A volte
capita che si avverte negli organizzatori di
una qualsiasi manifestazione sempre un certo timore nel
preparare la
nuova edizione ed i dubbi sono che la medesima
manifestazione non abbia il fascino della precedente.
Invece
tali attitudini emotive vengono disperse,
quando vi è una massiccia risposta di
pubblico con
gli entusiasmi registrati durante
le tre giornate.
Tutto
questo è indice di una certa soddisfazione da parte degli
organizzatori che da questi
elementi di lettura si preparano si da ora a stilare il
programma delprossimoappuntamento.
Un
Mediterraneo, quello amato e trasformato in
versi e note da Fabrizio De Andrè che ha
accompagnato gli organizzatori in tutte le
fasi della manifestazione: dalla fase
progettuale, agli incontri-confronti con altre
realtà istituzionali.
Da sottolineare che prima
di arrivare alla data della giornata di sabato 25 giugno
c'è stato un lavoro preparatorio caratterizzato da
diversi incontri-confronti con altre realtà, alcune
sensibili all'iniziativa, altre ancorate ai moli della
diffidenza: ma anche queste attitudini sono elementi
caratteristici, purtroppo, di questo bacino di mare,
quindi "Popoli e Culture nel Mediterraneo"
che è stato fonte ispiratrice di Fabrizio De
Andrè.
Nel
corso della conferenza stampa è stato presentato
il programma dell'edizione odierna che, anche gli
addetti all'informazione hanno evidenziato il
laborioso lavoro progettuale da parte del
sodalizio reggino.
Tre settimane di rassegna, tra esposizioni degli
elaborati realizzati dagli studenti degli
Istituti Artistici ricadenti sul
territorio della provincia
di Reggio
Calabria edell’Accademia di Belle Arti
della Città dello
Stretto e due appuntamenti
presso gli Istituiti penitenziari di Reggio
Calabria e Laureana di Borrello: questo il
palinsesto organizzativo della seconda
edizione.
All’interno della manifestazione è inserito un
corso scolastico, riservato agli Istituti
artistici della provincia di Reggio Calabria
ed all’Accademia di Belle Arti della città
dello Stretto, che si basa sulla elaborazione
artistica di cinque canzoni di Fabrizio De
Andrè e che per questa edizione sono state
scelte: “Hotel Supramonte”, “Un
Chimico”, “Nella mia ora di libertà”,
“La ballata del Michè”, “Don Raffaè”.
C’è da sottolineare la presenza
alquanto nutrita di
opere realizzate dagli studenti del Liceo
Artistico “Mattia Preti” di Reggio
Calabria, dell’Istituto d’Arte “Michele Guerrisi” di Palmi e dell’Accademia di
Belle Arti di Reggio Calabria, questo grazie
anche alla sensibilità del corpo insegnanti e
dei Direttori didattici degli istituti che
hanno voluto essere presenti alla
manifestazione.
Gli elaborati sono stati
esposti per tutta la giornata di
sabato 25 giugno presso il Chiostro del Tempio
della Vittoria, hanno hanno fatto da degna
cornice alla manifestazione organizzata in riva allo
Stretto.
Prima di passare la parola al primo relatore è
stata data lettura di un documento redatto dal
Presidente della Fondazione "Fabrizio De Andrè",
dal cui contenuto si è potuto evincere la
soddisfazione della Signora Dori Ghezzi De Andrè
per la manifestazione e per i suoi contenuti
culturali.
Il
primo relatore, l’avvocato
Carlo Baccellieri ha relazionato su “La cucina
calabrese e quella ligure” evidenziando che nonostante
la grande distanza che separa le due regioni vi siano,
non solo a livello ambientale, ma anche in una delle più
tipiche manifestazioni della cultura popolare, e cioè
della gastronomia, delle affinità che nascono dalle
reciproche influenze.
La
Calabria e la Liguria sono molto distanti, più o meno
1200 chilometri; apparentemente non dovrebbero esserci
grandi affinità tra due regioni così lontane, ma
risalendo la penisola, in treno o in auto, sul versante
tirrenico fino alla Liguria ed oltre, si può notarecome la flora cambi gradatamente mentre si sale
verso il Nord .
