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continue ricerche di far ritornare alla memoria storica
collettiva quel glorioso passato.
I lavori della
giornata di studi sono stati coordinati dal direttore
editoriale della casa editrice Kaleidon Filippo
Arillotta che nella sua introduzione ha illustrato ai
presenti le caratteristiche della pubblicazione del
prof. Domenico Raso "La città della porta".
Ha parlato degli
interessanti contenuti dell'opera sopra menzionata
soffermandosi sui segni che queste popolazioni hanno
lasciato e che sono state analizzate dallo stesso autore
nel corso di lunghe e pazienti ricerche.
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Dello stesso avviso
è stato l'Assessore provinciale alla Cultura Santo Gioffrè che nel corso del suo intervento ha voluto
evidenziare la pazienza certosina con
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la quale l'autore ha
realizzato questo importante saggio.
Importanti messaggi
storico-culturali - prosegue Santo Gioffrè - che il
prof. Domenico Raso ha avuto il merito di fare uscire
dall'oblio e far parlare in positivo di un territorio
conosciuto per altre vicende di cronaca.
Una traccia
importante del nostro passato che merita attenzione,
rispetto e che ci deve fare riflettere in quanto il
nostro territorio è stato da sempre luogo di importanti
situazioni culturali, quindi situazioni di crescita.
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Elementi
quindi che poggiano su strutture basate anche su
elementi diretti alla conoscenza, alla
democrazia, alla libertà, all'informazione.
Da queste
cifre l'assessore
Santo Gioffrè si collega alla situazione,
certamente poco felice, che stà vivendo e che si
respira sull'intero territorio nazionale. |
La parola è passata a Gianni Aiello, presidente del
Circolo Culturale "L'Agorà" che ha esordito col
ringraziare
tutti coloro che hanno aderito alla
manifestazione dando così la possibilità all'uditorio di
conoscere i tratti somatici di un'antica civiltà
che fa parte del retroterra storico-culturale
del territorio, e che nel
contempo rappresenta quella ricchezza culturale facente
parte della memoria collettiva e
che ne rappresenta un patrimonio da salvaguardare.
Elementi questi facenti parte di una “agorà” più grande,
quella del Mediterraneo giusto di crocevia di popoli e
culture che si sono confrontati culturalmente come
avveniva nella “piazza”, appunto l'agorà del mondo egeo.
Non a caso - prosegue Gianni Aiello -
abbiamo scelto tale nome per l'Associazione .
Ritornando
al tema di oggi c'è da dire che esso rappresenta un
evento, non come quelli che qualcuno vuol far passare
come tali, MA un qualcosa composto da diverse
informazioni che danno una lettura diversa del
territorio, una lettura gentile facente parte di un
glorioso e ricco passato, così come riportato
più volte e per la validità delle
argomentazioni sulla
stampa specializzata.
altri incontri i cui
risultati sono visibili e consultabili sul nostro
sito internet.
Al riguardo mi piace ricordare un mio intervento
relativo all'incontro tenuto in data 15 marzo 2003 nel
corso della giornata di studi avente come tema “REGGIO:
tra la civiltà dell'acqua e la civiltà del fuoco” .
Nel corso di quella giornata di studi emersero delle
cifre interessanti, come ad esempio eventuali
collegamenti con ciò che venne scoperto
in
località Sambuco di Nardodipace (Vibo Valentia) e quelli
trovati nel territorio di Stilo a Monte Pecoraro e di
Pietra del Caricatore (Reggio Calabria).
Nel corso di
quell'incontro si parlò anche di un'altra testimonianza
architettonica
di incerta origine, ormai caduti nell’oblio,
come quella che insisteva
nell'area di Lupardini nella zona
nord di Reggio Calabria, conosciuta come
menhir di Giocasto.
A riguardo la popolazione dei Pelasgi
Gianni Aiello ha ricordato ai presenti che
diversi uomini della cultura del mondo classico ne
citano le loro imprese, ma anche usi e costumi.
Omero nel canto XIX
dell'Odissea
li
menziona anche come “POPOLI di CRETA”
.
Nell'altra opera omerica “Iliade”, canto II, sono
ubicati lungo il confine tra le regioni della Tracia e
quella dell'Ellesponto: Omero parla della loro città
Larissa, dei suoi abitanti, del loro modo di combattere
sul mare, citando anche alcuni valorosi militari come
Iippotoo
e Pileo, figli di Leto Teutamide.
Nello stesso canto Omero dice che essi erano fra gli
alleati dei Troiani e nel
canto X
ne descrive l'accampamento
ubicato tra la città di Troia ed il mare.
Nella
stessa opera (Canto II) li troviamo vicino
ad Argo nei pressi del
Monte Othrys,
a sud della
Tessaglia
ed al tempio di Zeus a Dodona dove
Achille pregava lo “ZEUS PELASGICO DI DODONA” (Canto XVI).
Virgilio nell'Eneide (Canto VIII) invece riferiva che "i
primi abitatori della nostra Italia furono i Pelasgi".
L'argomento su tale popolazione
ha una sua corposa letteratura ancora nel mondo
classico come testimoniato dai vari Strabone, Eschilo,
Sofocle, Erodoto, tanto per citare qualche nome.
