"La Chiesa e la Grande Guerra" è stato il tema dell'apposita giornata di studi organizzata dal Circolo Culturale “L'Agorà” e tale incontro organizzata dal sodalizio reggino, fa parte del programma “Il centenario della grande guerra”  che per la valenza ed i contenuti ha ricevuto l'Alto Patrocinio dell'Ambasciata d'Austria, della Repubblica Ceca, della Repubblica Slovacca, dell'Ambasciata di Ungheria.
Durante la conversazione culturale sono stati trattate la varie scuole di pensiero relative al periodo storico in argomento, come il cattolicesimo europeo che reagì in maniera contraddittoria alla Grande Guerra che vedeva da una parte, Benedetto XV, e con lui la Santa Sede, sposa una linea neutrale, dall’altra ogni episcopato nazionale giustifica l’intervento armato.
Il Papa del periodo Benedetto XV  condannò più volte quella guerra che venne definita dallo stesso Pontefice come “orrenda carneficina”, “suicidio dell’Europa civile” o “inutile strage”.  Queste alcune delle cifre che. insieme a quelle dei molti sacerdoti e dei tanti cappellani militari che si ritrovarono a dare il loro contributo, oltre che al fronte, anche negli ospedali da campo o nelle immediate retrovie, sono state analizzate nel corso della conversazione culturale.
Dopo l'introduzione di Gianni Aiello (presidente del Circolo Culturale "L'Agorà" la parola è passata ad Antonino Megali (socio del sodalizio organizzatore) cheprima di affrontare il tema della serata ha esaminato la posizione assunta dalla Chiesa di fronte alla guerra nei secoli precedenti.
Il problema - afferma Antonino Megali - viene trattato nella dottrina della “Guerra Giusta”, elaborazione che si deve a Sant’Agostino e a San Tommaso d’Aquino,poi approfondita dai teologi spagnoli, il domenicano Francisco da Vitoria e il gesuita Francisco Suarez. Citiamo pertanto i criteri stabiliti:
1) Nel caso di un attacco da parte del nemico esso deve essere tale da comportare gravi conseguenze per i beni essenziali ai fini della vita;
2) Questo attacco non deve trovare giustificazione alcuna; infatti non deve essere stato causato da precedenti gravi provocazioni.
3) La difesa dall’attacco nemico deve essere immediata; dunque non può trattarsi di una misura preventiva contro intenzioni aggressive solo ritenute probabili.
4) La guerra deve essere stata dichiarata dall’autorità legittima;
5) Deve servire solo alla pura difesa dei beni minacciati, ossia, per le intenzioni e per i mezzi impiegati, la difesa non deve sconfinare oltre quanto necessario al suo scopo;
6) Devono esistere ottime possibilità che la meta della difesa venga conseguita.
7) Questa meta non deve poter essere raggiunta anche con mezzi meno cruenti (principio della extrema ratio), ossia tutti i mezzi pacifici (trattative e mediazioni) devono essere esauriti;
8) I beni che si vogliono proteggere devono essere complessivamente d’importanza superiore ai danni che prevedibilmente derivano dalla guerra (principio della proporzionalità);
9) Non si deve far ricorso a mezzi che siano moralmente condannabili. Se queste condizioni non vengono soddisfatte nel loro complesso, allora, secondo la concezione tradizionale, è necessario rinunciare alla guerra e accettare i mali inflitti dall’avversario.
Naturalmente questi giudizi si riferiscono alle guerre offensive. Perché le difensive rientrano nel diritto naturale, essendo lecito reagire con la forza a chi esercita la forza. Il catechismo di Pio x ribadisce che:” Ѐ lecito uccidere il prossimo quando si combatte una guerra giusta ; quando si eseguisce, per ordine dell’autorità suprema, la condanna di morte in pena di qualche delitto; e, finalmente, quando si tratta di necessaria difesa contro un ingiusto aggressore”. Posizioni riconfermate sostanzialmente dal Nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica.
Fatte queste premesse risulta chiaro come la definizione di “inutile strage” rappresenta uno strappo alle teorie fino allora prevalenti. Per capire come si è arrivati a questa eccezione esaminiamo i rapporti tenuti dai diversi componenti della Chiesa con lo Stato e con la guerra.
