archeologici di Nardodipace”, 2002

Tucci A., “Neolitico a Girifalco”, in “magna Grecia, anno XXIX n. 7-9;

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Il territorio calabrese rappresenta per una serie di circostanze un'area dedita ad una diversificazione alquanto interessante e ricca di leggende, miti, storie dimenticate che poi, come per incanto riemergono dagli scaffali impolverati della memoria.

Di quanto sopra espresso ne sono valido esempio i megaliti ubicati nella località del territorio di Nardodipace che riemersero dall'oblio nei primi giorni del 1972 a seguito di una disastrosa perturbazione atmosferica che ebbe ad interessare per diverse giornate l'area in questione.

Durante il sopralluogo tecnico nelle zone interessate dalle piogge torrenziali l’avvocato Mario Tolone Azzariti di Girifalco (Catanzaro) oltre ai danni causati dal maltempo nota durante alcune ispezioni la presenza  di una profonda fenditura nella roccia di quasi sei metri dove vi erano una serie di reperti ricoperti dal fango.

Si trattava di una voluminosa pietra che ricordava le sembianze di una capo umano dai tratti somatici alquanto misteriosi ed inquietanti, dati certi invece erano che quelle sembianze non avevano nessun riferimento con il mondo egeo e con la preistoria acquisita.

Quei riferimenti antropologici rappresentavano i primi indizi da cui partire e quindi costruire le basi per una ricerca indirizzata alla individuazione di tale civiltà: quei segni fanno parte  di una cultura caratterizzata da una pre scrittura ideopittografica nella quale ad ogni segnatura (ideogramma o pittogramma che fosse) corrispondeva un pensiero, un concetto, il nome di un  oggetto, una proposizione.

Il resto (ossia la decifrazione testuale e contestuale) ha avuto luogo - prosegue Domenico Raso in successive fasi di ricerca di cui ne sono esempi i reperti relativi alla Tavola di Biblo, nella Tular di Bagno a Ripoli (Firenze), nella Pietra del Chianti (Firenze), negli innumerevoli reperti di Glozel (Francia), nei corpi di prescritture della Libia e nelle sequenze di “Rune” della Scandinavia e delle coste settentrionali dell’America (Canada) ci trovammo di fronte a veri e propri corpi di epigrafia pelagica e dei Popoli del Mare in prescrittura.

 

In moltissimi posti del Mediterraneo e dell’Atlantico i “divini Pelasgi” (Odissea, XIX, 177), avevano avuto modo di confrontarsi attraverso lo strumento della  loro prescrittura.

La rotta dei Popoli del Mare è tracciata da una carta nautica che indica i luoghi dove sono conservate le testimonianze di questo popolo di navigatori e costruttori di mura ciclopiche che ha lasciato le tracce del proprio passaggio in tutti i luoghi che si affacciano sul Mar Mediterraneo.

Diversi luoghi posizionati non soltanto in Medio Oriente, Egitto, Creta ma anche quelli  della penisola salentina con le caratteristiche caverne preistoriche ed i geometrici menhir,  di Norba e del Circeo nel Lazio dove insistono mura ciclopiche, le "Pietre dell'Incavallicata" nel comune di Campana,nei pressi della Fossiata ai confini della Sila Grande, in provincia di Cosenza, i nuraghi in Sardegna, ma anche altri luoghi suggestivi come la Corsica dove insiste il menhir detto di "Filitosa V", a Cauria (dolmen di Fontanaccia) e Palaggiu, spettacolare allineamento con circa 258 blocchi di pietra lavorata e monumenti antropomorfi.

L’arcipelago delle Canarie in Spagna, sull'isola di Tenerife, dove sono ubicate le "Piramidi di Güímar" di forma rettangolare e hanno una struttura a gradoni che ricorda le piramidi azteche, in Messico, e alcune dell'Antico Egitto.

