Il personaggio in
questione è stato
ricordato dalla relatrice Mimma Suraci che nel corso del
suo intervento ha effettuato un paragone con i
precedenti incontri dove, dopo la
filosofia concettuale e la forma dialogante, Musolino è
l’esempio concreto di come l’uomo può comunicare anche
in situazioni difficili.
Una cosa, infatti, mi sento di
poter affermare - continua la relatrice
- senza tema di essere smentita, ed è
proprio il fatto che Musolino sia stato un importante
comunicatore. Diciamo subito che a me interessa la
storia per poter attualizzarla.
Conoscere il passato ha,
secondo me, un senso se si riesce a trarne insegnamenti
per il presente e anche per il futuro, a renderla, cioè,
contemporanea.
Mi rendo anche conto che la ricerca
della verità è quasi impossibile, come già sosteneva
Erodoto più di 400 anni a.C. .
Il fondatore della
storiografia ha operato una distinzione importantissima
tra verità e realtà; la verità storica è lo svolgimento
effettivo dei fatti e degli avvenimenti, ma la sua
comprensione è negata alla mente umana, la quale invece
percepisce la realtà, anzi le diverse realtà, che sono interpretazioni
diverse della verità originaria.
Che
dire, dunque, di Musolino? - si chiede
la Suraci- Noi conosciamo questo
personaggio attraverso le notizie che ci hanno fornito
diversi testi, che spesso interpretano in maniera
diversa gli avvenimenti, anche se c’è da mettere in
evidenza il fatto che tutti coloro che hanno scritto di Musolino erano persone lontane dalla nostra terra, per
cui, in mancanza di notizie dirette, sovente la storia
si intreccia con la leggenda.
Musolino, nato nel 1876,
è il terzo di cinque figli.
Il padre , anch’ egli di
nome Giuseppe, fa il segantino ed è soprannominato “peddicchia”,
cioè pellaccia, appellativo anche del figlio Giuseppe,
che dimostra subito un carattere molto vivace, anzi
ribelle.
Un trauma cranico, causato dalla caduta di un
vaso di fiori dal davanzale di una finestra mentre Musolino,
ragazzino di nove anni, si trovava di sotto
secondo alcuni pare sia stata la causa scatenante di
attacchi di epilessia, anche se bisogna dire che pure
la sorella Ippolita soffriva dello stesso disturbo.
La
madre Mariangela Filastò pare fosse nipote di un
principe francese riparato in Sicilia per sfuggire ai
rigori della rivoluzione e poi passato a Reggio dove si
era sposato.
Musolino vanterà sempre i suoi nobili
natali in nome dei quali affermerà ancora di più
arroganza e prepotenza.
Il padre preferisce mandarlo a
Messina, presso un cugino, per allontanarlo da rischi
di una cattiva compagnia e in quegli anni muore la
madre.
Questa perdita sarà motivo perenne di cruccio
per il ragazzo, che se ne sente colpevole e in un certo
senso diventa ancora più ribelle. Rientrato in paese
pare abbia assunto la guida di un gruppo di picciotteria .
A diciassette anni è condannato a
cinquanta giorni di carcere per essere stato sorpreso a
cacciare con il fucile del padre, senza porto d’ armi,
naturalmente.
Con l’aiuto benevolo del sindaco
Francesco Fava il padre riesce a trovargli lavoro
presso una Ditta che costruisce il binario del tratto Reggio- Eboli.
Resisterà appena quattro mesi e rientra
in paese riprendendo le compagnie pericolose e
rendendosi spavaldo anche in famiglia, al punto che lo
stesso genitore è costretto a denunziarlo presso il
locale Comando dei carabinieri per minacce personali.
Aggredisce anche una ragazza che su consiglio del padre Musolino rifiuta di sposarlo e procura ferite con un
coltello a lei e a suoi familiari.
Per questi episodi
era stato condannato altre tre volte.
Come riferisce
Enzo Magrì, rapporti del vice brigadiere Luzzarra
confortati da relazioni del sindaco riferivano che
Musolino durante i quattro mesi trascorsi nel cantiere
delle ferrovie aveva preso contatti con la malavita
organizzata, giunta in Italia dall’ estero.
Musolino, comunque, non
accetta la condanna e pensa subito come fare per
evadere in modo da farsi giustizia da sé; fallita l’evasione ,che doveva essere di massa, dalle carceri di
Reggio Calabria, Musolino con altri tre compagni è
tradotto nel carcere di sicurezza di Gerace, da dove
riescono tutti e quattro ad evadere il 9 gennaio 1899.
