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di
appartenenza alla propria area geografica, alla
propria storia, alle proprie tradizioni.
Una storia
lunga quella della rivolta di Reggio Calabria,
considerata un momento storico
tra i più rilevanti – per il suo impeto ed il
suo arco di tempo – della storia dell'Italia
repubblicana.
Un momento
difficile quello per l’Italia costituito da
diversi avvenimenti che si sono susseguiti il
cui bandolo della matassa risulta alquanto
ingarbugliato e privo a tutt’oggi di risposte
chiare e definitive.
La rivolta di
Reggio si trova al bivio cronologico posto tra
due collocazioni storiche alquanto complesse
della Repubblica italiana e nello specifico il
’68 con le relative contestazioni e la fase
successiva conosciuta come periodo degli anni di
piombo.
Entrambi i
periodi storici sono seguite da un binario
parallelo quello della “strategia della
tensione”.
La stragrande
maggioranza dei casi avvenuti in tale arco di
tempo a far data dal 1969 sino al 1980 rimangono
a tutt'oggi irrisolti ed avvolti nel mistero:
Piazza Fontana, Piazza della Loggia, l'Italicus,
la Freccia del Sud, la Stazione di Bologna,
questi alcuni degli
aggrovigliati
argomenti della storia
d'Italia.
Tutto questo
stato di cose creerà nella penisola altre
“risposte” che trovano il loro quartier generale
ideologico nell'antifascismo militante il cui
delta sfocerà nella lotta armata contro il
sistema.
La situazione
che si creò a Reggio risulta allo stato attuale
ancora più complessa in quanto in riva allo
Stretto in quel determinato periodo (estate 1970
– primavera 1971) si creò quell'humus dove diverse
“esperienze”, con alternanti
“fortune”, agirono sull'intero territorio
provinciale.
Piace
ricordare al lettore ad esempio ciò che accadde
nella serata del 26 ottobre del 1969 a seguito
di un divieto da parte della Questura di Reggio
Calabria nei confronti di Junio Valerio Borghese
che doveva effettuare un comizio proprio nella
città dello Stretto.
Tutto ciò ebbe
a sfociare in duri scontri tra le forze
dell'ordine ed elementi di estrema destra che
giunsero in Città da ogni parte della Penisola.
Ma
quell'episodio non fu l'unico che ebbe a
registrarsi sul territorio, infatti in diversi
periodi dell'anno in questione, si registrarono
altri episodi simili ed anche attentati
dinamitardi a sedi istituzionali e commerciali,
cifre queste che si possono consultare
nell'apposita pagina del portale web del Circolo
Culturale “L'Agorà” nella sezione
cronologia
.
Inoltre c'è da
evidenziare che la città di Reggio Calabria non
vi era la “tradizione” di consistenti scontri
di piazza, quindi si
avvalora quella tesi
secondo la quale che nei
periodi storici in questione, come avvalorato da
diversi quotidiani dell'epoca, in riva allo
Stretto scesero diversi gruppi gravitanti nella
sfera extraparlamentare sia della destra
(Avanguardia nazionale, Fronte nazionale, Ordine
nuovo), della sinistra come Lotta Continua ,
ma anche anarchici.
A tal proposito
risulta interessante ricordare quanto riportato
da Guido Panvini nel suo saggio"Ordine nero,
guerriglia rossa - La violenza politica
nell'Italia degli anni Sessanta e Settanta
(1966-1975) : [... In realtà , la serie di
rivolte urbane., scoppiate tra il 1970 e il
1971, in alcune città del Centro-sud, per
assegnare il capoluogo della Regione (conteso in
Abruzzo tra Pescara e l'Aquila, e in Calabria
tra Catanzaro e Reggio), evidenziò una dinamica
della violenza ben più complessa, in parte
affiorata durante la contestazione studentesca
del 1968, e questo soprattutto nel corso della
rivolta di Reggio Calabria, l'episodio
d'insorgenza più grave e duraturo della storia
repubblicana. I neofascisti e la sinistra
extraparlamentare, per ragioni diverse, vi
presero parte. Il Movimento sociale e la destra
estrema (Ordine Nuovo, Avanguardia nazionale e
il Fronte nazionale) sposarono la causa degli
insorti, sia per cavalcare lo scontento della
popolazione, sia per un'affinità elettiva con i
temi della protesta, incentrata sul risentimento
contro il governo e le disfunzioni imputate al
sistema dei partiti. IL confine tra un'adesione
reale delle istanze dei rivoltosi e il suo
utilizzo, soprattutto da parte dei gruppi
extraparlamentari, per esasperare la tensione,
fu molto sottile (Reggio come «primo
passo della rivolta nazionale»,
recitava un volantino del Movimento politico
Ordine Nuovo). La guerriglia urbana, cui
parteciparono i "boia chi molla" del deputato
missino "Ciccio" Franco, s'intrecciò con il
terrorismo bombarolo. Vi fu un'impressionante
recrudescenza di attentati, spesso con l'impiego
del tritolo. L'episodio più grave fu il
deragliamento, del treno «La Freccia del Sud»,
in un tratto ferroviario vicino s Gioia Tauro,
che causò la morte di sei persone. L'estrema
sinistra, invece, vide nella rivolta di Reggio
Calabria la manifestazione di un moto
rivoluzionario che il Partito comunista e i
sindacati non avevano compreso, lasciando la
piazza alla destra. Fu in particolare Lotta
Continua, con la parola d'ordine «a Torino come
a Reggio», a "calare"
nella città calabrese per partecipare
attivamente agli scontri. Un comizio di Pietro
Ingrao, tenutosi in un momento di tregua della
guerriglia, il 10 agosto 1970, fu così, travolto
dai fischi dei giovani neofascisti e dei
militanti di estrema sinistra, che contestavano,
chi con il pugno chiuso, chi con il saluto
romano, il leader comunista. Non si trattava,
tuttavia, né di una convergenza operativa, né
della temuta alleanza degli estremismi contro il
sistema democratico. La connotazione ideologica
della rivolta fu marginale, poiché le radici
della protesta affondavano nel disagio locale.
La compresenza dei neofascisti e dell'estrema
sinistra metteva in rilievo, piuttosto lo scarso
peso, in determinati contesti nazionali,
dell'anticomunismo e dell'antifascismo, come
ideologie propulsive la mobilitazione politica e
sociale. ...]
(1)
Ritornando “ai fatti
di Reggio” termine usato per etichettare
determinati fatti poco graditi ad una certa
area politica - vedi ad esempio “i fatti di Ungheria” -
c'è da registrare, come evidenziato da quelle
parti pensanti del Penisola italiana, che ciò
che accadde a Reggio testimonia l'esigenza di
una parte politica di cavalcare quel
malessere popolare nei confronti della sede
centrale governativa ma anche di
approfittare della crisi che
era evidente in quel periodo nel centrosinistra.
A
testimonianza di ciò vi sono le cifre espresse
dalle proteste popolari dell'area meridionale
come Avola, Battipaglia, la già citata Reggio,
ma anche L'Aquila e da non dimenticare ciò che
accadde in data 1° marzo 1968 a Valle Giulia nel
corso degli scontri avvenuti durante gli scontri
all'interno dell'ateneo romano dove erano
presenti diversi esponenti dell'allora MSI ed
altri facenti componenti di gruppi
extraparlamentari del periodo.
A tal
proposito piace ricordare quanto riportato da
Ugo Pecchioli “La rivolta di Reggio Calabria è
il punto più alto e pericoloso di una operazione
tesa a utilizzare il disordine e la paura per
spostare a destra l’opinione pubblica, isolare
la classe operaia e le organizzazioni dei
lavoratori, rendere possibili eventuali sbocchi
che spezzino violentemente le tendenze verso più
avanzati equilibri”.
(2)
Ciò che
accadde a Reggio Calabria diede l'input al MSI e
a tutto ciò che ruotava intorno ad esse a
raccogliere consensi così come evidenzia Guido
Viale “il Msi inalbera la bandiera della rivolta
e marcia alla conquista del meridione".
(4)
Da questi dati sopra
menzionati il MSI raccolse proseliti tanto che
nella tornata elettorale inerente alle
amministrative del 1971 raccoglie un quoziente
di percentuali di voti dal 6,6% al 16,3% nelle
regionali siciliane, mentre a Roma raggiunge il
16,2%.
Nelle
politiche dell'anno successivo registra un
notevole sbalzo in avanti passando dal 5,8
all'8,7% (2.800.000 voti - 1 milione in più
rispetto ai dati del 1968), cifre elettorali
queste a danno dell'allora Democrazia Cristiana
(D.C.).