Iniziamo dai Pontefici. Durante il conflitto si succedono due Papi:Pio x e Benedetto xv. Entrambi critici di fronte al teorema della guerra giusta e al superamento della separazione esistente tra Chiesa e mondo esterno. Poche settimane dopo l’inizio del “guerrone”- così lo chiamava Pio x- lo stesso Pontefice muore il 20 agosto del 1914. Pochi giorni dopo il Conclave elesse Papa Giacomo Della Chiesa, che scelse il nome di Benedetto xv. Elezione un po’ anomala, dato che aveva ricevuto la porpora cardinalizia solo tre mesi prima. Risulta essere il meno noto tra i Pontefici del novecento forse perché messo in ombra  tra i due più famosi Pio x e Pio XI. Fu perfino definito “il Papa sconosciuto” sia per il breve periodo di pontificato, otto anni, sia per la sua decisa posizione durante il conflitto.Infatti fin dal suo insediamento mantenne un’assoluta neutralità e con l’Esortazione Ubi Primum fece un appello di pace rivolto a tutti i cattolici del mondo:”Ѐ indicibile l’orrore e l’amarezza che ci ha subito riempito l’animo nel contemplare tutto quanto l’immane spettacolo di questa guerra per la quale vediamo tanta parte d’Europa devastata dal ferro e dal fuoco, rosseggiare di sangue cristiano”. Nella sua prima enciclica poi scrisse:” Ogni giorno la terra ridonda di nuovo sangue e si copre di morti e feriti…Il tremendo fantasma della guerra domina dappertutto e non vi è quasi altro pensiero che occupi ora le menti. Nazioni grandi e fiorentissime sono là sui campi di battaglia…E intanto, mentre da una parte e dall’altra si combatte con eserciti sterminati, le nazioni, le famiglie, gli individui gemono nei dolori e nelle miserie, funeste compagne della guerra; si moltiplica a dismisura, di giorno in giorno, la schiera delle vedove e degli orfani; languiscono per le interrotte comunicazioni, i commerci, i campi sono abbandonati, sospese le arti, i ricchi nelle angustie, i poveri nello squallore, tutti nel lutto “. E ancora nel primo anniversario dello scoppio ricordò “ ai popoli belligeranti e ai loro reggitori” la “tremenda responsabilità della pace e della guerra” in un mondo” fatto ospedale e ossario”. Nel 1917 oltre a parlare ancora una volta di “inutile strage”, fece di più. Inviò a tutti i belligeranti un invito alla pace fissato in sette punti : evacuazione delle zone occupate, disarmo reciproco, libertà di navigazione, rinuncia reciproca agli indennizzi di guerra, esame delle questioni territoriali irrisolte (tra Francia e Germania, tra Italia e Austria), istituzione dell’arbitraggio internazionale. La proposta non ebbe nessuno ascolto. La Germania la ritenne un tentativo di strappare loro la vittoria, la Francia non rispose, la Gran Bretagna si limitò a ringraziare. Il presidente degli Stati Uniti Wilson rispose duramente e Sidney Sonnino, ministro degli Esteri italiano, la ignorò.
Del resto anche le Chiese di ogni Nazione agirono per conto proprio. E se già il gesuita tedesco Peter Lippert si era dichiarato sicuro della vittoria perché Dio era con la Germania, ora il domenicano francese padre Antonin- Dalmace Sertillanges si rivolge al Papa dicendo:” Noi siamo tra i figli che talora dicono no, no!. Santo Padre, noi non sappiamo che farcene della vostra pace”. Per non parlare di Georges Clemenceau, primo ministro soprannominato “tigre”, il più intransigente nel chiedere a guerra finita il disarmo della Germania, che liquidò Benedetto chiamandolo il “il Pape Boche” (il Papa tedesco).
