|
| |
 |
| |
|
|
|
|
|
|
| |
Secondo appuntamento dei “Pomeriggi
Culturali”, sempre nella cornice della villetta
della Biblioteca Comunale “Pietro De Nava” di
Reggio Calabria, questa volta si tratta di un
approfondimento di una grande personalità della
cultura italiana, nella rubrica intitolata
“Uomini contro”, e, nello specifico la figura di
Pier Paolo Pasolini,
tratteggiando per ovvi motivi “logistici”, quindi di tempo, visto
la sua poliedrica figura culturale di poeta,
scrittore di romanzi e di teatro, regista,
pittore, gli aspetti relativi al Pasolini
giornalista ed il momento della morte.
|
Nella sua breve introduzione Gianni Aiello ha voluto significare il
termine della rubrica “Uomini contro” e
cioè «coloro che hanno il coraggio
della diversità, coloro che vanno
avanti, proseguendo il loro percorso
anche contro quando si è consapevoli di
stravolgere le regole, “Uomini contro”,
anche nel tentativo di frantumare il
silenzio. Uomini contro anche “in
direzione ostinata e contraria” come
ebbe a dire Fabrizio De Andrè».
|
|
Lo stesso cantautore, insieme a Massimo Bubola,
prese spunto dalla morte di Pier
Paolo Pasolini per la canzone “Una storia
sbagliata” registrata nel 1980 ed incisa per
l’etichetta discografica “Ricordi” .
 |
|
La stessa canzone recita “[…]Una
spiaggia ai piedi del letto stazione
Termini ai piedi del cuore è una notte
un po' concitata una notte sbagliata
[...]”, la stessa, come ebbe a
rilasciare il cantautore genovese fu una
canzone che gli venne commissionata come
sila per alcuni documentari televisivi
inerenti le morti dello stesso Pasolini
e Wilma Montesi. |
|
|
Ma in precedenza venne scritta, nel
dicembre del 1975 “Lamento per la morte
di Pasolini” , da Giovanna Marini nel
dicembre del 1975 e successivamente
ripresa nel 2003 da Francesco De Gregori
nell’album “Il fischio del vapore”
(2003) […Ma
quella notte volevo parlare La pioggia
il fango e l’auto per scappare Solo a
morire lì vicino al mare Ma quella notte
volevo parlare
…] anche se lo stesso cantautore romano
nel 1985, dieci anni dopo la morte di
Pasolini, incideva “A Pa”, canzone
facente parte dell’album “Scacchi e
tarocchi” (RCA italiana)
[…C'era Roma così lontana E c'era Roma
così vicina E c'era quella luce che ti
chiama Come una stella mattutina…].
La parola è poi passata al relatore vero
e proprio Antonino Megali.
|
|
«Ma chi è quel fijo de ‘na
mignotta che ha scaricato la mondezza sotto casa
mia? Me so detta appena l’ho visto: pareva un
sacco di stracci. E invece era n’omo. Morto».
Sono le 6,30 di domenica 2 novembre 1975 quando
una casalinga, in gita con la famiglia, fa la
macabra scoperta. Poche ore prima in quell’idroscalo
di Ostia, dove erano state girate alcune scene
del “Fiore delle mille e una notte” veniva
ucciso da un ragazzo di diciassette anni, Pier
Paolo Pasolini. Ha la testa fracassata, i
capelli impastati di sangue,il volto sfigurato.
Quell’uomo, scambiato per “un sacco di stracci”
da poeta, romanziere, critico letterario,
regista, giornalista, polemista, era stato un
protagonista della vita culturale italiana,
subendo dal 1949 al 1977 (quindi oltre la fine)
ben trentatrè procedimenti giudiziari.
Ai suoi funerali Moravia,
facendo uso di una retorica d’accatto- il
giudizio è dell’editore Livio Garzanti- gridò:
«È morto un poeta.
Di poeti così ne nascono due
o tre ogni secolo». «È morto un poeta» ripeté
Elsa Morante che aveva preferito non esserci sul
palco degli oratori ufficiali e per la quale il
termine aveva qualcosa di sacro tanto da
considerarsi poeta (non poetessa!), lei che pure
di versi ne aveva scritti ben poco.
Da ricordare che il primo,
mentre si recava sul luogo del delitto, commentò
rivolgendosi a Renzo Paris, con cinismo e
sarcasmo: «Tanto và la gatta al lardo che ci
lascia lo zampino».
