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Gianni Aiello
che si soffermato sul significato dell’incontro, passando poi la parola al
primo relatore, Daniele Zangari, che da attento studioso della “Questione
meridionale”, ha fatto un ampio excursus storico-sociale, ed in particolare
del protagonista Pasquale Cavallaro, basandosi su elementi ricavati da
un’inchiesta apparsa su “Vento del Sud” nel Luglio
– Agosto 1975 .
Pasquale
Cavallaro era figlio di un proprietario terriero di S. Nicola, frazione di
Caulonia. Il padre lo aveva mandato a studiare a Catanzaro dove aveva conseguito
il diploma magistrale. Era figlio unico, ed appena in possesso del titolo ritornò
a S. Nicola con la speranza di intraprendere la carriera di insegnante.
Aveva
appena svolto qualche supplenza quando scoppiò la prima guerra mondiale e fu
chiamato alle armi. Nel 1917 rientrò dal fronte per una licenza e fu colto da
una broncopolmonite che lo costrinse a letto obbligandolo, dietro presentazione
di certificato medico, a chiedere una proroga della licenza di dieci giorni.
Comandava
in quel periodo la locale Caserma dei Carabinieri il Maresciallo Mura, uomo
severo e molto ligio alla disciplina militare, che non intese accogliere la
richiesta del Cavallaro.
Per
tutta risposta il nostro invece di rientrare al fronte si trasferì in un'altra
casa per cui allo scadere della licenza gli piovve addosso un mandato di cattura
per diserzione.
Da
qui ha origine la vita movimentata e rivoluzionaria del Cavallaro con tutte le
implicazioni politiche ed avventurose che ne seguirono e che cercheremo di
ricostruire per amore della verità storica e per ridicolizzare tutte le
strumentalizzazioni che furono imbastite intorno alla figura ed all'opera di
questo uomo.
Caulonia
in quel periodo era un grosso centro agricolo. La popolazione contadina viveva
nella più nera arretratezza ed a tutto vantaggio di poche famiglie arroccate
sui loro privilegi economici ed ereditari. Inesistente una categoria intermedia
di professionisti o di ceto medio: anche le attività loro pertinenti erano
appannaggio dei vari signorotti del paese.
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Il Cavallaro, figlio di un modesto proprietario, diplomato a Catanzaro, non aveva
incontrato i favori delle persone abbienti del paese che si vedevano insidiati
da un individuo di modesta estrazione sociale.
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Pasquale
Cavallaro, il figlio Ercole e Guido Verdiglione
da:
Caulonia, dal Fascismo alla
"Repubblica" di Orazio Raffaele Di Landro |
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In poche parole era malvisto.
Il
maresciallo Mura applicava la legge senza urtare però la suscettibilità dei
potenti: cosicché era più facile incorrere nei rigori della giustizia da
poveri che da ricchi.
Ad
un certo punto il Cavallaro, essendo ricercato, dovette fare una scelta:
consegnarsi o rendersi latitante. Egli scelse la seconda strada e si unì quindi
ad una banda che allora costituiva la «’ndrangheta» di Caulonia.
Data
la sua cultura, le sue capacità oratorie, il suo talento e la sua megalomania
ne divenne il capo con lo scopo però, come egli stesso confessò in un secondo
tempo, di persuadere ladruncoli e furfantelli a ritornare sulla retta via ed a
fare gli uomini onesti.
Se
si considera che non si era mai professato cattolico e nemmeno ateo, alla base
della sua anima diremmo agnostica vi era l'ansia di essere qualcuno e di
manifestarsi.
In
un altro momento storico e precisamente alla vigilia della seconda guerra
mondiale un suo intimo amico che lo seguì poi in tutte le sue vicissitudini, in
quel momento di esaltazione collettiva a favore della guerra, gli chiese:
«Professore, ritenete giusta e necessaria la guerra?» Egli
rispose in modo evasivo:
«Professore, ritenete giusta e necessaria la guerra?» Egli rispose in
modo evasivo:
«Secondo il mio grande ideale la guerra non posso augurarla, ma ritengo che
». L’amico replicò:
«E qual’è questo vostro grande ideale?»
Cavallaro
rispose:
«Non siete in grado di capirlo».
