Si è giunti alla nuova edizione dedicata al poeta del Mediterraneo Fabrizio De Andrè che il Circolo Culturale “L’Agorà”, presieduto da Gianni Aiello, organizza a fa data dal 2003.
La manifestazione ha ricevuto anche quest’anno il patrocinio della Fondazione "Fabrizio De Andrè", Ufficio Scolastico per la Regione Calabria, Ministero della Giustizia - Dipartimento Amministrazione Penitenziaria - Provveditorato Regionale della Calabria, Provincia di Reggio Calabria  e non per ultimo il contributo artistico di Guido Harari presente alla manifestazione in qualità di relatore.
Il nuovo appuntamento rientra per una serie di circostanze particolari in una data, quella del 25 aprile: un momento di notevole valenza storica, culturale, letteraria, dati questi che fanno parte - come ha spiegato Gianni Aiello, nel corso del suo intervento - di quelle pertinenze del "Secolo breve", il saggio dello storico J. Osbourne.
Il secolo breve, l'arco di tempo dei grandi sconvolgimenti.
«Il secolo breve posto al bivio tra micro e macro storia».
Continua Gianni Aiello: «Queste cifre le troviamo presenti nella narrativa letteraria di Fabrizio De André, poeta del Mediterraneo, difensore dei deboli, degli oppressi, degli ultimi, della gente semplice. Il 2009 ha anche una sua importanza cronologica: nel gennaio di dieci anni fa moriva Fabrizio De André. Certo è che noi non abbiamo aspettato dieci anni per ricordarlo, come fanno alcuni».
«Questa Associazione che io mi onoro di rappresentare - prosegue Gianni Aiello - organizza a far data 2003 un incontro a cadenza annuale dal tema "Una giornata per De André - Popoli e Culture nel Mediterraneo».
Un Mediterraneo che è stato fonte d'ispirazione  per Fabrizio De André.
«Un Mediterraneo crocevia di diverse culture non soltanto collocato sulle coste del  noto mare nostrum, vedi "Sidun" ma anche diverse culture ubicate oltre oceano "Fiume Sand Creek", ma anche un Mediterraneo orientati sui monti "Andrea", "La guerra di Piero"».
LA RESISTENZA:
Quindi la data di oggi (25 aprile) non è stata presa a caso.
Il 25 APRILE, per arrivare a tale data (prima e dopo) ci sono stati nella penisola abusi, soprusi, la guerra civile fraticida.
Opposte fazioni che si sono combattute.
Mentre qualcuno, parafrasando una canzone di De Andrè - continua Gianni Aiello - cercava di andare con una divisa di altro colore in Svizzera, mentre gli italiani uccidevano gli italiani: loro credevano in qualcosa, NON importa per quale causa giusta o sbagliata, chi siamo noi per potere giudicare?.
Ma morirono per delle idee come qualcuno ci ha tramandato in rime musicate.
«Avevo parlato prima della micro storia, quella che non si racconta nelle scuole o nelle aule
universitarie. Quindi a riguardo le microstorie vorrei ricordare:
CHI era costretto, visto i propri orientamenti, ad emigrare e lavorare in Albania per sostenere la famiglia numerosa;
CHI era costretto ad arruolarsi e combattere guerre non volute per sostenere la propria famiglia, tornando poi mutilato;
CHI invece, per le motivazioni di cui sopra non ornò più, perché disperso in Russia;
CHI si commuoveva davanti al televisore, allora in bianco  e nero, guardando i servizi giornalistici relativi alla caduta dei regimi dittatoriali degli anni settanta, vedi ad esempio il Portogallo, ricordando ciò cui andò incontro, PER LE PROPRIE IDEE, il proprio genitore;
CHI leggeva il giornale nella speranza di trovare il nome del proprio parente, quando venivano riportati gli estremi dei resti dei caduti che ritornavano dall'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche» .
«ANCHE queste fotografie le ritroviamo nel percorso letterario deandreiano.
MA questa edizione la dedico a Giuseppe, mio padre, scomparso qualche settimana fa.
Delle fotografie, delle cifre precedentemente raccontate, HO VOLUTO sfogliare qualche pagina dell'album di famiglia, le microstorie».
Ha preso poi la parola Gianfranco Cordì, responsabile della sezione "cinema" del Circolo Culturale "L'Agorà" che ha ha effettuato un excursus storico-culturale tracciando gli argomenti relativi alla Resistenza, Pierpaolo Pasolini e, naturalmente Fabrizio De André.