Già
la Campania presenta aspetti molto diversi rispetto alla
Calabria: le campagne diventano più ampie e
pianeggianti, le coltivazioni di agrumi devono essere
protette, la macchia mediterranea gradatamente scompare,
anchenel
Lazio e nella Toscana vi è una flora molto diversa, così
come sul versante adriatico.
Ma
quando si arriva in Liguria ecco che l’aspetto del
paesaggio diventa familiare: le coste precipitano sul
mare con dirupi che lasciano pochissimo spazio alle
strette spiagge, ricompare la macchia mediterranea, si
rivedono coltivazioni a terrazzo, si rivedono le agavi
ed anche i fichidindia.
La
Liguria sarebbe stata una regione molto povera se non
avesse avuto l ‘opportunità di sviluppare il più
grande porto commerciale d’Italia e poi di avvalersi
dello sviluppo industriale del Nord Italia, a sua volta
prossimo al centro dell’Europa.
Perciò
lo sviluppo e l’economia delle due regioni, affini per
clima e morfologia, sono così diversi.
Tuttavia
queste affinità non si
affermano alla sola condizione
fisica, che comprende anche la flora e la fauna, ma si
estendono, in qualche misura, alla più tipica delle
produzioni culturali delle popolazioni, quella della
gastronomia, precisando che la cucina calabrese è una
tipica cucina meridionale che ha molto in comune con le
due massime espressioni della gastronomia del Sud:
quella di Napoli e quella della Sicilia.
Il
relatore nel corso del suo intervento afferma che le
tradizioni gastronomiche della Calabria e della Liguria
hanno più di un punto di contatto dovuto, non solo alle
coltivazioni agricole, ma pure a contatti che nel corso
dei secoli hanno spesso portato i genovesi, da sempre
navigatori e marinai, ad incontrarsi con gente di tutte
le latitudini e, tra tanti, anche con i calabresi.
Il
ligure, come i meridionali, usa l’olio d’oliva edutilizza, come i calabresi, molte verdure
dell’orto, poco la carne e moltissimo il pesce. E in
cucina, proprio come i calabresi, cerca di utilizzare
tutto ciò che può essere commestibile perché in
passato ha dovuto far ei conti con una natura alla quale
bisognava strappare, a forza di braccia e con grande
fatica, fazzoletti di terra da coltivare: quindi è
evidente qualche somiglianza con la gastronomia
meridionale.
Innanzitutto
va ricordato un alimento assunto da calabresi e liguri,
probabilmenteper
motivi diversi tra loro, come fondamentale, almeno fino
a 40-50 anni or sono nelle campagne, ma tuttora in auge:
il pane biscottato che in Liguria chiamano galletta. In
Calabria era una necessità delle campagne ove non
c’era il forno pubblico e serviva per conservare a
lungo il pane che i contadini confezionavano a distanza
di 15 giorni o, addirittura, un mese.
In
Liguria serviva soprattutto ai marinai sulle navi ove il
pane non si poteva confezionare fresco ed occorreva
consumarlo biscottato.
Da
qui nasce, la prima e quasi incredibile, affinità anche
nel lessico.
«Mi
sono sempre domandato
–
prosegue il relatore
-
perché
da noi il biscotto bagnato e condito con olio, origano,
aceto, si chiamasse “a caponata” e una risposta non
me la sapevo dare, anche perché l’altra caponata
nota, fatta a base di melanzane, peperoni, sedano,
capperi, di nascita arabo-siciliana, è tutt’altra
cosa. Finalmente ho appreso che il nome ha origini
genovesi e trae spunto da una preparazione di pane
biscottato. Si tratta di questo: i marinai sulle navi
usavano per forza di cose, il pane biscottato e, per
renderlo più appetitoso, prima lo ammorbidivano in
acqua e poi lo insaporivano con olio di oliva, capperi,
acciughe sotto sale, aceto chiamavano questa
preparazione “capponada”,la cui denominazione prendeva spunto dalla più
elaborata pietanza “u cappun magru”, ossia il
cappone magro, una ricetta sempre a base di pane
biscottato ammollato ma arricchita da molte altre
verdure e pesce, così detta per sottolinearne da una
parte la bontà e dall’altra l’assenza di carne.
Ora, tra la “capponada” ed il nostrale “biscottu a
caponata” le differenze sono veramente minime per cui
deve necessariamente ritenersi che o noi l’abbiamo
appreso dai marinai genovesi o loro da noi: da qui non
si scappa. Io, ovviamente, propendo per la prima ipotesi».
