30.09.2010

 

 

 

 

 

 

Terzo incontro organizzato dal Circolo Culturale "L'Agorà" su uno dei temi che è stato considerato come uno dei momenti più controversi e difficili da decifrare ed analizzare in modo sereno e distaccato dell'Italia contemporanea.

A distanza di quarant'anni parlando di tale argomento si genera quel senso di passione che accomunò un'intera comunità indipendentemente dal sesso, età, classe sociale.

In buona sostanza un intero territorio che  sentiva fortemente il senso

 
 

di appartenenza alla propria area geografica, alla propria storia, alle proprie tradizioni.

Una storia lunga quella della rivolta di Reggio Calabria, considerata un momento storico tra i più rilevanti – per il suo impeto ed il suo arco di tempo – della storia dell'Italia repubblicana.

Un momento difficile quello per l’Italia costituito da diversi avvenimenti che si sono susseguiti il cui bandolo della matassa risulta alquanto ingarbugliato e privo a tutt’oggi di risposte chiare e definitive.

La rivolta di Reggio si trova al bivio cronologico posto tra due collocazioni storiche alquanto complesse della Repubblica italiana e nello specifico il ’68 con le relative contestazioni e la fase successiva conosciuta come periodo degli anni di piombo.

Entrambi i periodi storici sono seguite da un binario parallelo quello della “strategia della tensione”.

La stragrande maggioranza dei casi avvenuti in tale arco di tempo a far data dal 1969 sino al 1980 rimangono a tutt'oggi irrisolti ed avvolti nel mistero: Piazza Fontana, Piazza della Loggia, l'Italicus, la Freccia del Sud, la Stazione di Bologna, questi alcuni degli aggrovigliati argomenti della storia d'Italia.

Tutto questo stato di cose creerà nella penisola altre “risposte” che trovano il loro quartier generale ideologico nell'antifascismo militante il cui delta sfocerà nella lotta armata contro il sistema.

La situazione che si creò a Reggio risulta allo stato attuale ancora più complessa in quanto in riva allo Stretto in quel determinato periodo (estate 1970 – primavera 1971) si creò quell'humus dove diverse “esperienze”, con alternanti “fortune”, agirono sull'intero territorio provinciale.

Piace ricordare al lettore ad esempio ciò che accadde nella serata del 26 ottobre del 1969 a seguito di un divieto da parte della Questura di Reggio Calabria nei confronti di Junio Valerio Borghese che doveva effettuare un comizio proprio nella città dello Stretto.

Tutto ciò ebbe a sfociare in duri scontri tra le forze dell'ordine ed elementi di estrema destra che giunsero in Città da ogni parte della Penisola.

Ma quell'episodio non fu l'unico che ebbe a registrarsi sul territorio, infatti in diversi periodi dell'anno in questione,  si registrarono altri episodi simili ed anche attentati dinamitardi a sedi istituzionali e commerciali, cifre queste che si possono consultare nell'apposita pagina del portale web del Circolo Culturale “L'Agorà” nella sezione cronologia  .

Inoltre c'è da evidenziare che la città di Reggio Calabria non vi era la “tradizione” di consistenti  scontri di piazza, quindi si avvalora quella tesi secondo la quale che nei periodi storici in questione, come avvalorato da diversi quotidiani dell'epoca, in riva allo Stretto scesero diversi gruppi gravitanti nella sfera extraparlamentare sia della destra (Avanguardia nazionale, Fronte nazionale, Ordine nuovo),  della sinistra come Lotta Continua ,  ma anche anarchici.

