formule magiche col nobile intento di farci
star bene in salute e mantenerci in forma. I conduttori
dopo le loro apparizioni diventano subito gastro-star.
Dal video alla carta stampata il passo è breve.
Pubblicati i loro libri occupano i primi posti nelle
classifiche delle opere più vendute. Di questi ricettari
e dei loro autori non si parlerà più fra qualche anno,
mentre siamo qui a ricordare ad un secolo e passa di
vita “L’Artusi”, un libro entrato non solo nella maggior
parte delle famiglie italiane, ma a pieno diritto nella
Storia della Letteratura. Prima di lui solo due autori
che si sono occupati di gastronomia hanno avuto un posto
nelle rispettive letterature.
Il primo è Marco Gavio
Apicio, autore del “De re coquinaria libri decem” nato
nel 25 a.C. e del quale autori come Tacito, Plinio e
Seneca ci parlano con abbondanza di particolari.
Seneca
lo rimproverava di “infettare il secolo con la sua
dottrina” e di attirare quei giovani che mentre prima
frequentavano scuole di filosofia e di retorica ora si
accalcano alle scuole di cucina dove si parla di
raffinate ricette per cuocere la selvaggina, i pesci più
pregiati, le salse più sofisticate. Ricco gaudente e
buongustaio, si suicida dopo esser caduto in povertà.
Il secondo appartiene alla
letteratura francese: è Anthelme Brillat-Savarin ,
autore della Fisiologia del gusto ovvero Meditazioni di
gastronomia trascendente, pubblicato nel 1825, senza
firma.
Aveva il timore che quel libro” leggero “ potesse
apparire in contrasto con la sua toga di Consigliere di
Cassazione .
A rigore la Fisiologia è solo in parte un
libro di cucina.
Le ricette sono poche, ma si parla di
chimica, fisica, scienza medica, psicologia e ricordi di
viaggio. Più tardi Baudelaire definirà questo testo
straordinario un “falso capolavoro” perché dava poco
spazio al vino. In quel tempo la cucina francese
dominava in Europa, grazie anche al suo grande
teorizzatore, uno dei più grandi cuochi di tutti i
tempi: Marie-Antoine Carême , che si ribattezzò Antonin.
Esercitò solo presso privati e tutti- compresi
imperatori e re- gli riconobbero eleganza, creatività e
genialità».
Ma torniamo al nostro Artusi e alla
sua Scienza in cucina .
Il libro fu pubblicato
dall’allora settantenne autore nel 1891 a proprie spese
in mille copie e si arricchì di nuove ricette fino alla
14° edizione del 1911.
L’ultima ne presenta 790 tutte
sperimentate dall’autore.
Dal matrimonio non fu mai tentato: “sono i voti indissolubili dogmi del Medioevo, obblighi
contro natura che non hanno più ragione d’essere
nell’ambiente razionalista e di progresso in cui ci
troviamo”.
Ogni mattina andava a fare la spesa
al mercato con i fedeli cuochi Marietta Sabatini e
Francesco Ruffilli, che divennero ricchi dopo la morte
del padrone incassando i guadagni per i diritti
d’autore. Nominò erede degli altri suoi beni il
municipio di Forlimpopoli con l’incarico di costruire
una casa di riposo per i poveri.
Istituì, per
testamento, un premio in favore di quel suo concittadino
che sarebbe diventato entro il 1961 ministro di stato o
generale d’armata del nostro esercito.
La prima edizione dell’opera –caso
unico nella storia della gastronomia- è dedicata ai suoi
due gatti Sibillone e Biancani “ due dei miei migliori
amici dalla candida pelle”.
Nato a Forlimpopoli nel 1820 unico
maschio sopravvissuto tra tante sorelle, fece studi
classici e a Firenze fondò una banca da cui trasse forti
guadagni.
I suoi studi letterari lo portarono
a scrivere una vita di Foscolo e un saggio su Giuseppe
Giusti. L’episodio decisivo nella vita del nostro fu
quando, nel 1851, un brigante, Stefano Pelloni detto Il
Passatore (sì, proprio quello definito dal Pascoli
cortese, re della strada re della foresta nella sua
poesia Romagna), prese di mira la casa dove vivevano
Agostino Artusi, droghiere, la moglie Teresa, le figlie
e l’unico maschio,Pellegrino.