Pier Paolo Pasolini ha scritto: "L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo.
Essere laici, liberali, non significa nulla, quando manca quella forza morale che riesca a vincere la tentazione di essere partecipi a un mondo che apparentemente funziona, con le sue leggi allettanti e crudeli.
Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione, direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di una società.
Non esiste solo il potere che si esercita nelle decisioni, ma anche un potere meno visibile che consiste nel fatto che certe decisioni non sono neanche proposte, perché difficili da gestire o perché metterebbero in questione interessi molto stabili.
La grande differenza tra i valori proclamati e i valori reali della società, l’omologazione, fanno pensare veramente a una società totalitaria.
Quello che importerà nel futuro sarà il comportamento della più grande forza mai conosciuta: la massa omologata dei consumatori, la stragrande maggioranza degli esseri umani, non più l’ingegno delle élites culturali o l’attività dei politici.  
L'identikit di questo volto ancora bianco del nuovo Potere attribuisce vagamente ad esso dei tratti "moderati", dovuti alla tolleranza e a una ideologia edonistica perfettamente autosufficiente; ma anche dei tratti feroci e sostanzialmente repressivi: la tolleranza è infatti falsa, perché in realtà nessun uomo ha mai dovuto essere tanto normale e conformista come il consumatore; e quanto all'edonismo, esso nasconde evidentemente una decisione a preordinare tutto con una spietatezza che la storia non ha mai conosciuto.
Dunque questo nuovo Potere non ancora rappresentato da nessuno e dovuto a una «mutazione» della classe dominante, è in realtà  - se proprio vogliamo conservare la vecchia terminologia - una forma "totale" di fascismo.
Ma questo Potere ha anche "omologato" culturalmente l’Italia: si tratta dunque di un’omologazione repressiva, pur se ottenuta attraverso l'imposizione dell'edonismo e della joie de vivre. 
Una visione apocalittica, certamente, la mia.
Ma se accanto ad essa e all’angoscia che la produce, non vi fosse in me anche un elemento di ottimismo, il pensiero cioè che esiste la possibilità di lottare contro tutto questo, semplicemente non sarei qui, tra voi, a parlare".
E nella guerra di resistenza o di liberazione nazionale Pasolini perdette anche il fratello diciannovenne Guido perito nelle malghe di Porzus.
Con questo discorso sul fascismo e su tutti i fascismi futuri, in questo giorno della Liberazione, si vuole introdurre alla figura di Fabrizio De Andrè.
Che operò anch’egli la sua resistenza.
La resistenza del soldato Piero che, nella canzone “La guerra di Piero” vede “un uomo in fondo alla valle” che ha “la divisa di un altro colore”: E’ un nemico. “Sparagli Piero, sparagli ora” invita De Andrè al suo personaggio. “E dopo un colpo sparagli ancora”. Ma Piero pensa che “se gli sparo in fronte o nel cuore/soltanto il tempo avrà per morire/ ma il tempo a me resterà per vedere/ vedere gli occhi di un uomo che muore”.
Quindi Piero resiste. E finirà male. La resistenza di De Andrè è improntata ai valori dell’umanità.
Quella stessa resistenza e liberazione che si evince dalla canzone “Amico fragile” in cui il cantautore si contrappone ad un esercito di buoni borghesi dicendo “Già dalla prima trincea/ero più curioso di voi/ero molto più curioso di voi”.
La parola poi è passata a Luigi Viva il quale ha esordito dicendo: Desidero innanzitutto ringraziare a nome della Fondazione de André Gianni Aiello e l’Associazione L’Agorà per questa manifestazione giunta alla settima edizione che , nel nome di Fabrizio, si adopera con convegni di interesse ed iniziative nel sociale.
Oggi è il 25 aprile e siccome alcuni dicono sia la festa di tutti io vorrei iniziare  ricordando cinque ragazzi di Reggio Calabria: Gianni Aricò, Angelo Casile, Franco Scordo, Luigi Lo Celso e Annaliste Borth.
Leggo testualmente da La Repubblica del 10  aprile 2001
Trent’anni dopo il deragliamento di un treno a Gioia Tauro,l’antimafia calabrese ha più di un dubbio sulla tragica fine di un gruppo di ragazzi. Antefatto. “Gioia Tauro, 22 luglio 1970.