A tal proposito risulta interessante ricordare quanto riportato da Guido Panvini nel suo saggio"Ordine nero, guerriglia rossa - La violenza politica nell'Italia degli anni Sessanta e Settanta (1966-1975) : [... In realtà , la serie di rivolte urbane., scoppiate tra il 1970 e il 1971, in alcune città del Centro-sud, per assegnare il capoluogo della Regione (conteso in Abruzzo tra Pescara e l'Aquila, e in Calabria tra Catanzaro e Reggio), evidenziò una dinamica della violenza ben più complessa, in parte affiorata durante la contestazione studentesca del 1968, e questo soprattutto nel corso della rivolta di Reggio Calabria, l'episodio d'insorgenza più grave e duraturo della storia repubblicana. I neofascisti e la sinistra extraparlamentare, per ragioni diverse, vi presero parte. Il Movimento sociale e la destra estrema (Ordine Nuovo, Avanguardia nazionale e il Fronte nazionale) sposarono la causa degli insorti, sia per cavalcare lo scontento della popolazione, sia per un'affinità elettiva con i temi della protesta, incentrata sul risentimento contro il governo e le disfunzioni imputate al sistema dei partiti. IL confine tra un'adesione reale delle istanze dei rivoltosi e il suo utilizzo, soprattutto da parte dei gruppi extraparlamentari, per esasperare la tensione, fu molto sottile (Reggio come «primo passo della rivolta nazionale», recitava un volantino del Movimento politico Ordine Nuovo). La guerriglia urbana, cui parteciparono i "boia chi molla" del deputato missino "Ciccio" Franco, s'intrecciò con il terrorismo bombarolo. Vi fu un'impressionante recrudescenza di attentati, spesso con l'impiego del tritolo. L'episodio più grave fu il deragliamento, del treno «La Freccia del Sud», in un tratto ferroviario vicino s Gioia Tauro, che causò la morte di sei persone. L'estrema sinistra, invece, vide nella rivolta di Reggio Calabria la manifestazione di un moto rivoluzionario che il Partito comunista e i sindacati non avevano compreso, lasciando la piazza alla destra. Fu in particolare Lotta Continua, con la parola d'ordine «a Torino come a Reggio», a "calare" nella città calabrese per partecipare attivamente agli scontri. Un comizio di Pietro Ingrao, tenutosi in un momento di tregua della guerriglia, il 10 agosto 1970, fu così, travolto dai fischi dei giovani neofascisti e dei militanti di estrema sinistra, che contestavano, chi con il pugno chiuso, chi con il saluto romano, il leader comunista. Non si trattava, tuttavia, né di una convergenza operativa, né della temuta alleanza degli estremismi contro il sistema democratico. La connotazione ideologica della rivolta fu marginale, poiché le radici della protesta affondavano nel disagio locale. La compresenza dei neofascisti e dell'estrema sinistra metteva in rilievo, piuttosto lo scarso peso, in determinati contesti nazionali, dell'anticomunismo e dell'antifascismo, come ideologie propulsive la mobilitazione politica e sociale. ...] (1)

Ritornando “ai fatti di Reggio” termine usato per etichettare determinati fatti poco graditi ad una certa area politica - vedi ad esempio “i fatti di Ungheria” - c'è da registrare, come evidenziato da quelle parti pensanti del Penisola italiana, che ciò che accadde a Reggio testimonia l'esigenza di una parte politica di cavalcare quel malessere popolare nei confronti della sede centrale governativa ma anche di approfittare della crisi che era evidente in quel periodo nel centrosinistra.

A testimonianza di ciò vi sono le cifre espresse dalle proteste popolari dell'area meridionale come Avola, Battipaglia, la già citata Reggio, ma anche L'Aquila e da non dimenticare ciò che accadde in data 1° marzo 1968 a Valle Giulia nel corso degli scontri avvenuti durante gli scontri all'interno dell'ateneo romano dove erano presenti diversi esponenti dell'allora MSI ed altri facenti componenti di gruppi extraparlamentari del periodo.

A tal proposito piace ricordare quanto riportato da Ugo Pecchioli “La rivolta di Reggio Calabria è il punto più alto e pericoloso di una operazione tesa a utilizzare il disordine e la paura per spostare a destra l’opinione pubblica, isolare la classe operaia e le organizzazioni dei lavoratori, rendere possibili eventuali sbocchi che spezzino violentemente le tendenze verso più avanzati equilibri”. (2)

Nel contempo l'allora segretario del MSI, Giorgio Almirante ebbe a dichiarare che il suo partito rappresentava “l’unica alternativa morale al centrosinistra e quindi al comunismo (...). Spetta a noi cogliere le occasioni". (3)

Ciò che accadde a Reggio Calabria diede l'input al MSI e a tutto ciò che ruotava intorno ad esse a raccogliere consensi così come evidenzia Guido Viale “il Msi inalbera la bandiera della rivolta e marcia alla conquista del meridione". (4)

Da questi dati sopra menzionati il MSI raccolse proseliti tanto che nella tornata elettorale inerente alle amministrative del 1971 raccoglie un quoziente di percentuali di voti dal 6,6% al 16,3% nelle regionali siciliane, mentre a Roma raggiunge il 16,2%.