Nelle
amministrative del 7 giugno 1970 relative alle
regionali calabresi il MSI ottenne sei seggi
ripartiti equamente sia a Reggio che nella
provincia, mentre nella tornata elettorale del
1972 porta il MSI ad essere il primo partito a
Catania ed a ottenere diversi consensi in altre
aree geografiche della Penisola così come nella
Capitale.
Il flusso dei
votanti si indirizzò in seguito, e precisamente
a far data dal 1973 sino al 1977, verso l'alveo
del centro sinistra.
La giornata di
studio organizzata dal Circolo Culturale
“L'Agorà”, coordinata da Antonino Megali, socio
del sodalizio organizzatore, si è svolta non a
caso nella cornice di Palazzo "Foti”,
sede storica dell'Amministrazione Provinciale di
Reggio Calabria.
Infatti nel lontano 1947
l'ente incaricò
l’avvocato Paolo Malavenda di redigere un
atto nel quale si
sostenne il “diritto” della Città della Fata
Morgana a diventare capoluogo della
Regione
Calabria.
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Dopo
i ringraziamenti di rito il Presidente
del Circolo Culturale “L'Agorà” Gianni
Aiello nel corso del suo intervento ha
evidenziato che “LEGGERE LA RIVOLTA” è
un modo, una “chiave di lettura” per
capire il presente del
territorio
|
anche
attraverso le letture degli autorevoli relatori
sia istituzionali che culturali.
VISTA
l'assenza totale di riferimenti
archivistici sul tema in argomento molte
cose sono state scritte o dette,a tal
proposito vi è una consistente
letteratura.
NON SI PUÒ
ESSERE D'ACCORDO con chi ha dichiarato che “...
la sommossa di Reggio fu l'ultima insorgenza
popolare e populista nel Meridione contro il
potere centrale ...”
QUESTO
QUALCUNO dimentica, forse disconosce che durante
il periodo delle insorgenze contro quel potere
centrale, figlio delle idee rivoluzionarie che
destabilizzarono gli antichi regimi, DICEVO, in
quel periodo quella Chiesa, quel Clero esortava
le masse contro il “nuovo”: si doveva recuperare
quanto si era perduto dopo quel 14 luglio!
MENTRE il
Clero del 1970 fece da cuscinetto tra le parti,
attraverso atti di mediazione, evitando così
conseguenze ben più gravi rispetto a quelle che
accaddero.
QUEL CLERO
subì delle umiliazioni che non meritava (Mons.
Giovanni Ferro, cinema “Loreto” ).
QUINDI come
espresso nel comunicato stampa il percorso di
oggi è indirizzato a far capire, a far
ricordare, anche a chi ha dimenticato.
In data 12
agosto 1970 in un discorso alla Camera dei
Deputati venivano invocate misure repressive nei
confronti dei rivoltosi di Reggio.
A questa
persona, si dice, verrà intitolata una via,
forse una piazza.
QUARANT'ANNI
FA (26 settembre) morivano su quella “autostrada
dei sogni” cinque ragazzi: uno di loro Annalise,
si spegnerà qualche giorno dopo presso
l'Ospedale San Giovanni.
Si dirigevano
a Roma che ospitava in quei giorni due eventi di
rilievo:
UNO
ISTITUZIONALE: la visita di un Capo di Stato
Richard Nixon (27 settembre)
L'ALTRO
MUSICALE: il concerto dei Rolling Stones (29)
Il professore
di musica Franco Scordo piaceva suonare al
pianoforte, proprio una loro canzone “Paint it
black”.
RICORDARE
quindi, sono passati solo 40 anni.
RICORDARE
quindi le altre vittime sia esse civili (Labate,
Campanella, Jaconis, iscritti della CGIL), le
vittime della “Freccia del Sud”, le vittime
militari.
RICORDARE non
per ordine d'importanza, MA SOLO dal punto di
vista cronologico, DICEVO, RICORDARE Francesco
Raffaele Barcella morto il 9 marzo 1978 dopo
sette anni trascorsi su una sedia a rotelle. Il
29 gennaio del 1971 veniva colpito alla schiena
da un candelotto di metallo durante gli scontri
tra dimostranti e forze dell'ordine sul ponte
della Libertà, nella zona Nord.
SI È D'ACCORDO
con chi ha inoltrato a suo tempo in Consiglio la
proposta affinché il Comune di Reggio si
costituisse parte civile per il risarcimento
delle vittime del '70.
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Ciò
che accadde nella parte meridionale
della penisola non partì quarant'anni
fa, ma bensì da molto più lontano e per
comprendere tale lettura bisogna
sfogliare necessariamente le pagine
della storia, quella storia con la
lettera “S” , una delle ultime
dell'alfabeto italiano ma dai grandi
caratteri. |
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Secondo gli
storici classici, il leggendario Re Italo ebbe
proprio nella parte meridionale della Regione
Calabria e, più esattamente, nel territorio
dello Stretto, il suo Regno. È perciò parere di
molti studiosi che le origini del nome “Italia”
siano da ricercarsi nel territorio della Città
di Reggio (A. Pepe, Si deve alla Calabria
l'origine del nome Italia – Ed. Pellegrini,
Cosenza, 1963). È, comunque , certo che Reggio
fu antichissima repubblica retta sin dalla sua
fondazione (VIII secolo a. C.) da un governo
oligarchico, finché Anassilao, nel 496 a.C. ne
usurpò il potere che trasmise ai figli.
Ma i reggini
si rivoltarono contro questo tipo di tirannia
ereditaria e provvidero a proclamarsi
indipendenti.
La città,
anche se martoriata da innumerevoli guerre di
conquista, rifiorì sempre, rinascendo anche
dalle distruzioni telluriche con progressione
tale da toccare punte di civiltà sempre
decantate dai posteri.
Quando nel
410, le orde di Alarico la distrussero col
fuoco, scomparvero anche le testimonianze del
suo splendore artistico con i famosi templi di
Iside, Serapide, Diana, Apollo, il Pritaneo, il
Ginnasio.
La posizione
geografica fu in ogni epoca motivo di grande
considerazione da parte di governatori e
conquistatori avveduti, ma fu sempre ragione del
suo continuo sviluppo e perenne vitalità.
I reggini
amarono sempre la libertà municipale.
Fu federata
con i Romani e durante l'impero di Adriano, il
Bruzio e la Lucania costituirono una
sola provincia governata da un solo magistrato
con sede a Reggio e chiamato Correttore. A
Reggio si continuava, come in epoca remota, a
battere moneta così esercitando il ruolo di
Capitale della Calabria e della Lucania per
circa tre secoli, durante l'antichità classica e
cioè dal tempo di Adriano alla caduta
dell'Impero.
Per non
tediarvi, eviterò di parlare di Reggio nel
periodo bizantino-normanno, per precisare solo
che in quest'ultimo periodo e più esattamente,
nel 1147, Catanzaro rimaneva feudale mentre i
due Giustizierati (uno per Val di Crati e Terra
Giordana rispettivamente l'area cosentina e
quella catanzarese) ed uno per la la Calabria e
cioè la parte sud della regione, corrispondente
all'attuale provincia di Reggio.
I due
giustizierati dipendevano da un unico Maestro
Giustiziere che risiedeva alternativamente ora a
Nord (Cosenza) ora a Sud (Reggio).
Reggio, nel
periodo svevo-angioino (1195-1443) fu luogo di
importanti innovazioni effettuate
nell'amministrazione dello Stato da quello che
fu un sovrano illuminato, Federico II di Svevia,
in particolare nell'agricoltura e nella
pastorizia, all'epoca principali fonti
produttive della regione.
La Calabria
assunse una organizzazione regionale unitaria e
Cosenza venne scelta quale sede di un parlamento
in cui si riunivano due volte l'anno tutti gli
ufficiali maggiori preposti al governo della
regione (Giustizieri, Camerari, Baroni, Prelati)
ed i più importanti rappresentanti delle città
maggiori per discutere e decidere sugli
interessi principali delle due province (Val di
Crati - Cosenza - e Terra Giordana -
Catanzaro - e Calabria propriamente detta).
I maggiori
centri di vita economica erano Reggio, Nicastro,
Crotone, Cosenza, mentre nell'anno 1234
Catanzaro ancora non figura fra le città più
importanti della Calabria.
Dette riunioni
erano presiedute dallo stesso Imperatore o da un
suo delegato, si denominavano (Colloquia) e
potevano svolgersi anche in città diverse da
Cosenza.