Un
altro punto di contatto, in questo caso però solo nel
lessico, è il termine buridda, che in Calabria
è pervenuto direttamente dalla Francia senza passare
per Genova, ma solo ilnome nel significato di stoviglia mal lavata,
mentre in Liguria è giunta dalla vicina Provenza anche
la pietanza a base di uova e di pesce che,
effettivamente, lascia nei piatti adoperati a contenerla
un puzzo molto sgradevole.
A
proposito di pesce stocco è opportuno partire d
un’osservazione preliminare: nonostante il mar ligure
sia (era) un mare molto pescoso ed il pesce fresco si è sempre trovato in grande
abbondanza, i liguri hanno fatto notevole uso del
merluzzo essiccato o salato perché l’unico con il
quale si potevano riempire le cambuse delle navi che
solcavano i mari con navigazioni che duravano lunghi
mesi.
Va
pure osservato che in Liguria, contrariamente all’uso
invalso da Roma in su, si tiene ben distinto lo
stoccafisso dal baccalà, perché, sebbene si tratti
dello stesso pesce all’origine (merluzzo dei mari del
nord) viene conservato in modo completamente diverso:
essiccato il primo, salato il secondo,e, naturalmente,
il sapore è molto diverso.
Ma in Liguria, dove, come da
noi, c’è una cultura del merluzzo conservato, alla
distinzione ci tengono.
Non è per nulla escluso che in Calabria, (non necessariamente passando per
la vicina Messina) l’uso sia stato introdotto dai
Genovesi i quali avevano nei secoli scorsi frequenti
contatti con Reggio, tanto che il vessillo di S.Giorgio,
che doveva divenire l’emblema della nostra Città, è
tradizione che sia stato donato dai genovesi.
Come detto, l’uso del pesce essiccato o salato, a cagione della facile
conservazione, era molto in auge sulle navi fino ai
primi decenni del secolo scorso e quindi i Genovesi ne
facevano grande uso. Da tenere presente anche i
frequenti contatti tra Genova e la Piana di Gioia Tauro
per via del commercio dell’olio d’oliva di cui la
Calabria era una delle principali produttrici in Italia
e Genova il principale luogo di raffinazione e
commercio.
Le
preparazioni liguri del merluzzo conservato di uso
popolare sono molto simili alle nostre.
Ad esempio lo
“stocche brand de cujun” non
è altro che il nostro “piscistoccu a nsalata chi
patati” mentrequello che prendono il nome di stoccafisso a tocchetto o a “
buridda” e di “stocche
accomoudou alla genovese”, somigliano
incredibilmente (salvo alcune aggiunte che lo
arricchiscono) al nostro “piscistoccu a trappitara”.
Le frittelle di baccalà alla spezzina sono in tutto e
per tutto uguali alle nostre omologhe frittelle di
baccalà.
Nel
campo delle
verdure i nostri “sciurilli ca pastetta” hannouna perfetta simmetria nei “fiori di zucca
fritti” che ho trovato a Nizza insieme alle
verdure ripiene di mollica (pomodori, peperoni,
zucchine, melanzane, etc) che sonotutte pietanze popolari in Liguria e prendono il
nome di “ripieni all’antica”.
Qui entra in
campo la cucina mediterranea con le sue preparazioni a
base di ortaggi e saporite fritture: è chiaro che a
colture simili debba corrispondere una cucina, almeno
per certi aspetti, non molto diversa.
Una
notazione: la Liguria era, fino a non molti anni or
sono, l’unica regione settentrionale che conoscesse la
melanzana quale ingrediente usuale della sua cucina.
Un
altro punto di contatto tra la gastronomia delle due
regioni che mi sento di evidenziare è l’uso del
capretto e dell’agnello che in Liguria si arricchisce
di numerose preparazioni.