In
quel momento quindi non si compromise, non disse se il suo grande ideale fosse
rappresentato dal fascismo, dal comunismo, o dal cattolicesimo.
Un
fatto è certo: non si ricordano nette prese di posizione di Cavallaro contro il
fascismo nel periodo del ventennio.
Addirittura
esiste una poesia di Cavallaro in cui viene magnificata la figura di Mussolini.
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Non contrastò d'altra parte le simpatie verso il fascismo del figlio Libero,
volontario in guerra con gli avanguardisti, creatore di opere d'arte che
esaltavano il fascismo, tra le quali un cavallo lavorato così bene che meritò
l'esposizione ad una manifestazione a Roma accanto al secondo gagliardetto
fascista d'Italia che era quello di Caulonia.
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Gli
scontri che Cavallaro ebbe negli anni 1922-1923 con il Prota, console della
Milizia e lo Zurzolo, graduato fascista, avevano origini più che politiche,
sociali. Cavallaro, nativo di S. Nicola, era il primo contadino istruito,
volitivo, di temperamento focoso che scendeva in paese e osava ostentare nessuna
sottomissione ai signorotti del tempo. Ecco quindi che i contrasti si
svilupparono sul terreno delle origini sociali con naturali conseguenze
politiche dato che nessuno in paese si era sottratto alle generale esaltazione
della affermazione fascista.
Il
mandato di cattura per diserzione già lo aveva qualificato come un ribelle, a
ciò si aggiunse un oscuro episodio che lo vide al centro di un processo per
omicidio. Era stato ucciso un certo Portare, zio di Cavallaro, noto come spia
dei carabinieri. Il Portaro pare che fosse a conoscenza del nascondiglio di
Cavallaro nel periodo della latitanza, per cui fu imbastito un collegamento tra
il ritrovamento di Cavallaro da parte dei carabinieri e l'uccisione di Portare
per vendetta da parte del primo. In sede di processo però il Cavallaro fu
assolto per insufficienza di prove.
In
questo modo il suo dossier penale aumentava a dismisura e giunse un momento
veramente critico: accettare la qualifica di delinquente comune o quella di
perseguitato politico.
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La
seconda soluzione consentì al Cavallaro di ottenere il confino invece del
carcere. Al confino godette di una certa libertà d'azione, ebbe la possibilità
di avere i figli vicino, fece l'insegnante dando lezioni private e guadagnando
dalle 5 alle 8 lire al |
giorno, era libero di muoversi durante la giornata, dovendo
rispondere solo all'appello serale.
Alla
luce quindi di quanto avvenne sembra logico pensare che il suo antifascismo fu
veramente calcolato e fu un alibi per i suoi precedenti penali. Era naturale
quindi che tutti questi avvenimenti avevano contribuito a dare un chiaro marchio
antifascista al Cavallaro: si trovava pertanto isolato fra la gente contadina,
era considerato peggio di un appestato dai ricchi signori più o meno nobili che
indossavano trionfalmente la camicia nera.
Nel
1943 quando sbarcarono gli americani, Cavallaro era un tranquillo maestro di
campagna che viveva dando lezioni private ed a tutto pensava meno che a fare il
martire antifascista.
Gli
Alleati decisero di sistemare le cose insediando Sindaco di Caulonia Saverio
Asciutti, una persona di nessuno spicco politico e la cui unica virtù era
quella di appartenere alla categoria degli altolocati e dei benestanti del
paese: in poche parole la speranza di rinnovamento che si era accesa con
l'arrivo degli americani moriva sul nascere.
Alcune
frazioni del mondo contadino e dei piccoli proprietari (da cui traeva origini il
Cavallaro) che avevano dovuto subire il predominio di un gruppo di famiglie che
si era servito del regime per
meglio
imporre il proprio costume basato sullo sfruttamento e sull'oscurantismo, si
sentirono certamente ingannate dalla decisione degli Alleati. Cominciarono
pertanto a dare segni di insofferenza, tumultuando in occasione della festa di
S. Ilario e deprecando pubblicamente la nomina a sindaco dell'Asciutti.
In
occasione di una di queste manifestazioni di dissenso si cominciò a fare il
nome di Cavallaio come sindaco della città.