Ma anche in periodi precedenti a quello sopra
menzionato, come nelle iscrizioni egizie di ElAmarna,
Merenptah o quella di Medinet Habu che descrive la
vittoria del faraone Rameses III sui Popoli del mare.
La letteratura pelasgica risulta quindi alquanto ricca,
visto che si passa dagli studi antichi a quelli classici
e per ordine cronologico a quelli moderni dai quali si
evince che tale popolazione proverebbe dai territori
dell'Asia Minore da dove si spostò verso l'Egeo, questo
secondo gli studi dell'archeologo
Fritz Schachermeyer .
Gianni Aiello nel corso del suo intervento ha posto
all'attenzione dell'uditorio i nomi di altri eccellenti
studiosi come
il
francese Zacharia Mayani che fa
dei collegamenti tra la lingua etrusca e quella pelasgica
con quella albanese.
La studiosa Nermin Vlora Falaski che nella sua pubblicazione
"Patrimonio linguistico e genetico" ha decifrato
iscrizioni Etrusche e Pelasgiche (come la
Stele di
Lemno) con la lingua odierna albanese.
Ha parlato anche del ricercatore turco Polat Kaya
il quale sullo stessa tema fa delle
rivendicazioni culturali, dello studioso Niko Stilos che durante le sue ricerche
ha decifrato diverse iscrizioni di sarcofagi e di tombe
appartenute sia alle popolazioni
pelasgiche che a quelle etrusche:
da quelle ricerche Niko Stilos
asserisce che ci sono dei collegamenti con un dialetto
parlato attualmente al nord della regione albanese e
nello specifico il gheg.
Dopo l'intervento
di Gianni Aiello è stata la volta della professoressa
Angela Misiano Martino, che
nel corso del suo intervento ha trattato gli aspetti
astronomici presenti nel libro “ La Città
della Porta”.
Partendo dai dati presenti - afferma
l'esperta
di scienze dell'astronomia -
nel testo ho cercato di dare la mia personale
interpretazione dei molti aspetti astronomici presenti.
Come lo stesso autore dichiara, lo scopo della
pubblicazione è quello di aprire uno spiraglio sulla
“preistoria” calabrese riferibile all’età neolitica.
Per una più chiara comprensione dei fenomeni descritti è
necessario ricordare che il Neolitico abbraccia un
periodo di circa 3.000 anni e che nell’ Italia
meridionale è databile tra il 8.200 a 5.000 anni fa.
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Sulle informazioni provenienti dalle tecniche
decorative, il Neolitico si suddivide in
Neolitico inferiore', caratterizzato dalla
ceramica impressa (5.500
- 4.500 a.C.) individuata nella prassi di |
decorare i vasi prima della cottura, con impressioni
fatte da unghiate e segni delle dita, oppure praticate
con i margini dentellati di conchiglie e con altri
oggetti appuntiti; il Neolitico medio (4.500 -
3.500 a.C.) durante il quale era utilizzata la
tecnica della ceramica graffita, di poco successiva a
quella della ceramica impressa, caratterizzata dalla
decorazione dei vasi mediante motivi graffiti.
Tali decorazioni venivano effettuate sul vaso
completamente essiccato e previa accurata lucidatura
delle superfici. Le decorazioni, spesso incrostate di
pasta bianca, sono molto diversificate e organizzate in
fasce orizzontali collocate sotto l’orlo dei vasi.
L’ultima fase del neolitico, il Neolitico finale
(3.000-2.500 a.C.) vede instaurarsi una sorta di
linguaggio condiviso rappresentato da una
tecnica evidenziata per la prima volta da L. Bernabò
Brea in Contrada Diana, nell’isola di Lipari e a
Masseria Bellavista presso Taranto e indicata come
Diana-Bellavista.
Le ceramiche sono per lo più senza ornamenti,
caratterizzate da forme standardizzate in argilla di
colore rosso corallo brillante o grigiastro spesso
munite delle inconfondibili anse a rocchetto. Ciò
premesso nel lavoro del dott. Raso si intrecciano due
momenti: uno legato alla collezione dell’avvocato Mario
Tolone e l’altro ai ritrovamenti megalitici di
Nardodipace (VV).
Secondo
l'autorevole intervenuta all'incontro entrambe le
cose si collocano all’interno del neolitico medio, le
cui tracce cominciano ad apparire alla fine del
Neolitico antico e si esauriscono all’inizio del
Neolitico finale.
Questo emerge se si vuole dare una interpretazione
astronomica coerente a quanto descritto nel testo.
E’ fuori di dubbio che
l’interesse sistematico per
l’astronomia e per il Sole, la Luna e gli altri astri
nasce solo nell’epoca neolitica.
In questa
si realizza, infatti, una
delle più grandi rivoluzioni della vita dell'uomo: la
scoperta dell'agricoltura e dell'allevamento.
L’uomo non è più costretto a
cacciare per procurarsi il cibo, può praticare attività
artigianali, elaborando tecniche sempre più raffinate.
La pietra non è solo
scheggiata ma anche levigata, e si modella e si cuoce
l'argilla per la produzione di vasellame, si praticano
la filatura e la tessitura. L'uomo diventa stanziale,
nascono villaggi agricoli, spesso fortificati, dove la
comunità vive, lavora, coltiva i campi.
Iniziano anche le prime
rudimentali forme di scambio di prodotti da un centro
all'altro.
