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A
distanza di
un anno dal precedente tentativo atto alla
discussione su di un periodo alquanto delicato della storia
italiana e poi annullato per volontà non dovute agli
organizzatori, finalmente si tratta l'argomento in questione
dal punto di vista storico-culturale come, tra l'altro, è
stata sempre intenzione del sodalizio reggino.
Il luogo
istituzionale è quello dalla Biblioteca Comunale "Pietro
De Nava" che ha già ospitato una serie di incontri,
organizzati dal Circolo Culturale L'Agorà in collaborazione
con il Comune di Reggio Calabria e della sopra citata
biblioteca, denominati "Pomeriggi Culturali": quindi Cultura
in funzione della Cultura.
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I lavori sono stati coordinati da Matteo
Gatto Goldestein che nel corso del suo intervento ha
ricordato alla platea che in Italia
dopo il 1968, a seguito di
vari fattori concomitanti e storicamente specifici
che vanno dalla industrializzazione su |
vasta scala all’urbanesimo
accelerato, emerge una domanda di partecipazione
significativa e di richiesta di riconoscimento da parte di
nuovi gruppi sociali che, nell’assetto istituzionale
prevalente, non ha trovato né poteva trovare inserimenti
adeguati e tempestivi.
«Il ’68 è, quindi,
un’esperienza di crisi, dice Matteo Gatto -
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caratterizzante una
duplice violenza. In primo luogo la crisi lacera,
divide, mina alle basi reali sociali stabiliti da
antica tradizione e, nel contempo ci obbliga a
guardare dentro, così obbligandoci a chiamare in
causa le verità ricevute, credute, ritualizzate ma
non viste. La vera validità del ’68, nel suo
complesso, consiste nella lotta contro
l’autoritarismo, contro quello accademico come punto
iniziale di scontro e, poi, contro le varie forme di
autoritarismo. Gli uomini del potere improvvisamente
hanno cominciato a traballare: per tanto tempo il
potere era stato da loro considerato quasi come un
oggetto di proprietà provata. All’improvviso,
con la nascita dei primi gruppi extraparlamentari,
questo potere già docile, sincero, apparentemente
definitivo, si scuote, diviene una prerogativa
labile, un attributo da meritarsi, da conquistare
ogni volta e girono dopo giorno, si avvia ad essere
da prerogativa personale, una funzione razionale
collettiva e tale status – a detta del relatore- fa
entrare in allarme gli uomini del potere».
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Il ’68 più che una
rivoluzione senza volto ha una serie di volti: il Vietnam,
la discriminazione razziale negli Stati Uniti, il
paternalismo di De Grulle e la sua grandeur; contro una
società centripeta, priva di reale opposizione, mistificata
e manipolata dai giornali alla “Springer”, nella Repubblica
Federale tedesca; contro una democrazia in pericolo di
trasformarsi in gerontocrazia, dal ricambio politico quasi
inesistente e dominata da fratture di classe sempre più
gravi dietro un pluralismo apparente, fondato
sull’emarginazione più che sulla partecipazione, in Italia.
Il ’68 è stato
indubbiamente una protesta forte, decisamente
anti-autoritaria, ma la protesta non ha saputo trasformarsi
in progetto, in quanto incapace di
trasformarsi in proposta, si è rovesciata in impotenza
divenendo frustrazione di masse, costruendo le premesse
della disperazione sociale, dell’aggressività e della
violenza diffusa.
Il relatore fa
anche un riferimento anche all'ambiguità di quella tragedia
italiana che si pose al bivio
tra il sacrificio ed il
perdono: Aldo Moro, quando pensava di
avere salva la vita, scriveva dalla “prigione del popolo”
che le Brigate Rosse ed i suoi sequestratori erano generosi,
che li perdonava e che, una volta libero, si sarebbe dimesso
dalla Democrazia Cristiana di cui era presidente.
In un solo
concetto, apparentemente paradossale, si potrà dire che Moro
è morto di moroteismo nel senso che il suo assassinio ha
perfezionato la tecnica del rinvio, ha bloccato il dibattito
ideologico asportando a tutto un popolo ciò che potrebbe,
secondo Ferrarotti, essere definita “ghiandola politica”.
Le Brigate Rosse restano un
mistero insoluto dei motivi d’inquietudine dell’Italia
violenta non solo di quegli anni del terrorismo e che sarà
probabilmente inedita per sempre.
È quella parte in cui le
Brigate Rosse s’intrecciano con quella che è stata definita
la “strategia della tensione”.
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Il quesito posto all’attenzione dell’uditorio si può
sintetizzare a detta dell’intervenuto che : «…
essere umani vuol dire
essenzialmente, parlare, comunicare, discutere anche
partendo da punti di vista diversi. La violenza è
portatrice di un principio disumano e terribile:
nega la parola, interrompendo qualsiasi discorso. La
violenza è anche un fatto di cultura e, come
problema di cultura e non solo economico e politico,
va esaminata ed affrontata… » |
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La parola è poi passata
a Gianni Aiello, il quale nel corso del suo intervento
ha sottolineato ai presenti che la
piattaforma strutturale su cui poggia la struttura dei
nostri incontri culturali si basa sui documenti conservati
in quei luoghi della memoria dove essi sono custoditi: gli
archivi.
Essendo la materia oggetto della discussione storia
recente,non risulta possibile poter accedere con
facilità a tale tipologia di atti, anche in |
virtù da quanto stabilito dalla legislazione e
dalle disposizioni in materia archivistica relative alla
consultazione degli atti.
Nonostante
il percorso effettuato dal legislatore nell’arco degli anni,
caratterizzato da una serie di indirizzi atti allo
svecchiamento della materia e l’interesse da parte della
Commissione dei Ministri del Consiglio d’Europa che nella
seduta del 13 luglio 2000 ebbe a stabilire che gli archivi
fungono da unità fondamentale in ambito culturale e per tali
considerazioni con tale documento si invitava i governi
degli Stati membri a prendere tutte le misure
necessarie allo scopo.
Rimangono
sempre dei seri limiti alla consultabilità dei documenti e degli atti
di carattere riservato che recano disagi non solo agli
archivisti, ma anche a studiosi, ricercatori, studenti, a
tutti coloro che vogliono recuperare la memoria storica,
custodita proprio nel suo alveo naturale e cioè l’archivio.