Questi
d'altronde aveva un seguito notevole tra i contadini; prima ancora del ventennio
aveva dimostrato amore per la terra e spirito di sacrificio: a sue spese aveva
tracciato una strada carrozzabile da Caulonia a Rose. Era stato generoso con
tutti e quindi il momento era favorevole per ribaltare una situazione politico
– sociale a favore delle categorie meno abbienti.
Di
fronte a tale manifestazione di protesta il neo sindaco Asciutti coraggiosamente
si chiuse in casa, mentre il Cavallaro che abitava dietro la sede Municipale
entrò in contatto con le forze alleate (conosceva molto bene l'inglese) ed
ottenne la nomina a sindaco di Caulonia.
La
nomina fu subito appoggiata dagli esponenti comunisti della Provincia, Enzo
Misefari e Musolino e ratificata dal Prefetto Priolo di Reggio Calabria. Come
pure tutti quegli sventurati che durante il ventennio avevano subito le
prepotenze del "Circolo dei Nobili" e le vessazioni di un maresciallo
Mura si riconobbero in Cavallaro e nella bandiera di riscatto che lo stesso
agitava.
Pasquale
Cavallaro aveva in quel momento in casa due figli: Ercole di 16 anni e Leone di
anni 12. Questi ragazzi svolsero un ruolo importante nella rivolta di Caulonia,
anzi potremmo dire che determinarono con le loro azioni i fatti di Caulonia.
Con
la nomina a Sindaco di Pasquale ormai la situazione in Paese si era capovolta a
favore dei "proletari". Ercole e Leone seduta stante si erano posti a
capo di un gruppo di ragazzi con lo scopo preciso di umiliare i ricchi del paese
e i Carabinieri.
Uscivano
la sera armati (con armi scariche) molestando chi capitava e rubacchiando in
giro. Non eseguirono certamente perquisizioni in case di fascisti (come è stato
detto). Erano cose di poco conto ma in quei tempi bastava poco per buscarsi un
mandato di cattura. E fu proprio quanto capitò ad Ercole Cavallaio e ai suoi
amici.
In
quei giorni arrivò a Caulonia un nuovo carabiniere che soprannominarono "il
biondino" il quale pensò bene di porre fine a questo stato di cose con
un’azione decisiva.
Avuta
una sera una segnalazione che l’Ercole Cavallaro si trovava al Ristorante
"Miramare" vi si recò e dopo averlo arrestato lo condusse alle
carceri di Locri e lo fece regolarmente rinchiudere.
II
fratello maggiore di Ercole, Libero, che era ritornato in quei giorni dalla
Grecia, si era tenuto al di fuori della mischia anche perché non aveva
condiviso il fatto che il padre facesse il capo comunista.
Di
fronte però all'arresto di Ercole, Libero decise una manifestazione di forza
pensando di premere presso la Magistratura ed
ottenere la scarcerazione
del fratello.
In
un pomeriggio del marzo 1945 radunò un centinaio di uomini nelle campagne e al
tramonto tutti insieme bloccarono il telefono della Società Elettrica che era
l'unica fonte di comunicazione tra Caulonia ed il mondo esterno. Fu fermato
l'addetto, Amendolia, e fu dato l'allarme generale.
L'indomani
mattina avvennero i primi sequestri. Ma bisogna fare attenzione. Sequestri di
quali fascisti? Caulonia era un centro fascistizzato all'estremo. Tuttavia,
l'ing. Franco ad esempio, uno dei sequestrati, non era un fascista era stato
sempre un repubblicano ed all'origine del suo fermo c'era il seguente episodio:
II
Franco possedeva un frantoio presso il quale lavorava un operaio che fu
licenziato in tronco in seguito ad una lite, pur essendo un padre di famiglia.
Pasquale Cavallaro, nell'intento di bloccare il sopruso, scrisse un articolo su
«II lavoratore» di Reggio Calabria accusando il Franco di usare metodi
deplorevoli ed antiumanitari. Il Franco reagì alle accuse diffondendo un
volantino con il quale definiva il Cavallaro un relitto umano e respingeva
l'accusa di nostalgico specie perché pronunciata da un uomo che aveva un figlio
(Libero) di fede fascista.