Questo
ordinamento non ebbe lunga vita e Carlo d'Angiò,
dopo circa 50 anni, ebbe a modificare detto
ordinamento pur mantenendo il potere nelle mani
dei Giustizieri mentre abolì la figura dei
Camerari, creando così un'azione farraginosa per
l'accumulo di poteri nelle mani di una sola
persona con prevaricazioni a danno dei deboli e
dei poveri.
Parve bene a
Carlo d'Angiò correggere la proporzione
territoriale fra i due giustizierati, così
aggregando al giustizierato di Reggio alcuni
territori già aggregati a Cosenza, fra cui
Catanzaro.
Il fiume Neto
segnò la linea divisionale, fra le due
giurisdizioni, mentre nel versante tirrenico la
linea fu segnata dal fiume Savuto.
Ne conseguì la
denominazione di Calabria Citra e Calabria
Ultra.
Ciò avveniva
nel 1314 e Catanzaro veniva trasferito dalla
giurisdizione di Cosenza a quella di Reggio.
Con Federico
II assunse considerazione Cosenza che anche in
seguito manterrà una posizione di preminenza non
come “Capitale” che tale continua ad essere
considerata Reggio, bensì come sede di organi
centrali.
Federico III
Re di Sicilia, nel 1300 aveva fissato a Reggio
la sede del suo Vicario generale mentre Alfonso
II Duca di Calabria e Vicario Generale di suo
padre Ferdinando I, fissava invece a Reggio la
sua residenza ordinaria .
Le lotte tra
svevi, angioini ed aragonesi per il predominio
sulla Calabria comportarono, per secoli, danni
nella regione.
Reggio
avversava gli Angioini a favore degli Aragonesi
al contrario di Cosenza che patteggiava per gli
Angioini.
Catanzaro
oppressa dal baronaggio dei feudatari, che
patteggiavano per gli Angioini, ne invocava la
liberazione chiedendo aiuto agli Aragonesi
pagando spesso con sofferenza i suoi tentativi
di liberazione.
Reggio
manteneva la sua tradizione di città demaniale e
per avere dimostrato favore all'erede della
regina Giovanna II, Renato d'Angiò, fu
condannata con la perdita della propria libertà
per ben 19 anni, dopo essere stata nel 1443 da
Alfonso d'Aragona infeudata al guerriero Cardona
che era riuscito a conquistarla col titolo di
Conte, finendo per la prima volta in una
condizione di vassallaggio anche se con la
salvaguardia di alcune speciali garanzie (ad
esempio l'amministrazione della giustizia).
Mentre Reggio
perdeva la sua libertà municipale, Catanzaro si
affacciava per la prima volta, alla storia
iniziando un cammino verso la propria
liberazione dal giogo feudale ottenendo i
privilegi demaniali nel 1446, anno in cui
Ferdinando I confermava detti privilegi elargiti
da Alfonso, così esaltandone la fedeltà, lo
spirito di lotta ed i sacrifici sopportati nel
tempo.
Ferdinando,
nel 1462, ascoltati i sindaci Geria e Foti,
restituiva a Reggio la libertà demaniale e tutti
gli altri privilegi.
In quella
occasione il sovrano dichiarò Reggio “Capo e
madre della Città del Ducato di Calabria”
dichiarazione ripetuta nel 1465 con l'aggiunta
della definizione di “nobile, insigne, degna ed
antica”.
Nel periodo
spagnolo (1503 - 1735) per il Regno di Napoli e
per l'Italia vi fu il massimo indice di
decadenza morale, politica ed economica.
La Calabria,
inaccessibile e lontana dalla Capitale, veniva a
subire danni notevoli spogliata delle più misere
risorse e subiva anche il flagello degli
attacchi delle popolazioni barbaresche che
infierivano dal mare sulle città costiere.
Nel 1514
Ferdinando il Cattolico – iniziatore della
dinastia spagnola - , riconfermava a Reggio
alcuni privilegi fra i quali quello giudiziario.
Nel 1562 venne
istituito un secondo Tribunale della Regia
Udienza a Catanzaro.
Nel 1584 venne
spostata da Catanzaro a Reggio il Tribunale
della Regia Udienza.
Nel 1594 il
rinnegato Sinan Cicala, ammiraglio
dell'imperatore ottomano Amurat III si accanì
contro Reggio che non ebbe più pace per circa
due secoli con la conseguenza che il Preside e
la Regia Udienza vennero trasferite a Seminara e
poi restituiti definitivamente a Catanzaro.
Reggio cadeva
nella desolazione poiché alle offese degli
uomini doveva subire quelle dei terremoti, delle
pestilenze delle carestie, il brigantaggio che
avevano un effetto distruttivo e rimaneva per
sempre la capitale del Ducato di Calabria, sia
pure solo di nome.
Per comodità
di esposizione, si reputa non precisare il
periodo napoleonico che, in ogni caso, portò
notevoli benefici alla Calabria intera.
Durante il
periodo borbonico (1735-1860) i sindaci di
Reggio si fregiavano del titolo di Senatori,
titolo che i vari sovrani succedutisi nella
storia della Città, consentivano in omaggio al
ricordo storico dell'età classica, quando Reggio
era città federata e poi Municipio romano.
Tale titolo
venne abolito nel 1736 per opera del Governatore
del Re, il maresciallo Termini che aveva
litigato con i sindaci della città.
Nel 1743 vi fu
una grave pestilenza e poi una carestia che
dimezzò la popolazione.
Nel 1783 il
grave “tremuoto” distruggeva Reggio e la sua
provincia e le cui macerie vennero rimosse solo
dopo il 1816.
L'unificazione
politica nazionale lasciava la Calabria con lo
stesso assetto amministrativo instaurato dai
borboni.
I Distretti
prendevano il nome di Circondari mentre
l'Intendente di ogni Provincia si chiamò
Prefetto.
Si profilava
la preminenza di Reggio quale metropoli con
indice di vitalità e d'importanza che la
rendevano qualificata ad evidenziarsi come
capitale della regione, centro rappresentativo.
Detta riforma
fu per Reggio una vittoria a metà avendo
lasciato irrisolto il problema della Corte di
Appello, questione questa insoluta anche dai
Savoia, dal fascismo e dalla democrazia
antifascista.
Nel dicembre
del 1908 la tessa si scosse e Reggio rovinò
sotto le macerie.
La
ricostruzione sarà lenta e si usò definire la
Città sui testi geografici ed enciclopedie :
“... Reggio … è la più grande e popolosa città e
centro commerciale e della Calabria, oltre che
fiorente stazione balneare. Dopo il terremoto
del 28 dicembre 1908 che la distrusse
completamente, è risorta più grande, più
regolare, più bella di prima”.
Il ventennio
fascista trascorse senza modifiche sulle
strutture prefettizie.
Nel 1927 si
avverò l'inutile sogno della “Grande Reggio”
del podestà Genoese Zerbi.
Villa San
Giovanni non si lasciò piegare dalla pretesa
egemonica reggina e dopo 5 anni si instaurò la
“Grande Villa”.
Fra i tre
capoluoghi calabresi Reggio fu sempre indicata
come città antifascista mentre Catanzaro e
Cosenza offrirono al Regime i più influenti
Gerarchi.
 |
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Dalla
“lettura” di questi doverosi aspetti
storici ha inizio l'intervento di Matteo
Gatto Goldestein, il quale nel corso del
suo dettagliato e sentito intervento
aggiunge altre importanti informazioni,
forse dimenticate MA che rivestono una
chiave |
di lettura alquanto
significativa a ciò che accadde in riva allo
Stretto.
L'11 ottobre
1948 i consigli comunali e provinciali delle
città alleate di Catanzaro e Cosenza votarono
all'unanimità un ordine del giorno in cui si
affermava che Reggio non aveva alcun requisito
per essere designata come sede di uffici
regionali.
La città venne
dichiarata refrattaria a requisiti di
“Calabresità vantati in proprio, avulsa da
interessi e forme di vita calabresi veri e
propri che si ricollocherebbero al ceppo brutio.
Reggio non era città sorella bensì greca e
gravitante nell'orbita della regione siciliana,
in conurbazione con Messina, anziché con quelle
calabresi e quindi inidonea a rappresentare la
regione calabra”, così dimenticando che, sin
dal primo periodo bizantino, la Calabria
corrispondeva al territorio della provincia di
Reggio mentre le restanti province calabresi
conservavano la denominazione di “Val di Crati”
e “Terra Giordana”.
La protesta
per il Capoluogo Reggio la iniziava già dal
1948.
