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Nuovo appuntamento dei “Pomeriggi
Culturali”, sempre nella cornice della villetta
della Biblioteca Comunale “Pietro De Nava” di
Reggio Calabria, questa volta si tratta di un
approfondimento di una grande personalità della
cultura italiana, nella rubrica intitolata
“Uomini contro”, e, nello specifico la figura di
Indro Montanelli.
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Nella sua breve introduzione Gianni Aiello ha
tratteggiato le motivazioni del titolo
della rubrica “Uomini contro” e
nel contempo qualche
passaggio è stato indirizzato alla
figura centrale della giornata di studi,
dando poi la parola ad Antonino Megali.
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Montanelli è uno che
spiega agli altri quello che non
capisce.
È un misantropo che
vive in mezzo agli altri per sentirsi
più solo.
Con questi due
celebri paradossi Longanesi sintetizzò
il carattere dell’amico.
Tu sei metà
Prezzolini e per metà Gobetti.
Cammini con una
gamba dell’uno e una dell’altro. |
Perciò sta attento, che
rischi di sciancarti, l’apostrofò Emilio Cecchi.
E Gianna Preda – una delle
più caustiche penne del Borghese – scrisse:
“Indro Montanelli ha quasi sessant’anni, ma è
sempre l’enfant gatè dei miliardari e, ormai,
anche dei grossi borghesi, di fresca data e dei
freschi conti in banca … L’età non ha maturato
l’eterno fanciullo prodigio di Fucecchio.
Lo ha reso soltanto più
stucchevole e spregiudicato nell’arte di barare,
mescolando le carte di mezze verità e delle
fandonie”.
All’opposto fu uno
“stregone” per Dino Grandi, il gerarca fascista
e per altri un principe e maestro del
giornalismo, un bastian contrario, un
anticonformista, un commentatore lucido e
sarcastico. Allora chi fu veramente Montanelli?
Ognuna delle definizioni sopra citata
paradossalmente può essere considerata una parte
della sua personalità.
Ma in realtà
tentò sempre di essere metà Longanesi e metà
Prezzolini, senza avere la genialità del primo e
la lucidità del secondo.
Di certo
adottò per tutta la vita quel consiglio che gli
diede quando ancora era alle prime armi nel
giornalismo un collega americano: “Scrivi in
modo che ti possa leggere un lattaio dell’Ohio”.
Un
suggerimento che pretese anche venisse seguito
dai suoi collaboratori tanto che una volta
costrinse Roberto Gervaso a riscrivere un
articolo per tredici volte.
La sua prosa era elegante,
limpida, scorrevole. Enzo Bèttiza, che pure non
gli risparmiò critiche, scrisse che era un
musicista dell’articolo e che sentiva il ritmo
musicale delle frasi.
Inevitabile, dato il suo
temperamento, vederlo sempre bersaglio di
giudizi contrastanti. Fu quasi profeta il padre
Sestilio, Preside di Liceo, che nel 1909, ano in
cui nacque, gli mise accanto al nome Indro
(dalla divinità indiana Indra) e Alessandro
(nonno materno) e Raffaello (nonno paterno)
quello di Schizogeno, che etimologicamente dal
greco significa “generatore di divisioni”. Il
padre lo voleva diplomatico, la madre impiegato
di banca. Indro, per far piacere alla famiglia,
prese due lauree: Legge e Scienze Sociali.
Di entrambe non se ne servì
mai e dimenticò quasi di averle. Precoce la
passione per il giornalismo.
Il suo esordio avvenne sulla
rivista “Frontespizio” rivista diretta da Piero
Bargellini con un articolo su Byron, senza
credere né a Byron, né a Bargellini, né al suo
cattolicesimo.
Non avevo nulla da sostenere
– scrisse- null’altro voglio dire, che le mie
verità letterarie e cercavo soltanto un giornale
autorevole che le avallasse.
Precoce fu anche il
manifestarsi della malattia che lo accompagnò
per tutta la vita: la depressione seguita da
inappetenza e ipocondria.
Da giovane gli capitò pure
di innamorarsi di una soubrette: Nanda
Primavera. Scappò di casa e per tre mesi fece il
ballerino in frac e cilindro esibendosi
nell’operetta “Il Paese dei campanelli”.
Due furono però gli incontri
che influirono sulla sua vita e sullo sviluppo
della sua formazione intellettuale: quelli con
Berto Ricci e con Leo Longanesi.