Da qui comincia la latitanza sterminatrice di Musolino,
il quale dal 27 gennaio 1899 al 27 agosto del 1900,cioè
in appena 19 mesi commette 10 omicidi e almeno altri
7 tentativi, mentre il nemico di sempre Zoccali si era
rifugiato negli USA e in sua vece morirà il fratello.
Protetto dal popolo e anche da autorità, complice l’incapacità operativa delle forze dell’ ordine nonostante
schieramenti ingenti e piani strategici meticolosi, Musolino spopola con spavalderia prendendosi gioco di
tutti.
Il 9 ottobre del 1900 Musolino viene arrestato
casualmente da due carabinieri a sette chilometri da
Urbino. “ Malidittu chillu filu”, dirà con
riferimento al filo di ferro che legava le viti e nel
quale era inciampato correndo.
Il processo sarà
celebrato a Lucca e avrà risonanza internazionale.
È un
vero e proprio spettacolo con gli spettatori,
soprattutto donne del popolo e dell’ aristocrazia, che
fanno la fila per poter entrare in aula,
l’ imputato che
catalizza l’ attenzione con il suo dire estemporaneo e
immediato che lo rende interessante e che si conclude
con la sentenza dell’ 11 giugno 1902 e la condanna all’
ergastolo, confermato dalla Cassazione in data 30
luglio dello stesso anno.
L’1 agosto viene tradotto nel
carcere di Portolongone all’ isola d’ Elba, dove rimane
fino al mese di settembre del 1912, quando viene
trasferito a S. Stefano di Ventotene, isolotto del
Tirreno tra Ponza e Ischia.
Il 22 gennaio 1916 lo
internano nell’ ospedale criminale di Reggio Emilia,
dove rimane fino al 12 agosto del 1946, quando è
trasferito al manicomio di Reggio Calabria, dove vivrà
fino al 22 gennaio 1956.
Musolino ha dichiarato più
volte di sentirsi un uomo libero, facendo riferimento
alle proprie ali, con le quali avrebbe voluto volare
lontano e in alto.
Il concetto di libertà è connesso
strettamente a quello di rispetto e Musolino non ha
avuto rispetto né per se stesso né per gli altri.
Ha
giocato, infatti,prima di tutto con la propria vita e
poi con tante altre vite umane.
Dal valore “libertà”
discende l’ esigenza delle regole e, quindi, la
necessità delle leggi e il ruolo della giustizia.
Se
riflettiamo un po’, possiamo affermare senz’altro che,
alla nascita, l’ uomo è l’ unico essere vivente che,
alla nascita, è completamente indifeso e, perciò,
dipendente dagli adulti che si prendono cura di lui.
L’uomo, infatti è un animale sociale, come sosteneva
Aristotele, che può e deve vivere insieme ad altri
uomini e, per fare ciò, deve rispettare delle regole.
Nel tempo e nello spazio molte regole, tenuto conto
della molteplicità dei caratteri, sono diventate leggi.
Per
farsi un’ idea è opportuno leggere il capitolo dedicato
a Musolino e la legge in Vecchia Calabria di
Norman Douglas, uno scrittore straniero innamorato della
nostra regione che riesce a leggere in maniera critica
la società del tempo.”
Solo chi non sappia nulla
delle condizioni locali troverà strano che si possa
scoprire nelle leggi italiane uno dei fattori che
contribuiscono alla disgregazione della vita familiare
in tutto il paese, e all’ apparizione di figure come Musolino……Insomma,
che il metodo seguito laggiù sia fatto apposta per
generare piuttosto che per reprimere il delitto, sono
verità troppo elementari per entrar nella testa dei
retori megalomani che controllano il destino del
paese….La retorica, e solo la retorica decide di una
causa in tribunale…Solo la retorica conta; solo la
retorica è un’ arte….I giornali italiani non
rispecchiano in nessun modo le opinioni dell’ Italia
civile; sono pura e semplice carta da imballo; in tutta
la penisola , non vi sono che tre quotidiani decenti…….e
il codice italiano, che suona come una bella fiaba e
agisce come una furia, è il peggiore che l’ ingegno
umano possa partorire……Da un lato v’è un diluvio di
disquisizioni sottili sulla “giurisprudenza”, la
“responsabilità personale” e così via; dall’ altro,
quella sinistra idiozia chiamata “legge”, sinonimo di
chiacchera, corruzione, idee paleolitiche sulla natura
delle prove testimoniali….Ho parlato della buffoneria
della giustizia italiana; avrei potuto chiamarla una
farsa.” Come dire che quella attuale è una storia
vecchia, un dejà vu, anche se noi la viviamo sulla
nostra pelle. A questo proposito oggi è di moda parlare
di legalità e organizzare corsi, incontri, soprattutto
nelle scuole, ai quali partecipano molti giudici;
secondo me, i giudici farebbero meglio ad impegnarsi
seriamente perché la giustizia sia rapida ed equa; ai
corsi dovrebbero pensare i docenti tenendo comunque
conto che i ragazzi hanno bisogno di esempi piuttosto
che di parole; il giudice, piuttosto che fare lezione,
deve fare il proprio mestiere, deve,dunque, giudicare
assolvendo gli innocenti e condannando i colpevoli
in tempi rapidi .