L'Assemblea
dei Sindaci della provincia di Reggio, presso
Palazzo San Giorgio in data 21 ottobre 1948, in
uno con la Deputazione provinciale e
Rappresentanti di categoria, sindacati, enti
culturali ed economici, stampa, deputazione
politica, proclamava: “Reggio degna di assumere
il ruolo di capoluogo della Regione calabrese”
ed esprimeva la speranza che Catanzaro si
riconciliasse con la realtà così rientrando
“nella concordia regionale determinatrice del
raggiungimento dell'ascesa e del divenire della
Calabria, della quale Reggio per funzione
plurisecolare e per tradizione trimillenaria è
forza, cuore e mente”.
Nel contempo,
l'Amministrazione Provinciale di Reggio, nel
giugno 1948, avuto sentore che la Commissione
permanente della Camera dei Deputati doveva
pronunciarsi in merito al capoluogo, deliberava
la concessione del palazzo provinciale, da
adibire a sede provvisoria degli uffici ed
organi della Regione.
Il Governo
decideva improvvisamente (31 gennaio 1950) di
procrastinare la messa in atto dell'ordinamento
regionale a tempo da stabilirsi .
La Commissione
parlamentare sospendeva ogni deliberazione e
demandava il risultato alle indagini ed agli
studi dell'Assemblea parlamentare per ogni
eventuale discussione e decisione.
Il risveglio
si aveva, purtroppo, venti anni più tardi!
Catanzaro si
tiene sempre in stato d'allerta contro eventuali
assalti da parte dei reggini.
E la Corte
d'Appello rimasta per secoli in quella città per
motivi di sicurezza strategica è considerata da
quella città come irreversibile monopolio, quasi
un diritto divino inalienabile, sordo ai
richiami di ogni evidenza realistica e
innovatrice, nonché alle mutate condizioni
storiche, continuando così a sostenere Reggio
avulsa dalla Calabria, pur di custodire i
propri interessi egoistici, di casta o di
campanile.
Il ponte della
fratellanza fra le due città risultava
irrimediabilmente spezzato.
Il 1° marzo
1969 al Palazzo della Provincia di Reggio, nel
corso di un'assemblea convocata dal Presidente
Macrì ed alla quale erano presenti parlamentari,
sindaci, esponenti di categorie economiche, di
tutti i partiti politici, venne votato
all'unanimità un ordine del giorno in cui si
ribadiva “l'incontestabile diritto di Reggio a
capoluogo della Regione calabrese, per ragioni
storiche, geografiche ed economiche e per la
gran mole di servizi di cui la Città dispone”.
Nello stesso
tempo l'avvocato Francesco Gangemi ,
democristiano, promotore di un Comitato di
agitazione per la difesa degli interessi di
Reggio, si fece portavoce di certi patti segreti
in cui si sarebbe deciso di ubicare a Cosenza
l'Università, di riconoscere Catanzaro capoluogo
regionale e di studiare un contentino
industriale da promettersi a Reggio.
Seguì uno
sciopero di studenti, cortei di protesta, con
tentativo di occupare la stazione ferroviaria,
vennero indette sedute consiliari al Comune in
cui si vota all'unanimità – unica eccezione
Geraci del PSIUP – un ordine del giorno in cui
si esortavano gli enti locali della Regione ad
un incontro per la visione completa dei problemi
di tutta la Calabria.
Vi fu scontro
ad ogni livello ed il Sindaco Battaglia, a Roma,
ebbe l'assicurazione del Segretario Piccoli che
“è orientamento della DC che sia il Parlamento a
scegliere la sede del capoluogo regionale”.
Seguirono mesi
di silenzio e le manifestazioni esplosero nella
seconda metà del gennaio del 1970.
Vi fu sentore
di una riunione romana fra i segretari della
D.C. delle tre province in cui si sarebbe deciso
– con l'opposizione della D.C. reggina –
l'orientamento a dare il capoluogo a Catanzaro e
l'Università a Cosenza.
Il sindaco
Battaglia tornato da Roma, riunì d'urgenza la
Giunta per riferire di tale tentativo
indirizzato ad emarginare Reggio.
La Giunta
comunale della quale facevano parte i
socialisti, approvò l'operato del sindaco “che
risulta ispirato ai deliberati del Consiglio e
della Giunta, e nel mentre giudica fraudolento,
e perciò da respingere con vigore, il tentativo
di spogliare Reggio del suo diritto
incontestabile di essere riconosciuta capitale
della Calabria, respinge il metodo dell'accordo
sottobanco …. e rivolge un appello alle forze
sindacali, fedeli interpreti del mondo del
lavoro, a quelle studentesche, alla cittadinanza
tutta, perché assecondino e confortino con la
loro solidarietà l'azione promossa
dall'Amministrazione Civica per la tutela degli
interessi di Reggio, nel quadro di una Calabria
non più infeudata ma finalmente affrancata da
ogni tutela di vertice”.
Telegrammi
vennero indirizzati alle segreterie dei partiti
di centro-sinistra con cui si sollecitava
l'intervento degli organi politici nazionali
perché Reggio non venisse sacrificata e si
annullassero i patteggiamenti e gli accorsi
stipulati alle spalle e a danno di Reggio.
Il sindaco
Battaglia si recò a Roma e dal nuovo segretario
Forlani venne rassicurato che la DC non avrebbe
MAI avallato l'accordo di due province ai danni
della Città dello Stretto.
Ciò fu
confortante per il Sindaco Battaglia che si
preparò alle elezioni comunali del 7 giugno ed
in quella sede ottenne circa 9.000 voti di
preferenza: cifre queste che rappresentano il
più elevato quoziente preferenziale negli annali
dell'amministrazione reggina.
Ma il
riconoscimento dello Stato, di Reggio capitale,
si esprimeva anche nei testi scolastici in uso,
particolarmente in tutti gli atlanti e le
enciclopedie sia italiane che estere, ma anche
nel volume “Questa è l'Italia” - I^ edizione
1967, ristampata nel 1970 a cura e per
iniziativa della Presidenza del Consiglio dei
Ministri.
Alla DC
reggina spettò la paternità della protesta.
Le elezioni
del 7 giugno '70 sancirono la costituzione della
Regione Calabria.
Avuto sentore
che la città di Catanzaro avrebbe dovuto
ospitare i delegati regionali per la prima
convocazione, il Comitato comunale reggino della
DC si riunì d'urgenza il 1° luglio 1970 e dopo
le relazioni svolte dal segretario Aliquò,
dall'onorevole Reale e dal sindaco Battaglia,
d'accordo con il segretario provinciale
Versace, votò un ordine del giorno in cui si
invitavano i competenti organi dello Stato a
sciogliere il nodo capoluogo mentre si “respinge
sdegnosamente ogni manovra tendente a togliere a
Reggio l'insindacabile suo diritto” e ciò per
evitare che l'Ente Regione
nasca “sotto il
crisma
dell'iniquità e della sopraffazione”.
Seguì una
iniziativa parlamentare dei deputati reggini
Reale, Spinelli, Cingari, Napoli, i quali
chiesero al Governo l'indicazione del capoluoghi
regionali che, nel rispetto del dettato
costituzionale, “dovrebbero identificarsi con le
città che, allo stato dei fatti, abbiano
acquisito sulle altre una sorta di supremazia
che ne abbia fatto il centro della vita della
regione”.
Il 2 luglio
'70 Cosenza veniva designata sede
dell'Università della Calabria.
Il 5 luglio
del 1970 alle ore 17 si svolse una
manifestazione popolare in Piazza Duomo con il
“Rapporto alla Città” di Piero Battaglia,
intervento in cui egli espresse la
mortificazione di una città esclusa dal futuro
assetto regionale.
Il 10 luglio
si svolse un'Assemblea popolare a Palazzo San
Giorgio e venne proclamato uno sciopero
generale.
Il Commissario
regionale Gaia, insediatosi a Catanzaro, convocò
in quella città e non a Reggio per il 13 luglio,
i consiglieri regionali eletti .
La
convocazione a Catanzaro aveva veste legale
poiché ivi era la sede della Corte di Appello.
La battaglia
perduta nel 1958 dai reggini per la Corte
d'Appello, assumeva ora connotati più pesanti
per le sue conseguenze giuridiche.
Gli eventi
precipitarono.
Nel contempo a
Palazzo Foti si svolse una contro assemblea per
sancire l'illegittimità della Convocazione del
Consiglio a Catanzaro, definita “un colpo di
mano”.
Il 14 luglio
si svolse uno sciopero generale con cortei di
protesta ed apparvero le prime barricate con
occupazione della stazione centrale con feriti
ed arresti.
Nel settembre
'70 dopo la morte di Campanella e di Corigliano
si ebbe un messaggio di Saragat in cui la Città
venne definita “
nobile“.