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«Quindi
per ovviare – prosegue Gianni Aiello - a tale
disposizioni, imposte per una necessità di riservatezza dei
documenti, risulta necessario accedere ad un’altra tipologia
di documenti quali giornali, riviste e filmati del periodo e
quant’altro possa essere utile a tale ricerca». |
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L’esposizione fatta da
Gianni Aiello nel corso del suo intervento si è basata sul
commento di una
cronologia dei fatti relativi al
periodo 1967-1982, ciclo storico degli
anni di piombo dal quale il relatore ha commentato date
degli avvenimenti, sigle di gruppi extraparlamentari come
“Lotta Continua”, “Nuclei Armati Rivoluzionari”, “Unità
Combattenti Comuniste”, “Collettivi Politici Veneti”,
“Servire il Popolo”, “Partito Comunista d’Italia Marxista
Leninista”, gruppi e militanti nella sfera anarchica
reggina, personaggi come i componenti delle sigle
associative citate ma anche numerosi episodi che
interessarono il territorio, come i numerosi attentati
dinamitardi che interessarono le sedi istituzionali,
partitiche e sindacali del territorio a cavallo tra il 1969
ed il 1972, gli scontri nella sfera dell’istituto di
Architettura di Reggio Calabria, l’occupazione degli
istituti scolastici nel biennio 1969-1970, le dimostrazioni
relative a varie rivendicazioni sociali, gli scontri che
causarono anche alcune morti, come quella del sindacalista
della CISNAL, Giuseppe Santostefano, i vari caduti durante
il periodo della rivolta, ma anche i tutori dell’ordine come
il brigadiere Filippo Foti, deceduto a Trento il 30
settembre del 1967 nel tentativo di portare a distanza di
sicurezza una valigia contenente dell’esplosivo, a causa di
una esplosione, Antonio Bellotti, Vincenzo Curigliano, morti
durante la rivolta di Reggio ma anche semplici cittadini
come Bruno Labate, Carmine Jaconis, Angelo Campanella, i
cinque anarchici Franco Scordo,Giovanni Aricò, Angelo Casile,
Luigi Lo Celso, Annalise Borth .
Attraverso il commento di
tale cronologia si è potuto constare uno scenario
caratterizzato da una forte vivacità sul territorio dove
operavano diverse “sezioni” di formazioni extraparlamentari
come le “Unità Comuniste Combattenti” che indirizzavano i
loro obiettivi a “strumenti del comando capitalistico” e
nella fattispecie gli allora calcolatori elettronici che
venivano definiti come “la più alta concentrazione della
intelligenza del comando economico e politico del capitale
sul lavoro”: una loro azione venne rivendicata il 15 aprile
del 1977, quando con una loro irruzione nello stabilimento
della “Liquilchimica” di Saline Joniche provocarono al
sistema informatico della locale industria un danno
economico per oltre un miliardo di lire del tempo.
A riguardo “Lotta
Continua”, Gianni Aiello ha evidenziato che tale movimento,
con i dati alla mano, fu l’unica formazione della sinistra
parlamentare ed extraparlamentare presente durante la
rivolta popolare e che per la quale gli allora quadri
dirigenti ebbero ad affermare che “Reggio è stata una grande
vittoria della spontaneità e la definitiva sconfitta dello
spontaneismo”.
La rivolta di Reggio
Calabria ha una lettura non facile, in quanto è una serie di
situazioni alquanto controverse che la caratterizzano: dalla
presenza nella stessa di diversi gruppi extraparlamentari di
diversa estrazione,così come alla presenza di loro
rappresentanti come Adriano Sofri di "Lotta Continua" o
Adriano Tilgher di "Avanguardia Nazionale" dalla presenza
degli anarchici, a diverse interpretazioni di pensiero sugli
avvenimenti che la caratterizzarono come il discorso fatto
da Giorgio Almirante del M.S.I.,fatto alla Camera dei
Deputati il 12 agosto del 1970 dove invocava misure
repressive nei confronti dei rivoltosi di Reggio Calabria,
ma
|
anche un interessamento da parte di "Potere Operaio" «[...] Erano i primi giorni della rivolta di Reggio
Calabria, e se c'era tanta disperazione da spingere la gente
in piazza per un motivo così futile come il capoluogo di
regione, bisognava che i rivoluzionari fossero pronti
a raccoglierla, prima possibile».
(1)
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A tal proposito, Gianni
Aiello, precisa, senza nessun polemica di tipo politico,
che quel “capoluogo di regione” ebbe a sottrarre alla città
di Reggio Calabria, diversi uffici con relativi posti di
lavoro a partire dal 1970.
Dopo lo scioglimento di
“Potere Operaio” a seguito del convegno di Rosolina (Rovigo,
31 maggio – 3 giugno 1973) viene fondato un nuovo nucleo da
parte dei militanti veneti, ad eccezione delle sezioni di
Venezia e Verona, i “Collettivi Politici del Veneto per il
Potere Operaio”, dove operava Pietro Maria Walter Greco.
Nato a Melito Porto Salvo
(Reggio Calabria) il 4 marzo del 1947 si trasferisce nel
Veneto, dove nel 1979 si laurea presso l'Università di
Padova presso la facoltà di Statistica, insegnando in
seguito matematica in una scuola media patavina. Durante
l'inchiesta avvenuta nella primavera del 1980 nei confronti
dei "Collettivi Politici Veneti", verrà in seguito
prosciolto e due anni dopo ancora inquisito. Dopo l'esilio
di Parigi, trova la morte in uno scontro a fuoco con le
forze dell’ordine a Trieste il 9 marzo 1985.
(2)
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Altro riferimento viene
fatto a Rocco Polimeni nato a Reggio Calabria il 5 novembre
del 1956 si trasferisce a Milano nel 1979 dove lavora come
tecnico informatico presso l'ufficio informatico delle
Imposte Dirette. Venne inquisito il 21 aprile 1982 per aver
ospitato nella propria abitazione alcuni latitanti dei
"Comunisti Organizzati per la Liberazione Proletaria".
Morirà suicida nel capoluogo meneghino il 10 giugno dello
stesso anno.
(3)
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La relazione di Daniele
Zangari ha avuto come oggetto di discussione
la tematica relativa a "La destra eretica
negli anni sessanta e settanta".
«Fu un
momento - esordisce Daniele Zangari-
sicuramente difficile e carico di conflitti sociali
e politici, caratterizzato da una vivacità in tutti
i campi della vita sociale e culturale, un periodo
che ricordiamo costellato da atti terroristici, dal
sindacalismo esasperato, dagli scontri di piazza,
dalle pistolettate. Sicuramente sono stati
anni difficili, di conflitti sociali e politici e,
per chi li ha vissuti, indimenticabili: gli anni
settanta sono stati un momento storico in cui la
cultura italiana ha avuto un ruolo primario a
livello internazionale». |
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N egli anni
settanta venivano scanditi dai gruppi neofascisti gli
slogans cari ai militanti della Repubblica Sociale di Salò,
quali
“Le donne non ci vogliono
più bene” , “i neri”, “i topi di
fogna”, mentre l'opposta fazione gridava
“fascisti, carogne, tornate nelle fogne”.