Nelle politiche dell'anno successivo registra un notevole sbalzo in avanti passando dal 5,8 all'8,7% (2.800.000 voti - 1 milione in più rispetto ai dati del 1968), cifre elettorali queste a danno dell'allora Democrazia Cristiana (D.C.).

Nelle amministrative del 7 giugno 1970 relative alle regionali calabresi il MSI ottenne sei seggi ripartiti equamente sia a Reggio che nella provincia, mentre nella tornata elettorale del 1972 porta il MSI ad essere il primo partito a Catania ed a ottenere diversi consensi in altre aree geografiche della Penisola così come nella Capitale.

Il flusso dei votanti si indirizzò in seguito, e precisamente a far data dal 1973 sino al 1977, verso l'alveo del centro sinistra.

La giornata di studio organizzata dal Circolo Culturale “L'Agorà”, coordinata da Antonino Megali, socio del sodalizio organizzatore, si è svolta non a caso nella cornice di Palazzo "Foti”,  sede storica dell'Amministrazione Provinciale di Reggio Calabria.

Infatti nel lontano 1947 l'ente incaricò l’avvocato Paolo Malavenda di redigere un atto nel quale si sostenne il “diritto” della Città della Fata Morgana a diventare capoluogo della Regione Calabria.                                                                                 

 

Dopo i ringraziamenti di rito il Presidente del Circolo Culturale “L'Agorà” Gianni Aiello nel corso del suo intervento ha evidenziato che “LEGGERE LA RIVOLTA”  è un modo, una “chiave di lettura” per capire il presente del territorio

anche attraverso le letture degli autorevoli relatori sia istituzionali che culturali.

VISTA l'assenza totale di riferimenti archivistici sul tema in argomento molte cose sono state scritte o dette,a tal proposito vi è una consistente letteratura.

NON SI PUÒ ESSERE D'ACCORDO con chi ha dichiarato che “... la sommossa di Reggio fu l'ultima insorgenza popolare e populista nel Meridione contro il potere centrale ...”

QUESTO QUALCUNO dimentica, forse disconosce che durante il periodo delle insorgenze contro quel potere centrale,  figlio delle idee rivoluzionarie che destabilizzarono gli antichi regimi, DICEVO, in quel periodo quella Chiesa, quel Clero esortava le masse contro il “nuovo”: si doveva recuperare quanto si era perduto dopo quel 14 luglio!

MENTRE il Clero del 1970 fece da cuscinetto tra le parti, attraverso atti di mediazione, evitando così conseguenze ben più gravi rispetto a quelle che accaddero.

QUEL CLERO subì delle umiliazioni che non meritava (Mons. Giovanni Ferro, cinema “Loreto” ).

QUINDI come espresso nel comunicato stampa il percorso di oggi è indirizzato a far capire, a far ricordare, anche a chi ha dimenticato.

In data 12 agosto 1970 in un discorso alla Camera dei Deputati venivano invocate misure repressive nei confronti dei rivoltosi di Reggio.

A questa persona, si dice, verrà intitolata una via, forse una piazza.

QUARANT'ANNI FA (26 settembre) morivano su quella “autostrada dei sogni” cinque ragazzi: uno di loro Annalise, si spegnerà qualche giorno dopo presso l'Ospedale San Giovanni.

Si dirigevano a Roma che ospitava in quei giorni due eventi di rilievo:

UNO ISTITUZIONALE: la visita di un Capo di Stato Richard Nixon (27 settembre)

L'ALTRO MUSICALE: il concerto dei Rolling Stones (29)

Il professore di musica Franco Scordo piaceva suonare al pianoforte, proprio una loro canzone “Paint it black”.