L’agricoltura ha bisogno di una regolazione temporale, i
lavori nei campi devono essere eseguiti in funzione
delle condizioni climatiche e meteorologiche
favorevoli. Nasce l’esigenza di trovare modalità di
osservazione dei fenomeni metereologici e astronomici
che consentano di fare previsioni.
Per questo è necessario avere un calendario che
indichi i giorni utili all’agricoltura con un certo
anticipo.
Nasce l’esigenza di un’osservazione sistematica del
movimento del Sole, della Luna e delle stelle, in altre
parole, è sentito il bisogno di utilizzare, ai fini
della sopravvivenza, la sorprendente periodicità e
ciclicità dei fenomeni celesti.
Per queste ragioni si può affermare che è nel Neolitico
che l’astronomia assume la forma di conoscenza
organizzata tanto da influenzare e condizionare il
pensiero e la struttura stessa della società.
Quest’attenzione al fenomeno astronomico non si era
presentato nel Paleolitico e Mesolitico età in cui gli
uomini erano cacciatori e raccoglitori. Non avevano
bisogno di particolari conoscenze astronomiche, né di
dividere l’anno in stagioni e di prevedere
anticipatamente il loro inizio e la loro fine.
Il Paleolitico è stato
caratterizzato dallo sviluppo di una conoscenza di base
astronomica,dall’osservazione di alcuni gruppi di stelle
(le costellazioni) l’uomo aveva imparato a prevedere
il momento in cui si verificava la migrazione
stagionale degli animali che servivano come cibo. e la
maturazione dei frutti.
I solstizi e gli equinozi non avevano speciale
importanza, ed è tra il 6000
e il 4300 a.C. che avviene la prima messa a punto del
primo “quartetto zodiacale” corrispondenti alle tappe
essenziali dell’anno solare: l’equinozio di primavera,
il solstizio d’estate, l’equinozio d’autunno e il
solstizio d’inverno. I reperti archeologici citati nel testo del dott. Raso confermano
che anche in Calabria le osservazioni astronomiche
hanno avuto un posto di rilievo.
Il Sole è presente in molte rappresentazioni
artistiche, spesso assieme ad altre raffigurazioni,
assieme alla Luna.
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In molti dei reperti, il Sole è
raffigurato con un triangolo equilatero con un puntino
al centro, la Luna invece con lo stesso triangolo ma
rovesciato.
Il simbolismo universale del triangolo, d’altra parte,
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si ritrova in tutte le tradizioni, è
la manifestazione del ritorno all’unità
primordiale.
In relazione al Sole e al grano il triangolo è
doppiamente simbolo di fecondità. Il triangolo
equilatero esprime la divinità, l’armonia, la
proporzione.
Il puntino che rappresenta il Sole diventerà più tardi
“l’occhio” e a partire dal Rinascimento,
nell’iconografia cristiana l’occhio sarà disegnato
dentro un triangolo, con riferimento al mistero della
Trinità, Simbolo di perfezione.
Dai piccoli calendari e dalle statuette in creta
rinvenuti sulla Montagna delle Serre emerge che era
stato individuato la periodicità del mese lunare e che
gli uomini avevano imparato ad usarla per definire un
primo calendario.
Le molte statuette rivelano il culto della Luna come
“Grande Madre”, simbolo della fertilità Un altro reperto
interessante è il serpente attorcigliato a spirale. Se
ad esso si vuole dare un significato astronomico si può
dire che esso è l’antenato neolitico dello Zodiaco.
Con questo avanzo l’ipotesi che il serpente, come la
spirale, sia il simbolo del percorso del Sole e che
probabilmente solo in un secondo tempo tale simbolo
abbia assunto il significato più generico di "tempo" o
di "ciclo".
L’uomo neolitico, il giorno del solstizio invernale,
vede sorgere il Sole alla sua sinistra, oggi diremmo
verso sud-est, descrivere un arco molto basso nel
cielo, e, alla sera, tramontare alla sua destra, a
sud-ovest.
Nei giorni successivi l'uomo neolitico vede il Sole che
si leva non più nello stesso punto nel quale era sorto
il giorno precedente, bensì in un punto spostato
leggermente più ad est.
Alla sera noterà che anche il punto del tramonto non
sarà più lo stesso ma si troverà più a ovest. Egli avrà
l'impressione che i due punti gli si siano avvicinati.
Inoltre l'arco descritto del Sole nel cielo sarà più
alto. Di giorno in giorno il punto di levata si sposta
verso est e quello del tramonto verso ovest.
Quindi il moto del Sole é, per il neolitico, veramente
una animale che si attorciglia Un serpente che gira da
sinistra a destra.
Questo movimento continua fino a quando il Sole sorge
completamente spostato verso nord-est e tramonta verso
nord-ovest.
Un disegno riportato su uno dei megaliti sembra
addirittura che questo movimento del Sole sia stato
registrato.
Si capisce quindi che possono essere state queste
osservazioni che hanno portato alle costruzione
megalitiche..
Questa sono alcune delle mie considerazioni su alcuni
dei reperti presentati dal Dott Raso. Ben altri
ragionamenti vanno fatti sugli allineamenti delle
“pietre accatastate”.