Il primo, anarchico
militante si era però convertito al fascismo e
fu – ricorderà Indro- il solo maestro di
carattere che abbia avuto, in un paese dove il
carattere è l’unica materia in cui si viene
immancabilmente promosso senza esami.
Si intesero subito: ambedue
antiaccademici, antiborghesi, anticonformisti.
“Il fato guida chi si
abbandona, trascina a forza chi gli resiste” gli
diceva Ricci.
“Lascia stare i gerarchi, il
credere – obbedire – combattere- con noi il
fascismo può diventare una faccenda seria”.
Ricci e l”Universale”,
giornale su cui scrisse, saranno sempre
ricordati con affetto e nostalgia da Indro e da
quell’esperienza non volle mai prendere le
distanze.
L’altro incontro
determinante fu con Leo Longanesi.
Si conobbero nella sede di
“Omnibus”, il settimanale fondato dal romagnolo.
Leo l’accolse piuttosto male.
Non gli piacevano i tipi
alti. Montanelli gli disse subito (l’aveva
saputo da Maccari) che l’articolo di apertura
del giornale aveva provocato una reazione
negativa di Mussolini.
Longanesi lo aggredì con un
paio di forbici, «Sei una spia?” e Indro: “Non
arrivo a piegarmi, i buchi della serratura sono
troppo in giù. E lei?» “Lascia perdere, dammi
del tu”.
Iniziò un’amicizia che, con
alti e bassi, durò quasi venti anni, fino alla
rivolta ungherese del 1956.
Fra i due incontri,
l’avventura africana. Montanelli vi partecipa
con grande entusiasmo e con altrettanta
convinzione.
Vuole l’Impero. Sentitelo:
il soldato italiano ecceda in dignità razziale …
non si sarà mai dei dominatori se non avremo la
coscienza esatta di una nostra fatale
superiorità. Coi negri non si fraternizza.
Non si può, non si deve.
Niente indulgenza, niente amorazzi. Il bianco
comandi. Un indigeno gli trovò anche una moglie
di quattordici anni, Destà, scambiata con un
cavallo.
Dell’esperienza africana ne
parlò in un libro “XX battaglione eritreo”, che
gli valse un elzeviro – e fu la sua fortuna – di
Ugo Ojetti sul “Corriere della Sera”.
Seguono anni ricchi di
avvenimenti: si trasferisce in Spagna.
Scrive per diverse testate.
È richiamato in patria perché un pezzo apparso
sul “Messaggero” ha irritato i vertici militari
italiani.
Gli vengono ritirate la
tessera del Partito e quella dell’iscrizione
all’Albo dei giornalisti (poi restituita).
É mandato in Estonia a
dirigere il locale Istituto italiano di cultura.
Le altre tappe , questa volta da
corrispondente, saranno l’Albania, Finlandia,
Norvegia, per trovarsi poi a Roma il giorno
della dichiarazione di guerra.
Giunge all’apice la fase
della disillusione, dello scetticismo, della
fronda.
Ricordando quelle vicende
definirà sé stesso come un fascista deluso e
stanco e spiegherà che da allora in poi, non
avrebbe più avuto bandiere: l’unica a sventolare
sulla sua vita “è quella che disertai prima che
cadesse”.
Non diserta Berto Ricci che
parte volontario e muore sul campo di battaglia.
Montanelli fa di tutto per non farlo partire:
“Berto non andare, anche tu non ci credi più”.
Ma l’amico vuole essere coerente fino alla fine:
“Il fascismo ci ha fatto molto soffrire, ma è la
nostra vita e il nostro destino”. In quegli anni
convulsi Indro troverà anche il tempo per
sposarsi: la sua seconda moglie sarà austriaca.
Dopo l’8 settembre entra in
clandestinità, per essere poi arrestato e
rinchiuso in San Vittore.
In quel carcere c’era anche,
giovanissimo, Mike Bongiorno, arrestato perché
in possesso del passaporto americano.
Riesce a fuggire per
riparare in Svizzera e torna in Italia dopo la
fine della guerra.
Di questo periodo il
giornalista racconta oltre l’evasione, di essere
stato processato e condannato a morte dai
tedeschi, di essere stato organizzatore di bande
di partigiani e di avere organizzato la stampa
clandestina, su ordine del Comitato di
Liberazione Nazionale.