Una parallelismo architettonico con la piramide di Monte D'Accoddi, in Sardegna, e con quelle dell'Isola di Mauritius nell'Oceano Indiano ma ritornando nel bacino del Mediterraneo viene indicata anche Sant'Agata dè Goti (Benevento) o le piramidi della Valle dell'Alcantara, le cui strutture a terrazzamento simili a quelle di Güímar, nelle Canarie, e a quelle di Barnenez, in Bretagna, Francia.

Diversi luoghi sparsi nella sfera terracquea, lontani geograficamente, come le diverse aree geografiche che si affacciano sul bacino del Mediterraneo a quelle disseminate lungo la rotta oceanica, ma unite culturalmente e caratterizzate da una perfetta programmazione organizzativa che gli permetteva di armonizzare le operazioni, alquanto impegnative, inerenti al prelevamento ed alle successive fasi relative allo spostamento degli enormi monoliti utili alla costruzione delle loro aree civili, militari che di contemplazione religiosa, come testimoniano le tracce architettoniche che tale cultura ha  lasciato in eredità ai posteri.
 

    

Il prof. Domenico Raso prosegue il suo intervento dicendo che all’atto di pubblicazione di questo libro non potevano sapere che questa avventura

conoscitiva, per il momento apparentemente limitata alla Calabria mediana, ci avrebbe indotto a navigare con i Popoli del Mare negli oceani di tutto il Pianeta.

Partiti dunque con l’aiuto delle prescritture da Girifalco (Catanzaro) a Nardodipace (Vibo Valentia) siamo alla fine pervenuti in Nuova Zelanda e in Indonesia.

La civiltà sconosciuta era la stessa delle Serre joniche calabresi e quindi – prosegue il professore Domenico Raso – tale popolazione veniva da molto lontano, tanto che nella letteratura storica del mondo egeo i Pelasgi venivano chiamati anche “Popoli del mare, “Tursenoi”, ed è probabile – continua nel suo intervento . che anche gli Etruschi prima di chiamarsi in tale maniera facessero parte della stessa “famiglia”, così come è pensabile che la città di Troia fosse una delle ultime roccaforti nell’area dell’Asia Minore dei Popoli del Mare che giunsero anche nel nostro territorio molto prima dei greci che in modo approssimativo li definivano come “pelasgi”.

Essi si insediarono nell’area posta tra i fiumi Allaro e Precariti, luogo che va dal mar Ionio all’altura definita “Monaca”, ubicata in una posizione centrale a circa 1400 metri sopra il livello del mare da dove si controllano di due versanti marittimi.

Si tratta quindi di un’ area archeologica alquanto ricca di significati che da una lettura diversa di un territorio conosciuto per altri motivi di cronaca e non per quelli più nobili come quelli oggetto della giornata di studi organizzata dal Circolo Culturale “L’Agorà” in collaborazione con la casa editrice Kaleidon di Roberto Arillotta.

Si tratta quindi di una serie di strutture ubicate nell’area di Nardodipace (Vibo Valentia) con diverse ramificazioni anche nei territori limitrofi come quelli di Serra San Bruno (Vibo Valentia) e Stilo (Reggio Calabria) e nella fattispecie nelle località di Monte Pecoraro e Pietra del Caricatore, tali luoghi rivestivano una specificità religiosa.

Di quanto sopra menzionato il professore Raso fa riferimento ad alcuni intagli rinvenuti nei pressi di Monte Pietra Sombrase dove sono impressi alcuni segni ricollegabili ad una “n” (ni greca) insieme alla lettera “c” che – secondo il relatore – potrebbe rappresentare la seguente epigrafe “tutti (la lettera c) morti durante la traversata (la lettera n)”.

In tale area vi sono altre interessanti tracce del passato incise su tali strutture architettoniche come alcune forme geometriche impresse su tali superfici come alcuni aspetti simbolici di tipo astrale od alcuni segni ricollegabili alla “l” (lambda), “z” (zeta), “t” (tau), “c” chi) .