Libero
in quel periodo era ritenuto disperso in guerra
ed in casa Cavallaro questa circostanza aveva imposto il lutto stretto.
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L'offesa
quindi era atroce perché toccava Pasquale nei suoi
sentimenti paterni.
Fu
questo episodio che spinse Libero a operare il primo
sequestro nella persona dell'ing. Franco
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il quale ricevette
16 frustate e fu poi rilasciato.
Un
fascista fermato, certo Lucano, subì il sequestro perché
in precedenza aveva avuto una discussione con un nipote di
Cavallaro e gli aveva sparato ad un piede.
II
giorno successivo fu prelevato il pretore Cananzi e gli fu
ingiunto di recarsi a Locri per ottenere dal Procuratore
l'immediata scarcerazione di Ercole Cavallaro. Il notaio
Pipino, appreso il fatto, essendo amico del Cananzi, si recò
a casa dello stesso per portare conforto ai familiari.
Imbattutosi nel portone di casa in alcuni uomini di
Cavallaro che gli avevano intimato l'alt reagì con frasi
pesanti per cui fu preso di peso e scaraventato in mezzo
alla strada con quattro bastonate.
Abbiamo
citato alcuni degli episodi più noti e significativi dei
primi due giorni di rivolta per evidenziare i caratteri
umani e politici e nello stesso tempo ribadire la condotta
di Pasquale non partecipe in prima persona a nessuno di
questi fatti: divenne un capo in virtù degli eventi da
altri determinati, come era diventato poco tempo prima
sindaco.
I
signori ed i benestanti, dal canto loro, visto che le cose
si erano messe in un determinato modo avevano fatto buon
viso a cattiva sorte e si erano tappati disciplinatamente in
casa, inviando agli insorti viveri ed alimenti di ogni
genere.
Anche
l'uccisione del prete Gennaro Amato ebbe uno sfondo più
personale che politico (delitto d'onore?). Don Amato aveva
un debole per le donne ed in particolare era l'amante della
moglie dell'omicida.
Fino
a quel momento lo stesso aveva tollerato le corna, con la
rivolta in atto non se la sentì più e si sbarazzò del
prete.
Per
il resto la vita in città si svolgeva in maniera normale.
Il centro era occupato dagli agitatori di sinistra:
contadini e disoccupati. Il pullman viaggiava regolarmente:
dall'esterno si entrava in Caulonia con il visto della
sezione del PCI.
La
rivolta che era cominciata con l'arresto di Ercole Cavallaro
si spense con la sua scarcerazione che avvenne il terzo
giorno. Non appena rientrato in paese, i comunisti per
festeggiare la vittoria e porre fine allo stato di
agitazione, organizzarono un corteo ed issarono alle porte
di Caulonia una bandiera rossa ed una bandiera bianca,
quest’ultima in segno di resa e di pace.
Ma
evidentemente non tutti la pensavano allo stesso modo e
forse i primi a non condividere questa resa erano gli stessi
Cavallaro: i figli più del padre.
Nella
campagna si andava intanto spargendo la voce che
scarseggiavano i viveri, che la farina non veniva
distribuita: coloro i quali ritornavano alle loro case, dopo
aver partecipato al movimento insurrezionale, si sentivano
estremamente euforici e furono portati a trasmettere ad
altri il loro stato d'animo. Avvenne cosi che il movimento
insurrezionale che si andava spegnendo a Caulonia si
accendeva nelle campagne e si estendeva in territori della
provincia di Catanzaro.
E'
difficile dire quanto abbia contribuito a questa ribellione
l'azione personale e diretta del Cavallaro, è certo però
che in ogni caso egli costituiva un punto di riferimento
preciso per ogni azione rivoluzionaria.
Il
prefetto di Catanzaro, informato in maniera alquanto
esagerata di quanto avveniva ai confini della sua provincia,
mobilita l'arma dei Carabinieri per contrastare
l'insurrezione. Altrettanto fece il prefetto comunista di
Reggio Calabria, Priolo, dando ordine ai Carabinieri di
marciare decisamente su Caulonia.
