il tema relativo
a "I naviganti
dello Stretto", percorrendo un iter cronologico
attraverso diverse epoche, parlando dei reggini che parteciparono
alla battaglia di Lepanto, alle numerose flotte pescherecce che vi erano a
Catona, Gallico, Scilla, Bagnara, di attacchi pirateschi lungo le coste del
litoraneo reggino.Il prof. Carlo Baccellieri
ha relazionato su "Il
contributo dell'America alla gastronomia calabrese"
un tema alquanto stimolante tanto da evidenziare il contributo dell'America alla
gastronomia della nostra regione, alquanto povera ma poi arricchita dalle
spezie, dagli aromi e dai diversi frutti della terra che provenivano da oltre
Oceano .
«A
ben guardare la gastronomia calabrese - spiega il relatore-, nella parte
che noi conosciamo e che si è tramandata fino ai nostri giorni, deve almeno un
buon 50% del suo contenuto
ai frutti che dal nuovo continente Colombo, e chi lo seguì nella
navigazione oltre Atlantico negli anni successivi alla scoperta, importarono
dall'America».
Il
peperoncino che è quasi l'emblema
della gastronomia calabrese, appartiene
alla famiglia delle solanacee che ha 85 generi ed oltre 2000 specie, tra cui il capsicum, ossia il peperoncino che in Calabria prende vari nomi: cancarillo,
pipazzu, riavulillu, pipibruscenti, pipeddu, pipirasta.
In
America, ed in particolare nell'America centro-meridionale, era conosciuto da
tempi antichissimi: gli storici lo fanno risalire a 5000 anni avanti Cristo. Per
altre vie, alquanto misteriose, il peperoncino era arrivato, ancor prima della
scoperta dell'America, in Africa
ove si propagò da una tribù all'altra entrando nell'uso alimentare con la manioca e lo zigrinì.
Ma
in Europa non era conosciuto e la sua importazione nel Vecchio continente si
deve indubbiamente a Colombo com'è attestato dai diari di bordo delle sue navi
ed in Italia giunse al seguito degli Spagnoli intorno alla metà del 1500 e
ben presto si diffuse e si acclimatò benissimo, soprattutto nel Sud e nelle
isole.
Ma
è in Calabria ed in Basilicata che fruttifica meglio che altrove, evidentemente
per il clima particolarmente favorevole. Ed è la Calabria, a quanto pare, la
regione ove si registra il maggior consumo, tanto da essere
menzionato nella gastronomia nazionale col nome di "peperoncino
rosso calabrese".
Esso
viene usato nel "suffrittu",
il "murseddu", la "'nduja",
la "sardella" nel ragù, ed
in altre pietanze tipiche senza dimenticare il famosissimo olio santo,
le pillole di Giove (peperoncini ripieni
conservati sott'olio) alle quali si attribuiscono un'infinità di poteri
medicamentosi.
Oltre
al peperoncino piccante arrivarono dall'America i peperoni
dolci che occupano un posto di tutto rispetto nella nostra cucina con gli
"ammuddicati", le peperonate, le caponate, le "gianfotte" .
Un
contributo altrettanto importante è quello del pomodoro,
anch'esso originario dell'America meridionale, forse del Perù o del Messico da
dove deriva il termine "tomate" che indica in molte lingue europee
(inglese, tedesco, spagnolo) questo frutto.
In
Europa il pomodoro venne introdotto da Spagnoli e Portoghesi nel 1500 e si
diffuse rapidamente nel bacino del Mediterraneo fino a divenire uno degli
ingredienti più usati, sia crudo (in insalata) che cotto.
Il
contributo dato da questo frutto alla gastronomia della Calabria è
notevolissimo anche se meno tipicizzante rispetto al peperoncino.
Senza
il pomodoro, infatti, non ci sarebbe stato un piatto che a buon diritto viene
considerato il top, il the
best, il massimo, dai buon gustai: "i
maccaruni i casa a ragù" con polpette, la "pasta 'ncasciata", nè il "soffritto" di manzo e neppure i pomodori secchi
sott'olio.
«Un
altro frutto della terra che ci viene dall'America e che rappresentò per secoli
il piatto forte delle nostre campagne - prosegue il relatore -
sono i fagioli, anch'essi
originari del Nuovo Mondo ed introdotti in Europa agli inizi del '500.
Non
deve ingannare il fatto che molti autori latini
come Virgilio, Columella, Orazio abbiano scritto del faseolus
per ritenere che i fagioli esistessero al tempo dell'antica Roma.
Probabilmente i Romani, come i Greci, ne conoscevano un'altra specie
completamente diversa, come ipotizza Giuseppe Polimeri. Si trattava della faba siriaca che da noi prese il nome di suriaca e che si riferiva a quel tipo di fagiolini piccoli e neri,
comunemente detti fagioli paesani.
Oggi
tutti gli studiosi sono concordi nel ritenere che anche questa leguminosa arrivò
dall'America nei primi decenni del 1500, dapprima come pianta ornamentale e più
tardi entrata nell'uso alimentare.»
In
Calabria costituì per secoli il piatto forte dei contadini che lo mangiavano a
minestra la sera, sia d'inverno (fagioli secchi) che d'estate (fagioli freschi),
tutti, o quasi, i giorni della settimana, tranne la domenica quando sulla
tavola comparivano "I maccaruni i
casa a ragù" e le polpette. Naturalmente vi erano le parentesi delle
festività, l'uccisione del maiale ed il venerdì, quando era possibile, ma non
sempre, si mangiava pasta "ca'
muddica e alici".
Oltre
al peperone, al pomodoro ed ai
fagioli, la patata è con il mais la
pianta alimentare di maggior interesse che l'America fece conoscere al Vecchio
continente.
Originaria
del Perù, della Bolivia e del Messico, venne introdotta in Europa a metà '500,
conosciuta ed usata come pianta ornamentale. Ben presto però passò nell'uso
alimentare ove si fece apprezzare per il suo alto valore nutritivo e per la sua
facile coltivazione che assicurava con poca fatica generosi raccolti.
A
volte, nei periodi di carestie e guerre, si sostituì al pane venendo in
soccorso delle popolazioni affamate.
Anche
in Calabria occupa un posto di primo piano nella gastronomia, basti citare le
abbondanti padellate di patate novelle e peperoni fritti che i contadini
consumavano a mezza mattina durante i lavori dei campi in primavera. Essa
peraltro entra come coingrediente nelle insalate di pomodoro, nelle gianfotte,
nella preparazione del pescestocco alla trappitara e via di seguito.
E' poi la base del
"gattò" di patate, che,
anche se non esclusivamente calabrese, è pur sempre una pietanza molto in uso
in Calabria.