Quest’ultimo
termine diede
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l'idea
a Marco Tarchi, il futuro
teorico della “nuova
destra”, di fondare una rivista underground, “La voce della
fogna”.
Ma l’odio della sinistra,
insieme alla violenza della destra, provocarono numerosi
morti in entrambi gli schieramenti.
Il
relatore ha voluto ricordare le
numerose vittime sia di destra chee
di sinistra cadute negli anni della
contrapposizione, anche se - come spiega
Daniele Zangari all'uditorio - non è stato sempre
così.
Nella fase iniziale del
fenomeno della “contestazione” non vi era una forte
contrapposizione fra “neri” e “rossi”,
infatti le prime occupazione degli atenei universitari
venivano effettuate da entrambi i gruppi, spesso in
condominio, come all’Università di Napoli, frequentata da
numerosi calabresi.
La relazione di Daniele Zangari entra poi
nel vivo con la disamina ed il relativo commento di
pubblicazioni del tempo, quali riviste ed altri periodici.
(4)
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Nel marzo del 1962
nella cella n. 161 della
prigione di Forest in Belgio, il
rivoluzionario belga Jean Thiriart,
inizia a scrivere il suo libro "Un
impero di 400 milioni di uomini: |
l’Europa”, che diventerà il
testo fondamentale del movimento nazional-europeo che
nascerà nello stesso mese a Venezia, dove
alcuni giovani daranno vita al movimento extraparlamentare,
"Giovane Europa", che
avrà un organo ufficiale,
stampato in lingua francese: "La Nazione Europea".
In Italia, il gruppo sarà
guidato da Pierfranco Bruschi. L’organo di stampa sarà
“Europa Combattente” sul quale si dibatteranno le tesi
nazional-europee di Thiriart.
Il 30 giugno del 1963
questo gruppo insieme alla F.N.C.R.S.I. organizza a Milano
un convegno per cercare di unificare tutti i gruppi
dell’ultradestra, dove saranno presenti,
oltre a Pierfranco
Bruschi, anche i dirigenti di “Ordine
Nuovo”, le “Formazioni
Nazionali Giovanili”che saranno dirette da
un comitato, tale “Alleanza Nazional-Rivoluzionaria”
che, avrà vita breve per profonde differenze
ideologiche.
Rimasero in piedi, da un parte “Ordine Nuovo”
che si costituirà in centro studi politici e avrà una
rivista di orientamento ideologico con periodicità
irregolare che uscirà sino al 1969, affiancata da un organo
più politico “Noi Europa” e dall’altra “Giovane Europa” che
avrà uno sviluppo capillare in tutta’Italia. I punti forza
di “Giovane Europa” saranno in Lombardia ed in
Emilia-Romagna e nel Sud anche a Reggio Calabria.
Vi era
scarsa penetrazione nel Centro e a Roma, dove predominavano
i gruppi di “Ordine Nuovo” e soprattutto la nascente
“Avanguardia Nazionale” fondata da Stefano Delle Chiaie.
Le idee di Thriart fanno
presa anche nella destra parlamentare e conservatrice.
L’idea dell’Europa unita “da Brest a Bucarest” e distante
dalla democrazia americana quanto dal collettivismo
sovietico rappresenta un nuovo modo di fare politica.
L’anno 1965 rappresenta il
momento di massima diffusione del movimento. Inizia quindi
una lenta decadenza che si concluderà nel 1968 con la
contemporanea diffusione del movimento studentesco e del
fenomeno della contestazione.
Si tenta dapprima il
dialogo col movimento studentesco, tanto che nascono dei
gruppuscoli che la stampa dell’epoca definì nazi-maoisti.
Una volta che il movimento
studentesco viene strumentalizzato dal Partito Comunista,
proteso verso il cosiddetto “compromesso storico”, e reso
funzionale al sistema, nasce il “Movimento Studentesco
Europeo”.
Nel marzo del ’69 viene
diffuso in tutte le Università italiane il “Manifesto degli
Studenti Europei”.
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Questo movimento è
attivissimo all’Università di Messina, il cui presidente è
Giovanni Davoli, affiancato anche da studenti reggini.
Vengono tenute concitate
assemblee ed in una di queste viene deciso l’occupazione del
Rettorato.
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La decisione viene
contestata dai gruppi dell’ultrasinistra che tentano una
prova di forza e non riuscendovi
sono costretti a rifugiarsi nell’aula della Facoltà di
Chimica, sotto la protezione della polizia.
I gruppi dell’ultradestra
circondano l’edificio e tentano l’assalto provocando
numerosi feriti fra gli occupanti.
Interviene Umberto Pirilli,
presidente del F.U.A.N., organizzazione universitaria
missina, che fa da mediatore e riesce a raggiungere un
accordo fra le parti: dall’aula di chimica possono uscire
solo le donne e i feriti, gli altri dovranno sfilare, con le
mani dietro la nuca, attraverso i cordoni dei giovani
dell’estrema destra.
Sulla scia del “Movimento
Studentesco Europeo” nasce “Università Europea” che avrà
larga diffusione a Napoli e in tutto il Meridione. Ma questo
gruppuscolo, come tanti altri del resto, avrà vita breve.
Da una costola di
“Università Europea” nascerà “Avanguardia di Popolo”. Ma
“Università Europea” avrà un ruolo fondamentale quando
nell’aprile del 1969 scoppierà la rivolta di Battipaglia,
dove vi furono anche delle vittime e duecento feriti.
A Battipaglia in quei
giorni, stranamente - afferma Daniele
Zangari - , non c’è posto per la sinistra, al
contrario è presente “Università Europea”, i cui militanti
insieme a quelli di “Ordine Nuovo” e di “Avanguardia
Nazionale” giungono in forza e alla luce del sole di Napoli.
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Dunque l’estrema destra
meridionale si è sposata coscientemente o meno su posizioni
nazional-popolari di tipo peronista.
Il primo gruppo che si richiama espressamente alle
tesi nazional-popolari è |
“Avanguardia di Popolo” , i cui militanti nei loro cortei
scandiscono lo slogan: “né destra né sinistra”.
Essi
vogliono la costruzione dello Stato di Popolo contro
l’imperialismo russo-americano e contro la NATO per
l’indipendenza nazionale.
Per la loro ideologia i
militanti di “Avanguardia di Popolo” verranno chiamati i
“fascisti rossi”.
I militanti di
“Avanguardia di Popolo” si organizzano in “Comitati
d’azione” per penetrare nei vari settori della società.
“Avanguardia di Popolo”
solidarizza con i rivoltosi di Reggio Calabria, perché vede
“finalmente il Sud sulle barricate”.
