Il dottor
Sigmund Freud, ha detto Cordì, scriveva nel 1920, all'inizio del suo viaggio
"Al di là del principio del piacere", di un bimbetto che amava
giocare con un rocchetto di filo in modo certamente bizzarro. Il piccolo provava
soddisfazione nel lanciare l'oggetto, facendo seguire una singolare emissione
vocalica, "o-o-o", per riavvolgere giulivo il filo disteso e
riavvicinarlo a se stesso al suono di un perentorio "da" .
Freud
individuava nel rocchetto che sparisce dalla vista del piccolo l'esperienza
dell'abbandono materno, che trovava così imprevedibile risarcimento nell'atto
di riavvolgere il filo: il bambino, attraverso questa inedita messa in scena,
poneva riparo alla sparizione della madre, provocando la sua immediata
ricomparsa.
Il bambino
ricorre, evidentemente, a un elementare attività di simulazione per alleviare
una possibile sofferenza. La recita è completata da due battute: quello
"o-o-o" , che Freud decodifica nella parola tedesca "fort"
(cioè via), e il successivo da che significa qua: ossia, la fuga
e il ritorno materni non più subiti passivamente, ma, grazie alla
simulazione, felicemente padroneggiati e quindi disinnescati .
Al di là
della rappresentazione dell'universo familiare, sempre esplosivo e
contraddittorio, la poetica di Nanni Moretti ruota spesso attorno all'esigenza,
avvertita violentemente da alcuni personaggi dei suoi film, di trovare una
risposta concreta a una realtà circostante che conduce alla paralisi dei
rapporti umani.
Per rispondere
a una mancanza, a un bisogno, alla paura, tali personaggi ricorrono volentieri
ad attività di simulazione, piccole messe in scena, rudimentali fort/da
nei quali cercano conforto.
Così il
figlioletto di MIchele in "Io sono un autarchico", che, giocando con
un teatrino di burattini, "doppia" il patetico tentativo degli adulti
impegnati a comunicare con il corpo sociale attraverso lo spettacolino in un
piccolo teatro alternativo.
Oppure Olga,
la ragazza schizofrenica di "Ecce Bombo", davanti alla quale non a
caso finisce il protagonista Michele, che ha per una volta rinunciato
all'ennesima serata inutile con gli amici trovando nello sguardo della ragazza
lo specchio stesso della sua sofferenza. Anche il regista Apicella di
"Sogni d'oro", che rimuove continuamente la realizzazione di una
scena, all'interno di un suo film sulla figura di Freud, concentrata proprio
sull'episodio del fort/da . O il bizzarro archivio del professor
Michele Apicella, in "BIanca", grottesca simulazione di una specie di
malsana banca dati, serbatoio di immagini di amici e amiche che dovrebbe
risarcire il personaggio della sia terribile incapacità a comunicare .
Infine la
cerimonia cattolica della messa, in "La messa è finita", emblema di
un rito continuamente inseguito da don Giulio durante il film, come occasione di
recupero delle radici di ogni messa in scena possibile, alla sorgente di ogni
attività simbolica, verso il primario bisogno dell'uomo di dare una risposta
all'ostilità dell'ambiente in cui egli vive.
Oltre a tutto
ciò, il fort/da è anche una sorta di grado zero dell'autarchia,
la sua messa in evidenza più elementare ed anche efficace, il trionfo
dell'onnipotenza del bimbo che può, senza l'aiuto di nessuno, raggiungere i
suoi traguardi .
E' una figura,
dunque, del cinema morettiano, ma anche sul cinema morettiano, che coglie con
perfetto scelta di tempo, da goleador pallanuotista come è il suo attore,
l'attimo in cui proporsi ed affermarsi al cospetto della macchina cinema.
Una macchina
cinema ormai incapace di offrire coordinate pienamente riconoscibili nell'epoca
in cui c'è più cinema negli spot televisivi, nei videoclip, nelle produzioni
dei film-makers, che in tante pellicole "ufficiali" .