Aggiungendo subito dopo: «Ma
perché non ha fatto come Visconti? Che bisogna
c’era di portarselo su un prato?».
La seconda aveva interrotto
i rapporti con Pasolini quando seppe che Ninetto
Davoli aveva dovuto chiedere il permesso allo
scrittore per sposare la donna della quale era
innamorato. Ma sulla morte torneremo in seguito.
Abbiamo privilegiato di
parlare del giornalista per motivi evidenti.
Primo perché sarebbe
impossibile accennare in così poco tempo
all’intera produzione pasoliniana; secondo
perché i romanzi sono illeggibili, tra le poesie
poche sono quelle da salvare, i suoi films
sentono tutti il peso degli anni, i testi
teatrali irrapresentabili. Ultimo, ma non
ultimo, sono proprio gli scritti sulla politica
e sulla società a coinvolgerci ancora.
Aggiungiamo però che non
intendiamo fare ripartizioni sull’opera del
nostro autore, perché i motivi conduttori sono
sempre gli stessi, come fu precoce la sua
vocazione di pedagogo e di capo e costante la
rivendicazione del diritto di contraddirsi.
È del 1942 l’esordio
giornalistico di Pasolini.
A Bologna diventa
redattore capo de “Il Setaccio”, pubblicazione
della Gioventù Italiana del Littorio, con vaghe
tendenze frondiste nel campo culturale – chiusa
dopo poco mesi – e ad “Architrave”, rivista del
Gruppo Universitario Fascista.
Sulla prima di rilevante
pubblicherà l’”Ultimo discorso degli
intellettuali”, un atto di accusa contro la
cultura manipolata dalla propaganda; sulla
seconda un articolo intitolato “Cultura italiana
e cultura europea a Weimar”, ispirato al suo
viaggio nella Germania nazista dove si era
svolto un incontro della Gioventù Universitaria
dei paesi fascisti o filo fascisti (erano
presenti, fra gli altri, anche Vittoriani e
Giaime Pintor).
In esso dice di avere
scoperto aspetti della cultura europea a lui
sconosciuti: «i giovani europei con cui ho
parlato mi hanno assicurato privatamente che
nella vecchia Europa l’intelligenza, come la
libertà, è ancora ben viva; così viva da non
soltanto contrapporsi beffardamente e
gagliardamente alla tradizione ufficiale degli
organi propagandistici, ma da adeguarsi per
conto proprio, al tempo e alla storia con un
atto imprevedibile, ma ormai giustificato, di
pacificazione o di liberazione».
Gli anni
dell’immediato dopoguerra lo vedono
collaborare al quotidiano udinese
“Libertà” , dove fa la scelta politica
della sua vita. «Noi, da parte nostra,
siamo convinti che solo il Comunismo
attualmente sia in grado di fornire una
nuova cultura “vera”, una cultura che
sia moralità, interpretazione intera
dell’esistenza».
Ancora suoi
interventi sulla scuola, sul Friuli,
sulla democrazia, vengono pubblicati da
“Il Mattino del Popolo”.
Nel 1949 la svolta. Accusato
di indegnità politica per atti immorali compiuti
verso quattro ragazzi, Pasolini viene espulso
dal PCI.
Così recita lo scarno
comunicato de “l’Unità”: «Prendiamo spunto dai
fatti che hanno determinato un grave
provvedimento disciplinare a carico del poeta
Pasolini per denunciare ancora una volta le
deleterie influenze di certe correnti
ideologiche e filosofiche dei vari Gide, Sartre
e di altrettanto decantati poeti e letterati,
che si vogliono atteggiare a progressisti, ma
che in realtà raccolgono i più deleteri aspetti
della generazione borghese».
Espulso dal partito e poi
dalla scuola lo scrittore parte con la madre,
per Roma. Qui conosce lo scrittore Sandro Penna,
si iscrive al Sindacato comparse di Cinecittà,
fa il correttore di bozze, riesce perfino a
farsi pubblicare qualche articolo sui quotidiani
cattolici e di estrema destra: “Il Quotidiano”,
“il Popolo di Roma”, “Libertà d’Italia”, vende i
suoi libri sulle bancarelle.
Roma gli procura
“stordimento” e “consolazione” la preferisce a
Milano (come dirà rispondendo ad un’inchiesta di
Adele Cambria) , «cittadina di provincia come
Cremona, Mantova e Bergamo, col suo
cattolicesimo dolorante, e la sua borghesia ben
pensante per diritto in quanto non priva di
tradizionale dignità.