Il cattolico Tommaso Gallarati Scotti scrisse che le parole del Papa avevano provocato una “una tempesta di ire”. Un generale arrivò a dire:”Bisogna impiccarlo”. Un cappellano militare don Carmine Cortese nel suo diario annotò le parole dette da un Maggiore nei riguardi del Pontefice definendolo :”delinquente, tisico, deforme, che non tarderà tanto a scendere nella tomba”. Nonostante questo il Papa a guerra ultimata invitò tutti a “deporre gli odi e condonare le offese “ promettendo l’appoggio alla Lega delle Nazioni (Enciclica Pacem ,Dei munus pulcherrimum). Certo che dalla guerra Benedetto uscì perdente e non poteva essere diversamente. Il pacifismo allora era sinonimo di disfattismo e diversi uomini di chiesa, vescovi e cardinali si schierarono con il proprio Paese: nessuno mise in dubbio che un soldato cattolico potesse venir meno al dovere di combattere. Non lo fece neanche il Papa.Inoltre ogni Chiesa aveva una particolare visione dello Stato nemico. Quella francese vedeva nella Germania l’origine della religione luterana; quella tedesca voleva la vittoria sui francesi perché eredi della rivoluzione del 1789; molti vescovi e preti infine in Italia guardavano con favore alla cattolicissima Austria o al ramo francese fedele al Papa contro i protestanti tedeschi. Tanto che un poeta inglese, John Collings Squire, descrisse la situazione con i seguenti versi:

Dio udì le Nazioni in guerra gridare e cantare:
“Dio punisca l’Inghilterra”-“Dio salvi il re”
“Dio è da questa parte”- “Dio è da quell’altra”.
“Buon Dio”, disse Dio, “mi hanno trovato un lavoro”.


La guerra era fra l’altro considerata una costante nella storia e a questo proposito ci piace riportare quanto scrive il nostro Corrado Alvaro nel romanzo Vent’anni: ”Tutto il mondo ha fatto sempre la guerra ed è cominciato con la guerra. La vita è corta,e pochi se ne accorgono che il mondo ha fatto sempre guerra. A ogni guerra dicono che questa sarà davvero l’ultima, la fine di tutte le guerre. Ma poi vengono i nuovi che crescono, divengono forti,  quello che hanno preso non gli basta, la famiglia si è allargata, e ricominciano. Non c’è nessuno che voglia la guerra, e tutti a un certo punto la fanno. Come lo spiegate? Date retta: i libri dicono che niente di meno gli uomini non hanno fatto che guerra;e il più lungo periodo di pace che abbia avuto il mondo è stato di poco più che cinquant’anni; neppure lo spazio della vita di un uomo. Ma voi mi dite: sono tutte belle ragioni, ma il fatto è che in guerra si muore. Io vi dico che anche a vivere si muore. Soltanto, uno non se lo aspetta, e allora sembra lontano. Chi lo vede che succede nel mondo mentre noi stiamo tranquilli a casa nostra? Nello stesso minuto gente nasce e gente muore sembra che proprio a noi non debba toccare, e che proprio noi siamo dispensati da questo passo”.
Abbiamo già detto della sconfitta di Benedetto XV ma è indubbio che aprì una crepa in quelle teorie che erano alla base della “guerra giusta”. Inoltre aveva intuito che la Grande Guerra si differenziava dalle precedenti per le nuove armi usate, e il numero di morti e per l’estensione del fronte su cui si combatte e che finirà col modificare la politica europea. Cambiò non solo il teorema della guerra giusta ma anche il concetto di patria. Lo scrittore tedesco Erich Maria Remarque scisse nel famoso Niente di nuovo sul fronte occidentale: “Coi nostri giovani occhi aperti vedemmo come il classico concetto di patria, quale ce lo insegnarono i nostri maestri, si realizzasse per il momento in una rinunzia della personalità,quale mai non si sarebbe osato imporre alla più umile persona di servizio. Saluto, attenti passo di parata, presentat’arm, fianco dest’, fianco sinist’, battere i tacchi, cicchetti e mille piccole torture. C’eravamo figurati diversamente il nostro compito; sembrava che ci si preparasse all’eroismo come cavalli da circo; ma finimmo con l’abituarci”.