Ai ragazzi deve rimanere la
percezione concreta che la giustizia c’è, è giusta, è
reale. In questo clima in un certo senso confuso,
Musolino si sente autorizzato ad adottare un codice
tutto personale, per cui tutto diventa relativo e anche
l’ azione più violenta trova giustificazione.
In
effetti quest’ uomo ha affermato sempre di avere
rispettato le donne e i rappresentanti delle forze dell’
ordine, ma in realtà tra i suoi misfatti ci sono pure
gli assassinii di un brigadiere e di una donna e diverse
sono state le donne nei confronti delle quali egli ha
usato atteggiamenti violenti e aggressivi.
Anche la
dimensione religiosa in Musolino è del tutto
personalizzata. Egli è devoto in modo particolare a San
Giuseppe e alla Madonna di Polsi che lo proteggono,
secondo lui, nelle sue smanie omicide e Dio è spesso da
lui implorato e altrettanto spesso bestemmiato.
C’è da
dire, in questo contesto che spesso la devozione a
qualche santo si accompagna a persone, gruppi,
organizzazioni criminali, che eleggono un protettore
spirituale.
(A proposito dei tre nobili spagnoli dai
quali discenderebbero le tre più grosse organizzazioni
mafiose si è già fatto notare l’ aspetto devozionale ai
santi protettori).
Alla propria idea di fede Musolino
associa quella del sogno, altro elemento ricorrente
nella sua vita.” Tutta la mia vita fu un sogno”,
dirà durante l’interrogatorio al processo di Lucca.
Nel
suo mondo onirico il brigante si vedeva libero, libero
di volare a proprio piacimento, libero di trasformarsi
in una “bomba” per evadere facilmente dalle
carceri di Gerace e poi vendicarsi delle ingiustizie
subite. Attribuisce a San Giuseppe , apparsogli in sogno
la notte di Natale, l’aiuto per espugnare il carcere e
riconquistare la libertà…”..la mia stessa natura”
indica Musolino al processo come origine dei suoi guai,
insieme alla “ giustizia ingiusta “ e ai “
persecutori implacabili”. “ Gran parte dei miei guai
deriva da malattia, io sono un infelice Sono più
disgraziato di tutti, prigioniero del mio carattere. Voi
non lo potete comprendere né io stesso me lo spiego come
sono formato”. Il padre a sua volta : “E’ Peppinu meu. L’origine dei guai della mia famiglia”.
Pascoli :”ognuno di noi ha il suo Musolino dentro,
guai a stuzzicarlo.”
Ancora Pascoli in una cartolina
inviata a Costa pregava l’ avvocato di “ salutare
Musolino vittima di due cecità : quella della natura e
quella della giustizia”. Che dire ? Ognuno di noi
nasce con delle caratteristiche peculiari che sono
contenute nel proprio DNA.
Il carattere però della
persona si alimenta, si forma, si plasma, si modifica,
si affina con il processo educativo in un rapporto
interattivo empatico con gli altri.
A Musolino
probabilmente sono mancati questi passaggi. A questo
punto mi piace considerare la“calabresità”
come un nostro valore.
Cesare Lombroso, padre dell’
antropologia criminale, nel 1862 era stato in Calabria
per prestare il servizio militare.
Successivamente era
tornato da psichiatra per i suoi studi.