Roma non è mai stata
moralmente e civicamente pura. Quindi non è
corrotta».
Fu nella capitale che
conobbe gli amici con i quali passò tutta la sua
vita: Elsa Morante, Moravia, Parise, Bertolucci,
Elsa De Giorgi; poi Siciliano, Laura Betti,
Adriana Asti.
Alberto Moravia al suo primo
incontro con Pier Paolo Pasolini lo descrisse
come un tipo piccolino, con il naso rincagnato,
che vuole scrivere un romanzo intitolato
“Ferrobedò” (primo capitolo dei ragazzi di
vita).
| |
|
Seguendo il percorso
giornalistico dobbiamo arrivare al 1955
per la nascita di una importante
rivista: “Officina” uscì a Bologna e a
dirigerla furono Leonetti, Roversi, e
appunto Pasolini.
La pubblicazione
“bimestrale” era insieme letteraria e
politica. Nel primo Pasolini si occupa
di Pascoli definendo rivoluzionario il
suo plurilinguismo. |
 |
| |
Tra i collaboratori vi
furono Gadda, Bertolucci, Volponi, Calvino.
Ma l’orientamento era quello
del Partito Comunista Italiano, tanto che alcune
poesie di Mario Luzzi furono ospitate solo per
il diretto invito di Pasolini.
Altri suoi interventi
interessarono la poesia, la saggistica
letteraria, con una posizione un po’ frondista
attaccando i cànoni del “realismo socialista”
imposti allora da Salinari.
Nel 1959 un’attacco, feroce
quanto gratuito, contro Pio XII ne accellerò la
chiusura.
Ne citiamo i versi finali:
«Migliaia di uomini sotto il tuo
pontificato/davanti ai tuoi occhi son vissuti in
stabbi e porcili/lo sapevi, peccare non
significa fare il male/non fare il bene questo
significa peccare/.Quanto bene tu potevi fare! E
non l’hai fatto/non c’è stato un peccatore più
grande di te».
Nello stesso anno la
polemica con il Sud per un articolo intitolato
“la lunga strada di sabbia sulle spiagge
italiane”.
 |
|
Lo pubblica “Successo”, il
mensile diretto da Arturo Tofanelli.
Superficiale, banale, sommaria e la condanna del
Sud.
«Addio, Sud, cafarnao
sterminato alle mie spalle; brulichio di miseri,
di ladri, di sensuali, pura e oscura riserva di
vita».
E sulle donne: «Non
voglio insinuare che nel Sud non ci
siano belle donne: io, comunque, in
centinaia e centinaia di chilometri di
litorale non ne ho viste. Ho visto delle
femminucce nere ed ineleganti, delle
adolescenti gelatinose … poveri branchi
di maschi del Sud;». |
E sulla nostra Reggio
sentenzia: «Reggio è una città estremamente
drammatica e originale, di un’angosciosa
povertà, dove sui camion che passano per le
lunghe vie parallele al mare, si vedono scritte
come “Dio aiutaci”».
Ma c’è n’è anche per Cutro:
«A un distendersi di dune gialle, in una specie
di altopiano è il luogo che più impressiona di
tutto il viaggio. È veramente il paese dei
banditi, come si vede in certi westerns. Ecco le
donne dei banditi. Ecco i figli dei banditi.
Si sente che siamo fuori
dalla legge, o, se non dalla legge, dalla
cultura del nostro mondo, a un altro livello.
Nel sorriso dei giovani che tornano al loro
atroce lavoro, c’è un guizzo di troppa libertà,
quasi di pazzia».
Infine, secondo lo
scrittore, a Taranto le donne “fanno il bagno
clandestino” ma poi sono piccoline piccoline,
nere come vermetti ma anche un pò gonfie di
anche, benché magari adolescenti, con gli occhi
neri affumicati, misteriosi e insipidi”.
Naturalmente segue la
querela del Sindaco di Cutro poi ritirata ed una
del Comune con sentenza di non doversi
procedere.
Ma è con la collaborazione
a “Vie Nuove” settimanale del PCI che Pasolini
comincia a diventare personaggio. Sporadiche
collaborazioni c’erano già state sul
settimanale,ma ora gli viene affidata una
rubrica fissa “Dialogo con i lettori”.
