Sono
parole tratte da “Verranno a chiederti del nostro
amore”; e dunque, ha detto Cordì,
la società italiana con le sue contraddizioni i suoi
luoghi comuni e la sua barbarie entra sia nei rapporti
umani e sentimentali (comunque affettivi) sia anche
nella riflessione che ogni uomo fa su quello che gli
accade attorno.
“Canzone per l’estate”
rappresenta poi un testo ed una melodia che è altamente
significativa nella produzione di De Andrè. Contenuta
in “Volume 8” (scritto in collaborazione con De
Gregori), “Canzone per l’estate” presenta tutti i
luoghi tipici della borghesia - non solo italiana. Una
moglie che lava i piatti.
Un bambino biondo a cui viene e
donata una pistola per Natale.
Un cane da appartamento.
Solo che il ritornello non appare
per nulla consolante come tutti questi bonari luoghi
borghesi di tranquillità ed ordine vorrebbero far
presagire ed intuire.
Nel ritornello, infatti, viene
ripetuta per quattro volte la domanda: “Com’è che
non riesci più volare?”.
Dunque, ha affermato a questo
punto Gianfranco Cordì: in questa domanda,
probabilmente amara e molto più probabilmente solamente
realistica, viene dichiarato quello che è stato il
fallimento storico di una generazione, degli ideali di
una generazione e forse di un’intera nazione.
Oltre che della stessa classe
borghese che (ma De Andrè non ce lo dice
esplicitamente) forse un tempo (nonostante i suoi
conformismi, le sue regole e la sua mediocrità) era
riuscita comunque a produrre qualcosa di significativo.
Ma la parabola artistica di
Fabrizio De Andrè copre lo spazio di trent’anni della
storia italiana. Ed ecco che arrivano quei
“microfoni” dietro ai quali “porteranno uno
specchio per farti più grande e sentirmi già
vecchio” (“Verranno a chiederti del nostro
amore”).
Siamo negli anni della televisione
e della società dello spettacolo; niente è più vero e
quindi anche l’amore subisce alcune notevoli e
devastanti conseguenze.
La parabola si conclude poi
in quella “Domenica delle Salme” dove in un
“tripudio di tromboni” e di simboli post-umani ed
in-umani (Un pettirosso da combattimento, le troie di
regime, i polacchi che non morirono subito, il poeta
della Baggina, gli ultimi viandanti che si ritirarono
nelle catacombe) affiora un lugubre corteo funebre che sta accompagnando nientemeno che “Il
cadavere di utopia”.
La società dunque (la società
borghese degli anni sessanta e poi televisiva degli anni
settanta e poi edonistica degli anni ottanta) celebra il
suo trionfo definitivo a questo punto!
L’uomo, ed anche
l’intellettuale e persino colui che ama (colui che si
abbandona ad un sentimento) vede consumarsi il senso
della sua irrimediabile sconfitta.
Adesso non solamente nessuno
riesce più a volare,
ma tutti i sogni e tutte le aspettative e tutte
le speranze di un tempo, coltivate da generazioni di
ragazzi e di ragazze con grande fede ed entusiasmo e
passione, sono divenute, adesso, l’immagine di un
funerale.
Un funerale che nessuno avrebbe
mai potuto prevedere quando quel movimento di speranza e
di lotta era cominciato.
Gianfranco Cordì ha dunque
concluso il suo intervento affermando che, alla luce di
queste sia pur sommarie considerazioni tratte
dall’analisi di alcuni testi particolari scritti fra
l’altro in anni fra loro lontanissimi di De Andrè si
può arrivare ad affermare comunque qualcosa sul valore
dell’impegno artistico del cantautore genovese.
De Andrè cioè fu una specie di
testimone oculare
(e poi narratore) di eventi che avrebbero
cambiato l’Italia nel corso di trent’anni della sua
storia.
De Andrè è giunto a ritrarre un
paese.
Ed ha riportarne umori
contraddizioni e delusioni come nessun’altro.
E l’ha fatto usando il mezzo
della musica, della canzone.
Un mezzo immediato che gli
ha consentito di poter diventare, alla fine (possiamo
dirlo oggi alla luce della considerazione
definitiva che abbiamo del suo lavoro interrotto dalla
sua morte prematura) certamente un grande protagonista
della vita artistica ed intellettuale del nostro paese.
In
un certo senso egli ha sempre parlato e cantato di
anime
salve nelle sue canzoni, indicando in qualche modo tre
strade fondamentali che i suoi derelitti potevano
seguire: l’ignavia, l’amore e la grazia.
Vincenzo
Foti ha tratteggiato nella prima parte del suo
intervento "l'ignavia" i salvi per felice
ignavia.
Questo
atteggiamento appartiene a quei percorsi che portano
alla conquista della liberazione, rivendicata come
proprio personale traguardo. E questo da tempi assai
remoti. Pensiamo per esempio al Fannullone, brano
a metà tra il divertito bozzetto e il ritratto
autobiografico.