Per
concludere non possiamo non parlare di una pietanza che
da noi porta il nome di “genovesa” o di “carne
alla genovese”. Pare che questa preparazione sia
approdata in Calabriapassando per Napoli e li sia giunta da Genova
introdotta da alcuni cuochi genovesi che avevano aperto
le loro botteghe al molo grande del porto dove
preparavano grandi quantità di carne che poi
smerciavano direttamente agli avventori ed aimarinai in transito. Possiamo ritenere questa
pietanza abbastanza vicina a quella che a Genova prende
il nome “toccodi carne alla genovese”
ed èuna
delle poche pietanze a base di carne di manzo dalla
Liguria. Certamente la pietanza, scendendo al Sud, ha
cambiato molto i suoi connotati, è divenuta più
semplice e più appetitosa, ma è connotata, come la
consorella ligure, dal colore particolarmente scuro che
prende il sugo col quale si usa condire la pasta.
L’intervento
di Gianni Aiello si è basato su vari elementi di
carattere
storico-culturali che hanno caratterizzato il percorso
delcantautore
genovese e dell’intera area del Mediterraneo,
sottolineandone il “suo destino comune” come fece Fernand
Braudel nel 1985.
Quindi
«Un omaggio al poeta del
Mediterraneo,
- ha
esordito il relatore -certo, per nulla retorico,
un Mediterraneo che è un
contenitore non solo di diverse culture ma anche di guerre,
dolori, sogni, paure, utopie: da qui il sottotitolo
della manifestazione “Popoli e Culture nel
Mediterraneo”.»
Gianni
Aiello trattato anche gli aspetti delle sue
conflittualità, basandosi su fatti storici che hanno
visto contrapposto l’area islamica
a quella occidentale , come ad esempio nel periodo delle
crociate, il colonialismo, i conflitti politico
territoriali che ancora oggi interessano, purtroppo, alcune zone del
bacino.
E’
stata analizzato
il Mediterraneo evidenziandone le pertinenze
storiche-culturali ereditate dal passato e che hanno
avuto una loro crescita con i commerci, gli scambi sia
essi culturali, commerciali, sociali che politici e di tutto ciò ne sono
valide testimonianze
che offrono validi esempi di ricerca e di riflessione la
storia dell'antica Grecia, quella dell'antica Roma, ma
anche di quelle di altre civiltà che se pur distanti
ebbero il modo di sviluppare la circolazione di idee e
scoperte culturali tra le varie comunità dell’area
del Mediterraneo.
Gianni
Aiello ha posto una serie di interrogativi basati su
cosa sia rimasto della civiltà mediterranea del passato
e secondo lo steso relatore ciò che si è ereditato sul
piano intellettuale ha origine nel mondo ellenico come la logica e la
ragione della filosofia greca e quello trasmesso sul
piano politico dalla comunità romana come il diritto e
la forma politico-territoriale dell'impero romano; ma
anche tutto ciò che riguarda la sfera del mondo
spirituale, come le religioni monoteistiche che poggiano
i loro fondamenti sui testi sacri, quali la Bibbia, i
Vangeli e il Corano.
L’altro
quesito posto dal relatore è di cosa sia rimasto
realmente attuale ed attuato di quel glorioso passato e che
cosa trova applicazione attualmente : da questa domanda Gianni Aiello ha
menzionato la citazione di Giovanni Pascoli“…
questo è il luogo sacro dove le onde greche vengono a
cercare le latine…”aggiungendo
che oltre al punto d’incontro di tali civiltà, questo
è anche“…
il luogo delle città morte…”,
non solo perché non più abitate ma anche
perché“morte” anche per la mentalità, i
compromessi,
i tradimenti, le utopie mai realizzate, promesse non
mantenute.
Un
Mediterraneo, un Mezzogiorno che si identificano
e che si riconoscono nei testi del dettato
letterario di Fabrizio De Andrè :i vinti, gli eterni sconfitti, un
territorio
dove fatalità, ipocrisia,
tradimenti, mentalità, si scontrano con un
utopia di campanelliana memoria.
Gianni
Aiello adesso pone l'attenzione sui tratti
somatici di
questi "miserabili", - domandandosi
e chiedendo in modo provocatorio ai presenti a
pesare ed a ricordare i vari Masaniello, i capi
popolo, succeduti nel tempo e che poi, messi
da parte, per aver
quasi indignato un certa mentalità chiusa ed
ostile ai cambiamenti, ancorata ai compromessi
che si trovano in Leonardo Sciascia, Tommaso
Campanella dove i“...ed i suonatori, pagati, addolcivano il
sonno infame…”Giovanni Verga, Nicola
Giunta
La
relazione è un continuo susseguirsi di note storiche,
citazioni,versi
estrapolati dalle canzoni di Fabrizio De Andrécome quelle di "Don
Raffaè”dove vi sono
presenti altri “tratti somatici” di gente
bisognosa che si rivolge alpadre-padrone che da udienza a chi, suo malgrado,
fa parte di quella schiera di “disperati”…e quanti padri-padroni ha avuto il Mezzogiorno
con lo scorrere del tempo o il cambio di casacca?