RICORDARE quindi, sono passati solo 40 anni.

RICORDARE quindi le altre vittime sia esse civili (Labate, Campanella, Jaconis, iscritti della CGIL), le vittime della “Freccia del Sud”, le vittime militari.

RICORDARE non per ordine d'importanza, MA SOLO dal punto di vista cronologico, DICEVO, RICORDARE Francesco Raffaele Barcella  morto il 9 marzo 1978  dopo sette anni trascorsi su una sedia a rotelle.  Il 29 gennaio del 1971 veniva colpito alla schiena da un candelotto di metallo durante gli scontri tra dimostranti e forze dell'ordine sul ponte della Libertà, nella zona Nord.

SI È D'ACCORDO con chi ha inoltrato a suo tempo in Consiglio la proposta  affinché il Comune di Reggio si costituisse parte civile  per il risarcimento delle vittime del '70.

   

C che accadde nella parte meridionale della penisola non partì quarant'anni fa,  ma bensì da molto più lontano e per comprendere tale lettura bisogna sfogliare necessariamente le pagine della storia, quella storia con la lettera “S” , una delle ultime dell'alfabeto italiano ma dai grandi caratteri.

 

Secondo gli storici classici, il leggendario Re Italo ebbe proprio nella parte meridionale della Regione Calabria e, più esattamente, nel territorio dello Stretto, il suo Regno. È perciò parere di molti studiosi che le origini del nome “Italia” siano da ricercarsi nel territorio della Città di Reggio (A. Pepe, Si deve alla Calabria l'origine del nome Italia – Ed. Pellegrini, Cosenza, 1963). È, comunque , certo che Reggio fu antichissima repubblica retta sin dalla sua fondazione (VIII secolo a. C.) da un governo oligarchico, finché Anassilao, nel 496 a.C. ne usurpò il potere  che trasmise ai figli.

Ma i reggini si rivoltarono contro questo tipo di tirannia ereditaria e provvidero a proclamarsi indipendenti.

La città, anche se martoriata da innumerevoli guerre di conquista, rifiorì sempre, rinascendo anche dalle distruzioni telluriche con progressione tale da toccare punte di civiltà sempre decantate dai posteri.

Quando nel 410, le orde di Alarico la distrussero col fuoco, scomparvero anche le testimonianze del suo splendore artistico con i famosi templi di Iside, Serapide, Diana, Apollo, il Pritaneo, il Ginnasio.

La posizione geografica fu in ogni epoca motivo di grande considerazione da parte di governatori e conquistatori avveduti, ma fu sempre ragione del suo continuo sviluppo e perenne vitalità.

I reggini amarono sempre la libertà municipale.

Fu federata con i Romani e durante l'impero di Adriano, il Bruzio e la  Lucania            costituirono una sola provincia governata da un solo magistrato con sede a Reggio e chiamato Correttore. A Reggio si continuava, come in epoca remota, a battere moneta così esercitando il ruolo di Capitale della Calabria e della Lucania per circa tre secoli, durante l'antichità classica e cioè dal tempo di Adriano alla caduta dell'Impero.

Per non tediarvi, eviterò di parlare di Reggio nel periodo bizantino-normanno, per precisare solo che in quest'ultimo periodo e più esattamente, nel 1147, Catanzaro rimaneva feudale mentre i due Giustizierati (uno per Val di Crati e Terra Giordana rispettivamente l'area cosentina e quella catanzarese) ed uno per la la Calabria e cioè la parte sud della regione, corrispondente all'attuale provincia di Reggio.

I due giustizierati dipendevano da un unico Maestro Giustiziere che risiedeva alternativamente ora a Nord (Cosenza) ora a Sud (Reggio).

Reggio, nel periodo svevo-angioino (1195-1443) fu luogo di importanti innovazioni effettuate nell'amministrazione dello Stato da quello che fu un sovrano illuminato, Federico II di Svevia, in particolare nell'agricoltura e nella pastorizia, all'epoca principali fonti produttive della regione.