Titolare di “una parte fastidiosa alla
gente” perché disposto a fare “della vita una
commedia divertente”, il fannullone non si adatta al
lavoro e pensa “al matrimonio come al giro di una
danza”; quando la sua donna lo lascia, dopo un accenno
di malinconia, si autoconvince che “Lei tornerà in
una notte d’estate / l’applaudiranno le stelle
incantate” anche se, probabilmente, tale speranza mai
vedrà compimento.
Più
posata e mesta appare, nell’album "Non al denaro,
non all’amore, né al cielo" tratto dall’"Antologia
di Spoon River" di Edgar Lee Masters, "Il suonatore
Jones".
Qui il personaggio di Fiddler Jones è
ritoccato non solo per esigenze metriche e liriche, ma
anche perché risultasse meglio sovrapponibile a una
certa immagine che De Andrè voleva dare di se stesso.
Così Jones, da querulo vecchietto felicemente egoista,
si trasforma in elegiaco cantore di una vita trascorsa a
guardia della propria libertà, aperta solo alle
emozioni del presente istantaneo o, al massimo, a quelle
di un’arte estemporanea e di strada.
Nel
Testamento, travolgente flusso di immagini e
musica, De Andrè sceglie addirittura la prima persona
per sorridere di quell’umanità che per interesse o
per vanità ha scelto l’affanno e l’interesse stesso
come motori della vita.
L’estensore del testamento,
come prima con la vita, ora scherza con la morte, gioca
con le scadenze ultimative che essa pone ma, d’altra
parte, confessa che tanto cinico disincanto si spiega
con la fuga “dal peso della pietà” e si sconta con
una fine solitaria.
Ma
tale esibita indifferenza è anche sostegno necessario
quando la vita stessa sembra una sequenza di lutti e
disillusioni.
Così l’Angiolina di "Volta la carta"
– il brano più vivo e riuscito di Rimini –
si vede sfilare dinanzi tutti i sogni perduti,
dall’infanzia fino alla scelta del mestiere: il suo
primo amore, un carabiniere, svanisce nel dramma di una
rotta militare mentre gli altri la tradiscono per la
consueta attitudine del maschio alla menzogna.
Di qui lo
sbocco: Angiolina guarda la sua storia della giusta
distanza e, voltata un’ultima volta la carta, chiamati
i ricordi “col loro nome”, senza amore ma con saggio
realismo si sposa.
A
una vera e propria condizione dello spirito vuole
alludere la celebratissima "Creuza de ma", brano
eponimo dell’album.
I marinai protagonisti della
canzone, obbligati a percorrere rotte ormai desuete e a
praticare un mestiere che la modernità vuole
schiacciare, sono testimoni di un mondo arcaico,
conservatore e anarchico a un tempo, che stoicamente
proseguirà, fino all’estinzione, a scandire i propri
ritmi millenari, nulla concedendo ai molitores rerum
novarum, i “costruttori di cose nuove”.
Nel
secondo punto "I salvi per amore"
De
Andrè sa cantare l’amore nella muta fedeltà di
Giuseppe a Maria, nella dignità infinita di Michè,
nella struggente apostrofe di Piero a Ninetta o nella
trasfigurazione in re del carnefice della povera
Marinella. Ma, se si esclude il particolarissimo
rapporto che unisce la coppia di Nazareth, gli altri
amori sono altrettanto infelici, in parte per destino,
in parte per la loro stessa profondità.
Di qui il
bisogno di una liberazione ricercata sì nell’istinto,
ma non storicizzata nella rivoluzione sessuale.
La
sensualità di De Andrè non a niente a che vedere –
anzi contrasta – con i modelli di comportamento
sessuale imposti dalla cultura di massa. Non solo: per
l’autore l’appetito sessuale può anche diventare
espressione di puro e distruttivo egoismo, quando da
strumento per comunicare con l’altro, diventa mezzo di
una seduzione finalizzata al dominio del compagno.
É
quanto accade nella Ballata dell’amore cieco o
della vanità.
E
comunque De Andrè scorge nel sesso una carica di
ancestrale sincerità, idonea a far emergere la
debolezza dei vincoli borghesi, anche quando questi si
travestono di un velo maliziosamente libertino.
Maliziosa non è certamente la Barbara della Canzone
che porta il suo nome, creatura di cui l’autore canta
la passionalità e insieme il disincanto.
Barbara è di
tutti e di nessuno, rimanda a domani indistinto
l’incontro con un “amore vero” che per lei sembra
coincidere “con il letto di sposa”.
Un
odore di libertà trasuda anche da "Princesa", il
brano che apre l’album "Anime salve".
E’ la
storia della salvezza alla fine attinta da un
transessuale che definisce la propria sessualità lungo
le consuete penose stazioni della chirurgia plastica e
della prostituzione. Ma alla fine di questa sequenza,
Fernandinho troverà addirittura il borghese rispetto
che si deve all’amante di un avvocato milanese.
"Via
del Campo" allude
soltanto alla vicenda di un travestito che si salva
invece grazie al proprio ‘mestiere’.
Il
brano, costruito su una melodia non a caso d'intonazione
medievale, evoca la continuità psicologica e sociale
del mondo e del ruolo delle prostitute.