Aperta la porta il capo
famiglia svenne dallo spavento vedendo irrompere il
Passatore con i suoi accoliti. La madre fu presa a
pedate; Pellegrino perse i sensi per i colpi ricevuti
con le pistole. Una sorella ebbe rotta la testa;
un’altra, Gertrude che il fratello definisce “bella e di
lineamenti delicati e gentili” fu “ manomessa e
contaminata” per usare il linguaggio eufemistico di
Pellegrino.
Dopo gli abusi subiti dai briganti fu
ricoverata in manicomio dove visse fino alla morte. La
famiglia, dopo questi avvenimenti si trasferì a Firenze
dove, dopo la morte della madre, toccò a Pellegrino
occuparsi delle due sorelle desiderose di trovare
marito.
Chi ha provato – scrive- che cosa sia l’aver
zitellone in casa saprà dirmi che tormento sia poter
tollerarle. Il problema del matrimonio fu comunque
risolto fornendole di una ricchissima dote.
Così Artusi
poté finalmente fare la vita desiderata: frequentare
biblioteche e conferenze, scrivere i due libri
sopraccitati –due autentici fallimenti – come lo stesso
autore ammise mettendo in guardia i suoi lettori: “Dio
vi salvi dagli sbadigli”.
Decise allora di vendicarsi di
quei circoli letterari che lo avevano snobbato e iniziò
a concepire l’idea dell’opera che gli diede la fama.
Attenzione al titolo: La Scienza in cucina, l’Arte di
mangiar bene, Manuale pratico per le famiglie. Dove,
come scrive Piero Camporesi, la scienza, attraverso la
mediazione dell’arte diventa pratica, componendosi così
quel triangolo cucinario di cultura, invenzione ed
esperienza che trova l’identico corrispettivo nell’altro
triangolo i cui vertici sono dati da igiene (scienza),
economia (pratica), buon gusto (arte).
La Scienza in cucina va pertanto
letta come omaggio al diffuso positivismo del tempo;
l’Arte di mangiar bene conferma che la cucina è
fantasia, invenzione.
Le prime pagine trattano della
nascita del libro, dei principi igienici, delle doti
necessarie per fare una buona cucina. La storia del
libro somiglia a quella di Cenerentola, racconta
l’Autore.
Avendo ospite un giorno il professore
Francesco Trevisan, gli chiede un parere sul suo lavoro
culinario. Avendo in risposta la brutta sentenza: questo
è un libro che avrà poco esito. Avvilito offrì il
ricettario ad una casa editrice fiorentina (Barbera),
invitando a cena i proprietari.
Uno di loro,pur apprezzando le
ricette ebbe a dire :” Se il suo lavoro l’avesse fatto
Donej, (il primo ristorante di Firenze di fama
internazionale) se ne potrebbe parlare sul serio “.
Meritandosi l’arguta risposta di Pellegrino: “Se
l’avesse compilato Donej, nessuno capirebbe nulla,mentre
con questo manuale pratico basta si sappia tenere un
mestolo in mano, che qualche cosa si annaspa”. Poi una
stoccata agli editori di allora (e forse di sempre ) .
Gli editori generalmente non si curano più che tanto se
un libro è buono o cattivo ,utile o dannoso, per essi
basta, onde poterlo smerciare facilmente che porti un
nome celebre o conosciutissimo, perché questo serva a
dargli la spinta e sotto le ali del suo patrocinio possa
far grandi voli.
Un’altra mortificazione subita fu
quando il nostro autore contribuì con due copie del
libro ad una fiera di beneficenza. Non l’avesse mai
fatto-racconta- perché mi fu riferito che quelli che le
vinsero invece di apprezzarle le misero alla berlina e
le andarono a vendere al tabaccaio.
Ma fu un nome allora
celebre a “sdoganare” il libro. Paolo Mantegazza,
antropologo, patologo,igienista, sessuologo definì il
testo “l’opera migliore che offre su quest’argomento la
nostra letteratura” e ancora “non soltanto un libro di
cucina e d’igiene, ma anche un’opera d’arte”.
L’autore in quella che chiama
Prefazio con stile scanzonato e beffardo avverte che “la
cucina è una bricconcella; spesso e volentieri fa
disperare, ma dà anche piacere, perché quelle volte che
riuscite o che avete superata una difficoltà, provate
compiacimento e cantate vittoria”.