Ma anche ad altre testimonianze come ad esempio i resti di uno scheletro, rinvenuti nel luogo di Giardini di Campoli, delle dimensioni di 1,85, mentre nella zona denominata “Paradiso” di Nardodipace è stata rinvenuta durante gli scavi una struttura circolare che sembra ricollegabile ad un’area sacra dedita alla venerazione del dio serpente.

 

Il professore Domenico Raso ha arricchito il suo autorevole intervento trattando anche dei reperti che appartengono alla raccolta privata di Mario Tolone Azzariti di Girifalco (CZ) e che a seguito della morte dell'avvocato ne è responsabile e tenutario il figlio prof. Salvatore Tolone.

Gli stessi manufatti - continua il relatore -  sono presentati nel nostro volume "La Città della Porta" .

La testimonianza archeologica sopra rappresentata in questa pagina raffigura la testa di un Sovrano del Mare delle Serre joniche calabresi da noi  - continua il prof. Raso - denominato “Il Re dei venti anni”, reperto in calcarenite color oro.

Sulla bendina posteriore del sovrano, sul retro della testa sono raffigurati 80 rombi che indicano nel caso specifico l'80° re del mare delle sere joniche calabresi e risaliamo almeno all'età di 8mila anni a.C.  

Sempre a riguardo allo stesso pezzo c’è da evidenziare che esso rappresenta ciò che rimane di una statuetta ed i cui resti non sono purtroppo stati ritrovati.

Il capo della figura regale porta una cuffia di comando analoga ai berretti  frigi e di quelli dei marinai (per farci una idea quella dei berretti dei pescatori di Amalfi fino al secolo passato).

Il copri capo in questione  è la Kunè, la “cuffia dei sovrani del mare” o “cuffia regale”.

Sul lato della figura è raffigurato ciò che rappresenta “il regno del sole delle Serre” che secondo le recenti ricerche è posto ad oriente e nello specifico tra Squillace e Girifalco a Settentrione delle Serre Joniche, mentre tra Marina di Caulonia e Nardodipace è posto a Sud della sopra menzionata area.

Tutti gli altri documenti archeologici riportati ne  "La Città della Porta"  meriterebbero ognuno  una singola pubblicazione per il loro significato ed importanza storica.

Si passa quindi ad una breve scheda tecnica delle stesse:

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La fig. 2 rappresenta un cavaliere acefalo ignudo che cavalca un ippocampo con chiaro riferimento alla perizia di navigazione dei Pelasgi delle Serre.

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La fig. 3, manufatto conico in creta vuoto al suo interno, rappresenta e descrive in segnature di prescrittura il regno pelasgico delle Serre joniche calabresi. Abbiamo denominato questo manufatto fondamentale “La montagna a tre teste”. Ognuna delle teste emblematizza una porzione di quel regno del mare. In realtà le vele descrittive e narrative sono quattro:

  1. La montagna più meridionale di Nardodipace reca soltanto indicazioni in prescrittura attinenti alle grandi sepolture dei Re che si trovano attorno al Piano di Cianu;

  2. La vela intestata dalla testa di mucca emblematizza i territori montani dove fiorì per millenni la pastorizia armentizia;

  3. La vela intestata dalla testa di civetta si riferisce ai territori montani e submontani delle Serre joniche dove trovarono collocazione in età pelasgica i villaggi delle donne e delle madri (attorno a Satriano);

  4. Infine la vela intestata con testa di gatto indica i territori più settentrionali delle Serre joniche attorno a Girifalco antica “Città del Sole”. Era quella la zona di produzione di granaglie in età pelasgica ed il gatto (quasi una semidivinità) era il protettore dei granai contro il pericolo sempre presente dei roditori.

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La fig. 4 è un reperto in steatite. Si tratta di un falso-figurativo che rappresenta e descrive il corso del Precariti tra Marina di Caulonia e il Piano di Cianu. Vi si descrive anche la sepoltura dei Re del Mare attorno a quel piano montano.