Una bomba esplode sul treno che porta a Reggio Calabria:sei morti e 54 feriti.
I magistrati archiviano:tutta colpa delle malandate  strade ferrate del sud e dei macchinisti. Frosinone 26 settembre 1970.
La Mini Minor con i cinque giovani anarchici tampona misteriosamente un camion nei pressi di Ferentino.
Nessuno si salva .Il caso viene archiviato.
Titolo: “Cinque anarchici morti e una strage “Scoprirono la verità li uccisero”.La magistratura  nel ’70 aveva archiviato  il disastro ferroviario come conseguenza della vetustà della linea.
Invece fu una bomba.
I ragazzi si schiantarono in auto mentre  portavano a Roma le prove dell’attentato,collegato al golpe Borghese.
I documenti sparirono.” Ho riportato esattamente i titoli di questo articolo; quando lo lessi la prima volta provai un forte senso di compassione; morti ad appena 22 anni morti a causa del loro impegno civile.
Il tema della guerra è presente nell’opera di Fabrizio e si rifà alla infanzia passata a Revignano d’Asti alla Cascina dell’Orto dove i De André si trasferirono per meglio proteggere Fabrizio e il fratello Mauro.
In seguito, a fine ‘43 anche il professor Giuseppe padre di Fabrizio, venne costretto alla macchia.
I fascisti durante un improvvisa visita alle scuole da lui dirette e delle quali era proprietario, chiesero la lista di eventuali allievi ebrei.
Il professore riuscì a prendere tempo “Datemi un paio di giorni”, ma appena i due giannizzeri in impermeabile lasciarono la scuola si precipitò nelle classi ad avvisare gli allievi “ Chi di voi è ebreo fugga in campagna subito.
Al ritorno dei fascisti intuito il rischio di arresto, chiese il tempo di avvisare la segretaria e approfittando di un attimo di disattenzione prese la porta secondaria e fuggì  in macchina in direzione di Asti.
Per lunghi periodi venne costretto a rifugiarsi nei sotterranei della villa di una famiglia ebrea i Momigliano che abitavano  sull’altro versante della vallata che divideva la Cascina dell’Orto dalla Stazione di S.Damiano d’Asti.
Ecco  come  nasce  l’antifascismo dei De André padre e figlio:Fabrizio rimase profondamente colpito dalla figura dello zio Francesco, partito con la divisione Susa; venne catturato dai tedeschi e inviato al campo di concentramento di Manneheim.
Finita la guerra, una mattina nella vallata di Revignano si sentirono riecheggiare delle urla.
In un fossato, ridotto una larva venne trovato Francesco, liberato dagli americani. Fabrizio assistette al suo ritorno, al suo lento recupero (i primi tempi veniva addirittura imboccato).
Pian piano, sollecitato dalla madre e dai parenti lo zio Francesco raccontò di quando scampò alla camera a gas grazie alla fine del turno, oltre a descrivere le privazioni alle quali lui e gli altri internati erano costretti.
Fabrizio rimase colpito dalla sua figura, tanto da rimanerne influenzato nel suo cantare le tante figure dolenti che popolano la sua produzione.
La Guerra di Piero prende spunto proprio dalla figura dello zio che ebbe poi modo modo di frequentare nel corso degli anni capendo quanto devastante fosse stata quella esperienza.
“..Non voleva parlare, era chiuso come un cassetto ammuffito.
Comunque quelle poche cose che gli sono uscite dalla bocca, magari con l’aiuto di un po’ di vino, erano proprio terribili.
Fui colpito in maniera particolare anche dal fatto che lui partì che era un ragazzo in gamba e tornò completamente afflosciato nella volontà e nell’ambizione. Infatti è andato  a fare l’operaio alla Fiat; non si lamentava mai, non gli fregava di un cazzo, non gli fregava di organizzazioni politiche, non si lasciava coinvolgere da niente (FDA)….. 
Questi episodi dimostrano quanto importante sia stato il periodo passato a Revignano nel quale Fabrizio maturò quel senso di grande compassione che lo avrebbe accompagnato nel resto della sua vita.
Fabrizio era una persona speciale di grande sensibilità sempre pronto ad far proprio il problema degli altri a scrutare e raccontare la sofferenza, le sconfitte della persona.