Rallegrandosi che,
per sua fortuna pochi lo abbiano mandato a quel paese
per imbarazzo di stomaco o per altri fenomeni che la
decenza gli vieta di nominare. È noto che fra sette e
ottocento nasce un vero interesse per la scienza
dell’alimentazione e s’incomincia a parlare di
fisiologia della digestione, assorbimento intestinale,
metabolismo.
Viene scoperta l’importanza dei cibi
contenente ferro per gli anemici; dei cibi proteici;
della distinzione degli alimenti in proteine,
carboidrati e grassi; del metabolismo epatico dello
zucchero e del glicogeno nella produzione di energia.
L’Artusi ostenta le sue conoscenze scientifiche oltre
che degli aforismi della medicina ippocratica e della
scuola salernitana, dopo essere stato promosso come
autore”igienista” dal grande Paolo Mantegazza .
Ed è per questo che prima di
elencare le ricette introduce alcune norme d’igiene, per
poi chiudere il libro con un capitolo intitolato” Cucina
per gli stomachi deboli, la quale pare sia venuta di
moda”. Suo questo straordinario ritratto degli
ipocondriaci:”Questi infelici ipocondriaci, che altro
non sono, meritano tutto il nostro compatimento
imperocché non sanno svincolarsi dalle pastoie in cui li
tiene una esagerata e continua paura e non c’è modo a
persuaderli, ritenendosi ingannati dallo zelo di coloro
che cercano di confortarli.
Spesso li vedrete con
l’occhi torvo e col polso in mano gettare sospiri,
guardarsi con ribrezzo allo specchio e osservare la
lingua; la notte di soprassalto balzar dal
letto,spaventati per palpitar del cuore in sussulto.
Il
vitto per essi è una pena, non solo per la scelta dei
cibi, ma ora temendo di aver mangiato troppo stanno in
apprensione di qualche accidente, ora volendo
correggersi con astinenza eccessiva, hanno insonnia la
notte e sogni molesti…per questi tali non c’è medicina
che valga e un medico coscienzioso dirà loro:
divagatevi, distraetevi, passeggiate spesso all’aria
aperta per quanto le vostre forze il comportano,
viaggiate se avete quattrini e guarirete”.
Altri
precetti riguardano il vestiario: alle mamme consiglia
di vestir leggieri i bambini, al primo fresco non
esagerare nell’indossare altri indumenti e
all’avvicinarsi della primavera consiglia a tutti di
rispettare il seguente proverbio:
Di aprile non
ti alleggerire
Di maggio vai
adagio
Di giugno getta
via lo cotticugno
Ma non lo
impegnare
Ché potrebbe
abbisognare.
Per colazione alla mattina una tazza
di caffé nero con un crostino imburrato, o il caffè col
latte, oppure la cioccolata. Durante il pranzo si può
scialare solo d’inverno, perché col caldo si richiedono
alimenti leggieri. Consiglia la carne per digerire
meglio e di non bere troppa acqua durante il pasto
contrariamente a quanto consigliato dagli igienisti. (In
realtà si sconsiglia di bere acqua solo agli obesi in
quanto li porterebbe a mangiare di più).
I consigli artusiani proseguono rammentando il vecchio adagio della
scuola salernitana: Post prandium stabis et post cenam
deambulabis. Ricorda che la prima digestione si fa in
bocca per cui è necessario curare e conservare il più
possibile i denti.
L’uso dei liquori è da evitare; solo
d’inverno è permesso un qualche leggero poncino di
cognac. Mai lasciarsi vincere dal vino. Chiude la serie
delle norme igieniche la citazione di due proverbi.
Il primo inglese:
Coricarsi presto ed alzarsi presto
Fanno l’uomo sano,
ricco e saggio.
Il secondo francese:
Alzarsi alle sei, far colazione alle dieci
Pranzare alle
sei,coricarsi alle dieci,
Fa vivere l’uomo dieci
volte dieci.
Nella cucina per gli stomachi deboli
che chiude l’elenco delle settecentonovanta ricette
,scopriamo un Artusi più prudente, che si affida
all’esperienza e che valuta le parole. Riconosce che lo
stomaco è un viscere capriccioso, che ad esso conviene
l’uso e anche l’abuso del latte. Il brodo deve essere
sgrassato, il più confacente è quello di pollo, di
castrato e di vitella.
