Lo
storico Carlo Longo ha dedicato il suo intervento a rintracciare le motivazioni
storiche culturali e geografiche di quello che ha definito un aspetto comune di
missionari e viaggiatori calabresi "la vagabondaggine": pertinenza
ereditata dalla civiltà magno-greca e dalla loro attitudine conosciuta come
"polipragmosini" , la voglia di capire, di porsi domande sulle
cose, propensioni che i latini non attuavano nel loro pensiero.
Questa
voglia di curiosità si esercitava nelle città greche, nell’agorà, dove vi
erano incontri e confronti tra diverse tipologie culturali, etniche, di pensiero
e questo spazio dell’agorà portò, i calabresi a conoscere il mondo,
quindi la piazza che si proietta sul mondo.
La
libertà dello spirito presente in Bernardino Telesio, l’opera campanelliana
“La città del Sole” sono
degli esempi alquanto validi e Tommaso Campanella teorizza una visione globale
del mondo, di tutti i popoli e le civiltà del mondo non aveva mai visto, in
quanto carcerato nelle prigioni spagnole.
tra cui un
suo discepolo diretto Paolo Piromalli da Siderno, quindi calabresi curiosi di
allargare gli orizzonti conoscitivi vagando per il mondo
«Gianfrancesco
Gemelli - dice Carlo Longo – venne etichettato dai suoi concittadini come
nu
vagabundu, chi tantu vagabundu chi girau u mundu;
come tanti suoi conterranei nel corso dei secoli, nati in un territorio
attorniato dal mare i cui orizzonti non erano delimitati se non dalle condizioni
economiche e dai disastri naturali.
Gianfrancesco
Gemelli-Careri, curioso come ogni suo conterraneo, ha guardato con gli occhi di
tutti i calabresi ed ha avuto il merito di aprire nuove vie mentali e di farci
conoscere nuovi prodotti commerciali, piante sconosciute, dimostrando che il
mondo non ha ne confini ne barriere».
A
differenza di Ulisse il Gemelli non ebbe a che fare con forze soprannaturali
ma un mondo quasi completamente conosciuto nella sua rotondità e dal quale
poté fare, tra il 1693 ed il 1698, il completo giro. Ha regalato ai posteri
il suo diario di bordo pieno di descrizioni relative alle esperienze
intellettuali e politiche dell’autore e nel clima che si respirava nel suo
tempo.
Gianfrancesco
Gemelli-Careri -dice
Angela Maccarrone Amuso autrice della pubblicazione- ha fatto il giro del mondo
da Occidente ad Oriente tramandandoci delle informazioni utilissime giunte sino
ai nostri giorni.
I Tauranovesi attribuirono a Gianfrancesco Gemelli tre patenti speciali: la prima
di “vagabundu” per i suoi continui viaggi sia in Europa che nel resto del
mondo, la seconda “di spiuni”, in quanto
come codice di comportamento accettò la dissimulazione, la terza “di
jettaturi”, perché per una serie di motivazioni portò sfortuna a quella
Chiesa Controriformistica che aveva condannato Campanella e Galileo, ma anche
per la relazione riguardante i culti e i riti cinesi.
Dal
punto di vista psicologico Gianfrancesco Gemelli assume le sembianze di un
personaggio singolare la cui voglia di agire, di lottare contro “il male del
vivere”, di vedersi continuamente in azione lo rinvia al mito dell’omerico
Ulisse.
Per questa
serie di motivazioni ho intitolato il saggio “GIANFRANCESCO GEMELLI-CARERI: l’Ulisse
del XVII secolo“. L’immagine
mitologica nella quale il Gemelli rispecchia la sua anima di pellegrino errante
è quella di Ulisse, solo che il descensus ad inferos della Divina Commedia di
Dante Alighieri diventa per lui il descensus ad homines .
La
figura mitologica di Ulisse rappresenta l'immagine più vicina al Gemelli-Careri,
un pellegrino errante che sapeva vedere il meraviglioso nel quotidiano.
A
differenza di Ulisse il Gemelli non ebbe a che fare con forze
soprannaturali ma un mondo quasi completamente conosciuto nella sua rotondità e
dal quale poté fare, tra il 1693 ed il 1698, il completo giro.
Ha regalato ai
posteri il suo diario di bordo pieno di descrizioni relative alle esperienze
intellettuali e politiche dell’autore e nel clima che si respirava nel suo
tempo.
E
questo gli permise di vedere il meraviglioso nel quotidiano, l’eccezionale nel
banale, inoltre il Gemelli per le sue imprese e per le sue opere rientra nel
gran numero d’Italiani che nel XVII secolo si distinsero nei vari paesi
europei per capacità intellettive, spirito d’iniziativa e bravura militare.
Il cosiddetto “italianismo” che contribuì alla civiltà di Francia, Spagna,
Inghilterra, Germania è un fenomeno di quel periodo, dovuto ai letterati,
viaggiatori, artisti, musicisti, politici e militari, i quali non trovando in
Italia le giuste condizioni atte ad esprimere le loro potenzialità, si
diffusero per tutta Europa, lasciando ovunque traccia del loro ingegno.