Alessandro Guerricchio, ordinario di Geologia
dell’Università della Calabria, in suo studio afferma
che queste strutture offrono un grande contributo allo
studio della civiltà neolitica insediata nel nostro
Paese ed in particolare in zone montane, come quelle
delle serre vibonesi, in cui ricade il comune di
Nardodipace .
“La particolarità di queste strutture - dice il
professore - è che si tratta di “triliti”, una forma
che si ritrova principalmente nel megalitismo bretone
e in particolare nella nota Stonehenge”. Guerricchio, da
geologo, dopo numerosi sopralluoghi è giunto alla
conclusione che questi “ammassi rocciosi” non sono
capitati lì per caso, o dovuti a movimenti tellurici,
come altri pensano, ma vi siano stati portati dall’uomo
e disposti secondo un preciso ordine.
E su questo preciso ordine che tento una mia
riflessione, perché, al
momento, non sono in possesso di osservazioni o misure
che possano suffragare queste mie ipotesi.
Queste misure si rendono necessarie per verificare se
l’allineamento di queste”pietre” risulti compatibile con
le posizioni del Sole, della Luna e della levata eliaca
di particolari stelle.
Il sorgere eliaco di alcune stelle solitamente veniva
associato ad eventi naturali o all’inizio dei lavori
agricoli o alla navigazione.
Giusto per fare un esempio la levata eliaca di Sirio,
la stella più luminosa del costellazione del Cane
Maggiore, nell’anno 3300 a.C., avveniva esattamente il
giorno del solstizio d’estate e coincideva con la piena
del Nilo. Il libro di cui stiamo discutendo, nel
capitolo III (L’esodo estivo delle donne), cita
esplicitamente questa costellazione “la Costellazione
del Cane poneva sotto tutela il sorgere del Sole”.
Se, come si legge nel libro, il piano di Ciano
stabilisce un legame con Giano, che deriva dal termine
ianua (porta) allora è da ritenere che
Nardodipace, “la città della porta”, deve avere una
particolare configurazione tale da rivolgersi verso uno
dei punti solstiziali.
Giano si presenta come divinità solare e come alter ego
al maschile di Diana. Si consolida come divinità che, al
mattino apre e la sera chiude le porte del cielo. In un
eterno privo di inizio e di fine impersonò la posizione
della Terra nell’orbita dell’eclittica, negli equinozi
di primavera e di autunno, e nelle feste solstiziali.
Sarebbe interessante verificare l’orientamento del
triangolo della mappa della Forestale di Mongiana,
potremmo forse verificare che la punta del triangolo è
rivolta verso una porta solstiziale e, se come si legge
nel libro “Cianu” è la porta degli Uomini, allora è la
porta del solstizio Estivo.
La Porta Estiva è detta Porta degli Uomini o degli
Antenati perché destinata alla discesa delle anime sulla
terra ed al perpetuarsi del ciclo delle esistenze
materiali.
La Porta Invernale è detta Porta degli Dei, perché
attraversandola le anime ascendono al divino e le
influenze superiori discendono sulla Terra.
Il quartetto zodiacale che
ha guidato l’uomo del neolitico tra il 6000 e il 4300
a.C., corrispondente alle tappe dell’anno solare
tropico era costituito dalle costellazioni dei
Gemelli, della Vergine, del Sagittario e dei Pesci. Più
precisamente il punto equinoziale di primavera cadeva
nella costellazione dei Gemelli, il solstizio d’estate
nella costellazione della Vergine, l’equinozio di
autunno nel Sagittario ed il solstizio di inverno nei
Pesci.
Il punto equinoziale di
primavera si sposta della costellazione dei Gemelli a
quella del Toro nel periodo che va dal 4300 al 1800
a.C. individuando così un nuova configurazione.
Il Toro che guida la fila
con l’equinozio di primavera, il Leone con il solstizio
d’estate, lo Scorpione, che identifica l’equinozio
d’autunno e l’Acquario il solstizio d’inverno.
Le misure eseguite
dall’archeo-astronomo Adriano Gaspani sembrano
individuare precise linee astronomiche a conferma che le
pietre svolgevano una specifica funzione orientativa .
Sembra che uno dei siti, individuato come Sito A sia
orientato verso la levata eliaca di Antares, la stella
più luminosa della costellazione dello Scorpione e
quindi, rispetto a quanto detto sopra, dovesse indicare
il punto cardinale Est e probabilmente l’anno iniziava
da questo momento.
Il che darebbe anche una spiegazione al simbolo del
cervo riportato su alcune monete rinvenute a Caulonia.
Il cervo era il simbolo dell’autunno.
E’ Certamente probabile che, con ulteriori misure,
si riesca ad individuare l’orientamento delle altre
pietre accastellate.
Solo allora si potrà affermare che il paesino di
Nardodipace rappresenta la
Stonehenge italiana.
Il dott Raso, tra i tanti
meriti, conclude la prof.ssa Misiano -
ha quello di aver portato alla ribalta una bella
realtà calabrese e che mi auguro possa essere ripresa ed
approfondita dal punto di vista archeologico ed
astronomico al fine di potere aggiungere altro tassello
alla storia della nostra regione già intrisa di fascino.