I
disperati delle rivolte, delle rivoluzioni, anche di
quelle mancate, da Tommaso Campanella, ai fatti del
1799, a quelli di Caulonia, Avola, Battipaglia, Reggio,
ad altre rivoluzioni mancate come quelle de “La
domenica delle salme”dove in un panorama triste e
apocalittico viene soppressa ogni forma di resistenza e
vengono imposti “sorrisi” atti a sopprimere,
eliminare l’ennesima speranza utopica, non importa come essa si
chiami.
Ma
lo scenario della canzone - evidenzia il relatore -
è temperato dal
messaggio positivo finale che vede rinascere la lotta
sotto forma di cicalio fastidioso che si estende per
tutta la nostra penisola … da Palermo ad Aosta:
”Adesso non c'è
nessun tipo di risposta unitaria da parte di chi subisce
il potere, nessuna protesta come accadeva anni addietro.
Il popolo non si esprime più in maniera collettiva e la
sua protesta è come un coro di cicale”Fabrizio
De Andrè
.
Nel
suo intervento, Gianfranco Cordì,
responsabile della sezione “cinema“ del
circolo culturale “L’Agorà”, ha messo
in luce i motivi filosofici ed umani che
stanno dietro alla figura intellettuale ed
artistica del cantautore Fabrizio De Andrè.
Cordì
ha cominciato parlando di un episodio
verificatosi nell’adolescenza del giovane
Fabrizio De Andrè.
Accadde
che un suo professore di religione, chiamato
Don Brillo,
leggesse un passo del filosofo
Kierkegaard nel quale si faceva il paragone
fra Gesù e Socrate con riferimento
alle loro morti. Alla fine di quella lettura
il giovane De Andrè si avvicina a Don Birillo
e gli
confessa che lui, pur non essendo credente, ha
sentito parlare quel giorno di un Gesù “
che gli piace”. De Andrè, ha detto Cordì,
ama il Gesù di Kierkegaard perché è un Gesù
umano. Vede in lui quel singolo essere umano
messo di fronte alla propria condizione di
uomo. Così, quello che a lui interessa, è
l’umanità delle situazioni.
La sua arte sarà
fatta di questo ed anche le sue scelte
personali e politiche.
Il
fatto che abbia aderito all’anarchismo
individualista vuol dire proprio questo: per
gli anarchici individualisti, infatti, quello
che conta è l’individuo umano. L’essere
umano che si pone davanti alla società ma che
rimane, pur sempre, un singolo, esso stesso,
con le sue prerogative e le sue
esigenze.
Quell’essere umano è la base di
partenza di De Andrè nel considerare anche
gli avvenimenti politici del suo tempo.
E per
questo egli leggerà tutti gli anarchici
individualisti: Stirner, Malatesta e Bakunin.
La sua anarchia sarà quella terra di nessuno
nella quale gli esseri umani sono solo se
stessi e nient’altro che se stessi.
Le
canzoni che De Andrè scriverà poi saranno
piene di questa esigenza e saranno anche delle
canzoni che celebreranno questi ideali.
Le sue Marinelle, Bocche di Rosa, i suoi Andrea sono
dei singoli esseri umani posti di fronte alla
loro condizione esistenziale di esseri nel
mondo. De Andrè li porrà sulla scena con
l’alto grado della sua umanità di artista.
E li vedrà sempre come dei casi particolari
in cui si declina l’umano e l’umanità.
Quell’originaria
lezione di Don Brillo gli rimarrà sempre in
mente.
E
quel Kierlegaard sarà sempre nel suo cuore a
caratterizzare la tragedia ed il dramma e la
speranza di una condizione che si perpetua la
stessa per ogni uomo.
L’essere
umano messo di fronte alle sue responsabilità
ed alle sue scelte.