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Il 2 febbraio 1971
distribuiscono un ciclostilato in cui affermano “i carri
armati per le strade di Reggio non bastano più; c’è bisogno
dello squadrismo per riportare l’ordine … Enrico Berlinguer
ha minacciato l’intervento delle squadracce di partito al di
sopra dello stesso Governo …
Il PCI, dunque, vuole
restaurare l’ordine borghese, l’ordine di Colombo e di
Agnelli, di Nixon e di Restivo, l’ordine dell’oppressione e
dello sfruttamento … La lotta di popolo passa, per ciò,
soprattutto attraverso la sconfitta delle forze che oggi
tentano di rivitalizzare un sistema in crisi; sono le forze
della reazione antipopolare che devono essere smascherate e
stritolate”.
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Daniele
Zangari, dopo tale interessante disamina storica conclude
il suo intervento dicendo che l'insegnamento che si può
trarre dalle vicende di quegli anni, è che la violenza non
serve e non può portare da nessuna parte, né tanto meno il
sogno utopico dell’immaginazione al potere.
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I l terzo
intervento è toccato a Giovanni Scaramuzzino che ha
esposto
interessanti argomentazioni
della sua tesi di laurea discussa presso
l'Ateneo messinese.
Il periodo
dei primi
anni ’60 risulta sul piano internazionale
un momento nel quale si consumarono le grandi speranze
di distensione e di
|
pace e che
videro la contemporanea presenza nello scenario
mondiale di grandi uomini come Kennedy, Kruscev, e Papa Giovanni XXIII.
Purtroppo quelle speranze
vennero lentamente a cadere di fronte al delitto di Dallas,
al nuovo corso della politica dell’ URSS, alla guerra in
Vietnam e alla “primavera di Praga” soffocata dai carri
armati sovietici.
La storia dell’ Italia e
della Dc, il partito di maggioranza relativa, deve
confrontarsi con questa complessa ed articolata realtà
nazionale ed internazionale.
L’operazione politica del
centro sinistra aveva segnato, all’inizio degli anni ’60,
una delle più significative ed importanti svolta storiche
dell’Italia del secondo dopo guerra.
Dopo anni di lenta,
difficile e spesso tormentata maturazione, approdò alla
guida del Paese, a fianco della DC, il partito socialista,
una grande forza popolare con antiche e profonde radici
nella storia politica e sociale italiana e nella storia del
movimento operaio.
Il centro sinistra ebbe il
merito di allargare la base sociale dello Stato, di aprire
il paese ad un costume di libertà e ad un respiro
democratico più intenso e convinto.
Tuttavia, non si può negare
che nel giro di qualche anno vennero tradite molte delle
speranze e delle attese che avevano accompagnato l’avvio
della nuova formula di governo e tali disagi
sfociarono nella protesta giovanile e nelle grandi
agitazioni e rivendicazioni operaie del 1968 e 1969.
Questi fermenti che
attraversarono la società la società civile, si
accompagnarono, sul piano politico, alla lenta e
inarrestabile crisi del centro sinistra, che alla fine del
1968, dopo un “governo balneare” di Leone, stava per essere
ripresa con non poche difficoltà da Mariano Rumor.
Ma questi anni segnarono
anche l’avvio di un processo degenerativo degli equilibri
sociali e istituzionali,
infatti
il clima
di tensione per le proteste degli studenti e dei lavoratori
si fece infuocato.
Verso la fine del 68 la protesta sfociò
nelle fabbriche i “Comitati unitari di base” proclamarono
scioperi ad oltranza paralizzando gran parte della
produzione italiana.
Il rinnovo dei contratti
dell’autunno del 69 fu il più grande conflitto sociale che
l’ Italia vide, gli scioperi sfuggirono di mano agli stessi
sindacati che si videro scavalcare da formazioni autonome e
auto gestite .
Il sistema sindacale fu
travolto dal movimento spontaneo dei lavoratori, ma anche il
sistema politico ne fu sconvolto, in questo periodo entra in
scena il terrorismo.
Il 12 dicembre 1969 esplose
alla “ Banca dell’Agricoltura” di piazza Fontana a Milano
una bomba, che uccise 16 persone e ne ferì una dozzina, era
iniziata quella che fu definita la strategia della tensione.
Sul piano politico questo
atto terroristico fu interpretato da molti come una risposta
all’ “ Autunno Caldo” e alla fase di confusione che
attraversava la Dc in quel momento e soprattutto come
risposta di certi ambienti eversivi, con la partecipazione
anche di settori deviati dei servizi segreti alle aperture a
sinistra.
Con la “strategia della
tensione”, si voleva ristabilire l’asse politico a destra e
con l’attentato di piazza Fontana si cercò di dimostrare
l’inadeguatezza del sistema politico.
Il 28 maggio 1974 una bomba
era esplosa a Brescia, a piazza della Loggia, durante una
manifestazione antifascista, provocando otto morti e decine
di feriti .
A Padova le Br
rivendicarono l’assalto alla sede del MSI, che provocò la
morte di due missini.
La notte tra il 3 e 4
agosto nei pressi della stazione di Bologna un'altra bomba
esplose sul treno “Italicus” provocando dodici morti e molti
feriti.
A queste difficoltà si
aggiunsero anche quelle di un quadro politico incerto, e in
queste condizioni il governo Rumor rassegnò le dimissioni
il 3 ottobre del 74.
In tutto questo Aldo Moro
oltre ad essere stato il principale artefice di questo lungo
e tormentato cammino, che portò all’incontro storico tra DC
e PSI, era riuscito ad interpretare lucidamente, sin dalla
fine degli anni ’60 la nuova realtà sociale e i fermenti che
stavano attraversando il Paese, che stavano mettendo in
discussione antiche verità e antichi valori.
C’era in Moro un
eccezionale capacità nel sentire le vibrazioni nuove nella
società civile.
L'incarico fu affidato a Moro, che
formò un Governo con il PRI e con l’appoggio esterno del PSI
e del PSDI. Moro anche al governo non trascurò di portare
avanti quella politica di attenzione nei confronti del Pci.
Il 1 aprile del 1976 il governo cadde. Si arrivò quindi alle
elezioni anticipate,con dubbi, incertezze ma soprattutto
paure per un possibile sorpasso del Pci sulla Dc, e che
avrebbe fatto scattare tutta una serie di “procedure”
difensive per la vittoria comunista (Gladio)
In questo clima di strisciante guerra civile si arrivò al
voto del 29 giugno che confermò la Dc come primo partito e
che anzi rispetto alle regionali di appena un anno prima
riuscì a recuperare, infatti si attestò al 38,7 % mentre il
Pci si fermò al 34,1 %.