Evitare di mangiare fuori dai
pasti e troppi dolciumi. Poi però, contraddicendosi,
consiglia una serie di ricette dove compaiono salse,
uova, carne,dolci, gelati ed anche le fritture di
cervello,animelle, coratella e granelli (testicoli di
montone, passati nell’uovo sbattuto poi in padella,
sottolineando che “ hanno un gusto come di animelle” ma
più gentile ancora”.)
Un breve excursus ora sulle
invenzioni, sulle divagazioni, sui meriti, sui
suggerimenti di questo libro di cucina, sempre
presentati con tono ironico,pratico, senza darsi grandi
arie. Artusi è stato il primo a mettere in discussione
il predominio francese in cucina, sostenendo che “quella
italiana…può rivaleggiare con quella francese e in
qualche punto la supera”.
Con questo testo l’Italia
rivendica per la prima volta una autonoma gastronomia.
Fu il nostro autore ad imporre gli gnocchi di patata.
Giunte in Europa dall’America, le patate erano oggetto
di opposte opinioni. Per alcuni questo tubero aveva
effetti miracolosi: favoriva la fecondità ,guariva dalla
tisi.
Per altri favoriva la lebbra, era velenoso e
mangiarlo perfino peccaminoso. Ancora ai primi
dell’ottocento non c’è traccia di un vero uso in cucina
di piatti a base di patata.
Tanto è vero che proponendo
l’insalata di patate sente ancora il bisogno di
giustificarsi. Benché si tratta di patate- scrive- vi
dico che questo piatto nella sua modestia, è degno di
essere elogiato.
Fu ancora il nostro a mettere la salsa
di pomodoro (distinta dal sugo) sugli spaghetti e a
fissare la sua composizione: cipolla, aglio, sedano,
basilico, prezzemolo,olio, sale il tutto unito ai
pomodori. Un’altra rivalutazione: le melanzane, che egli
chiama petonciani secondo l’uso toscano.
Già le
condannava l’etimologia: mala insana, frutto insano.
Mentre il petonciano, egli dice è un ortaggio da non
disprezzare per la ragione che non è ventoso, né
indigesto.
Erano tenuti a vile come cibo da ebrei, i
quali dimostrerebbero in questo come in altre cose di
maggior rilievo, che hanno avuto buon naso più dei
cristiani.
Artusi non vuole apparire
campanilista e provinciale. Prima di descrivere la
ricetta dei krapfen, dice che ha sì un nome di
tedescheria, ma bisogna andare in cerca del bello e del
buono in qualunque luogo si trovino; ma aggiunge “per
decoro di noi stessi e della patria nostra non imitiamo
mai ciecamente le altre nazioni per solo spirito di
stranieromania “.
Lo stesso per lo strudel. Non vi
sgomentate –annota- se questo dolce vi pare un
intruglio nella sua composizione e se dopo cotto vi
sembrerà qualcosa di brutto come un enorme sanguisuga, o
un informe serpentaccio, perché poi al gusto vi piacerà.
Entrano a far parte di questo ricettario la maionese, il
vol –au- vent, la bouche des dames, le bisquit, les
brioches, Roast- beef, il plume-cake.
Non vi entrerà il panettone di
Milano, ma quello di Marietta ,la sua cuoca. C’è perfino
il cuscussû, “ piatto di origine araba che i discendenti
di Mosé e di Giacobbe hanno portato in giro per il
mondo. La ricetta , avverte si deve alle gentilezza di
due israeliti. Alla fine poi si pone e anticipa due
dubbi : perché tutto quell’olio, e sempre olio per
condimento?
E poi :”il merito intrinseco di questo
piatto merita l’impazzimento che esso richiede?” La
risposta è salomonica: può piacere anche a chi non ha il
palato avvezzo a tali vivande.
Abbiamo già sottolineato come tra i
pregi dell’opera siano gli aneddoti inseriti nelle
ricette.
Ma, in una, quella del pavone arrosto il gusto
della divagazione gli prende la mano. Dopo aver parlato
della bellezza del pavone, di come Alessandro il
Macedone avesse comandato di non ucciderli, che poi
trasportati a Roma il primo a cibarsene fosse l’oratore
Quinto Ortensio, dimentica di indicare la ricetta
stessa.