Costrette
da sempre al nascondimento, verso di loro, altrettanto
celatamente, rifluisce la buona gente che cerca non solo
emozioni particolari ma anche un'intensità, una verità
di rapporti negata dalle mura domestiche.
Il
frequentatore di via del Campo – dietro il quale, lo
ricordiamo, si nasconde Fabrizio De Andrè – torna più
volte presso l’oggetto del suo desiderio e non alla
ricerca del piacere ma addirittura “a pregarla di
maritare”.
Ma invano: il portone si chiude.
La
“puttana” non cede alle lusinghe della vita normale,
da vero spirito libero o anima salva; e a lei, secondo
Biagio Buonomo, va attribuito l’epigrafico ammonimento
con cui il brano si conclude: “Ama e ridi se amor
risponde / piangi forte se non ti sente / Dai diamanti
non nasce niente / dal letame nascono i fior”.
Gli
stessi temi di "Via del Campo" ritornano in
"Bocca
di rosa", narrazione esplicita e popolare ambientata
sullo sfondo bigotto e godereccio della provincia
italiana anni ’50.
La ragazza disinibita che “appena
scesa alla stazione / del paesino di Sant’Ilario”
scuote gli squilibri del piccolo borgo, rappresenta il
reagente attraverso cui un corpo sociale statico e
torpido secerne, infine, qualche umore vitale.
Basti
dire che la giovane Bocca di rosa sarà, alla fine, se
non difesa dalle accuse delle mogli tradite e
coalizzate, almeno compresa e rimpianta persino dai
carabinieri, fedeli e integerrimi per definizione, e da
un parroco, casto per vocazione.
Ma mentre negli altri
brani la salvezza resta un patrimonio essenzialmente
individuale, in Bocca di rosa la ragazza non
innalza alcun tipo di barriera tra sé e i suoi
occasionali compagni; non li usa, infondendo anzi in
loro almeno la speranza di una liberazione non solo dal
tabù del sesso ma anche dall’insieme di quei vincoli
psicologici che chiamiamo valori.
In
"Marcia nuziale", forse la più riuscita delle
traduzioni da Brassens, il vincolo coniugale si
riconcilia, sullo sfondo della campagna francese, con
l’amore ma celebrandosi lontano dagli schemi borghesi.
Gli sposi arrivano in chiesa su un carro da buoi
“tirato dagli amici, spinto dai parenti” e
accompagnati da tutti i figli generati in 25 anni di
convivenza.
La “gente civile” ha “gli occhi fuori
dalla testa” e tuttavia non si alzano voci di censura
o di sarcasmo.
Alle nozze paiono opporsi soltanto “gli
dei dispettosi” della pioggia. Ma senza successo.
Oltre
questo felice approdo c’è la vicenda del "Malato di
cuore" di Spoon River al quale, separata da un corpo
segnato dal male e tuttavia salvata dall’esperienza
dell’amore, l’anima sfugge dalle mani durante il
primo e fatale amplesso.
Rispetto all’originale, De
Andrè accentua l’impaurita e insieme altruistica
consapevolezza con cui il malato va incontro al suo
destino.
Nell'ultima
parte della relazione Vincenzo Foti ha parlato de "
De
Andrè conclude con un’invocazione al Signore – Smisurata
preghiera – la galleria di Anime salve
riprendendo quel ruolo di mediatore con il divino
assunto in Preghiera in gennaio.
L’autore non
dice se le anime di cui ha cantato siano riuscite a
raggiungere il buon approdo anche per l’intervento di
Dio.
Avverte che “è appena giusto che la fortuna li
aiuti”; e se “fortuna” sta per Provvidenza,
quest’ultima non può non intervenire a inclinare, in
ragione della sua intrinseca funzione, il destino dei
ribelli verso la salvezza.
Eppure,
almeno una volta De Andrè sembra aver raccolto, nel suo
canzoniere, la diretta risposta di Dio all’affanno di
un ultimo.
Nel Pescatore trova infatti la sua
figurale epifania quel Cristo solo evocato in Si
chiamava Gesù e misteriosamente, in voce e gesti,
assente dalla Buona novella.
Nel brano sono
richiamate esplicitamente la fractio panis – ed
è un pescatore a compiere quel gesto – l’attitudine
misericordiosa del Samaritano, la diffidenza, tutta
cristica, per i segni della giustizia degli uomini e, più
in generale, l’immutabile, smisurata disponibilità di
Dio alla salvezza.
Nel
corso del suo intervento Vincenzo
Foti fa qualche cenno alla canzone "Crueza de
Ma" riferendosi al rapporto con il Mediterraneo e
Gianni Aiello interviene dicendo che anche "Sidun"
per altri aspetti, meno romantici, più crudi e
tristemente attuali ricorda l'altra faccia del
"Mare Nostrum" quello dei soprusi e delle
guerre.
Elementi
e cifre simboliche, quindi, che troviamo ben
presenti nel dettato letterario
del cantore del Mediterraneo,
di quella porzione di
terre, mare e culture care a
Fabrizio De Andrè che ha avuto il grande
merito di trasformare il tutto in versi, in
poesia, quindi in note.