Queste elezioni avevano posto il problema gia sollevato da
Moro di associare il Pci alla maggioranza, infatti si creò
uno stallo, poiché la “bipolarizzazione” del voto, tra Dc e
Pci, non consentiva nessuna possibile alternativa né in
termini numerici né in termini politici. Infatti in termini
numerici non era possibile la formazione di una maggioranza
a sinistra che escludesse la Dc , in termini politici perché
i partiti laici e in modo particolare il Psi non potevano
acconsentire a un impegno diretto del Pci, troppo
egemonizzante a sinistra.
Ecco quindi il profilarsi la «solidarietà nazionale» che
nasceva da questa impossibilità a governare il paese fermo
in stallo politico.
Moro si rese conto che c’erano stati due
vincitori e due vincitori non potevano governare.
Questa impossibilità a governare portò a coinvolgere a vario
titolo gli altri partiti, compreso il Pci.
La «solidarietà nazionale»,così fu chiamata, diventava lo
sviluppo della «terza fase» che Moro aveva previsto. Dopo
l’allargamento della base sociale del paese con l’entrata
nella maggioranza del Psi, ora anche la base del Pci,
attraverso la non sfiducia, entrava a farne parte. Questo
rappresentò la fase di avvio del «compromesso storico».
Mentre la politica di «solidarietà nazionale» si evidenziava
con problemi , caratterizzati anche da rinnovate tensioni
sociali e con un ondata di violenza che stava abbattendosi
sul paese. Queste tensioni sfociarono particolarmente
nell’episodio avvenuto all’università di Roma il 17 febbraio
del 1977, dove il segretario della CGIL, Luciano Lama, fu
vittima di fortissima contestazione, tanto
che l'esponente in questione per
potersi allontanare venne scortato dal
servizio d’ordine del suo sindacato.
Le trattative tra i partiti andarono avanti faticosamente,
ma il 10 luglio si raggiunse un accordo di programma per
sostenere il governo Andreotti, sulla base di un programma
che comprendeva molti temi cari alla sinistra, tra cui
l’equo canone per gli affitti, la legge sulla riconversione
industriale e una seria politica occupazionale giovanile.
La
novità dell’« accordo a sei» , tra Dc, Pci,
Psi, Psdi, Pri e Pli, fu che per la prima volta i comunisti
e i democristiano trattarono direttamente e si impegnarono a
sostenere entrambi il governo, i comunisti attraverso la
«non sfiducia».
La posizione del Pci nella
nuova maggioranza non era della più semplici, infatti al
segretario Berlinguer e a tutta la dirigenza del partito non
fu facile spiegare alla propria base e quella sindacale,
che il Pci appoggiava un governo che si apprestava ad un
significativo risanamento dell’economia e quindi questo
avrebbe portato a richiedere dei sacrifici ai lavoratori.
Pochi in Italia seppero,
allora, cogliere con altrettanta lucidità i fermenti e le
inquietudini di quegli anni, una realtà nuova, di fronte
alla quale egli aveva indicato alla Democrazia Cristiana “
una politica per i tempi nuovi”
Indicò alla DC la strada di
una rinnovata presenza e di un modo nuovo di confrontarsi
con la realtà di un mondo che stava cambiando e al quale
occorreva dare un segnale di presenza e di attenzione.
Per raggiungere questo
obiettivo chiese al suo partito un bagno di umiltà e una
seria autocritica “ la necessità di essere forza di
opposizione a noi stessi”
Fu ancora Moro, alla metà
degli anni ’70, quando più acuta si manifestò la crisi
sociale del Paese, e la crisi della stessa DC, a riprendere
per mano il partito e guidarlo verso quel nuovo progetto
politico, che chiamò “terza fase” e verso la quale cercò di
condurlo, con l’attenzione al delicato rapporto tra
istituzione, società e partiti politici.
Moro, per gestire
l’emergenza, si rivolse alle forze politiche che avevano
costruito il nuovo Stato repubblicano ai tradizionali
alleati di Governo ma anche al Partito Comunista.
Era presente in Moro un
ansia di dare una casa comune a tutti i cittadini, anche a
quelli che si rivolgevano al partito comunista, Moro si rese
lucidamente conto che con la protesta studentesca ormai in
pieno fermento e con sentori di strategie eversive che
coinvolgevano anche apparati dello stato, il vecchio schema
politico non bastava più e che per evitare un involuzione
autoritaria di certi ambienti anche vicini alla DC, il
dialogo con il PCI era diventato fondamentale.
Moro intendeva risolvere
all’interno delle Istituzioni democratiche la questione
comunista.
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Nel suo ultimo intervento
politico; il 28 febbraio 1978, parlando ai parlamentari Dc,
in gran parte riottosi ad accettare una collaborazione
politica con PCI, che sembrava contraddire la storia del
partito, assunse il significato di un testamento politico:“ricordiamoci della
nostra caratterizzazione cristiana, della nostra anima
popolare.Ricordiamo quindi quello
che siamo.
Siamo importanti, ma
siamo importanti per questo amalgama che caratterizza da
trent’anni la Democrazia Cristiana.
Se non siamo declinati è
perché siamo tutte queste cose insieme.
E senza queste cose non
saremmo il più grande partito popolare italiano.Conserviamo la nostra
fisionomia e conserviamo la nostra unità”. |
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L’epilogo della parabola di
Aldo Moro, è tristemente noto.
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Il
16 marzo 1978 dopo aver assistito al massacro della
sua scorta, venne rapito e sottoposto ad una lunga e
penosa prigionia, conclusasi con un delitto orrendo
e vergognoso, che ferì profondamente |
l'animo del popolo, che al di là
delle divisioni politiche seppe riconoscere la
necessità di un impegno comune nella lotta al terrorismo.
Il 16 marzo il nuovo governo monocolore, presieduto da
Andreotti, si presentò alla Camera il per il voto di
fiducia.
Quello stesso giorno Aldo Moro mentre si stava recando in
Parlamento, fu rapito e la sua scorta massacrata dalle
Brigate rosse. Iniziò così una drammatica trattativa tra lo
Stato e le Br, che durò per 55 giorni.
La svolta
che il 16 marzo fu “apparentemente” determinata dalle Br si
collega alla interpretazione, ampiamente documentata, che
questa organizzazione, autonoma come origine e come
comportamento, fu utilizzata a fini di stabilizzazione del
“governo invisibile”, che trovò espressione in poteri
occulti (come la P2) e in settori, poi detti deviati, dei
servizi segreti.
Ma al di là di queste considerazioni generali, il momento
specifico scelto per il sequestro di Aldo Moro, suggerisce
una interpretazione, circa il rapporto tra il Pci e il
multiforme movimento sviluppatosi alla sua sinistra e del
quale le Br rappresentavano la scelta più conseguente per la
lotta armata.