La Macciocchi, che allora lo
dirigeva, confessa, nelle sue memoria d’ignorare
che fosse stato espulso dal PCI per indegnità
morale. Entrò in redazione, racconta, vestito
con blu jeans stretti da un cinturone di cuoio
con le borchie, la camicia aperta sul collo,
l’aria un pò canagliesca, il tutto contrastante
con la sua gentilezza e timidezza, con
l’impaccio di un giovanotto ben educato.
Ignoravo che fosse
omosessuale, lo appresi dai redattori che,
quando se ne andava sghignazzavano “quel frocio”.Lo
scrittore, considera”quasi come un dolce dovere
una
corrispondenza con i lettori
.”E’ accetta. La posta viene prima filtrata
dalla direttrice e poi passata alla risposta del
curatore. Gli argomenti posti e i pareri
richiesti sono i più disparati:un giudizio sulla
letteratura ungherese, un consiglio sul
battesimo di un figlio o su un fidanzamento, il
problema del latino e qualcuno lo rimprovera
perfino per le “parolacce” o le cose poco
piacevoli dei suoi romanzi.
Pasolini risponde a tutti a
modo suo :prolisso,
retorico,burocratico,puntiglioso,alternando
finto candore politico e furbizia
intellettuale,paternalismo e populismo,fuga nel
passato e pessimismo sul presente.
Finché non scoppiò la
tempesta.Riportiamo nuovamente dalle memorie
della Macciocchi:”non è possibile che la prosa
di quell’omosessuale di Pasolini venga letta
nelle case dei proletari,dalle loro famiglie!
Proclamò un giorno del 1960, nel Comitato
Centrale, Mario Montagnana,
cognato di Togliatti. Allontanate questo
pederasta da “Vie Nuove! ”Togliatti non sarebbe
restato sordo all’invito dal momento che aveva
nel 1950 attaccato duramente Gide per lo stesso
motivo.Rifiutai- conclude la Macciocchi-di
eliminare la rubrica dei Dialoghi e così la mia
fine di direttore-direttrice- era stata
sanzionata.
Pasolini non reagì e quando
qualche anno dopo,il nuovo direttore Giorgio
Cingoli gli chiese di riprendere la
collaborazione,accettò senza esitare,spiegando
ai lettori che la sua assenza era stata causata
da una malattia. Negli anni seguenti aumenta il
dissenso nei confronti del partito comunista e
si esaurisce il rapporto con il settimanale.
Nel 1968,
anno cruciale,lo scrittore entra al
settimanale “Tempo” titolare della rubrica “il
Caos”.
 |
|
Qui diventa una firma, tanto
che, non a caso presentandolo, viene messe in
rilievo che in passato la pagina era stata
affidata a Massimo Bontempelli, Curzio Malaparte,
Salvatore Quasimodo, Giovanni Ansaldo.
Questa volta è Pasolini a
scegliere i temi diventando eccezionali le
lettere dei lettori.
|
|
Si parla di politica, di
costume, appunti di viaggio, recensioni,
festival di Sanremo, della tv, della droga.
Ma pur non avendo “Tempo”
una precisa linea politica (ospitando
giornalisti di diverso orientamento politico
come Vittorio Gorresio e Enrico Mattei), mal si
sopporta l’eccessiva personalizzazione dei suoi
scritti, diventati ormai una palestra dalla
quale in modo confuso alterna invito alla
legalità e all’eversione, diventa progressista e
estremista, è contro il terrorismo ma predica la
violenza, uomo dello scandalo e moralista,
difendendo sempre il diritto a contraddirsi dal
momento che solo le contraddizioni permettono -
a suo parere- l’affermazione della personalità.
D’altra parte incominciava a
capire che la sua visione del mondo – quella del
sottoproletariato urbano fedele a una cultura
contadina –era superata e prendere atto che il
consumismo aveva conquistato tutti, era stato
per lui un grosso trauma politico e culturale.
Però egli pretendeva di
rimanere fedele alla sua utopia, sia pure
concepita come sogno irrealizzabile. Anche
questa volta il rapporto con il giornale
s’incrina.
Il direttore di “Tempo”,
Nicola Cattedra, dopo avergli tagliato alcuni
pezzi, gli scrive che i temi politici trattati
non rientrano nella tematica del “Caos”.