Su questo racconto dubbi ne
sono stati sempre avanzati.
Ma proprio di recente è
apparso un libro “Passaggio in Svizzera.
L’anno nascosto di Indro
Montanelli” di Renata Broggini.
La storica lo presenta come
un vero e proprio falsificatore della propria
biografia.
Montanelli mentì sulla
partecipazione alla Resistenza;
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non fu mai
condannato a morte, non evase dal
carcere di San Vittore, ma fu fatto
fuggire con l’approvazione dei tedeschi;
raggiunse comodamente la Svizzera
lasciando in mano dei nazisti la moglie.
E dovendo subire
l’ostracismo degli altri fuoriusciti
italiani che non si fidavano di lui ebbe
a dire: “Meglio la tubercolosi che gli
Italiani”.
Infine si inventa di
essere rientrato a Milano dopo la
Liberazione e di avere assistito allo
scempio di Piazzale Loreto. |
In patria trova un clima
ostile nei suoi confronti: fu allontanato anche
dal “Corriere della Sera” per le sue simpatie
monarchiche.
Conosce intanto quella che
doveva diventare la sua terza moglie:Colette
Roselli.
L’unione con Colette
–diventata famosa come donna Letizia-durò tutta
la vita,anche se la sposò solo nel 1974 e
praticamente negli ultimi anni vissero separati.
Inizia il periodo più felice
di Montanelli scrittore e giornalista.
Nessuno negli anni 50 e 60
è più citato e temuto di lui;nessuno più amato e
odiato.
Diventa un mito anche per il
suo anticomunismo e per tutti diventa
un”fascista”.Volente o nolente non si tolse mai
quel marchio.
Alla fine degli anni 50 il
giovane scrittore Giorgio Soavi-che pure era
stato repubblichino-si rifiutò di stringerli la
mano.
Come poteva-si scusò-dare la
mano a un campione del vecchio fascismo?Ancora
molto più tardi Camilla Cederna lo descrive
così:”Gli trovo la nuca fascista,la forma della
testa anche,l’occhio fascista a palla quando si
arrabbia.
Finanche insospettabile
Pietrangelo Buttafuoco,dopo qualche giorno della
morte,lo definì un” bel fascistone.
”Certo non fu mai un
antifascista,ma mai votò a destra.
Mussoliniano come la maggior
parte degli uomini della sua
generazione,riconobbe che sì”l’Italia ebbe guide
più illuminate di lui,ma mai un interprete più
compiuto di lui e uno specchio in cui potesse
meglio riflettersi”.
Prese le difese degli
sconfitti, come
Longanesi,come Guareschi,come il suo nemico
Curzio Malaparte che scriverà:Non so quale sia
più difficile se il mestiere del vinto o quello
del vincitore.
Di una cosa sono certo,
che il valore umano dei vinti è superiore
a quello dei vincitori.
Indro fu sicuramente un
borghese fino al midollo delle ossa.
Era capace come pochi di
captare quello che il lettore voleva gli si
dicesse,ma nello stesso tempo si sentiva di gran
lunga superiore e in fondo lo disprezzava.
Non credeva-non ha mai
creduto-negli italiani e questo lo accomunava a
Prezzolini.
Non amava il loro
carattere,i loro piagnistei,i loro mugugni.
Finchè non ebbe un suo
giornale,scrisse poco di politica.
Al Corriere Missiroli,suo
direttore, ne confinò la firma in terza pagina.
Che volete farci-diceva referendosi a Indro-sono
entrato in una casa dove c’è un matto,un pazzo e
io lo debbo subire.
Dicevamo degli anni migliori
e dei suoi successi.
Collaborò fin dal primo
numero al Borghese di Longanesi.
Tanto sul Corriere fu
misurato,tanto spregiudicato sul Borghese.Qui è
più longanesiano che mai.
Non a caso Maccari chiamava
i due Montanesi e Longanelli.
Dicendo male di tutto e di
tutti,si meritò l’iscrizione-da parte di Mario
Soldati-al Pop,partito di opposizione
permanente.
Arrivò a scrivere lettere
all’ambasciatrice americana a Roma negli anni 50
,in cui ipotizza un colpo di Stato in caso di
vittoria elettorale della sinistra.
Pubblicate nel 1998
provocarono grande imbarazzo proprio tra quella
sinistra che lo aveva “sdoganato”.