Quando
canterà Marinella , De Andrè canterà in
realtà solo Marinella, la sua tragedia di
donna su questo mondo.
La
radice esistenzialistica verrà declinata
nell’anarco sindacalismo nelle scelte
politiche e sarà portata alle estreme
conseguenze in una vita che sarà
contrassegnata da una coerenza quasi assoluta.
Infatti, de Andrè non accetterà mai i
privilegi di classe della sua condizione di
borghese.
E devolverà parte degli incassi dei
suoi concessi alle associazioni anarchiche.
Segni, questi, di una coerenza dovuta ad una
scelta di vita alla cui radice c’è comunque
l’uomo.
Quell’uomo che Kierkegaard gli
aveva insegnato a considerare per quello che
era. Cordì ha concluso il suo intervento
ricordando che De Andrè ha pagato anche a
livello personale le sue scelte così
radicali. Con un sequestro e con una
lontananza dai mercati discografici
tradizionali.
De Andrè ha anche vissuto quasi
in esilio in Sardegna.
La sua vita è stata la
conferma di quanto l’uomo fosse importante
per l’artista.
Quell’uomo
conosciuto da De Andrè nei bassifondi di
Genova e mai dimenticato. La sua vita è stata
l’espressione di una coerenza pagata a caro
prezzo ma anche portata avanti con dignità.
La
relazione di Vincenzo Foti si è basata
sulla
formazione artistica di Fabrizio De André trova le sue radici nella
frequentazione di cantautori francesi degli anni ’60, come Jacques
Brel e soprattutto Georges Brassens.
Ascoltando le canzoni,
studiando i testi, il giovane De André – fin dall’adolescenza
appassionato di musica country e jazz – comincia ad
appropriarsi
dei motivi essenziali di quella straordinaria “commedia umana”
che lo porterà ad abbracciare le idee del movimento anarchico.
Questa visione del mondo ha permesso al carattere,
all’inquietudine esistenziale di Fabrizio di trovare il giusto
orizzonte di libertà e gli ha consentito via via di affrancarsi
dalle ideologie, dai preconcetti e da tutto ciò che gli appariva
come sovrastruttura, falsità, ipocrisia.
De
André aveva capito che gli emarginati, il più delle volte,
riescono a sperimentare la solidarietà e l’autenticità in un
modo impensato, spesso meglio delle persone considerate
"normali".
E rivedeva i protagonisti delle canzoni di
Brassens nei vicoletti della sua Genova, dove approfondiva la
conoscenza di quelle figure – prostitute, omosessuali, ladruncoli,
delinquenti comuni – che avrebbero poi trovato redenzione nelle
sue canzoni.
Fabrizio era ancora ragazzino quando, nel dopoguerra,
scorrazzava con gli amici per le "vie del campo", in un
ambiente così diverso da quello d’origine: si addentrava
nell’eterna disperazione, nel cuore di un’umanità derelitta,
affamata, avvilita dalla miseria eppur capace di rassegnazione e
dignità.
Proprio nei “carruggi”, De André ha imparato il
rispetto e la comprensione verso il lato tragico della condizione
umana, con tutte le sue debolezze e contraddizioni: da qui nasce
quel cantare con dolcezza storie drammatiche ma poeticissime, che
ancora oggi toccano nel profondo l’animo dell’ascoltatore più
attento e sensibile.
Sul
piano musicale, Fabrizio De André ha il merito di aver amalgamato
le tre tendenzefondamentali
europee del valzer, della giava e della tarantella in un suo stile
proprio, riviste, corrette e adattate con una straordinaria abilità
e con un gusto assai singolare.
Il suo modo di cantare era unico:
quella voce calda, avvolgente, pastosa, a tratti carica di
un’irresistibile ironia, se da un lato ricorda Domenico Modugno e
Luigi Tenco, dall’altro brilla invece di luce autonoma, sempre
scandendo le parole con esattezza, quasi Fabrizio avesse il timore
di inciampare nella pronuncia.
Per inciso, è questa la ragione per
cui la maggior parte delle canzoni di De André, con la loro metrica
ricca e serrata, risultano di difficile esecuzione anche per i
musicisti professionisti.
La solida preparazione strumentale –
certamente il più bravo in chitarra classica fra quelli della sua
generazione – l’innato senso del ritmo e la passione per i
generi musicali emergono fin dalle prime esibizioni.