Facciamo un passo indietro per tonare a prima dello scoppio del conflitto. La Gerarchia ecclesiastica un po’ dovunque era favorevole alla scelta della neutralità. Oltretutto da noi era ancora irrisolta la questione romana sorta tra Stato e Santa Sede e che era culminata con l’allontanamento dalla politica dei cattolici più intransigenti (non expedit). Scoppiata la guerra diventava sempre più difficile persistere nell’opzione neutralista e quindi non mancarono posizioni diverse anche dalla parte dei Vescovi. In Francia particolarmente, ma anche in Inghiltera e Germania, il clero cattolico si adeguò al sostegno della guerra voluto dai fedeli e dai governanti. Più difficile la situazione nei paesi a maggioranza protestante. Nel Regno Unito la minoranza cattolica era sopportata e sospettata di obbedire ai comandi del papa. In Irlanda i cattolici si auguravano la sconfitta dell’Inghilterra perché avrebbe favorito l’indipendenza della loro isola. In Italia dati i rapporti tra Stato e Chiesa e la presenza di massoni nel Governo, i Vescovi e la maggio parte del clero rispettarono le direttive del Papa, anche se non mancarono gli interventisti. Fra questi Mons. Orazio Mazzella, vescovo di Rossano, che definì giusta e legittima la guerra dell’Italia perché difensiva contro gli Imperi centrali che tenevano sotto la propria sovranità territori naturalmente italiani. E un altro vescovo, quello di Sorrento, scrisse su “La libertà”:”Concordi nel voler la guerra che Dio ha voluto, che l’autorità legittima ha ordinato …ad inviare i nostri cari più intimi a prestare l’opera loro…a rendere più grande e gloriosa l’Italia nostra”.
Paradossalmente in tutta Europa si usavano i luoghi di culto per chiedere a Dio il successo del proprio esercito e per ringraziarlo con i Te Deum per le vittorie. Situazione che fece dire allo scrittore irlandese George Bernard Shaw che sarebbe stato meglio chiudere le chiese piuttosto che sentire preghiere per la sconfitta del nemico. Dopo Caporetto il Comando Supremo decise di agire sul clero per convincere la popolazione a un maggiore impegno contro il nemico. Il ministro guardasigilli Ettore Sacchi inviò una circolare ai vescovi perché:”Anche il clero intensifichi la sua cooperazione, specie nei comuni rurali presso le famiglie dei soldati, per fortificare lo spirito di resistenza e di sacrificio e diffondere il convincimento che dall’esito felice della nostra guerra nazionale dipendono la salvezza e la fortuna della Patria cui è indissolubilmente legato il benessere morale e materiale dei singoli cittadini”. I risultati dell’invio di questa circolare furono positivi come ammise anche il comandante Diaz. Qualcuno, come Mons. Rodolfi, vescovo di Vicenza difese i suoi sacerdoti dall’accusa di disfattismo. Risentito scrisse al capo del Governo:”Ho settecento preti, duecento sotto le armi, cinquecento in cura d’anime. Dei duecento sacerdoti soldati alcuni sono morti … altri furono feriti, alcuni decorati, altri encomiati :nessuno ha mai mancato al suo dovere, nessuno”.
Vediamo ora le reazioni di preti soldati, di cappellani militari, di seminaristi a contatto con le trincee. Tra quindicimila preti ne furono scelti come cappellani militari circa duemila quattrocento, altri trovarono spazio nel servizio sanitario e molti finirono al fronte. I cappellani, nell’intenzione del generale Cadorna, avrebbero dovuto favorire lo spirito di ubbidienza e disciplina. Tra di loro alcuni divennero personaggi di rilievo e tenuti in grande considerazione. Come il barnabita ex modernista Giovanni Semeria che da posizioni pacifiste passa a convinto sostenitore della guerra per poi, quando vide gli orrori del conflitto “Provare l’angoscia di aver tradito la sua vocazione sacerdotale”. Fu poi ricoverato in una casa di salute svizzera e pensò di suicidarsi, “Credendosi colpevole della morte di giovani, di padri di famiglia che alcuni nostri incitamenti che potevano forse avere spinto alla guerra”.