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Richer J. “Geografia sacra del mondo
greco”, Rusconi, 1989;
Biedermann H. , “Enciclopedia dei
simboli “, Garzanti Libri, 1999;
De
Martino E., “Sud e Magia”,
Feltrinelli, 2002
;
Esiodo , “Le opere ed i giorni”,
Garzanti Editore, 2008;
Gherricchio A., “Relazioni sulla
presenza dei resti archeologici di
Nardodipace”, 2002
Tucci A., “Neolitico a Girifalco”, in
“magna Grecia, anno XXIX n. 7-9; |
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Il
territorio calabrese rappresenta per una serie di
circostanze un'area dedita ad una diversificazione
alquanto interessante e ricca di leggende, miti, storie
dimenticate che poi, come per incanto riemergono dagli
scaffali impolverati della memoria.
Di quanto sopra espresso ne sono valido esempio i
megaliti ubicati nella
località del territorio di
Nardodipace che riemersero dall'oblio
nei primi giorni del 1972 a seguito di una disastrosa
perturbazione atmosferica che ebbe ad interessare per
diverse giornate l'area in questione.
Durante il
sopralluogo tecnico nelle zone interessate dalle piogge
torrenziali l’avvocato Mario Tolone Azzariti di
Girifalco (Catanzaro) oltre ai danni causati dal
maltempo nota durante alcune ispezioni
la presenza
di
una profonda fenditura nella roccia di quasi sei metri
dove vi erano una serie di reperti ricoperti dal fango.
Si trattava
di una voluminosa pietra che ricordava le sembianze di
una capo umano dai tratti somatici alquanto misteriosi
ed inquietanti, dati certi invece erano che quelle
sembianze non avevano nessun riferimento con il mondo
egeo e con la preistoria acquisita.
Quei riferimenti antropologici rappresentavano i primi
indizi da cui partire e quindi costruire le basi per una
ricerca indirizzata alla individuazione di tale civiltà:
quei segni fanno parte di una cultura caratterizzata da
una pre scrittura ideopittografica nella quale ad ogni
segnatura (ideogramma o pittogramma che fosse)
corrispondeva un pensiero, un concetto, il nome di un
oggetto, una proposizione.
Il resto (ossia la
decifrazione testuale e contestuale) ha avuto luogo -
prosegue Domenico Raso in successive fasi di ricerca di
cui ne sono esempi i reperti relativi alla Tavola di
Biblo, nella Tular di Bagno a Ripoli (Firenze), nella
Pietra del Chianti (Firenze), negli innumerevoli reperti
di Glozel (Francia), nei corpi di prescritture della
Libia e nelle sequenze di “Rune” della Scandinavia e
delle coste settentrionali dell’America (Canada) ci
trovammo di fronte a veri e propri corpi di epigrafia
pelagica e dei Popoli del Mare in prescrittura.
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In moltissimi posti del Mediterraneo e dell’Atlantico i
“divini Pelasgi” (Odissea, XIX,
177), avevano
avuto modo di confrontarsi attraverso lo
strumento della loro prescrittura. |
La rotta dei Popoli
del Mare è tracciata da una carta nautica che indica i
luoghi dove sono conservate le testimonianze di questo
popolo di navigatori e costruttori di mura ciclopiche
che ha lasciato le tracce del proprio passaggio in tutti
i luoghi che si affacciano sul Mar Mediterraneo.
Diversi luoghi posizionati non soltanto in Medio
Oriente, Egitto, Creta ma anche quelli
della penisola
salentina con le caratteristiche caverne preistoriche ed
i geometrici menhir, di Norba e del Circeo nel Lazio
dove insistono mura ciclopiche, le "Pietre dell'Incavallicata"
nel comune di Campana,nei pressi della Fossiata ai
confini della Sila Grande, in provincia di Cosenza, i
nuraghi in Sardegna, ma anche altri luoghi suggestivi
come la Corsica dove insiste il menhir
detto di "Filitosa V",
a Cauria (dolmen di Fontanaccia) e Palaggiu,
spettacolare allineamento con circa 258 blocchi di
pietra lavorata e monumenti antropomorfi.
L’arcipelago delle
Canarie in Spagna, sull'isola di Tenerife, dove sono
ubicate le "Piramidi di Güímar" di forma rettangolare e
hanno una struttura a gradoni che ricorda le piramidi
azteche, in Messico, e alcune dell'Antico Egitto.
Una parallelismo
architettonico con la piramide di Monte D'Accoddi, in
Sardegna, e con quelle dell'Isola di Mauritius
nell'Oceano Indiano ma ritornando nel bacino del
Mediterraneo viene indicata anche Sant'Agata dè Goti
(Benevento) o le piramidi della Valle dell'Alcantara, le
cui strutture a terrazzamento simili a quelle di Güímar,
nelle Canarie, e a quelle di Barnenez, in Bretagna,
Francia.
Diversi luoghi sparsi
nella sfera terracquea, lontani geograficamente, come le
diverse aree geografiche che si affacciano sul bacino
del Mediterraneo a quelle disseminate lungo la rotta
oceanica, ma unite culturalmente e caratterizzate da una
perfetta programmazione organizzativa che gli permetteva
di armonizzare le operazioni, alquanto impegnative,
inerenti al prelevamento ed alle successive fasi
relative allo spostamento degli enormi monoliti utili
alla costruzione delle loro aree civili, militari che di
contemplazione religiosa, come testimoniano le tracce
architettoniche che tale cultura ha lasciato in eredità
ai posteri.