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Il reperto n°5 pur esso in steatite raffigura un pescatore pelasgico del golfo di Squillace che in apnea preleva dal fondo del mare astici ed analoghi crostacei. Questi vengono portati dal mare ai pastori o alla popolazione pastorale delle montagne soprastanti a Marina di Caulonia. Si tratta anche in questo caso di un falso-figurativo pelasgico.

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Il reperto n°6 sempre in steatite è stato da noi definito “Le tre cime”. Si tratta di un falso-figurativo aniconico che sottolinea e descrive attorno al Piano di Cianu le cime montane del Colle della Monaca (al centro) e quelle delle colline di Sambuco e di Ladi sotto le quali riposano i resti mortali di 110 Re del Mare d’oriente. Attorno a queste ultime risiedevano da primavera e per tutta l’estate donne, bambini e pastori.

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Il reperto n°7 in creta raffigura frontalmente il viso di un nemico. Le segnature di prescrittura raccontano di uno sbarco di pirati che non solo assaltano e devastano la “Città del Sole” (Girifalco) ma portano anche morte e distruzione mentre la marineria pelasgica delle Serre si trova lontano a scorazzare nel Mediterraneo;

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I reperti alla fig.8 sono pur essi dei falso-figurativi in steatite. Quello di sinistra raffigura “Madre luna” con riferimento alla sua apparizione nel cielo anche durante il giorno. Quello di destra raffigura a tutta prima una madre con un neonato in braccio. In realtà esso resoconta la migrazione estiva delle madri delle Serre insieme ai bambini sulla montagna meridionale delle Serre con l’intento di sfuggire ai pericoli della pirateria costiera estiva.

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La fig. 9 in pietra tenera rappresenta una donna in stato di avanzata gravidanza. Anche costoro dalla primavera e per tutta l’estate si rifugiavano a sgravare al sicuro sulla montagna meridionale delle Serre tra il Colle della Monaca e Nardodipace Nuovo.

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Il reperto della fig.10 in steatite raffigura un bambino in falso-figurativo. Il racconto delle svariate

segnature presenti sul manufatto si riferisce alla migrazione primaverile estiva dei bambini e delle bambine pelasgici per sfuggire, fatti riparare sulla montagna meridionale delle Serre attorno a Nardodipace, ai pericoli della pirateria estiva.

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Il reperto alla fig.11, ancora una volta in steatite, rappresenta l’immagine di una “balia” o donna del latte. Si trattava di una categoria particolare di donne assoldate dal Sovrano del Mare delle Serre per allattare i neonati le cui madri non avevano latte durante i mesi primaverili-estivi di rifugio sulla montagna meridionale delle Serre joniche.

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Il reperto alla fig.12 in steatite rappresenta l’immagine di una donna portatrice di viveri sulla montagna meridionale delle Serre durante i mesi estivi di rifugio di donne e bambini.

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Il reperto alla figura 13 sempre in steatite sintetizza in emblema le peculiarità storico-antropiche e naturalistiche della montagna meridionale delle Serre attorno a Nardodipace Nuovo: dalla presenza della pastorizia caprina ai culti di Madre Luna e del “Dio-Serpente” alla esistenza su quella montagna delle sepolture ipogee dei Sovrani del Mare d’oriente.

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Il reperto alla fig.14 è un falso-figurativo in calcarenite color oro. Apparentemente raffigura un Sovrano del Mare seduto, in realtà esso racconta dettagliatamente del sito delle sepolture dei Re del Mare d’oriente sotto le colline artificiali di Ladi e Sambuco. Nella cuffia del Sovrano e sul suo viso compare la mappa delle sepolture ipogee.

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Il reperto alla fig.15 in steatite è un falso-figurativo che sotto l’apparenza di una testa umana dà in realtà preziose informazioni geografiche sia sull’Atlantico, sede di una terra sprofondata nel mare sia nel Mediterraneo, mare civilizzato già in tempi remotissimi dai Popoli del Mare d’Atlantico.