Nella
città di Caulonia, con grande sgomento di Cavallaro che
risultava sempre segretario di una sezione comunista, si
venne a sapere che avanzavano verso la città i carabinieri
preceduti da fascisti che cantavano gli inni della
rivoluzione.
Tenta
il Cavallaro quindi di entrare in contatto con il prefetto
Priolo affinché venga fermata questa gente e per spiegargli
i fini del movimento insurrezionale di Caulonia: aveva
preparato all'uopo una lettera che doveva pervenire al
Priolo tramite i dirigenti provinciali del partito.
Le
cose si mettevano male e la situazione andava evolvendo
verso uno scontro diretto tra la popolazione di Caulonia e
l'arma dei Carabinieri.
Il
Misefari non trova di meglio che mandare Musolino a
prelevare Cavallaro per portarlo a Reggio Calabria ed avere
un incontro con il Prefetto Priolo e affrontare la
questione. Sulla strada tra Caulonia e Roccella una
pattuglia di Carabinieri fermò l'auto che trasportava
Cavallaro a Reggio Calabria e Cavallaro fu arrestato e poi
rinchiuso nelle carceri di Roccella.
La
verità storica vuole che su quella strada mai vi erano
stati pattugliamenti dei Carabinieri e che molto sospetta
apparve la presenza di quella pattuglia a quell'ora e su
quella strada. Il tradimento
quindi
era compiuto.
In
carcere Cavallaro, il movimento insurrezionale si arrestava.
Difatti non appena entrarono i Carabinieri a Caulonia i
figli di Cavallaro furono costretti a scappare: furono presi
soltanto un mesetto dopo mentre dormivano in un pagliaio.
Intanto
la repressione a Caulonia fu violenta. I rivoltosi furono
rinchiusi nel mattatoio, bastonati e torturati. Stranamente
il prefetto Priolo mandò a guidare ed organizzare la
repressione proprio quel maresciallo Mura, di famigerata
memoria, che era stato tanto caro ai fascisti ed ai
“nobili” del paese.
La
gente nelle campagne si disperse ed i Carabinieri, avuta
carta bianca, interruppero qualunque ansia di rinnovamento e
dissuasero i contadini ad organizzare la resistenza.
Il
ministro della Giustizia, Togliatti, non alzò un dito a
favore di Cavallaro e del suo movimento contadino, anzi i
suoi interventi successivi suonano in tono giustificativo
dell'operato dei dirigenti del partito che preferirono
obbedire ad una logica repressiva ed anti – proletaria
anziché assecondare la speranza di un popolo che in
Caulonia vedeva l'inizio per spezzare una quasi secolare
catena di umiliazioni e di intimidazioni.
Bisognava
in quei giorni avere il coraggio di credere nella terra e
nella funzione che contadini e braccianti potevano svolgere
in una società rinnovata: ma l'arresto di Cavallaro
sintetizzò un indirizzo diverso delle forze di sinistra a
discapito di povera gente che aveva creduto in una bandiera
in buona fede e con entusiasmo.
Tra
l'altro, fra gli uomini del PCI, serpeggiava un'invidia
cocente contro Cavallaro, dotato di capacità oratorie e
trascinatrici che costituivano una seria ipoteca sulle
future battaglie politiche ed elettorali: quindi tutto
l'apparato del partito vide con piacere scomparire
quest’uomo dietro le sbarre di un carcere.
Ed
il calvario di Cavallaro non terminò solo con la galera ma,
scontati i sette anni, si recò a Roma con l'ingenua
speranza che i gerarchi del PCI lo avrebbero accolto a
braccia aperte. Non fu ricevuto ne da Terracini, ne da
Togliatti, nonostante le sue numerose anticamere in via
delle Botteghe Oscure.
Questa
fu l'ultima umiliazione per un uomo che aveva dedicato una
vita alla causa della sua gente, strumentalizzata ancora una
volta da un partito che mostrava una faccia proletaria e
aveva già una sostanza da “compromesso storico”.
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Ha
poi preso la parola l’on. Fortunato Aloi, altro
relatore della serata, che si soffermato sulla “Repubblica
di Caulonia” attraverso l’esame di alcuni documenti
storici, non prescindendo dal collegamento
della “vicenda” con la politica nazionale.
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