In quell’epoca nacquero gli
Incontri,l’opera più bella di Montanelli e che
lo fece conoscere al grande pubblico.
Li leggono annotava Giovanni
Ansaldo,gli impiegati che vanno in tram,la
mattina,mentre stanno attaccati per una mano
alla maniglia,e con l’altra,tra gli
urtoni,leggono il Corriere.
Si rivelò maestro nel
descrivere un personaggio cogliendone
un’espressione,un particolare,inventandosi fatti
inesistenti.
Aveva ragione Paolo Monelli
nel dire che gli Incontri “sono di più falso si
possa immaginare”,ma non sbagliava Indro quando
sosteneva che immaginando il verosimile “diceva
sempre il vero”.Questa sua capacità era
sfruttata a pieno nei necrologi,tanto da averne
quasi l’esclusiva.Malaparte,malignamente,affermava
che viveva -professionalmente-sulla morte
degli altri.
L’altro grosso successo dopo
gli-Incontri-furono i libri di divulgazione
storica.Dino Buzzati lo invitòa scrivere per i
lettori della “Domenica del Corriere”una storia
di Roma senza retorica.
Quella storia dissacrata
incontrò il consenso di tutti,tranne
naturalmente quello dei critici e degli storici.
Fu giocoforza proseguire per
quella strada e alla storia di Roma,seguì quella
dei Greci e via via dell’Italia fino ai giorni
nostri con la collaborazione di Gervaso prima e
di Mario Cervi poi.
Nell’ottobre del 1956
Montanelli si trovava in Austria,invitato da
amici per una battuta di caccia.
Gli fu facile pertanto
arrivare tra i primi a Budapest in rivolta.
Quando arrivammo nella
piazza principale di Budapest-scriverà con una
immagine felicissima-al posto della faraonica
statua di Stalin trovammo soltanto i suoi due
stivali che puntavano verso il cielo come due
braccia levate per disperazione .Quello che
seguì è noto la sua interpretazione della
rivolta fu diversa da tutti gli altri.
La destra sosteneva che
fosse la ribellione contro il comunismo;la
sinistra il solito complotto del capitalismo
internazionale per rovesciare il regime.
Per Indro era semplicemente
scoppiata per cambiare e non certamente per
abbattere il sistema.
Longanesi,furioso rompe
l’amicizia durata 20 anni.Guareschi non è da
meno,giudicandolo “agitato dalla foja della
distensione “e un “ex combattente arresosi al
nemico”.Montanelli in realtà non era passato a
sinistra,ma è innegabile che una crisi c’era
stata.
Per la prima volta i lettori
si scoprono molto più a destra di lui.
Dall’esperienza ungherese ne
ricavò un lavoro teatrale,I sogni muoiono
all’alba,dove la rivolta era vissuta da un
gruppo di giornalisti italiani in una stanza di
un hotel di Budapest.
Non ebbe grande
successo,come non lo ebbe il film tratto da
questo lavoro con la sua regia.
Arrivano gli anni della
contestazione .
Al suo Corriere va come
direttore Spadolini e questo non può che
andargli bene.
Non accettò invece la
decisione dell’editore e amministratore Giulia
Maria Crespi –la zarina-di”dirigerne la linea
politica assecondando i tumultuanti della
sinistra che scalpitano in redazione.
La situazione precipita
quando la Crespi si liberò di Spadolini con una
procedura che Montanelli defin’”un colpo di
stato guatemalteco “in quel clima si inserisce
l’aspra polemica con Camilla Cederna,amica della
Crespi.
Le interpretazioni
unilaterali della giornalista sui tragici
avvenimenti di quegli anni-caso
Feltrinelli,Piazza Fontana,morte dell’anarchico
Pinelli fecero perdere le
staffe a Montanelli che l’attaccò con insolita
violenza:…”deve essere inebriante,per una che lo
fu della mondanità,ritrovarsi regina della
dinamite e sentirsi investita del suo alto
patronato.
Che dopo aver frequentato il
mondo delle contesse,tu abbia optato per quello
degli anarchici…non mi stupisce.
Gli anarchici per lomeno
odorano d’uomo anche se forse un po’troppo.Sul
tuo perbenismo di signorina di buona famiglia,il
loro afrore, il loro linguaggio,le loro
maniere,devono sortire effetti afrodisiaci”.