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Il reperto alla figura 16 ci presenta una colombina appollaiata su un tronco di piramide. Anche con l’ausilio delle altre facce della piramidina siamo in grado di precisare che si tratta di un resoconto della seconda migrazione dei Pelasgi dal mare d’oriente e verso i lidi del golfo di Squillace attorno agli inizi del VI millennio a.C. a seguito di una immane catastrofe naturale.

Questi altri importanti elementi si aggiungono ad “Un viaggio le cui rotte sono raccontate” continua Domenico Raso da “antiche carte nautiche” che vanno dall’Atlantico, al Mediterraneo, all’Oceania e narrano le vicende di una cultura attraverso ciò che tale popolo ci ha lasciato in eredità.

La “Citta della Porta” segna dunque l’inizio occasionale di questo lunghissimo viaggio ed i dettagli storico-antropologici venuti fuori dal territorio delle Serre calabresi restano dappertutto gli stessi, segno di una “civilizzazione globale” dei Popoli del Mare intervenuta sul Pianeta assai prima che vi fiorissero le civiltà meglio conosciute.

La pubblicazione in questione tenta di aprire uno spiraglio sulla cosiddetta “preistoria” calabrese e si colloca, forse non inopportunamente, sul fronte meridionale in un più vasto territorio che partendo dall’Allaro arriva sino alle foci del Corace e sino a Tiriolo: i materiali Tolone sono tali e tanti da permettere e promettere col tempo un resoconto più fluente e dettagliato, soprattutto se supportato da indagini scientifiche, da scavi, da ricerche mirate.

Per chi non si accontenta della ufficialità, ma vuole interrogarsi sul mistero ...

 

 

 

 
 

 

 

Rivista Archeomisteri

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I Pelasgi in Liguria, maggio/giugno 2008

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La “pietra Iular” di Bagno a Ripoli (FI), luglio/agosto 2007

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I Pelasgi in Toscana, settembre/ottobre 2007

 

Rivista Archeoimisteri di Hera

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Pelasgi in Libia, ottobre 2008

 

Rivista I Misteri di Hera serie Archeomisteri

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La storia non letta di Glozel (seconda parte), novembre 2009

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La storia non letta di Glozel (prima parte), settembre 2009

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La Pedra Pintada, epitaffio di una civiltà dei giganti del Mare, luglio 2009

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L’America e i Popoli del Mare: descrizione del regno pelagico in America, maggio 2009

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L’America e i Popoli del Mare, marzo 2009

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I Pelasgi in Libia (seconda parte), gennaio 2009

 

Rivista Archeo e Misteri

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I Pelasi di Siria, Libano, Palesino ed Egitto, maggio/giugno 2010

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I Pelasgi nel nord-est d’Italia, marzo/aprile 2010

 

Rivista Hera

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Popoli del Mare. Le città perdute dell’Amazzonia, marzo 2010

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Popoli del Mare. Sotto il comando dei sovrani del Mare, febbraio 2010

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Popoli del Mare. Un antichissimo esodo di massa nel Mediterraneo, gennaio 2010

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Popoli del Mare. Il lungo viaggio dei Pelasgi verso le serre, luglio 2009

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Popoli del Mare. Le spighe di orzo, l’enigma dei “canestri”. Pelasgi, giugno 2009

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Popoli del Mare. La simbologia del “bastone”, maggio 2009

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Popoli del Mare. Lettura ideopittografica, aprile 2009

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Popoli del Mare. I guerrieri venuti dal mare, marzo 2009

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La lamina di Botricello e le conquiste dei Pelasgi, dicembre 2008

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Popoli del Mare. Pelasgi: il mistero della lamina di Botricello, novembre 2008

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Popoli del Mare. Pastori “marines” e fanteria nelle comunità pelasgiche del Mediterraneo (seconda parte), ottobre 2008

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Popoli del Mare. Pastori, “marines” e fanteria nelle comunità pelasgiche del Mediterraneo, settembre 2008

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Pelasgi: l’ultima sepoltura, marzo 2008

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 La genesi pelasgica dei faraoni, dicembre 2007

 

 

 

 
 
 
 

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