Le Br si proponevano col sequestro Moro, di acquistare
legittimazione politica, contendendo al Pci il consenso di
massa, secondo l’indicazione fornita da tutte le loro
risoluzioni strategiche.
Sotto questo profilo la data del 16 marzo non appare la più
indicata per le Br.
Esse ritenevano di poter indurre al fiancheggiamento della
lotta armata una parte degli stessi militanti del Pci.
Ma questo disegno, di fatto rivelatosi impossibile in una
società industriale matura, suggeriva comunque che il
momento migliore per raggiungere lo scopo non era quello
scelto.
Se il partito armato intendeva dimostrare – come sosteneva -
che la strategia del compromesso storico era fallimentare,
il momento più opportuno per una grande operazione non
sarebbe stato il momento iniziale dell’esperimento di
partecipazione alla maggioranza, nel quale l’insieme del
“popolo comunista” manifestava qualche fiducia, nonostante
le perplessità.
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Il momento migliore sarebbe stato l’autunno successivo, alle soglie di un difficile inverno, quando si
sarebbe constatato che l’ingresso del Pci nella maggioranza
non comportava mutamenti (ne avrebbe poi preso atto lo
stesso Berlinguer) e
|
forte sarebbe stata di conseguenza la
delusione nell’ insieme dei militanti e soprattutto tra
quelli collocati più a sinistra.
La scelta del 16 marzo fu dunque più funzionale
all’impostazione della Dc (enfatizzazione dell’emergenza
terroristica, combattere la quale divenne l’unico obbiettivo
del governo a sostegno comunista) che a quella delle stesse
BR.
Non si può pensare, infatti, che sia stato un piccolo
partito armato fuori legge che abbia posto fine, già mentre
iniziava, a un progetto politico che sembrava coronare
trent’anni di strategia del Pci e cinque anni di successi
della segreteria Berlinguer.
La morte di Aldo Moro aprì una profonda lacerazione nella
società italiana e molte cose iniziarono a cambiare nello
scenario politico.
Negli Anni Ottanta, per la prima volta nella storia
repubblicana, il governo fu affidato ad un leader non
democristiano: Craxi, segretario del Psi, divenne Presidente
del Consiglio.
Le Br continuarono ad uccidere. L’emergenza terrorismo durò
fino alla metà degli Anni Ottanta, ma con l’assassinio di
Aldo Moro le Brigate rosse posero le basi per la loro
definitiva sconfitta.
I tre decenni che seguirono si caratterizzarono per il
susseguirsi di cinque processi, centinaia di libri e
migliaia di interrogatori. Tuttavia il “caso Moro” rimane
ancora uno dei misteri più fitti della storia repubblicana
italiana.
Le conoscenze acquisite finora indicano che Moro è morto
perché le Brigate rosse decisero di ucciderlo e perché non
intervenne nessun elemento che riuscì a fermarle.
Aldo Moro, l’uomo del
dialogo e della trattativa, in quei 54 giorni fu impegnato
nella più difficile mediazione, attraverso le tante lettere
che inviò dalla “prigione del popolo”, tra le Br che lo
tenevano in ostaggio e lo Stato che avrebbe dovuto
difenderlo.
Moro si rese conto che
l’unica “merce di scambio” che possedeva, erano i segreti
dello Stato di cui egli era a conoscenza.
Ma quando quei segreti
iniziarono a trapelare, il suo sequestro divenne un caso
internazionale, con agenti segreti di tutto il mondo, che si
mossero senza scrupoli per proteggere quei segreti.
Moro stava rivelando
segreti militari sensibili per costringere lo Stato a
trattare la sua liberazione, ma quei segreti non furono
capiti dalle Br.
Nel “caso Moro” entrarono
in gioco poteri assai più forti della politica e dei
governi. Iniziò una complessa trattativa segreta per
proteggere i segreti che Moro stava rivelando.
Aldo Moro divenne un
argomento pericolosissimo da trattare. Dopo la sua morte
altri omicidi legati al caso, insanguinarono l’Italia, uno
tra tutti quello del giornalista Mino Pecorelli direttore di
O.P.(Osservatore Politico) che dalle colonne del suo
giornale fece tremare più d’uno con le rivelazioni del
memoriale che Moro scrisse durante la prigionia.
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Dopo la fine di Moro tutto
il sistema lentamente cominciò ad incrinarsi lacerato da
accuse pesantissime di inefficienza, di sospetti, ricatti e
veleni.
La Dc dopo pochi anni
crollò sotto |
il peso di un ondata giustizialista, durante la quale
l’assenza di una figura autorevole come Moro si rivelò
devastante.
Il Pci, dopo il crollo del muro di Berlino, cercò di
rigenerarsi, ma poco e male rimase di quel grande partito,
che a torto o a ragione contribuì all’Italia che oggi
conosciamo.
Moro rimase un “punto
irriducibile di contestazione” per la Dc e per la
società. Il “suo” partito non si discostò, neanche dopo la
sua morte, da quel recinto politico che egli aveva
costruito.
Aldo Moro è stato una delle
figure chiave della Repubblica, ideatore di svolte e
passaggi essenziali nella storia italiana, uomo capace di
grandi elaborazioni intellettuali e di una progettualità
politica di ampio respiro.
Come tutti i grandi della
Repubblica, appartiene soprattutto all’Italia, alla storia
comune del nostro paese.
Di Moro ci rimane il suo
messaggio politico, la ricerca costante dell’equilibrio e
della sintesi per la mediazione pacifica dei conflitti, che
spesso la politica o meglio il potere può generare. Moro è
stato l’uomo del dialogo. E’ riuscito a far compiere passi
impensabili al suo partito e al paese, dialogando.
Ha portato la Dc
all’alleanza col Psi e all’avvicinamento col Pci, attraverso
l’ascolto e la comprensione delle posizioni. Era presente in
Moro una volontà ferrea al fine di far superare l’emergenza
e sanare la ferita che il fascismo e la guerra avevano
creato nel paese.
Da Ministro degli Esteri fu
il primo ad intuire la necessità alla distensione tra l’URSS
e gli USA e fu anche tra i primi a comprendere l’importanza
della cooperazione tra i popoli. Moro ci ha lasciato in
eredità una visione quasi pastorale della politica, non solo
impegnata nella conservazione del potere, ma una politica
impegnata nella ricerca del bene comune.