Il 16 ottobre
'70, l'allora Presidente del Consiglio Colombo
prese solenne impegno, alle Camere, con la
Città di Reggio assicurando che sarebbe stato il
Parlamento a risolvere la questione.
La protesta
cessò d'incanto.
Ma si trattava
solo di parole.
Si arrivò
all'inaudito deliberato della Commissione
Affari Costituzionali, con cui si smentiva
l'impegno del Capo del Governo e si dichiarava
l'incompetenza del Parlamento ad interferire
sulla questione così clamorosamente
disattendendo l'impegno del Governo stesso.
Reggio
ripiombava nel suo destino di città tradita ma
non rassegnata ed iniziava l'ultima fase della
sua rivolta che vedeva la Regione delegata alla
scelta del capoluogo, cioè i consiglieri di due
province congregate contro Reggio che ne sarebbe
uscita inevitabilmente sconfitta.
La Regione
veniva così
chiamata ad approvare una scelta già fatta da un
ristretto vertice politico romano .
Il “dettato
Colombo” indicava Catanzaro come capoluogo di
regione e Reggio come sede del consiglio
regionale, con facoltà per il consiglio di
potersi convocare altrove.
Appagata
Cosenza con l'assegnazione dell'università
calabrese, il retroterra provinciale del reggino
veniva investito di vuote promesse di
insediamenti industriali in assurda,
inconcepibile alternativa con il ruolo di
capoluogo.
Reggio veniva
così destinata a rimanere esclusa dalla storia e
dalla vita!
Nella nottata
del 16 febbraio 1971 veniva approvato
dall'Assemblea regionale con 21 voti su 40 -
(assenti i Consiglieri reggini Lupoi, Intrieri,
Iacopino, Mallamaci) con l'appoggio di tanti
traditori di questa Città – un Ordine del Giorno
accogliente le indicazioni contenute nel
“dettato Colombo” aggravato in alcune parti.
Il Presidente
Guarasci, nella sua relazione precisava
testualmente che [ … la disputa è nata perché
la Calabria non ha una capitale storica, né un
centro economicamente preminente che possa
individuarsi come Città egemone. Mentre tutte le
altre regioni hanno una città la cui condizione,
per i suoi precedenti storici e per le sue
tradizioni, è riconosciuta da tutti “capitale” ,
città preminente, la Calabria non ha città che
possa ritenersi tale nel senso moderno...]. E
poi aggiungeva che “avendo il Comitato dei
Ministri deliberato di investire nella provincia
e nella città di Reggio industrie per oltre
diecimila posti di lavoro, tra cui il V centro
siderurgico nella Piana di Gioa Tauro … appare
chiaro che il Capoluogo della regione calabrese
debba individuarsi nella città di Catanzaro.
Così facendo – affermava – non si pone in
discussione la storia, la tradizione e la
dignità e l'onore di nessuno. E' un discorso di
assetto territoriale e null'altro”.
La rivolta fu
bollata come eversiva e facinorosa, collegata ad
estremismo, cosa non vera, fascistoide.
Vero è,
invece, che fu la rivolta urbana più lunga
dell'era moderna, durata 8 mesi e che si
concluse il 23 febbraio del 1971 con la
liberazione a mezzo dell'ausilio dei cingolati
dello Stato nel rione Sbarre, ultimo a cadere, a
qualche giorno di distanza, da quello di Santa
Caterina, baluardi della protesta che aveva
coinvolto l'intera Città e mobilitata quasi
tutta la provincia.
Fu l'ultima
rivolta popolare del Sud contro il potere
centrale e fu la prima volta in cui, nell'Europa
libera, scesero in strada i carri armati.
La rivolta di
Reggio dimostrò come il trasferimento di poteri
dal centro alla periferia innesca guerre locali
e conflitti territoriali per il raggiungimento
di una egemonia territoriale.
Seguì la
rivolta abruzzese conosciuta come “Moti
dell'Aquila” dovuta alla scelta iniziale di
ubicare il capoluogo amministrativo a Pescara,
ma in questo caso tutto rientrò con il
riconoscimento alla città aquilana di conservare
il ruolo di capoluogo regionale, mentre venne
consentito alla città di Pescara la possibilità
di ospitare le sedute di Giunta e di Consiglio.
Ritornando
quindi al tema odierno c'è da ricordare che 40
anni fa si spezzò irrimediabilmente il legame
fra Sud e Stato, tra Meridione ed Istituzioni,
con un aumento di degrado della Calabria
aggravato da pochi folli ed inutili insediamenti
industriali conditi dai loschi errori del ceto
politico.
Poi si
aggravarono le clientele, i clan e la
degenerazione, infine arrivò il letargo con
l'immersione di ciascuno nei propri veri o
presunti canali, nel clientelismo e nel
malgoverno, consegnandosi anche alla malavita
organizzata.
Tra i
difensori di questa Città non può essere
dimenticato il Presidente della Repubblica
Italiana Giuseppe Saragat, leader storico del
Partito Socialista Democratico Italiano,
pronto alle dimissioni, quando si pattuì la
possibilità, avanzata dai comunisti, di fare
intervenire massicciamente i mezzi cingolati per
porre fine definitivamente alla rivolta.
Una menzione
particolare merita Mons. Giovanni Ferro,
Metropolita della Calabria dal 1950 al 1977, al
quale il popolo si rivolse spesso anche perché
l'unica Autorità credibile , in un momento in
cui la Città era allo sbando.
Ma anche
diverse esperienze umane e politiche come Perna,
Franco, Canale, Granillo, Rocco Zoccali, Dieni,
Latella, gli avv. Romano e Gangemi, Lupis,
l'ing. Castellani, Rosetta Zoccali, Foti, ancora
il mondo della chiesa impegnato come Mons.
Agostino e Don Nunnari, confluirono nella
rivolta.
Come non
ricordare Giuseppe Reale, l'uomo che amò Reggio
con infinito amore, una delle personalità
storiche più importanti e significative per la
storia della Città nell'ultimo secolo.
Con la dignità
che lo contraddistinse per tutta la vita,
intellettuale di alto rilievo, storico esponente
della DC, cattolico, parlamentare per 20 anni,
politico finemente indipendente, ebbe il
coraggio di difendere anche in Parlamento, con
l'On.le Rocco Minasi, esponente del PSIUP, la
nostra Città, sua Città di adozione, per poi
affrontare fra mille problemi, la sua brevissima
ed esaltante stagione di Sindaco.
Il primo
cittadino Giuseppe Reale , ebbe come Vice, altra
figura nobile di Cittadino, Amadeo Matacena ,che
tentò inutilmente durante la rivolta di
costituire la zona franca Calabria Sud.
La Rivolta fu
capace di rappresentare, forse, l'unica ed
ultima occasione per risolvere una questione
meridionale della quale, oggi, nessuno più
parla.
Come non
ricordare la visita di Giovanni Paolo II
nell'ottobre 1984 quando affermò che “Cristo non
si è fermato ad Eboli. Egli è in cammino con
voi, per costruire insieme a Voi una Calabria
più giusta, più umana, più cristiana”.
Oggi vi è una
insignificante rilettura storica positiva della
Rivolta da parte di coloro che 40 anni fa la
bollarono come inutile, senza considerare che
quella reazione popolare era rappresentata dal
desiderio dei reggini di affermare il riscatto
di una terra abbandonata e dimenticata da tutti
i Governi Centrali susseguitisi a far data
dall'Unità d'Italia.
Dopo la
Rivolta vennero i vergognosi anni del “sacco di
Reggio” con la degradazione complessiva, la
“Primavera di Reggio” con il sindaco Italo
Falcomatà, diede vita al tentativo di recupero
del ruolo primario esercitato dalla Città a far
data dal 14 luglio del 730 a. C. .
Gli ultimi
anni di gestione della “res pubblica” aprono le
porte ad una realtà nuova per questa Città , una
realtà di risveglio apparente per una attenta e
vigilata partecipazione popolare ai problemi di
pubblico interesse.
Perché se era
corretto condannare questa Città per i suoi
innumerevoli lunghi letarghi rinunciatari, non
era giusto condannarla quando si svegliò
bruscamente alla lotta per reclamare il proprio
diritto alla vita ed il rispetto alla propria
dignità.
A questo
dovrebbe ammonire la storia.