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Il prof. Domenico
Raso prosegue il suo intervento dicendo che all’atto
di pubblicazione di questo libro non potevano
sapere che questa avventura
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conoscitiva, per il
momento apparentemente limitata alla Calabria
mediana, ci avrebbe
indotto a navigare con i Popoli del Mare negli oceani di
tutto il Pianeta.
Partiti dunque con l’aiuto delle
prescritture da Girifalco (Catanzaro)
a Nardodipace (Vibo Valentia)
siamo alla fine pervenuti in Nuova Zelanda e in
Indonesia.
La civiltà sconosciuta era la stessa delle
Serre joniche calabresi
e quindi
– prosegue il professore Domenico Raso – tale
popolazione veniva da molto lontano, tanto che nella
letteratura storica del mondo egeo i Pelasgi venivano
chiamati anche “Popoli del mare, “Tursenoi”, ed è
probabile – continua nel suo intervento . che anche gli
Etruschi prima di chiamarsi in tale maniera facessero
parte della stessa “famiglia”, così come è pensabile che
la città di Troia fosse una delle ultime roccaforti
nell’area dell’Asia Minore dei Popoli del Mare
che giunsero anche nel nostro territorio molto prima dei
greci
che in
modo approssimativo li definivano
come “pelasgi”.
Essi si insediarono
nell’area posta tra i fiumi Allaro e Precariti, luogo
che va dal mar Ionio all’altura definita “Monaca”,
ubicata in una posizione centrale a circa 1400 metri
sopra il livello del mare da dove si controllano di due
versanti marittimi.
Si
tratta quindi di un’ area archeologica alquanto ricca di
significati che da una lettura diversa di un territorio
conosciuto per altri motivi di cronaca e non per quelli
più nobili come quelli oggetto della giornata di studi
organizzata dal Circolo Culturale “L’Agorà” in
collaborazione con la casa editrice Kaleidon di Roberto
Arillotta.
Si tratta quindi di
una serie di strutture ubicate nell’area di Nardodipace
(Vibo Valentia) con diverse ramificazioni anche nei
territori limitrofi come quelli di Serra San Bruno (Vibo
Valentia) e Stilo (Reggio Calabria) e nella fattispecie
nelle località di Monte Pecoraro e Pietra del
Caricatore, tali luoghi rivestivano una specificità
religiosa.
Di quanto sopra
menzionato il professore Raso fa riferimento ad alcuni
intagli rinvenuti nei pressi di Monte Pietra Sombrase
dove sono impressi alcuni segni ricollegabili ad una “n”
(ni greca) insieme alla lettera “c” che – secondo il
relatore – potrebbe rappresentare la seguente epigrafe
“tutti (la lettera c) morti durante la traversata (la
lettera n)”.
In tale area vi sono
altre interessanti tracce del passato
incise su tali strutture architettoniche come alcune
forme geometriche impresse su tali superfici come alcuni
aspetti simbolici di tipo astrale od alcuni segni
ricollegabili alla “l” (lambda), “z” (zeta), “t” (tau),
“c” chi) .
Ma anche ad altre
testimonianze come ad esempio i resti di uno scheletro,
rinvenuti nel luogo di Giardini di Campoli, delle
dimensioni di 1,85, mentre nella zona denominata
“Paradiso” di Nardodipace è stata rinvenuta durante gli
scavi una struttura circolare che sembra ricollegabile
ad un’area sacra dedita alla venerazione del dio
serpente.
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Il professore Domenico
Raso ha arricchito il suo autorevole intervento
trattando anche dei reperti che appartengono
alla raccolta privata di Mario Tolone Azzariti
di Girifalco (CZ) e che a seguito della morte
dell'avvocato ne è responsabile e tenutario il
figlio prof. Salvatore Tolone.
Gli stessi
manufatti - continua il relatore - sono
presentati nel nostro volume "La Città della
Porta" . |
La testimonianza
archeologica sopra rappresentata
in questa pagina raffigura la testa di un Sovrano del
Mare delle Serre joniche calabresi da noi
- continua il prof. Raso -
denominato “Il Re dei venti anni”, reperto in
calcarenite color oro.
Sulla bendina posteriore del sovrano, sul retro della
testa sono raffigurati 80 rombi che indicano nel caso
specifico l'80° re del mare delle sere joniche calabresi
e risaliamo almeno all'età di 8mila anni a.C.
Sempre a riguardo allo stesso pezzo c’è da evidenziare
che esso rappresenta ciò che rimane di una statuetta ed
i cui resti non sono purtroppo stati ritrovati.
Il
capo della figura regale porta una cuffia di comando
analoga ai berretti frigi e di quelli dei marinai (per
farci una idea quella dei berretti dei pescatori di
Amalfi fino al secolo passato).
Il
copri capo in questione è la Kunè, la “cuffia dei
sovrani del mare” o “cuffia regale”.
Sul
lato della figura è raffigurato ciò che rappresenta “il
regno del sole delle Serre” che secondo le recenti
ricerche è posto ad oriente e nello specifico tra
Squillace e Girifalco a Settentrione delle Serre Joniche,
mentre tra Marina di Caulonia e Nardodipace è posto a
Sud della sopra menzionata area.