A volte era chiuso, silenzioso, ma aveva un grandissimo senso dell'umorismo: sapeva essere divertente e soprattutto era molto rispettoso del lavoro della fatica degli altri ed era molto affettuoso.
Quando iniziai a lavorare alla mia biografia era il 1992 intervistai moltissimi amici, compagni di scuola, professori; praticamente tutti lo ricordavano con affetto e di lui ricordavano questa affettuosità a volte camuffata da quella maschera di burbero che di tanto in tanto indossava.
Ho avuto l’occasione di conoscere e coltivare rapporti di amicizia con tanti grandi musicisti ma Fabrizio era unico rispetto a tanti altri la la sua disponibilità a parlare  delle cose più personali e soprattutto ad ascoltare e ad immedesimarsi nel problema degli altri.
Come tutti i grandi artisti aveva anche lui i momenti di stranezza, era impegnatissimo, tour dischi libri, negli ultimi anni era quasi imprendibile.
Eppure, quasi sempre anche se per poco tempo sapeva dedicarti momenti di sincera attenzione……
La sua paura di esibirsi dal vivo forse ci ha giocato un po’ su, questo perché a vederlo nel 1975 come negli ultimi concerti ha sempre dato l’impressione di essere a suo agio, di sapere il fatto suo, sia nei parlato sia ovviamente quando cantava.
Alcuni amici come Villaggio e gli stessi musicisti come  Ricky Belloni  e Giorgio Usai che suonarono  con lui nel 1975-76 circa cento concerti, mi raccontavano come vinta la iniziale paura,  bisognava quasi portarlo via dal palco….
Una  volta dimostrato a se stesso e alla sua famiglia di essere arrivato facendo il mestiere che più gli aggradava, aveva preso gusto per il suo lavoro con lunghi tour ed esibizioni di assoluta bellezza.
Fabrizio era un musicista di assoluto valore grande performer, eccellente chitarrista aveva il senso assoluto del tempo.
Si accorgeva del più minimo errore, suo  e dei suoi musicisti.
Come tutti i grandi mentre suonava sapeva ascoltarsi.
Un volta Giorgio Cordini mi raccontò che in occasione di un concerto allo stadio di Lecce durante l’esecuzione di Marinella, manifestava una certa insofferenza.
I musicisti, anche se lui era di spalle si accorgevano da alcuni gesti che aveva avvertito qualcosa.
A fine concerto, accennò a Cordini che nell’introduzione di Marinella  c‘era qualcosa che non andava.
Cordini gli rispose che secondo lui era corretta ma per maggior sicurezza chiamò Michele Ascolese il quale confermò che anche per lui non c’erano stati problemi.
Il giorno dopo Fabrizio li convocò facendo ascoltare la registrazione del concerto,aveva ragione lui alcune parti dell’introduzione di Marinella erano sbagliate.
Questo a conferma di quanto lui fosse grande e badate bene le sue band sono state sempre state di grandissimo livello composte da alcuni dei più grandi musicisti italiani...
C'è da evidenziare che nel corso della manifestazione si è creato un dibattito aperto tra relatori e pubblico presente alla manifestazione, creando così un'agorà nel corso dell'incontro dedicato a Fabrizio De Andrè.
La giornata di studi dedicata al poeta del Mediterraneo Fabrizio De André si è conclusa con Guido Harari che nel corso del suo intervento ha regalato al pubblico presente alla manifestazione il suo ricordo di Faber partendo proprio dalla tournée del 1978-79, quella con la Premiata Forneria Marconi.
Tali ricordi sono stati pubblicati dallo stesso relatore su “Fabrizio De André & PFM. Evaporati in una nuvola rock”, tra l'altro elemento di discussione nella stessa giornata insieme a “Fabrizio De André . Una goccia di splendore”
Fu quello il periodo – ricorda Guido Harari – che conobbi Fabrizio ed in seguito a tale tour che toccarono diverse città italiane, curai la copertina dello stesso album.
“Sono passati esattamente trent'anni e quei ricordi rimangono indelebili, soprattutto per la “rivoluzione” musicale e culturale che il “duo” De André & PFM riuscì a creare in quelle magiche serate, anche a rompere, a sdrammatizzare “difficili momenti” che si vivevano in Italia in quel periodo, come ad esempio le diverse tensioni sociali che si avvertivano nella penisola.