Un ulteriore
motivo del successo di De Andrè risiede nell’intelligente metodo
di lavoro. De André sapeva scegliere bene i propri collaboratori,
ricercati di volta in volta fra i più accorti e valenti dei
musicisti, arrangiatori, compositori, direttori d’orchestra.
Fra
quelli che hanno lavorato con lui ci sono Giampiero Reverberi, Mauro
Pagani, Nicola Piovani, Massimo Bubola, Francesco De Gregori, Ivano
Fossati e, naturalmente, i componenti della Premiata Forneria
Marconi.
I
vari personaggi come i diversi, i deboli, che si
sono susseguiti nelle tematiche narrative di Fabrizio De
Andrè hanno indotto gli organizzatori a sentire più
vivo il messaggio del cantautore genovese, quindi la
nascita di una collaborazione con il Dipartimento
dell’Amministrazione Penitenziaria
Provveditorato Regionale della Calabria per
costruire un ponte con un mondo che spesso ed
a torto vieneidentificato conquel luogo in cui rinchiudere e isolare
immigrati ed emarginati .
Le restanti
giornate della manifestazione hanno avuto luogo
presso
la Casa Circondariale
di Reggio Calabria e presso l'Istituto Sperimentale di
Laureana di Borrello, dove è stato letto
un documento, stilato
dal
Presidente della Fondazione "Fabrizio De Andrè".
Lo
stesso evidenzia la valenza della manifestazione
ed il suo alto significato sociale e culturale,
proprio per la scelta effettuata dal sodalizio
reggino nell'organizzare la manifestazione in
quei luoghi, come sottolinea la Signora Dori
Ghezzi De Andrè, presidente della Fondazione.
Nel
corso della manifestazione tenutasi presso la struttura
di Reggio Calabria, vi è stata una sentita
partecipazione degli ospiti di quella Casa circondariale
e da parte del Presidente e dai componenti del Direttivo
del sodalizio organizzatore che hanno intervallato gli
interventi musicali di Alessio Gatto.
Il
giovane reggino ha avuto modo di
esibirsi, mostrando la propria maturità artistica e
sensibilità, colloquiando con il pubblico ed offrendo
loro un momento di svago, che è stato abbastanza
gradito dagli stessi che hanno voluto ringraziare il
giovane artista.
Sono
intervenuti, fra gli altri, educatori della stessa
Struttura ed il cappellano
dell'istituto penitenziario ha
voluto prendere parte all'iniziativa esibendosi
con due classici quali "Mamma" e "O
sole mio", inutile dire che le stesse hanno
lasciato un pò di emozione tra i presenti che
hanno richiesto, in modo garbato anche
l'esecuzione di alcuni classici di musica
calabrese, siciliana e napoletana, esibendosi
anche loro sotto il palco ed accompagnati dal
giovane artista reggino che ha inserito nella sua
performance degli omaggi musicali allo scomparso
cantautore cui è tributata la manifestazione.
In
conclusione della manifestazione i ringraziamenti sono
stati anche esternati dagli ospiti della struttura
stessa cha hanno chiesto, ove possibile ed in un futuro
prossimo, altre manifestazioni del genere quali momenti
di autentica socializzazione e scambi di idee con
l'esterno.
La
terza giornata si è svolta presso l'Istituto Sperimentale di
Laureana di Borrello con la partecipazione dei responsabili della
stessa Struttura ed anche di numerosi e qualificati invitati.
Anche
in questo caso vi è stata una sentita partecipazione da
parte degli ospiti alla manifestazione che hanno
particolarmente gradito lo spettacolo offerto.
Si
è assistito all'esibizione di Moreno Franzè e di
Alessio Gatto che hanno sostenuto una buona
performance offrendo ai presenti momenti di
autentica emozione, visto anche il modo con cui
sono stati eseguiti i pezzi, particolarmente
graditi dai presenti.Una
seconda edizione di notevole successo sia organizzativo,
sia per quanto riguarda le presenze ma anche perché è
emerso dalla
stessa quel lato di umanità che, forse
risulta nascosto dalla "continua corsa" del
vivere quotidiano, dove i rapporti umani sembrano non
esistere, quasi sopraffatti dagli interessi e che si
sono visti riemergere e materializzarsi proprio nel corso delle tre
giornate.