La rubrica è sospesa. Due
anni dopo Pasolini ritorna a collaborare al
settimanale ma solo con scritti di critica
letteraria che verranno raccolte nel volume
postumo “Descrizioni di descrizioni”. Ma quello
che veramente permette a Pasolini di essere al
centro dell’attenzione e di amplificare le sue
polemiche è l’ingresso, nel 1973, al “Corriere
della Sera”.
Come era arrivato al grande
quotidiano della borghesia lombarda? Facciamo un
passo indietro. Nel 1972 viene defenestrato
dalla direzione del “Corriere della Sera”
Giovanni Spadolini, e sostituito da Piero
Ottone, pseudonimo di Pier Leone Mignanego,
convinto che bisognava dare al giornale
un’impronta meno moderata, più stimolante e
palestra di diverse e opposte opinione
politiche. Nico Naldini, cugino di Pasolini per
via materna, conosceva l’ambiente editoriale
milanese.
Quando Gaspare Barbiellini
Amidi, vice direttore del quotidiano meneghino
gli fece sapere che il giornale avrebbe gradito
la collaborazione di Pier Paolo, Naldini fece da
tramite col cugino.
Accettata l’offerta di
collaborazione il 7 gennaio 1973 esce il primo
articolo contro i capelli lunghi.
Seguiranno una serie di
interventi sulla politica, sul costume, sulle
istituzioni, che saranno raccolti nel volume
“Scritti corsari” che l’autore riuscì a vedere
pubblicare prima di morire.
Ogni pezzo suscitava
reazioni sulla stampa e specialmente le critiche
stimolavano una contro risposta pasoliniana.
Il suo sogno si era
avverato. Era diventato il geniale comunicatore,
l’analista più seguito della società italiana,
il pedagogo provocatore, lo psicologo dei
comportamenti, un testimone scomodo ed
ingombrante.
|
Vale la pena citare
alcuni temi trattati nei suoi articoli.
I capelli lunghi : “È giunto il
momento di dire ai giovani che il loro
modo di acconciarsi è orribile, perché
servile e volgare”. Sullo slogan dei
jeans “jesus” “non avrai altri jeans
al di fuori di me: il fascismo non ha
nemmeno scalfito la Chiesa, mentre oggi
il Neo capitalismo la distrugge”. E
sul consumismo: “Nessun centralismo
fascista è riuscito a fare ciò che ha
fatto il centralismo della civiltà dei
consumi”.
Altri argomenti
verso i quali si indirizzavano gli
strali pasoliniani furono il fascismo
degli antifascisti, lo sviluppo, il
progresso tecnologico, la
globalizzazione, il potere del Palazzo,
il provincialismo della società
italiana, la cultura che
nell’università, nel giornalismo, nella
letteratura, è incapace di cogliere i
segni dei tempi.
A rigore non è che i
suoi giudizi presentano cambiamenti
rispetto alle sue idee precedenti. Ma la
possibilità di essere ospitato dal primo
quotidiano italiano rende il suo stile
meno retorico, più efficace anche dal
punto di vista della comunicazione.
Alcune prese di
posizione, famosa quella ad esempio
quella – contro l’aborto – fecero si che
l’autore trovasse estimatori e difensori
più a destra che a sinistra.
Ben poco da
aggiungere sul libro postumo “Lettere
luterane” che vede un Pasolini
riprendere i temi corsari, ma in un
quadro apocalittico e drammatico.
La “vera tragedia
italiana” è la droga che occupa il vuoto
lasciato dalla mancanza di valori. Così
per l’eliminazione della criminalità in
Italia, il “luterano Pasolini” propone
due “modeste proposte”: l’abolizione
della scuola dell’obbligo e della
televisione.
Torniamo ora alla
notte tra il 1° e il 2 novembre del 1975
che vide la morte del poeta, non
certamente angelica come ebbe a
definirla Edoardo De Filippo. Un
complotto politico l’insostenibile tesi
di molti, tra i quali spiccò Oriana
Fallaci. Una fine attesa, prevista e non
evitata secondo il cugino Nico Naldini.
Una sciocchezza, quest’ultima, secondo
l’amico Moravia. A un pittore e ad un
amico da sempre, Giuseppe Zìgaina, và la
ricostruzione (o la fantasia?) più
originale.
Pasolini - secondo
questa tesi – scelse l’anno, il mese, il
giorno e il luogo della propria morte.
Aggiunge di più. La prima decisione di
suicidarsi era stata presa nella
domenica dei Morti del 1969.