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Le
conclusioni sono state dell'onorevole
Giovanni Nucera che nella parte iniziale del suo intervento
ha espresso più volte elogi alla pregevole iniziativa ben
organizzata e strutturata da parte del sodalizio culturale
reggino. |
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«Non
ho mai conosciuto Suor Teresilla
- esordisce il rappresentante
istituzionale della Regione Calabria - se non
in occasione della sua tragica morte avvenuta
il 23 ottobre,
del 2005, quando venne
investita da una macchina mentre si
recava in pellegrinaggio
dal centro di Roma al Santuario dl Divino Amore.
Furono due le cose che mi
colpirono: la coincidenza con la canonizzazione
del Santo Gaetano Catanoso ed il fatto che la
stampa nazionale sottolineava a riguardo Suor
Teresilla: "la Suora del caso Moro" ».
Chi era, quindi, questa
piccola suorina dalle caratteristiche ordinarie,
sconosciuta ai più, anche fra la sua gente, ma
accostata ad una vicenda della vita politica e
sociale italiana ed europea in tal misura da
essere riconosciuta subito come la “piccola
suora dei misteri” (definizione che molto la
fece soffrire perché di “misteri” non ne aveva)
della vicenda giudiziaria delle brigate rosse e
del delitto Moro?
Chiara
Barillà era nata
a Bagaladi in provincia di Reggio Calabria il 1
agosto 1943 da una famiglia povera e anche
numerosa
e giovanissima, all’età di
sedici anni,
entrò a far parte della
Congregazione delle Serve di Maria Riparatrici,
ordine fondato a Vidor in provincia di Treviso
il 12 luglio 1900 da Madre Elisa Andreoli
.
Chiara Barillà non
era una donna di grande cultura ma aveva saputo
trasformare le basi formative e le conoscenze
scolastiche degli istituti magistrali prima e di
infermiera professionale dopo in sapienti
strumenti di rapporti umani non comuni con tutte
le persone con cui veniva in contatto.
“Gratie gratis datae”, la
teologia cattolica così definisce qualsiasi
donazione divina sovrannaturale per indicare
delle grazie straordinarie che vengono conferite
per utilità degli altri ad edificazione della
Chiesa che è il Corpo Mistico di Cristo
destinato a giungere alla perfezione, ossia alla
pienezza di grazia, per opera di un ministero
reso efficace da certi doni straordinari: i
carismi.
Il principio di comunione
vuole che la vita di ogni uomo sia nella vita,
dalla vita e per la vita di tutti gli altri.
Ma non può esserci comunione
se non c’è unità.
L’unità nella Chiesa non è
un fatto a se stante.
Certo, la Chiesa è una nel
suo mistero perché essa è Corpo di Cristo ed il
Corpo di Cristo è uno.
Ma se l’unità misterica è
sempre perfettissima, l’unità storica, quella
visibile, che tutti i cristiani sono chiamati a
realizzare nella quotidianità di ogni giorno, è
affidata agli uomini, ciascuno dei quali parte
essenziale di questa unità che si compie
perfettamente se ognuno vive in pienezza il suo
dono di grazia, secondo la sua vocazione,
secondo il suo ministero, secondo la sua
responsabilità, secondo i suoi carismi, appunto,
ovvero secondo quei particolari doni dello
Spirito Santo che sono al tempo stesso “una
manifestazione particolare dello Spirito donata
a ciascuno per l'utilità comune”.
La parola carisma deriva,
infatti, dal greco charis, che designa al tempo
stesso la generosità del donatore, il dono
stesso e la bellezza che ne risulta per il
beneficiario.
Mi interrogo, allora,
intravedendo nella sua vita, i germi di questo
mistero: quali erano i carismi di Suor Teresilla?
Sicuramente fu degna figlia
e serva di Maria.
Maria Santissima lei la
conobbe già nella cultura e nella tradizione
calabrese.
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La devozione mariana
e l’amore a Maria, per lei originaria di
Bagaladi, significa Polsi, significa la
montagna, la tradizione popolare, lo
stare fra la gente, fra i più umili i
più sofferenti e fra quanti ultimi
avevano bisogno di un conforto e di una
carezza calda nel freddo di una società
che non sempre dispensa amore.
Considera la
riconciliazione fra gli uomini come
presupposto indispensabile per il
perdono e l’aprire il cuore a Dio per la
salvezza del mondo. |
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(5) |
Questi, insieme a tanti
altri erano gli aneliti di un vento impetuoso ma
dolce che animavano la sua missione vocazionale
spingendola ad essere infaticabilmente presente,
per circa 18 ore al giorno e accanto al bisogno
“degli ultimi”.
“Ultimi” non sempre sono i
tanti poveri e derelitti incontrati sulla strada
nelle fredde e solitarie vie delle notti di
Roma, spesso sono anche uomini importanti che
smarrito il senso dell’equilibrio e della
razionalità e travolti dalle passioni e dagli
orgasmi di una società che spesso spinge al male
sono stati relegati in condizioni di abbandono e
di solitudine: sono i carcerati, gli afflitti e
i senza Dio, coloro che hanno smarrito la
serenità dell’animo e la fiducia in se stessi e
nel prossimo.
E qui Suor Teresilla
manifesta, senza esserne mai consapevolmente
complice, tutto il suo Carisma, tutta la forza
interiore, la caparbietà spirituale e la
grandezza morale della sua natura umana e di
fede.
Passava dagli ospedali alle
carceri, e viceversa, lenendo ora le ferite del
corpo quale infermiera, ora le ferite
dell’anima.
Per lei non c’era differenza:
dov’era la sofferenza, cercava il
rimedio, il sollievo.
Le famiglie dei carcerati
che visitava, conoscevano Suor Teresilla come la
Suora amica perchè visitate, aiutate e sostenute
nelle difficoltà che queste famiglie affrontano
nel vivere quotidiano e nella società che spesso
li emargina.
Conobbe ed aiutò tantissimi
anonimi e sconosciuti giovani nella fase del
recupero ad una più piena integrazione di vita e
di relazioni sociali post carceraria cercando
ovunque posti di lavoro e gente generosa che
potessero e fossero disponibili ad aiutarli.
Così, ad uno ad uno, conobbe
tanti brigatisti rossi, conquistando e ricevendo
gratuitamente la loro fiducia.
Fiducia che Ella seppe
ricambiare con tanto amore.
Le brigate rosse, nonostante
l’inutile delitto Moro, persero la loro
battaglia che la storia certificò come falsa sia
sul piano ideale che su quello culturale.
La piccola Suora, invece,
vinse insieme a loro la difficile battaglia
della riconciliazione e del perdono. E per molti
di essi finanche della conversione.
Ad uno ad uno, molti dei più
temuti brigatisti rossi e neri del tempo, hanno
conosciuto, nell’aridità delle loro culture e
nel deserto del loro animo, l’opportunità di una
opzione di vita più fresca e più rigogliosa.