Non si può non
essere d'accordo con quanto affermato
dall'Onorevole Giuseppe Reale ai tempi della
Rivolta e cioè “Reggio capoluogo della Calabria
pensiamo deve essere norma di legge … Il nostro
sacrificio non è stato speso inutilmente … la
verità confermerà la validità della nostra
battaglia perché nessuno è stato capace di
offrire una testimonianza di fermezza e di
pienezza in ere difficili come noi l'abbiamo
offerta … Dobbiamo aver fiducia perché la verità
cammina; dobbiamo aspettare i tempi del trionfo
… ora, finché ci sarà uno solo a Reggio ma siamo
decine e decine di migliaia, che si batterà per
questa verità, la verità di Reggio Capoluogo,
passasse un mese o un anno, passassero dieci
anni o un secolo o un millennio, non c'è che una
sola indicazione da dare, una sola consegna da
tramandare: La vittoria è nostra !”
Un ultimo, ma
non ultimo pensiero, - conclude Matteo Gatto
Goldestein - va a tutti gli Eroi di quella
stagione esaltante convinti come siamo che, in
qualche parte di cielo, sono illuminati da luce
eterna così come speriamo che i traditori di
Reggio possano essere tutti rilegati nel limbo
più assoluto.
Non resta che
sperare nell'alba di una fase nuova ed esaltante
di questa Città!.
La
parola è passata all'Assessore alla Cultura
dell'Amministrazione Provinciale che ha portato
i saluti dell'ente ed
in modo particolare quelli dell'assessore
Battaglia che doveva essere oggi presente a
discutere, lui che fu protagonista in quel
periodo soprattutto per la presenza del padre
Piero, allora sindaco della Città di Reggio.
Quindi poteva darci una testimonianza diretta di
quel periodo ma purtroppo per motivi
strettamente familiari non può essere presente
oggi in questo momento di discussione della
storia del territorio.
Logicamente quando si parla di cose serie, come
quelle che avvennero quarant'anni fa, dicevo
quando si parla di cose serie si è sempre in
pochi, in quanto ormai ci siamo abituati a
vedere delle strane conferenze stampa
incorniciate da una prosopopea preparatoria in
cui si chiamano “truppe cammellate” provenienti
da tutti posti in modo da far pensare che
l'argomento suscita interesse.
 |
|
Naturalmente poi i contenuti di tali incontri
risultano vuoti e caratterizzate da stupidità,
quindi poche cose rispetto alla realtà in cui
vive Reggio Calabria, la sua provincia e la
Calabria in se.
Quindi in queste occasioni meglio
|
essere in pochi, così come oggi, che come si suol dire
“che male accompagnati”.
Oggi si parla di un fatto che in Calabria, in
Italia, in Europa, per molti fu considerato come
un estremo sussulto di un'azione eversiva
portata avanti da forze che allora avevano come
obiettivo di portare a termine un colpo di stato
in Italia e per altri fu un momento di rivolta
in relazione ad un sopruso che il territorio
stava subendo.
Certamente ognuno di noi ha ricordi di
quell'epoca: io allora iniziavo la mia attività
politica, giovanissimo, eravamo della provincia
e noi seguivamo tutto quello che succedeva a
Reggio perché essendo militanti di un partito
che adesso non esiste più, il P.C.I., spesse
volte ed in particolare una notte ci arrivò una
direttiva da Roma, la quale era indirizzata a
presidiare non solo la sede del partito ma anche
quella di controllare alcune strade di
comunicazione in quanto c'era il sospetto di un
colpo di stato.
Infatti una notte fermammo un furgone con a
bordo militanti del Fronte Nazionale di Junio
Valerio Borghese nei pressi della Statale 18
privandoli di tutto ciò che avevano a bordo e
dopo tale operazioni li lasciammo andare.
Quella fu la prima volta, nella quale io giovane
componente della FIGC, l'organizzazione dei
giovani militanti del Partito Comunista
Italiano, mi confrontai con la rivolta di Reggio
Calabria.
Li capimmo che quello che accadeva era una
rivolta ma che era anche altro, per cui questo è
un aspetto che è sempre rimasto fermo nella mia
memoria quel periodo in cui andavano ad
incrociarsi diverse fasi della storia italiana
del novecento, come appunto la Rivolta di
Reggio, il tentativo di golpe dell'ex comandante
della “X MAS” Borghese e la malavita organizzata
che in quel periodo cominciava a prendere il
potere vero.
Logicamente questo fatto va discusso perché io
capisco “celebrare e ricordare” perché è giusto
ricordare i morti che ci sono stati e tutti
innocenti, in quanto quando parte una rivolta
c'è chi la guida che è convinto e sa quello che
fa e poi c'è una grande massa di persone che ne
subisce oppure ne accetta tutto quello che si
intende costruire.
Se poi si muovono forze ed a tal proposito io mi
ricordo le dichiarazioni di uno di Reggio
Calabria che era pronto ad armare gruppi in
Aspromonte ed a finanziarli: dichiarazioni
queste esplosive e pericolosissime …. Ma che si
subisce e noi discutiamo di questo, di cercare
di capire, perché se noi dobbiamo passare e non
chiederci e capire che cosa comportò la rivolta
di Reggio Calabria con le sue mancate promesse
così come quanto dichiarato di recente nei
confronti dell'ultimizzazione dell'autostrada
Salerno-Reggio Calabria per la quale sono stati
tagliati i fondi e nel contempo si dichiara che
tali lavori saranno terminati tra il 2013 e
l'anno successivo.
Quindi ritornando alla giornata di oggi è giusto
ricordare, giusto discutere soprattutto alla
presenza di studiosi seri che non sono mossi
dalla “tarantola” di volere ad ogni costo spesso
esaltare cose che vanno viste alla luce di
quando sono accadute, in quanto ogni movimento
storico va visto, letto, localizzato sempre nel
contesto in cui esso è accaduto.
E noi dobbiamo vedere la rivolta di Reggio in
quel periodo, capire come sono morte le persone,
capire come i cinque anarchici sono morti, in
quanto anche tale argomento non è stato mai
chiaro in tal senso.
Loro stavano portando avanti, come lo facevamo
noi, delle “contro inchieste” la cosiddetta “contro
informazione”, rispetto a certi fatti che
avvenivano in quel periodo in Italia.
Ciò che
accadde ai cinque compagni anarchici – continua
l’assessore Santo Gioffrè – merita di essere
conosciuto, e di sapere come quei ragazzi
trovarono la morte sull’autostrada che portava a
Roma e di cui ancora non si hanno notizie certe
in tal senso.
Queste storie
e tante altri avvenimenti dei quali è importante
parlarne, discuterne, fanno parte dei tanti
“misteri italiani”, oggi noi riflettiamo e
discutiamo su queste cose perché siamo pochi ma
abbiamo la capacità di essere gente libera e che
non ha nessun tipo di paraocchi e discutiamo in
libertà di cose che riguardano la nostra vita.
Dopo
l'intervento dell'Assessore alla Cultura
dell'Amministrazione Provinciale Santo Gioffrè
la parola è passata al professore Giuseppe
Caridi dell'Università degli Studi di Messina
che nel corso della sua relazione ha effettuato
un percorso sia personale che storico.
Con la rivolta di Reggio – afferma il relatore
- i cosiddetti “fatti di Reggio”, espressione
di allora, si sono confrontati, giornalisti,
storici, antropologi, politici, sono stati
pubblicati diversi volumi sull'argomento in
questione. Io faccio riferimento in particolare
di cui ho curato la prefazione, pubblicato nel
2001 e dal titolo “Io e la rivolta”, si trattava
di un intervista a Piero Battaglia, sindaco
della Rivolta, da parte del giornalista Enzo
Laganà.
La mia riflessione sulla rivolta si svolge molto
sinteticamente su due piani: uno personale del
vissuto e l'altro posizionato su un piano
diverso, da studioso a distanza i quarant'anni
perché come diceva poco fa l'assessore
provinciale Gioffré lo sforzo è quello di
storicizzare gli avvenimenti in quel contesto
perché giudicare a distanza di quarant'anni è
più semplice, ma la realtà in quel momento era
ben diversa da quella attuale.
Qual'era la realtà di allora? La realtà era che
c'era uno scontro ideologico, le ideologie
ancora esistevano, con il trascorrere del tempo
si sono perse le ideologie, e purtroppo anche
gli ideali.
Alcuni balletti di questi giorni quarant'anni fa
avrebbero fatto gridare allo scandalo, ora,
purtroppo, sembra tutto normale che si passi in
maniera spregiudicata da una all'altra parte
politica.
Allora c'erano le ideologie, si apparteneva ad
un partito politico e, a volte, si prendeva per
oro colato tutto ciò che proveniva dalle
indicazioni di un partito.
Quindi in questo senso spiego la posizione di
alcune forze politiche del tempo che
violentando, magari i propri sentimenti
personali e di appartenenza alla città di Reggio
avevano assunto delle posizioni che andavano
oggettivamente in contro non alle esigenze della
città di Reggio ma a quelle di Catanzaro.