In una successiva intervista
al settimanale il mondo,Indro auspica,senza
mezzi termini,una secessione dal Corriere e la
nascita di una nuova testata giornalistica.
E’ la goccia che fa
traboccare il vaso.
La lettera di licenziamento
o di dimissioni gli viene consegnata dallo
stesso direttore Piero Ottone in lacrime.
Salvo poi a negargli,il
giorno dopo ,la pubblicazione di una lettera
d’addio ai lettori.Nel momento in cui il
Corriere comunicava le dimissioni,gli viene
offerta da Arrigo Levi la collaborazione a La
Stampa di Torino,subito accettata.
Entrando alla Stampa,credevo
di entrare in un giornale e invece mi trovai in
un frigorifero.
Per i collaboratori di quel
quotidiano-la maggioranza provenienti dal
Partito d’Azione-io ero l’incarnazione di un
reprobo:con queste parole
Indro,deluso,racconterà quell’esperienza.
Il suo quotidiano nasce nel
1974.
Il titolo gli fu suggerito
da Giorgio Soavi,quello stesso che anni prima si
era rifiutato di stringergli la mano.
Un pomeriggio,racconta lo
scrittore,Indro telefonò per farmi vedere
l’impaginato del suo nuovo giornale:
faceva pietà.
Quando poi gli chiesi come
si sarebbe chiamato quell’orrendo ammasso di
fogli mali impaginati,Indro fieramente
rispose:si chiamerà La Posta.
Ma certo,conclusi,La Posta
di Novara o di Cuneo.
Si chiamerà Il Giornale,gli
disse poi Soavi,a cui fu poi aggiunto Nuovo per
la presenza di una omonima testata a Varese.Ma
come tutti sanno,allora era conosciuto come Il
Giornale di Montanelli .Nell’avventura lo
seguirono molte grandi firme del Corriere:Bettiza,Piovene,Granzotto,Zappulli
e tanti altri.
L’argenteria di famiglia
come commentò Franco Di Bella .Per il varo del
primo numero Cesare Zappulli,da buon napoletano
pretese la presenza di un busto di San Gennaro e
quella di un gobbo.
Fu un notaio,suo amico,che
si prestò con grande senso dell’umorismo,alla
bisogna.
I lettori,rappresentati
dalla piccola e media borghesia,amante
dell’ordine,contrari al compromesso storico sono
nuovamente soggiogati dall’estro montanelliano.
Lo seguono nella
sottoscrizione lanciata per il Friuli
terremotato che raccolse quasi tre miliardi.
E sia pure mugugnando gli
obbediscono quando,durante le elezioni del
1976,per evitare il sorpasso P.C.I.,lanciò il
famoso slogan :turatevi il naso e votate D.C.
Un’altra invenzione di
grande successo fu l’idea di un corsivo
giornaliero che si chiamava Controcorrente.
Il suggerimento fu dato da
Enzo Bettiza che lo concepiva come lo spazio
adatto allo sfogo degli umori e battute di
Indro.
Per raccontare poi di
essersene pentito quando si accorse che
Montanelli ebbe per questa rubrica una “sorta di
passione giocosa,infantile,incontinente,morbosa,
esclusiva”.
Nel giugno del 1977
brigaristi rossi gambizzano il giornalista.
Oggi due giugno un nucleo
armato delle BR ha colpito con più colpi di
pistola alle gambe il noto reazionario Indro
Montanelli fondatore e direttore del Giornale
Nuovo:così iniziava il loro comunicato di
rivendicazone.
Ne parleranno tutti i
giornali del mondo,oltre quelli italiani.
Solo il Corriere titolò:i
giornalisti nuovo bersaglio della violenza.
Le BR rivendicano gli
attentati.
Mai il quotidiano della
borghesia lombarda era caduto così in basso.
Indro non commentò subito l’infortunio.
Solo dopo qualche giorno
approfittò di un passo falso del quotidiano per
scrivere in un suo Contro- corrente :”Siamo il
Paese più colpito dal terrorismo di destra
affermava ieri il Corriere della Sera con un
grande titolo di prima pagina.
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Poi deve essersene
vergognato,perché nella seconda edizione
lo ha fatto sparire.
E’ un pudore
fisiologico:Anche i gatti,si sa,provano
il bisogno di coprire le loro
indecenze.”