Ma qualcosa gli fece
spostare la data: l’ingresso nella sua
vita di Maria Callas. A Pasolini era già
capitato di rimanere colpito da Silvana
Mangano, ma solo perchè in lei aveva
visto una somiglianza fisica con la
madre; ora era rimasto letteralmente
affascinato dalla cantante interprete
della sua “Medea”.
La Callas nulla
sapendo della sua omosessualità, si era
innamorata di lui e quando il poeta le
regalò un anello, lei lo baciò con
trasporto pensando a una richiesta di
matrimonio. “Bisognava vedere gli occhi
sbarrati di Pasolini in quel momento” ,
racconta l’amico pittore. Sarà in un
viaggio fatto insieme in un’isola
deserta dell’Egeo che la cantante si
renderà conto dell’impossibilità del suo
amore.
Per il poeta fu
soltanto il soggetto di questi versi.
“Così (ed è la prima volta, ripeto, che
mi succede) i miei occhi prendono in
considerazione i lombi immondi di donna,
di carne d’uomo non fatta a somiglianza
di Dio, preda del serpente e affabulo
d’amore ha PsiKiKò”. Coincidenza
vuole che quella morte prima fissata per
domenica dei Morti 2 novembre del 1969
avverrà domenica dei Morti 2 novembre
del 1975, data scelta perché doppiamente
sacra.
In conclusione, una
curiosità.
Tra i commenti e
sulla morte del poeta giudicati più
scandalosi vi è quello apparso sulla
“Gazzetta del Sud” per la penna del suo
direttore Nino Calarco. “La sua
scontata morte violenta non ci turba, né
ci commuove, né ci emoziona. Pasolini,
figlio dell’Italia del boom economico e
dello sviluppo anomalo non cessò mai di
rinunciare alla sua euforia vitale
espressa in autentiche notte di violenza
psicologica e fisica, com’era abbastanza
noto a tutti e come è stato confermato
dal fatto del suo ultimo incontro.
Quello che non accettiamo e respingiamo
è l’omosessuale perverso come Pasolini,
cioè colui che si fa non solo apologista
del costume contro la storia… ma ala
servizio della sua diversità impone
grazie al successo e alla notorietà la
sua falsa scienza, la sua falsa
psicologia, spingendosi, per
opportunismo commerciale, fino
all’ignominia della propaganda politica
che in Italia aggiunge confusione a
confusione” .
Verrà presentata
denuncia contro Calarco per apologia di
reato, archiviata dalla magistratura.
Eppure l’analisi del
siciliano, passionale Calarco ci sembra
meno impietosa di quella, fatta sul
“Guerin sportivo” , dal padano, freddo,
Gianni Brera. “Mi rimane tutt’ora
nella memoria come una sorta di
sgomento: (si riferisce alla faccia
dello scrittore vista in una
trasmissione tv) gli occhietti vivi e
pungenti, la fronte ampia,
bozzuta e insieme degenerata per
chissà quali sconquassi ereditari, gli
zigomi alti e sporgenti, il nasetto
breve, la bocca larga da femminota
riuscita male, il mento peraltro ossuto
e quadrato, in imbarazzante contrasto
con l’espressione, che era del satiro
conscio di sé e della propria dannazione
armonica. Incasellato nel mio archivio
mnemonico, quel personaggio era già
condannato al triste suo destino, ed a
pensarci, ha ottenuto, la fine che forse
cercava, quasi irridendo allo scandalo
cui lo costringeva la sua ambigua
natura. Ad accopparlo in quel modo
orrendo è stato un ragazzo di vita quali
egli stesso aveva scoperto e reso
popolare. Era la fine di un poeta
maledetto ma con “Alfa Romeo” e conto in
banca”. |
|
|
|
|
|
P.P. Pasolini,
"Saggi sulla politica e sulla società",
Meridiani Mondadori, 1999;
P.P. Pasolini, "I dialoghi", Editori Riuniti,
1992;
E. Siciliano, "Vita
di Pasolini", Bur Rizzoli, 1981;
G. Zigaina, "Pasolini
e la morte", Marsilio, 2005;
AA. VV., "Pasolini:
cronaca giudiziaria, persecuzione, morte",
Garzanti, 1977;
E. Golino, "Pasolini
- il sogno di una cosa", Bompiani, 1992;
V. Mannino, "Invito
alla lettura di Pasolini", Mursia, 1993;
N. Naldini, "Vita di
Pasolini", Einaudi, 1989 |
|
|
|
|
|
|
|