Alcuni abbracciando la fede
Cristiana.
Altri, pur non
abbracciandola, per il solo fatto di essersi
rimessi in discussione, predisposero il loro
animo ad una condizione di pentimento e di
ravvedimento sociale ed umano.
Chi poteva mai immaginare,
che nella difficile opera portata avanti dal
Governo italiano per sconfiggere il terrorismo
rosso negli anni ’80, questa piccola Suorina di
Bagaladi svolse un compito tanto delicato ed
importante che consentì di favorire il dialogo
fra brigatisti e Governo
A lei la consegna del
memoriale del delitto di Aldo Moro, a lei i
continui contatti tendenti a fermare la lotta
armata ed a sostenere la riconciliazione fra
brigatisti e tra questi e gli uomini del Governo
italiano.
Presidenti della Repubblica
Italiana, uomini di governo con funzioni di
grande responsabilità nella guida del paese,
uomini delle forze dell’ordine e magistrati si
sono rivolti a lei ed alle sue preghiere per
sostenere l’opera di pacificazione e
riconciliazione.
Uomini come Giovanni
Galloni, Benigno Zaccagnini, Guido Bodrato,
Giulio Andreotti, Oscar Luigi Scalfaro, Flaminio
Piccoli e Francesco Cossiga hanno dovuto
riconoscere, nell’azione di mediazione condotta
da questa donna, un altissimo e purissimo valore
sociale mai contaminato da strumentalizzazioni
di carattere politico: lei
si occupava delle persone e della loro anima.
Voleva capire le loro
ragioni cosa li spingesse a tanto odio e
violenza per seminare, poi, nei loro cuore una
luce di umanità che potesse fa brillare di nuovo
la fiammella della speranza.
Tutti, alla notizia della
sua morte hanno voluto offrire un segno
tangibile della loro testimonianza di fede e di
amore.
«Chi
era dunque Suor Teresilla? -
si chiede ancora Giovanni Nucera - La
Suora che riusciva a dialogare con lo Stato e
con l’antistato? La
risposta a queste domande stanno solo nel grande
carisma di chi detiene il linguaggio della
sapienza e della scienza, di chi nel
discernimento dello Spirito riusciva a saper
trasportare dal suo cuore la Parola di Dio, il
Verbo, lo Spirito Santo nel cuore degli afflitti
e degli abbandonati».
La piccola e minuta suorina,
vestita sempre di nero e con le spalle curve, ma
operosa e vitale, conobbe anche la forte
umiliazione di essere indagata e perquisita
dalle autorità giudiziaria perché sospettata di
detenere, oltre ai memoriali di Aldo Moro, anche
altri documenti importanti delle strategie
brigatiste.
Per fortuna il caso si
sgonfiò subito e la “vulcanica” suora di
Bagaladi superò i fastidi di quella vicenda con
l’animo e la determinazione di chi sapeva che
diversa e più nobile era la sua missione su
questa terra.
Incalliti e feroci assassini
come il calabrese Pino Scriva ed il
pluriergastolano Giovanni Feroli e tanti altri
detenuti di Pianosa, Rebibbia e Firenze, erano i
crucci di Suor Teresilla, ma anche la forte
motivazione del suo continuo peregrinare da
carcere in carcere.
Aveva, poi, una grande
passione: la Democrazia Cristiana.
Nel partito della DC lei
riteneva che militassero solo le migliori anime
cattoliche e che, quindi, il meglio del
cattolicesimo laico italiano fosse raccolto
intorno alla DC.
Era sufficiente essere
democristiani per avere le simpatie di Suor
Teresilla.
Come sosteneva Alberto
Monticane, Suor Teresilla era una “passionaria”
democristiana, che selezionava i suoi rapporti
con la classe dirigente del partito non tanto in
ordine alla loro importanza,ma quanto alla loro
coerenza con il Vangelo.
Ebbe chiaro, fin da allora,
Suor Teresilla, che come spesso avviene per le
diverse attività dell’uomo, anche in politica
non tutti e non sempre si riesce a vivere
secondo verità la propria vocazione ed il
proprio compito nella società.
Per lei, essere democratici
cristiani, significava testimoniare
concretamente e senza cedimenti la semplicità e
la bellezza del servizio per il bene comune,
quell’altissima forma di Carità, una tra le più
alte secondo Paolo VI, che all’inizio del ‘900
ispirò uomini come Romolo Murri e Luigi Sturzo.
Diceva di lei Adriana
Faranda, ex brigatista rossa, in un recente
incontro – convegno tenutosi a Bagaladi, fra
tanta gente del Paese e dei Paesi vicini della
valle del Tuccio e del Melitese: “Era una
persona dalla profondissima religiosità ma
nell’approccio con l’altro era abbastanza laica.
Non veniva per forza a catechizzarti o per
indottrinarti. Veniva per un confronto umano e,
appena vedeva uno spiraglio, metteva i contenuti
propriamente religiosi. Trasmetteva il suo senso
di fede, il suo spirito di carità questo suo
amore verso gli altri in maniera talmente piena
che non aveva bisogno di abbellire con parole
tradizionalmente riferibili alla religione. Ti
trasmetteva i contenuti senza parlartene.”
Il suo rapporto con gli
altri non stava nel convincerli ma
nell’ascoltarli, entrava
in sintonia con gli interlocutori entrando nel
cuore nell’anima del suo dialogante:
questo era un suo grande dono.
L'onorevole
Giovanni Nucera, conclude il suo intervento
dicendo che
«chi non ha
mai conosciuto questa piccola suora, leggendo
oggi le testimonianze e la sua biografia ne
rimane talmente attratto da sentirsi partecipe
della sua stessa esperienza e conoscenza di
vita, coinvolto a tal punto da sentire di averla
come vissuta insieme in un solo pensiero.
La senti tua, la vivi
come tua amica e la immagini come compagna di
viaggi nella difficoltà e nella sofferenza.
Ecco, allora, cosa è,
oggi ,per me suor Teresilla.
Così, attraverso la
semplicità di una testimonianza di vita di una
piccola suorina, oggi abbiamo voluto ricordare
dei martiri ed un padre della nostra Democrazia:
Aldo Moro».
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(1)
A. GRANDI ,
La generazione degli anni perduti - Storie di
Potere Operaio,
Cuneo,
Einaudi, 2003, pagina
141
(2)
AA.
VV. ,
Sguardi Ritrovati, Roma, Sensibili alle foglie,
1995,
pp. 367-372;
(3)
AA. VV. ,
opera citata,
pp.
320-321;
(4)
peridioci-quotidiani:
Archivio
privato Daniele Zangari
;
(5)
Quotidiano telematico del Ministero della Giustizia. |
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