Nel 1892
pubblica il saggio “In Calabria”, nel quale si dice
convinto di avere individuato in alcune peculiarità
della razza calabrese le ragioni della predisposizione
alla faida della gente bruzia, sostenendo che “la
popolazione, intelligentissima perché deriva da un misto
di romani, greci e fenici, di cui serba traccia nella
forma allungata del cranio, nel dialetto e nei canti, è
audace, eroica, desiderosa di dominio fino alla
prepotenza : ha però nel suo seno una cifra non
indifferente di colonie albanesi e greche, specialmente
verso la punta d’ Italia, che discendono da popoli
imbarbariti nel medioevo e sono in uno stadio veramente
inferiore di senso morale “.
Di Musolino Lombroso
dice che è ora “un criminale non nato”, ora “un criminale puro”, dunque pieno di
contraddizioni.
E’ fuori di dubbio che lo stefanita,
aldilà di ogni forma di falsa modestia, sia un individuo
dalla mente aperta, dall’ intuito pronto, geniale,
estroso, e pure sentimentale e passionale.
Egli è sempre
all’ avanguardia, pronto a rispondere agli stimoli e a
sposare le cause giuste fino anche all’ estremo
sacrificio.
’ sintomatico, a tal proposito, il ruolo
svolto nel periodo risorgimentale dai patrioti del
nostro Paese.
Spesso, però, lo stefanita, e il
calabrese, si è sentito tradito dalle istituzioni per le
quali si era consacrato, ma ha affrontato con
altrettanto orgoglio questa situazione.
“Vorrei
essere toscano, non calabrese, per dirvi cose
intelligentemente”, afferma al processo Musolino, il
quale, convinto di essere inferiore, come calabrese, ad
altri italiani, si rifugia nella delinquenza.
Stefano
Romeo, invece, protesta civilmente e con orgoglio
dimettendosi, nel 1868, da deputato del Parlamento
italiano, dopo aver verificato che gli impegni politici
assunti dal Governo nei confronti della Calabria erano
stati puntualmente disattesi.
Anche la storia successiva
del nostro territorio ci vede in prima linea a difendere
i principi di libertà e giustizia. Certo le popolazioni
calabresi sono deluse dall’ Unità d’Italia, per le
promesse non mantenute e per la solitudine in cui era
stata lasciata la regione.
Musolino diventa il simbolo,
comunque negativo, di questa situazione.
Come commenta Magrì in più di mezzo secolo non si era riusciti a
costruire una strada di appena 24 chilometri per
collegare Santo Stefano a Reggio.
Anche oggi gli stefaniti vivono una stagione difficile che vede il
paese al collasso ; molti indigeni sono stati costretti
ad emigrare per motivi diversi, la popolazione è giunta
al minimo storico, i servizi sono scarsi e insufficienti
sia per i residenti che per i turisti ; non si riesce a
realizzare una strada di collegamento veloce
Gallico-Gambarie che potrebbe costituire un volano per
l’intera vallata.
La spaccatura tra cittadini e Stato
si è allargata sempre più fino a giungere ad uno
scollamento che vede le due parti come contendenti; il
cittadino considera lo Stato come un nemico dal quale
bisogna difendersi, quando piuttosto lo Stato in un
paese democratico si dovrebbe identificare con il
cittadino, tutelarlo e raccoglierne le istanze.
Bisogna
anche riflettere sul fatto che, nel periodo in cui si
svolge la storia del nostro bandito, il fenomeno del
brigantaggio è diffuso in tutta la penisola con
rappresentanti ancora più pericolosi dello stesso Musolino.
Non ci dobbiamo sentire feriti,
umiliati,
dunque, se il nostro territorio ha generato ed è stato
teatro di questa vicenda umana tormentata e difficile, e
neppure, naturalmente, farne motivo di vanto o di esaltazione.
Dobbiamo registrarne la storia e analizzarne
i contenuti con il rigore del critico, per vivere meglio
il nostro tempo. Dicevo all’inizio che Musolino è stato
un grande comunicatore, in un certo senso anticipando
ante litteram il ruolo importante che occupa nella
società attuale appunto la comunicazione.
Musolino ha
cercato anche durante la latitanza di comunicare la sua
versione dei fatti, si è messo lui stesso in contatto
con il giornalista Domenico Nucera Abenavoli
rilasciandogli un’ intervista molto dettagliata.
Durante
il processo a Lucca interveniva con immediatezza e
improvvisazione rivolgendosi sia alla corte sia al
pubblico dando spettacolo; teneva testa al Giudice
rifiutandosi di seguire le regole del processo, come per
esempio di indossare la divisa dei carcerati e per l’
autodifesa ha parlato per un’ ora e mezza
ininterrottamente catalizzando l’ attenzione generale.