Tutti gli altri documenti
archeologici riportati ne "La Città della Porta"
meriterebbero ognuno una singola pubblicazione per
il loro significato ed importanza storica.
Si passa
quindi ad una breve scheda tecnica delle stesse:
 |
La fig. 2 rappresenta un cavaliere acefalo ignudo
che cavalca un ippocampo con chiaro riferimento alla
perizia di navigazione dei Pelasgi delle Serre. |
 |
La fig. 3, manufatto conico in creta vuoto al suo
interno, rappresenta e descrive in segnature di
prescrittura il regno pelasgico delle Serre joniche
calabresi. Abbiamo denominato questo manufatto
fondamentale “La montagna a tre teste”. Ognuna delle
teste emblematizza una porzione di quel regno del
mare. In realtà le vele descrittive e narrative sono
quattro: |
-
La montagna più meridionale di Nardodipace reca
soltanto indicazioni in prescrittura attinenti alle
grandi sepolture dei Re che si trovano attorno al
Piano di Cianu;
-
La vela intestata dalla testa di mucca emblematizza
i territori montani dove fiorì per millenni la
pastorizia armentizia;
-
La vela intestata dalla testa di civetta si
riferisce ai territori montani e submontani delle
Serre joniche dove trovarono collocazione in età
pelasgica i villaggi delle donne e delle madri
(attorno a Satriano);
-
Infine la vela intestata con testa di gatto indica i
territori più settentrionali delle Serre joniche
attorno a Girifalco antica “Città del Sole”. Era
quella la zona di produzione di granaglie in età
pelasgica ed il gatto (quasi una semidivinità) era
il protettore dei granai contro il pericolo sempre
presente dei roditori.
 |
La fig. 4 è un reperto in steatite. Si tratta di un
falso-figurativo che rappresenta e descrive il corso
del Precariti tra Marina di Caulonia e il Piano di
Cianu. Vi si descrive anche la sepoltura dei Re del
Mare attorno a quel piano montano. |
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Il reperto n°5 pur esso in steatite raffigura un
pescatore pelasgico del golfo di Squillace che in
apnea preleva dal fondo del mare astici ed analoghi
crostacei. Questi vengono portati dal mare ai
pastori o alla popolazione pastorale delle montagne
soprastanti a Marina di Caulonia. Si tratta anche in
questo caso di un falso-figurativo pelasgico. |
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Il reperto n°6 sempre in steatite è stato da noi
definito “Le tre cime”. Si tratta di un
falso-figurativo aniconico che sottolinea e descrive
attorno al Piano di Cianu le cime montane del Colle
della Monaca (al centro) e quelle delle colline di
Sambuco e di Ladi sotto le quali riposano i resti
mortali di 110 Re del Mare d’oriente. Attorno a
queste ultime risiedevano da primavera e per tutta
l’estate donne, bambini e pastori. |
 |
Il reperto n°7 in creta raffigura frontalmente il
viso di un nemico. Le segnature di prescrittura
raccontano di uno sbarco di pirati che non solo
assaltano e devastano la “Città del Sole”
(Girifalco) ma portano anche morte e distruzione
mentre la marineria pelasgica delle Serre si trova
lontano a scorazzare nel Mediterraneo; |
 |
I reperti alla fig.8 sono pur essi dei
falso-figurativi in steatite. Quello di sinistra
raffigura “Madre luna” con riferimento alla sua
apparizione nel cielo anche durante il giorno.
Quello di destra raffigura a tutta prima una madre
con un neonato in braccio. In realtà esso resoconta
la migrazione estiva delle madri delle Serre insieme
ai bambini sulla montagna meridionale delle Serre
con l’intento di sfuggire ai pericoli della
pirateria costiera estiva. |
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La fig. 9 in pietra tenera rappresenta una donna in
stato di avanzata gravidanza. Anche costoro dalla
primavera e per tutta l’estate si rifugiavano a
sgravare al sicuro sulla montagna meridionale delle
Serre tra il Colle della Monaca e Nardodipace Nuovo. |
 |
Il reperto della fig.10 in steatite raffigura un
bambino in falso-figurativo. Il
racconto delle svariate |
segnature presenti sul manufatto si riferisce alla
migrazione primaverile estiva dei bambini e delle
bambine pelasgici per sfuggire, fatti riparare sulla
montagna meridionale delle Serre attorno a Nardodipace,
ai pericoli della pirateria estiva.