Altre cifre relative al periodo storico italiano riguardano il referendum dell'11 giugno del 1978 con una forte risposta da parte dell'elettorato pari al 76% che vota NO, ma anche il rinnovo dei contratti di lavoro del febbraio del 1978 che non miglioravano la situazione economica della classe operaia, la sconfitta elettorale del partito comunista del 1979.
Il caso dello statista italiano Aldo Moro, il suo sequestro, la sua tragedia e, naturalmente, a seguito di ciò un'intera generazione di italiani si “scontra” con una realtà diversa da quella che in precedenza auspicavano i giovani di quel periodo: quella cioè di una “rivoluzione” politica-culturale fatta di sogni diversi che, suo malgrado, si incanala o nella lotta armata, o  nel tunnel della droga.
A tal proposito in un editoriale del 31 dicembre 1978 di Eugenio Scalfari veniva riportato che:  “certi sogni di rivincita, certe crociate contro istituti consolidati nel costume prima ancora che nelle leggi, come divorzio e aborto e insegnamento laico e separazione del temporale dall’ecclesiale, rischiano di aprire conflitti gravissimi, antiche ferite, aspre intransigenze”.
Ritornando al diario di bordo di “Evaporati in una nuvola rock” il gradito ospite del Circolo Culturale “L'Agorà” di Reggio Calabria ha raccontato ai presenti le sensazioni che Fabrizio De André ebbe a proposito di quella tournée:  “L'idea di un tour con un gruppo rock sulle prime mi spaventò, ma il rischio ha sempre il suo fascino, forse in una vita precedente sono stato un pirata, e così una parte di me mi diceva di accettare.
All'epoca ero tormentato da interrogativi sul mio ruolo, sul mio lavoro, sull'assenza di nuove motivazioni.
La PFM mi risolse il problema, dandomi una formidabile spinta verso il futuro, stimolandomi a rimettermi a creare per non morire.
Quello tra me e la PFM è stato il primo esempio di collaborazione, non soltanto spettacolare e tanto meno commerciale, tra due modi completamente diversi di concepire ed eseguire le canzoni.
Molti di quegli arrangiamenti li ho mantenuti nei tour successivi, perché hanno dato alla mia musica un volto nuovo e vivace.
Quella con la PFM è stata un'esperienza irripetibile: non si trattava soltanto di un'accolita di ottimi musicisti riuniti per l'occasione, ma di un gruppo affiatato, abituato a suonare insieme, con una grande carriera di autori e d'esecutori, e con una storia importante, che ha modificato il corso della musica italiana. Ecco, un giorno hanno preso tutto questo e l'hanno messo al mio servizio".
Ritornando agli aspetti prettamente tecnici c'è da evidenziare, come ha riportato Guido Harari nel corso del suo intervento che il tour  targato De Andrè-PFM e datato 1978 - 1979, rappresenta un manifesto di notevole importanza sia per la musica italiana ma, anche, come lo stesso relatore ha più volte evidenziato, una storia artistica e umana del cantautore genovese : «... mi colpirono la sua immediatezza e la sua semplicità, il suo desiderio di abolire ogni barriera tra sé e il suo pubblico.
La nostra non fu mai una frequentazione intensa, ma intensi furono gli incontri e le conversazioni, e le poche interviste che realizzai con lui.
Posso dire di averlo conosciuto ancor meglio mettendo mano ai suoi appunti personali e alle mille interviste da lui rilasciate in più di trent’anni, mentre ricomponevo il mosaico della sua vita  impregnata della sua poesia, della sua etica, e anche delle sue contraddizioni.
Fabrizio ci ha davvero insegnato a pensare, a ambiare sempre angolazione di ripresa, a metterci nei panni dell’"altro».
Guido Harari, ringraziando Gianni Aiello per aver voluto organizzare la manifestazione, ha concluso il suo intervento parlando anche dell'altra pubblicazione “Una goccia di splendore” evidenziando che in una società vuota, come quella che si sta vivendo, avrebbe ancora bisogno delle sue parole piene di umanità ed utili a ricordare che esistono anche gli ultimi.
Ha ricordato anche un Fabrizio circondato da montagne di libri posizionati sul letto della sua abitazione all'Agnata.
Infine ha parlato anche della mostra fotografica del mese di gennaio scorso allestita presso presso il Palazzo Ducale di Genova e dell'altra, tenuta sempre nel capoluogo ligure, nei locali del Forum Fnac.

ShinyStat
25 aprile 2009
a Giuseppe, mio padre