A
seguire il processo stampa italiana ed estera; molte le
lettere e i biglietti e le cartoline indirizzati a lui e
alla sorella Ippolita per esprimere incoraggiamento e
comprensione; insomma si è trattato di un fenomeno
mediatico di vaste proporzioni.
“Ma pensate che sono
il conte Ugolino ? Ma vi pare che voglio fare come la
figlia del Gran Visir delle Mille e una Notte che per
salvarsi racconta una favola? Io vi racconterò la
verità. Giuro davanti a Cristo che sono innocente del
primo delitto. Se volete ve lo spiegherò”. Musolino
in carcere leggeva, anzi studiava. Gli
piaceva rileggere “Il conte di Montecristo”
perché narrava di un caso simile al suo. Dizionari e
grammatiche “Il Bene e il Male” di Paolo Mantegazza,
una guida allo studio di classici come Eneide,
Iliade, Odissea… Musolino divorava libri, scriveva
poesie, alcune delle quali venivano pubblicate , dietro
compenso, su “Il Mattino” di Napoli.
A lui si sono
interessate persone di cultura come Pascoli che gli
dedica una poesia, rimasta incompiuta, Totò, che lo cita
nella poesia “A mundana” Giacomo Puccini,
che di
passaggio a Lucca assiste ad un’udienza, Corrado Alvaro
che sottolinea il ruolo delle donne nella diffusione del
mito di Musolino, Pitigrilli che gli dedica un saggio
e poi tante biografie, dall’ intervista ad Abenavoli, a
Norman Douglas, a Vespucci, Palmisano, De Nava, Magrì,
Romeo, a Dario Altobelli che di recente, nel 2006
pubblica “ Indagine su un bandito. Il caso Musolino.”
Durante il processo chiede ad un giornalista se
scriverà un libro su di lui, afferma che deve essere di
almeno mille pagine e conclude che un libro sulla
propria vita può scriverlo soltanto lui stesso.
“ Don
Peppino Musolino ex brigante ha costruito un vero
sistema filosofico”, questo il titolo di un
articolo pubblicato dal “ Corriere di Roma” nel 1950 a
firma di
L. Illuminati, un giornalista che intervista Musolino nel manicomio di Reggio Calabria e che così lo
descrive : “..un’ aristocratica figura di vecchio, un
uomo che non ha nulla di volgare e di rozzo all’
aspetto. Statura dritta ed alta, piccoli occhi mobili e
vivaci, elegante e prominente naso aquilino, taglio
netto e sottile della bocca, dentatura bianca e quasi
perfetta, pizzo candidissimo sul mento mefistofelico.
Portava un cappello grigio a cencio e vestiva un abito
signorilmente corretto nella sua modestia. Il bastone
era un ramo scorticato di albero , su cui si appoggiava
con aria un po’ sbarazzina. Un sorriso ironico gli
illuminava il volto”.
Il titolo di quest’ articolo
credo sintetizzi perfettamente la figura di Giuseppe
Musolino, perché in effetti possiamo dire che questo
brigante ha vissuto elaborando un teorema di pensiero
filosofico e può essere considerato un personaggio del
presente.
Si
conosce la presenza, in questo periodo storico, di
briganti nell’ Italia meridionale.
In effetti il
fenomeno non fu circoscritto perché anche in altre parti
della penisola ci furono figure di spicco nel campo. Ne
ricordo alcuni:
Stefano Pelloni,brigante dello Stato Pontificio,
prima
dell’unificazione. Successivamente al 1860: Rufolone,
originario del viterbese
Francesco De Michelis e Luigi Fiandro dal 1897 esponenti
del brigantaggio subalpino, battevano sistematicamente
la Lombardia.
La Toscana era feudo di Luciano Fioravanti
ex luogotenente di Domenico Tiburzi, detto il
Domenichino.
Tiburzi, morto ucciso dai carabinieri nel
1896, ha rappresentato un esempio di come fosse
possibile in Italia invecchiare in libertà pur
praticando il brigantaggio.
Maremmano, quasi
sessantenne, era stato alla macchia per 24 anni, aveva
ucciso 17 persone e commesso una lunga serie di
misfatti.
Durante la latitanza conduceva una vita da
libero cittadino partecipando a Roma ai festeggiamenti
per le nozze d’argento di Umberto I e Margherita di
Savoia. Eredita il ruolo la banda composta da Settimio Menichetti, Settimio Albertini e Antonio Ranucci,
considerati troppo malvagi dal Capo per poter operare
insieme.