Il sindaco di allora, il sindaco della Rivolta,
il sindaco di Reggio dimostra di avere coerenza
nel momento in cui rassegna le dimissioni da
sindaco di Reggio, perché Battaglia era
interprete di una volontà popolare che lo aveva
portato ad essere eletto Consigliere Comunale e
dopo una riunione dei Consiglieri eletti
venivano nominato il primo Cittadino, visto che
non c'era l'elezione diretta del sindaco.
Allora il clima era completamente diverso, vi
erano personaggi politici di tutt'altra
dimensione, quindi una realtà molto diversa da
quella attuale.
Quindi dicevo Battaglia è coerente, Battaglia
spera in un ravvedimento è consapevole
dell'accordo che c'è sulla testa di Reggio tra
le province di Catanzaro e di Cosenza, per
questo lui nel famoso “rapporto alla Città”
cerca di coinvolgere e mobilitare la popolazione
reggina e quel tentativo ebbe successo.
Però quando si accorse che l'accordo tra
Catanzaro e Cosenza era stato stipulato cerca,
come è stato già detto, attraverso l'intervento
diretto presso il Presidente del Consiglio dei
Ministri Emilio Colombo, che da poco aveva
sostituito Mariano Rumor, entrambi esponenti
dell'allora Democrazia Cristiana (DC), di avere
quella assicurazione che sarebbe stato il
Parlamento a determinare la scelta del capoluogo
di regione.
Quella era l'unica possibilità di evitare che
Reggio subisse quella sopraffazione da parte
delle altre restanti città calabresi ma
oggettivamente la posizione di Reggio era molto
debole anche a livello parlamentare e quindi,
anche se avesse deciso il Parlamento Reggio
sarebbe stata penalizzata in quanto dal periodo
di Giuseppe De Nava (Reggio
Calabria,
23 settembre 1858 – Roma 27 febbraio
1924)
Reggio non aveva rappresentanti a livello
ministeriale.
L'unico reggino nella storia dell'Italia unita
dal 1861 ad oggi a diventare ministro è stato,
come dicevo, Giuseppe De Nava.
Quindi da quando
evidenziato per la città di Reggio non si può
dire lo stesso per le altre due province che nel
1970 annoverava Giacomo Mancini (Ministro lavori
pubblici), Riccardo Misasi (Ministro della
Pubblica Istruzione) entrambi cosentini e
“legati” più a Catanzaro che a Reggio, insieme
con Pucci che era l'esponente di spicco della
politica catanzarese (area DC) avallarono la
scelta di Catanzaro come capoluogo della
Calabria.
Da non dimenticare inoltre che Giacomo Mancini
era diventato il segretario nazionale del
partito socialista e l'allora PSI era alleato
della DC, quindi c'era poco da ben sperare.
Da queste situazioni la popolazione reggina
pensa di subire un torto, un sopruso - prosegue
il professore Giuseppe Caridi – e si ribella in
questa prima fase.
La fase successiva è quella per certi versi
della “strumentalizzazione” della rivolta
popolare che fu sana, genuina, spontanea.
Ci doveva essere qualcuno che assumesse il ruolo
di dirigere la rivolta e con grande capacità
bisogna dire a distanza di tempo – prosegue il
relatore – e di abilità questo ruolo lo assunse
Ciccio Franco che fu il leader indiscusso della
rivolta.
In quel momento non era un personaggio di primo
piano né della politica reggina ne tanto meno
dell'allora Movimento Sociale Italiano (MSI), in
quel periodo era sindacalista della CISNAL da
dove era stato espulso così come dal MSI e così
in quel periodo ricercò di rientrare in campo.
Altri dati erano relativi alla sua non elezione
alle regionali e l'unico consigliere regionale
del MSI ad essere eletto era di Cosenza e quindi
Ciccio Franco riesce bene a cavalcare la rivolta
ponendosi alla testa del Comitato d'Azione ed
alla fine riesce a diventarne il leader.
Certo è che un leader di un certo orientamento
politico non può che destare sospetti,
diffidenza da parte dell'orientamento politico
opposto ed a un certo punto bisognava catalogare
questa rivolta perché era qualcosa di
incomprensibile ai partiti di sinistra che non
erano riusciti a cogliere lo spirito della
rivolta che venne etichettata come “rivolta
fascista”.
Quindi come tale passa a livello a nazionale ed
anche a livello internazionale come testimoniato
dall'agenzia sovietica TASS che descrive tali
fatti come un'azione fascista, quella rivolta
che invece andava oltre le logiche degli
apparati di partito.
Quando sopra evidenziato rappresenta l'aspetto
prettamente storico mentre l'altra fase, come si
diceva in apertura è caratterizzata da quella
personale.
Infatti in quel periodo – prosegue il relatore
Caridi, ero allora giovanissimo, 19enne,
segretario del PCI della sezione di Gallico
(quartiere a nord di Reggio) ed in quel periodo
si facevano le riunioni dalle quali la classe
dirigente informava che era in atto un tentavo
eversivo collegato alle trame della strategia
della tensione, che in effetti c'erano stati, e
che bisogna mobilitarsi per bloccare quella
rivolta fascista, che la rivolta era contro il
decentramento regionale mentre il PCI era
favorevole.
Anche se c'è da ricordare che inizialmente per
questioni prettamente ideologiche il PCI era
contrario all'istituzione delle Regioni in
Italia, cosa che poi mutò a seguito della
Costituzione repubblicana da parte dello stesso
partito.
Quindi quella rivolta poteva rappresentare il
modo di bloccare la conquista democratica dei
padri costituzionali.
Risulta chiaro che allora da militanti del PCI
non ci ponevamo dei dubbi, ne eravamo conviti,
avevamo una posizione ideologica che oggi non
avremmo avuto sicuramente ma allora la visione
della rivolta era una visione ideologica.
Dopo uno scontro in cui il popolo reggino in cui
“unità degli indistinti” era una rivolta
“interclassista” il PCI non concepiva una
rivolta che non sia una rivolta di classe ma è
una controrivoluzione, un tentativo populista e
quindi allora era passata questa linea.
 |
|
C'è anche da dire che il PCI era debole in città
ma più forte nelle periferie di Reggio come
Pellaro, Gallico, ad esempio, e quindi c'è stato
questo scontro a livello di base tra gli
iscritti del PCI e gli altri iscritti.
Quello che subisce |
allora in termini negativi in
questa presa di posizione a livello nazionale
dei partiti politici, quello che subisce il calo
più forte è il PSI che vede decimata la sua
forza elettorale come nelle elezioni politiche
del 1972 e a farne le spese allora fu il
professore Gaetano Cingari, socialista
emergente, che nel 1968 era stato eletto a
furor di popolo e che invece quattro anni dopo,
siamo nel 1972, ne blocca la sua attività
politica a livello nazionale visto anche le
esaltanti premesse del 1968.
Quindi sull'onda di quella reazione nei
confronti di Cingari, visto come alleato di
Mancini, che ne blocca la sua carriera politica
e visto le premesse del 1968, sicuramente
l'avrebbe portato a recitare finalmente un ruolo
a livello nazionale che altrove avrebbero
recitato i vari Misasi, Mancini, quindi al
danno la beffa e Reggio continua ad essere la
cenerentola della Calabria e purtroppo anche
dell'Italia.
A conclusione della
giornata di studi la parola è passata a Luigi
Ambrosi che ha iniziato il suo intervento
evidenziando le tante suggestioni che sono
provenute da chi lo ha preceduto nella giornata
di studi “1970-2010 Leggere la rivolta”
soprattutto sarebbe importante – continua Luigi
Ambrosi - ripercorrere la posizione che assunse
la sinistra che fu quella più discussa e che
ancora oggi da ancora adito a molte polemiche ed
io mi vorrei riferire sia al periodo precedente
alla rivolta (1946-1948) quando i comunisti di
Reggio come quelli di Cosenza e di Catanzaro
erano molto più disinvolti nel prendere
posizione a favore della propria città.
Questo avveniva per una serie di motivi in
quanto quella impronta o gabbia ideologica
ancora non si era dispiegata pienamente forse e
tutti politici erano molto legati al territorio,
quindi partivano proprio dal esso piuttosto che
partire dall'ideologia.