 |
Il reperto alla fig.11, ancora una volta in
steatite, rappresenta l’immagine di una “balia” o
donna del latte. Si trattava di una categoria
particolare di donne assoldate dal Sovrano del Mare
delle Serre per allattare i neonati le cui madri non
avevano latte durante i mesi primaverili-estivi di
rifugio sulla montagna meridionale delle Serre
joniche. |
 |
Il reperto alla fig.12 in steatite rappresenta
l’immagine di una donna portatrice di viveri sulla
montagna meridionale delle Serre durante i mesi
estivi di rifugio di donne e bambini. |
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Il reperto alla figura 13 sempre in steatite
sintetizza in emblema le peculiarità
storico-antropiche e naturalistiche della montagna
meridionale delle Serre attorno a Nardodipace Nuovo:
dalla presenza della pastorizia caprina ai culti di
Madre Luna e del “Dio-Serpente” alla esistenza su
quella montagna delle sepolture ipogee dei Sovrani
del Mare d’oriente. |
 |
Il reperto alla fig.14 è un falso-figurativo in
calcarenite color oro. Apparentemente raffigura un
Sovrano del Mare seduto, in realtà esso racconta
dettagliatamente del sito delle sepolture dei Re del
Mare d’oriente sotto le colline artificiali di Ladi
e Sambuco. Nella cuffia del Sovrano e sul suo viso
compare la mappa delle sepolture ipogee. |
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Il reperto alla fig.15 in steatite è un
falso-figurativo che sotto l’apparenza di una testa
umana dà in realtà preziose informazioni geografiche
sia sull’Atlantico, sede di una terra sprofondata
nel mare sia nel Mediterraneo, mare civilizzato già
in tempi remotissimi dai Popoli del Mare
d’Atlantico. |
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Il reperto alla figura 16 ci presenta una colombina
appollaiata su un tronco di piramide. Anche con
l’ausilio delle altre facce della piramidina siamo
in grado di precisare che si tratta di un resoconto
della seconda migrazione dei Pelasgi dal mare
d’oriente e verso i lidi del golfo di Squillace
attorno agli inizi del VI millennio a.C. a seguito
di una immane catastrofe naturale. |
Questi altri importanti elementi
si aggiungono ad
“Un viaggio le cui
rotte sono raccontate” continua Domenico Raso da
“antiche carte nautiche” che vanno dall’Atlantico, al
Mediterraneo, all’Oceania e narrano le vicende di una
cultura attraverso ciò che tale popolo ci ha lasciato in
eredità.
La “Citta della Porta” segna dunque
l’inizio occasionale di questo lunghissimo viaggio ed i
dettagli storico-antropologici venuti fuori dal
territorio delle Serre calabresi restano dappertutto gli
stessi, segno di una “civilizzazione globale” dei Popoli
del Mare intervenuta sul Pianeta assai prima che vi
fiorissero le civiltà meglio conosciute.
La pubblicazione in
questione
tenta di aprire uno spiraglio sulla cosiddetta
“preistoria” calabrese e si colloca, forse non
inopportunamente, sul fronte meridionale in un più vasto
territorio che partendo dall’Allaro arriva sino alle
foci del Corace e sino a Tiriolo: i materiali Tolone
sono tali e tanti da permettere e promettere col tempo
un resoconto più fluente e dettagliato, soprattutto se
supportato da indagini scientifiche, da scavi, da
ricerche mirate.
Per chi non si
accontenta della ufficialità, ma vuole interrogarsi sul
mistero ...
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Rivista
Archeomisteri
 |
I Pelasgi in Liguria, maggio/giugno
2008 |
 |
La “pietra Iular” di Bagno a Ripoli
(FI), luglio/agosto 2007 |
 |
I Pelasgi in Toscana, settembre/ottobre
2007 |
Rivista
Archeoimisteri di Hera
 |
Pelasgi in Libia, ottobre 2008 |
Rivista I Misteri
di Hera serie Archeomisteri
 |
La storia non letta di Glozel (seconda
parte), novembre 2009 |
 |
La storia non letta di Glozel (prima
parte), settembre 2009 |
 |
La Pedra Pintada, epitaffio di una
civiltà dei giganti del Mare, luglio
2009 |
 |
L’America e i Popoli del Mare:
descrizione del regno pelagico in
America, maggio 2009 |
 |
L’America e i Popoli del Mare, marzo
2009 |
 |
I Pelasgi in Libia (seconda parte),
gennaio 2009 |
Rivista Archeo e
Misteri
 |
I Pelasi di Siria, Libano, Palesino
ed Egitto, maggio/giugno 2010 |
 |
I Pelasgi nel nord-est d’Italia,
marzo/aprile 2010 |
Rivista Hera
 |
Popoli del Mare. Le città perdute
dell’Amazzonia, marzo 2010 |
 |
Popoli del Mare. Sotto il comando
dei sovrani del Mare, febbraio 2010 |
 |
Popoli del Mare. Un antichissimo
esodo di massa nel Mediterraneo,
gennaio 2010 |
 |
Popoli del Mare. Il lungo viaggio
dei Pelasgi verso le serre, luglio
2009 |
 |
Popoli del Mare. Le spighe di orzo,
l’enigma dei “canestri”. Pelasgi,
giugno 2009 |
 |
Popoli del Mare. La simbologia del “bastone”,
maggio 2009 |
 |
Popoli del Mare. Lettura
ideopittografica, aprile 2009 |
 |
Popoli del Mare. I guerrieri venuti
dal mare, marzo 2009 |
 |
La lamina di Botricello e le
conquiste dei Pelasgi, dicembre 2008 |
 |
Popoli del Mare. Pelasgi: il mistero
della lamina di Botricello, novembre
2008 |
 |
Popoli del Mare. Pastori “marines” e
fanteria nelle comunità pelasgiche
del Mediterraneo (seconda parte),
ottobre 2008 |
 |
Popoli del Mare. Pastori, “marines”
e fanteria nelle comunità pelasgiche
del Mediterraneo, settembre 2008 |
 |
Pelasgi: l’ultima sepoltura, marzo
2008 |
 |
La
genesi pelasgica dei faraoni,
dicembre 2007 |
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