Vale ora la pena
riportare le parole del giornalista su
quanto accaduto dopo il ricovero in
ospedale. |
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La prima telefonata d’auguri
fu di Gianni Agnelli:”Montanelli,ma non le era
bastata l’Abissinia?” “Avvocato,l’unica cosa
alla mia portata per tentare di imitarla era di
procurarmi una zoppia” gli risposi facendolo
ridere.
Il primo telegramma
invece,arrivato attraverso chissà quali
fortunosi canali,fu quello di Golda Meir:”Sono
lì accanto a te,anima e corpo”.
Una prospettiva
che,nonostante l’infermità, mi causò un lieve
sobbalzo.
Berlusconi,con il quale
avevo fatto conoscenza soltanto poche settimane
prima,si precipitò al mio capezzale piangendo
come un bambino.
Mi toccò consolarlo come se
avessero sparato a lui.
E Spadolini fece un discorso
in televisione dal quale sembrava che il ferito
fosse lui.
Fu in quelle occasioni che
Berlusconi regalò a Montanelli un magnifico
orologio da taschino, dicendogli:”Se le serve
qualcosa me lo dica”.
Indro rispose che gli
serviva qualcuno che comprasse le azioni del
Giornale.
Berlusconi si disse onorato
di poterlo fare.Arrivò pure una nuova tipografia
e una nuova sede per il quotidiano.L’ho detto e
non mi stancherò mai di ripeterlo :Berlusconi ci
salvò dalla rovina,ripeteva sempre Montanelli.
Il nuovo editore non chiese
favori né interferì mai sul giornale.
Da parte sua il direttore
raccomandava di dire sempre male delle
televisioni di Berlusconi:per non dare
l’impressioni di fargli dei favori dobbiamo
fargli degli sgarbi.
Quando compì gli ottantenni
la RAI gli dedicò una serata d’onore,condotta da
Pippo Baudo.
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Si era appena ripreso da una
grave crisi depressiva.
Passava intere giornate nel
suo ufficio,al buio, senza fare niente.
Dovette ricoverarsi,per
uscirne,in una clinica specializzata.
D’allora il suo umore
cambiò.Aveva spesso un’aria assente,appariva
sempre più chiuso nei suoi pensieri,scriverà
Paolo Granzotto.
Arriva il ciclone
giudiziario noto come Mani pulite. I partiti
tradizionali scompaiono dalla scena politica.
Silvio Berlusconi annuncia
di”scendere in campo”.Sembrò normale al futuro
Presidente del Consiglio chiedere al suo
giornale più impegno in quella che era in fondo
la linea politica di sempre.Montanelli reagì
male.
Prevalse in lui il
temperamento umorale;la voglia di farla finita
con un’esperienza che si avviava verso il
fallimento;la convinzione che Il Giornale fosse
veramente suo e quindi,andando via,avrebbe
chiuso.
Fonda un nuovo quotidiano:La
Voce .Lo seguono in quest’ultima avventura una
quarantina di giornalisti:alcuni solo per
affetto;altri attratti da aumenti di stipendio e
di promozioni.
Il primo numero della Voce
andò esaurito pur avendo tirato cinquecentomila
copie.
Dopo qualche giorno la
vendita era appena di sessantamila copie .
Il quotidiano era quanto di
più lontano si potesse immaginare dall’idea
montanelliana di concepire un giornale.
In prima pagina c’era sempre
un fotomontaggio rozzo e inelegante.
Gli articoli
aggressivi,veementi ,poco consoni a un direttore
che amava piuttosto usare il fioretto,anche
nelle polemiche più aspre.
Dopo circa un anno,la Voce
chiude.
Montanelli con
ingratitudine,per coprire le proprie
responsabilità,se la prende con i lettori
definendoli “trinariciuti”.Tornerà al suo
vecchio Corriere curando una rubrica,”La
stanza”.Morirà il 22 luglio 2001 dopo aver
composto il suo necrologio:giunto
al termine della sua lunga e tormentata
esistenza Indro Montanelli prende congedo dai
suoi lettori ringraziandoli dell’affetto e della
fedeltà con cui lo hanno seguito.
Le sue ceneri cremate siano
raccolte in un’urna fissata alla base,ma non
murata,sopra il loculo di sua madre Maddalena
nella modesta cappella di Fucecchio.Non sono
gradite né cerimonie religiose né commemorazioni
civili. |