Interventista fu anche don Primo Mazzolari, che dopo il conflitto prenderà le distanze da quell’esperienza affrontata con ingenuità :” L’esercito, non c’è scampo, è il rifugio degli imbecilli”, mentre avrebbe voluto sentire altro:” Se invece di dirci che ci sono guerre giuste e guerre ingiuste i nostri teologi ci avessero insegnato che non si deve ammazzare per nessuna ragione, che la strage è inutile sempre, e ci avessero formati ad una opposizione cristiana chiara, precisa e audace, invece di partire per il fronte saremmo discesi sulle piazze. E noi, in buona fede, abbiamo creduto che bisognava finirla una buona volta coi prepotenti di ogni risma, e siamo partiti come per una crociata. Perché a noi non importava né Trento, né Trieste, né questa, né quella revisione di confini.” Stesso percorso affrontò Luigi Sturzo fondatore del Partito popolare che vedeva la nascita di una nuova Europa e libertà per le Nazioni. Anch’egli cambiò idea nel dopoguerra di fronte alla grave crisi economica che aveva colpito la Nazione. E ancora Angelo Roncalli futuro Papa Giovanni XXIII, richiamato alle armi non chiede di fare il cappellano, ma prende servizio come sergente,nominato poi sottotenente e cappellano militare, coordina le Case del Soldato dove i militari potevano leggere, riposare e assistere alle funzioni religiose. Citiamo per ultimo il frate francescano Agostino Gemelli arruolato come capitano medico e futuro fondatore dell’Università Cattolica. Il frate non solo diede il suo convinto sostegno al conflitto, ma teorizzò il dominio assoluto degli ufficiali sulla truppa. Il soldato deve solo eseguire gli ordini impartiti, anche se privi di logica o morale. Arriva a sostenere il valore divino della guerra :”Ho detto che la guerra è divina. Con ciò non intendo enunciare un paradosso .
Io intendo dire soltanto che l’effusione del sangue umano, per opera della guerra, nelle terribili lotte dei popoli, ha una valore speciale, per il quale esso coopera al Governo divino del mondo. Lo spargimento di tanto sangue innocente è una forma di espiazione della colpa del genere umano, espiazione che ha valore di rigenerare non solo individui, ma anche le Nazioni”. E di fronte alle numerose morti di soldati  il frate  usa parole che sfiorano la retorica:” La vostra vita ci passa innanzi come in un quadro. Quanta attività, quante speranze, quanti ideali! Ma noi sentiamo che non è fuggito tutto; che voi non avete lasciata la vita che per impreziosirla; che voi non siete caduti per sempre, che siete caduta nelle braccia di Dio, il quale vi ha raccolti e vi ha sollevati e che le vostre speranze , i vostri sogni, i vostri ideali, di giovani credenti riprendono calore e vita nel governo provvidenziale dell’universo”.
Alcuni preti finirono prigionieri nei campi di concentramento. Qui erano abbandonati al freddo, alle malattie, alla fame, alla sporcizia. Un prete bresciano don Peppino tedeschi ci ha lasciato diverse descrizioni di quell’inferno, che faceva rimpiangere finanche la vita in trincea. Una notte disperato, prese una manata di erba e se la cacciò in bocca “con ansia e fretta come consumassi un furto. Ho capito che con quel pugno di verde tra i denti ero diventato bestia”. Lo stesso sacerdote racconta di aver contribuito a dare la caccia ai topi e a mangiarli dopo averli arrostiti sulla brace.
A guerra finita si manifestò in molti sacerdoti una crisi profonda. L’impatto con quanto avevano visto fu devastante. Tante certezze maturate nei seminari e negli ambienti ecclesiastici vennero meno. Il piccolo mondo spirituale di ieri non basta al sacerdote che ritorna dalla guerra,scrisse don Mazzolari. La Chiesa da parte sua non colse subito i cambiamenti che erano avvenuti, non concepì l’idea di cambiare la sua visione della figura del prete e non si accorse che il reinserimento era reso più difficile nel mondo totalmente cambiato rispetto all’inizio del conflitto. Il risultato fu che tra i sacerdoti arruolati ben trecentocinquanta furono sospesi a divinis perché sotto le armi erano cambiati e tanti lasciarono volontariamente la Chiesa.
Per concludere il bilancio alla fine del conflitto fu di 845 morti, 795 feriti e 1243 decorati al valore militare per meriti di guerra.

ShinyStat
7 aprile 2016
la manifestazione
P. MELOGRANI,"Storia politica della Grande Guerra",Laterza, 1977;
M. ISNENGHI,"Il mito della Grande Guerra",Il Mulino 1989;
A. GIBELLI,"La Grande Guerra degli Italiani", Bur, 2004;
R. RAJA, "La Grande Guerra giorno per giorno" , Ed. Clichy,2014;
B. BIGNAMI,"La Chiesa in trincea",  Salerno Editrice,2014;
A. CAZZULLO, "La guerra dei nostri nonni", Mondadori 2014;
AA. VV. "Prima Guerra Mondiale la grande menzogna",Biblioteca storica de “Il Giornale”, 2015.