In occasione di questo
centocinquantesimo anno dell’unità d’Italia, accanto a
veri o presunti Padri della Patria, fu inserito anche il
nostro Artusi come fautore dell’Italia unita, sulla scia
di quanto scritto da Piero Camporesi :” La Scienza in
cucina ha fatto per l ‘unificazione nazionale più di
quanto non siano riusciti a fare i Promessi Sposi.”
Qualcuno ha arricciato il naso
facendo notare, con qualche fondamento, che sono
presenti ricette francesi, inglesi, tedesche, mentre
poche sono quelle napoletane e siciliane. Pressoché
assenti quelle calabresi, pugliesi e del resto del sud.
Ma bisogna riconoscere che nei secoli precedenti e anche
durante il Risorgimento esisteva una cucina contadina
regionale, una dei ricchi e della nobiltà.
Le famiglie
povere mangiavano pane di granoturco, minestre con
mescolate polenta e legumi.
Il pranzo tipico della
borghesia e della nobiltà era costituito dal consommé
,antipasti,carne, gelato, dolci, frutta.
Borghese e
orgoglioso di esserlo, Artusi portò nella Scienza in
cucina la sua morale e l’impose a tutta la classe media
del tempo. Il suo intento era quello di far mangiare a
tutti gli italiani gli stessi cibi, volendo con questo
renderli uguali nel buon gusto nell’evitare gli sprechi
e le stravaganze.
Promuovendo una gastronomia basata
sull’igiene e sulla buona salute, riformò le tradizioni
precedenti e riuscì a unificare l’Italia a tavola.
L’uomo che non ha patria- scriveva
il Tommaseo- è l’uomo che non ha desinare. L’uomo che
non ha patria è l’uomo che va all’osteria. Il grande
merito dell’Artusi fu appunto l’aver dato una patria e
un desinare agli italiani.
Non a caso questo testo
resiste al tempo e i suoi insegnamenti rimangono in gran
parte validi. Un discorso a parte merita la lingua.
Artusi fu in questo intransigente, eliminando il gergo
della cucina usato fino ad allora, iniziando ad
uniformare i termini culinari, cancellando i modi di
dire regionali e dialettali.
La terminologia all’inizio
troppo fiorentineggiante, venne, nelle successive
ristampe del libro, revisionata fino a farla diventare
più conforme alla lingua della nazione.
Il testo si regalava all’epoca alle
giovani spose e si tramandava di madre in figlia oltre
ad essere presente in ogni biblioteca familiare.
Giovanni Papini ricorda che in casa
della zia esistevano tre soli libri: il messale, un
lunario e l’Artusi.
Col libro da Messa la vecchina si
poneva in rapporto con Dio e con i Santi, cioè col
Paradiso; col lunario seguiva le vicende delle stagioni,
dei pianeti e della luna, cioè con gli eterni ritorni
della natura; con “l’Arte di mangiar bene” provvedeva a
ben custodire il corpo, tempio provvisorio dell’anima.
L’insospettabile Giuseppe Prezzolini
gli dedica un intero capitolo del suo “l’Italia finisce
ecco quel che resta” e lo giudica una guida
indispensabile. In Italia ,sostiene, l’Artusi è
ricordato alla stessa maniera di Dante “Dammi l’Artusi”,
“Cercalo nell’Artusi “, “Cosa dice l’Artusi?”. L’opera è
un’autorità e un classico.
Anche per Giorgio Manganelli
fu la bibbia domestica dell’Italia umbertina, che la
consegnò alle successive età come libro esemplare.
Meglio dello stesso Manzoni, dotto e pedagogico, più
felicemente del sordido Cuore questo signore bene
educato……si stabilì nel cuore di migliaia di case, fu un
solitario e discreto commensale.
Un’ultima curiosità. Il nostro
autore compare in un romanzo giallo di Marco Malvaldi:
Odore di Chiuso.
Trasformato in detective, senza
rinunciare alle sue ricette e alla critica di altri
libri di cucina, risolve il giallo della morte per
avvelenamento di un maggiordomo di una nobile famiglia
proprietaria di un castello della Maremma toscana.