Quindi io ho trovato in questo primo accenno di
disputa degli anni quaranta una dichiarazione
molto più esplicita dei comunisti cosentini a
favore di Cosenza, dei catanzaresi a favore di
Catanzaro, dei reggini a favore di Reggio, tanto
che nel febbraio del 1950, subito dopo che il
Parlamento rinvia la questione delle Regioni,
però assume le decisioni, il famoso rapporto
della Commissione Donatini Morinaroli (Ezio
Donatini (Democrazia Cristiana)
Presidente e l'on. Antonio Molinaroli -
Democrazia Cristiana -, vice Presidente) che
prende posizione a favore di Catanzaro mentre a
Reggio, a seguito di tali decisioni, si svolse
una manifestazione alla quale era presente il
cosentino Luigi Gullo, il quale affermò che la
lotta per il capoluogo era una questione
campanilistica che divide, quindi c'è da
registrare che in quel periodo i comunisti erano
stati in piazza, come lo furono altre correnti
nel 1970.
I comunisti che in quel periodo accusarono
l'allora Democrazia Cristiana di fare il gioco
contro Reggio Calabria, successivamente secondo
il relatore Luigi Ambrosi, per una dinamica ed
uno sviluppo normale del loro rapporto con il
territorio in ogni parte d'Italia, fra il
Partito ed il territorio, costruiscono un
modello che fa riferimento a quello emiliano.
Il modello emiliano, probabilmente, il rapporto
con il territorio del PCI da allora in poi
queste riflessioni sono state affrontate in
precedenza da Giuliano Procacci in “"Storia
degli italiani" del 1968, dove il rapporto con
il territorio del PCI viene costruito sul
modello emiliano e poi si cerca di esportare
queste direttive nelle altre parti della
Penisola.
E forse questo è motivo per cui non si
comprendono le Regioni differenti dal punto di
vista sociale, economico, culturale, politico
dalla realtà dell'Emilia-Romagna.
In quel periodo – interviene il prof. Giuseppe
Caridi – viene mandato a Reggio il funzionario
Ventura dall'Emilia per dirigere … riprende la
parola Luigi Ambrosi dicendo che allora tutto
ciò era una consuetudine e che il segretario
cittadino del Partito Comunista di Reggio era di
Bologna, così come avveniva in tante altre parte
del territorio nazionale, quindi questo era il
modello su cui si basava l'allora PCI.
A riguardo il centralismo – continua Ambrosi –
c'è da evidenziare che la posizione unitaria
dell'allora Partito Comunista era condizionata
dal centralismo dell’organizzazione e comunque
non immune a una logica localistica, come
osservò un “compagno” della federazione di
Prato, in seguito a una breve permanenza
reggina, riferendosi alle riserve mentali, che
venivano ad esprimersi soprattutto nel gruppo
dirigente del nostro Partito, riserve che
avevano, secondo il mio parere, origine in una
serie di equivoci non chiariti in tempo utile
attorno al Capoluogo. […]. È mia opinione che ad
alimentare questa riserva ed equivoco abbia
contribuito anche la Direzione del nostro
Partito oltre agli Organi Regionali,
significativa è in proposito la posizione
assunta relativamente all’articolazione della
Giunta per dipartimenti, la cui sede di questi
ultimi doveva essere collocata nei tre
capoluoghi di Provincia. Posizione che appare
non solo un obbrobrio sul piano funzionale e
politico, in quanto assurdo sarebbe stato
dividere l’organo esecutivo e disarticolarlo, ma
anche sul piano strettamente politico: una tale
posizione, invece di respingere, alimentava
posizioni di carattere provincialistico
(5)
.
Però
– continua Luigi Ambrosi – qualcosa a favore del
partito comunista bisogna pure dirla che
secondo me la posizione che prima citava il
precedente relatore Matteo Gatto Goldestein e
cioè quella “repressiva” e cioè che i comunisti
vogliono la repressione dei moti di Reggio non è
una posizione univoca ma è una posizione
terminale, nel senso che nell'ottobre del 1970,
come riportato nei volantini del periodo dove si
affermava che “2.000 posti in fabbrica non 2.000
poliziotti” oppure un'altra testimonianza come
riportata su un altro documento del periodo,
questa volta degli studenti di sinistra “Via i
poliziotti dalle scuole”.
Quindi questi volantini sono testimonianze, sono
documenti incontestabili, quindi una lettura e
portano un messaggio principale del Partito
Comunista di ogni parte d'Italia, dove si
svolgeva una protesta, sicuramente l'allora PCI
era favorevole inizialmente a questa protesta
soprattutto se era capace e se vi era la
possibilità di poterla gestire.
In questo caso nell'ottobre del 1970 c'è questa
posizione contro la militarizzazione della Città
di Reggio e quanto detto è testimoniato dalle
discussioni della Direzione Centrale del partito
dove avviene un contrasto con quello che viene
detto a Reggio, a testimonianza di ciò –
continua Luigi Ambrosi – c'è un altro documento,
questa volta una lettera della “cellula
comunista dei ferrovieri reggini del deposito
locomotive” raccontano la loro versione dei
fatti alla Direzione Centrale del Partito
Comunista Italiano.
Infatti venne inviato un rapporto epistolare
alla Direzione nazionale del Pci: «Non è vero
come si afferma che sulle piazze ci sono pochi
fascisti facinorosi e teppisti, ma giovani,
studenti e operai, anche di sinistra e financo
nostri compagni» (6).
Il
relatore Luigi Ambrosi prosegue la disamina
storica accenna ad una serie di lamentele, in
diverse fasi all'interno del PCI da parte delle
sezioni sulla gestione del partito, negli stessi
termini che i reggini imputavano al Governo ed
alla classe dirigente del periodo, come ad
esempio l'accusa di verticismo che veniva
indirizzata al segretario Tommaso Rossi ed a lui
vengono rivolte accuse di verticismo indirizzate
prendere decisioni senza consultare la base.
A
riguardo le accuse di verticismo interviene il
prof. Giuseppe Caridi affermando che a livello
regionale il partito comunista era favorevole a
Catanzaro capoluogo della Calabria perché a
livello regionale le federazioni di Crotone,
Catanzaro e Cosenza erano più importanti
rispetto a Reggio e quindi indirizzarono la loro
scelta verso Catanzaro. L'accusa di verticismo
derivava dal fatto che l'allora segretario della
Federazione reggina non assunse un ruolo di
rottura nei confronti delle scelte delle altre
tre federazioni calabresi.
Tutte
queste dimostranze – continua Luigi Ambrosi – si
troveranno nella loro struttura accusatoria si
ritrovano negli stessi identici termini nei
volantini del Comitato di Azione rivolti però a
tutti i partiti.
Quindi la “fascistizazzione” della Città di
Reggio Calabria non è una “fascistizazzione
ideologica” ma una “fascistizazzione
antipartitocratica” .
Ancora si dice sulla stampa che la rivolta di
Reggio fu una rivolta nei confronti dello Stato
“rivolta statalista”, ma sempre dai documenti
risulta che i reggini chiesero proprio al
Governo centrale di decidere sulle sorti del
capoluogo, visto che i Parlamenti rappresentano
l'architrave dello Stato moderno.
A tal proposito Luigi Ambrosi ha voluto
ricordare ai presenti che nel corso di una
manifestazione tenutasi a Vicenza, dove il
relatore ha ricevuto un riconoscimento per la
sua pubblicazione, proprio nella città veneta
Ambrosi parlando della rivolta di Reggio e del
cosidetto “antistatalismo della città di
Reggio” dicendo ai presenti che di
“antistatalismo” c'è ne più al Nord che al Sud.
La base dello Stato oggi come decenni fa è la
“leva fiscale” , uno Stato si basa sul patto
fiscale, sul fatto che ci siano dei servizi e
chi maggiormente non vuole pagare le tasse per
scelta sia il federalismo fiscale ed in un certo
senso interpretato in un certo senso dalla Lega
come “antistatalista” contro lo Stato e contro
uno Stato unitario.
Gli effetti di questa provocazione, se così
possiamo definirla – conclude Luigi Ambrosi – mi
ha dato ragione, in quanto alla fine della sopra
menzionata manifestazione in quel di Vicenza,
molti dei presenti erano allineati a quello che
avevo detto nel corso dell'incontro.
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(1)
G. PANVINI,
Ordine nero, guerriglia rossa,
Einaudi,
Cles (TN), 2009, pp. 117-118;
(2)
U. PECCHIOLI, prefazione
a Rapporto sul terrorismo. Le stragi, gli
agguati, i sequestri, le sigle (1969-1980), a
cura di Mauro Galleni, Saggi Rizzoli, Milano,
1981, pp. 18-20
(4)
G.VIALE, Il Sessantotto, Marzotta
Editore, Milano, 1978, pagina
236;
(5)
Fg, Pci, classificati, 1970, b.
199, fasc. 163, nota dell’1 marzo 1971;
(6)
Fg, Pci, Rp,
mf. 70, 29 settembre
1970,
pp. 69-71. |
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