La Calabria assunse una organizzazione  regionale unitaria e Cosenza venne scelta quale sede di un parlamento in cui si riunivano due volte l'anno tutti gli ufficiali maggiori preposti al governo della regione (Giustizieri, Camerari, Baroni, Prelati) ed i più importanti rappresentanti delle città maggiori per discutere e decidere sugli interessi principali delle due province (Val di Crati  - Cosenza -  e  Terra Giordana - Catanzaro - e Calabria propriamente detta).

I maggiori centri di vita economica erano Reggio, Nicastro, Crotone, Cosenza, mentre nell'anno 1234 Catanzaro ancora non figura fra le città più importanti della Calabria.

Dette riunioni erano presiedute dallo stesso Imperatore o da un suo delegato, si denominavano (Colloquia) e potevano svolgersi anche in città diverse da Cosenza.

Questo ordinamento non ebbe lunga vita e Carlo d'Angiò, dopo circa 50 anni, ebbe a modificare detto ordinamento pur mantenendo il potere nelle mani dei Giustizieri mentre abolì la figura dei Camerari, creando così un'azione farraginosa per l'accumulo di poteri nelle mani di una sola persona con prevaricazioni a danno dei deboli e dei poveri.

Parve bene a Carlo d'Angiò correggere la proporzione territoriale fra i due giustizierati, così aggregando al giustizierato di Reggio alcuni territori già aggregati a Cosenza, fra cui Catanzaro.

Il fiume Neto segnò la linea divisionale, fra le due giurisdizioni, mentre nel versante tirrenico la linea fu segnata dal fiume Savuto.

Ne conseguì la denominazione di Calabria Citra e Calabria Ultra.

Ciò avveniva nel 1314 e Catanzaro veniva trasferito dalla giurisdizione di Cosenza a quella di Reggio.

Con Federico II assunse considerazione Cosenza che anche in seguito manterrà una posizione di preminenza non come “Capitale” che tale continua ad essere considerata Reggio, bensì come sede di organi centrali.

Federico III Re di Sicilia, nel 1300 aveva fissato a Reggio la sede del suo Vicario generale mentre Alfonso II Duca di Calabria e Vicario Generale di suo padre Ferdinando I, fissava invece a Reggio la sua residenza ordinaria .

Le lotte tra svevi, angioini ed aragonesi per il predominio sulla Calabria comportarono,  per secoli, danni nella regione.

Reggio avversava gli Angioini a favore degli Aragonesi al contrario di Cosenza che patteggiava per gli Angioini.

Catanzaro oppressa dal baronaggio dei feudatari, che patteggiavano per gli Angioini, ne  invocava la liberazione chiedendo aiuto agli Aragonesi pagando spesso con sofferenza i suoi tentativi di liberazione.

Reggio manteneva la sua tradizione di città demaniale e per avere dimostrato favore all'erede della regina Giovanna II, Renato d'Angiò, fu condannata con la perdita della propria libertà per ben 19 anni, dopo essere stata nel 1443 da Alfonso d'Aragona infeudata al guerriero Cardona che era riuscito a conquistarla col titolo di Conte, finendo per la prima volta in una condizione di vassallaggio anche se con la salvaguardia di alcune speciali garanzie (ad esempio l'amministrazione della giustizia).

Mentre Reggio perdeva la sua libertà municipale, Catanzaro si affacciava per la prima volta, alla storia iniziando un cammino verso la propria liberazione dal giogo feudale ottenendo i privilegi demaniali nel 1446, anno in cui Ferdinando I confermava detti privilegi elargiti da Alfonso, così esaltandone la fedeltà, lo spirito di lotta ed i sacrifici sopportati nel tempo.

Ferdinando, nel 1462, ascoltati i sindaci Geria e Foti, restituiva a Reggio la libertà demaniale e tutti gli altri privilegi.

In quella occasione il sovrano dichiarò Reggio “Capo e madre della Città del Ducato di Calabria” dichiarazione ripetuta nel 1465 con l'aggiunta della definizione di “nobile, insigne, degna ed antica”.

Nel periodo spagnolo (1503 - 1735) per il Regno di Napoli e per l'Italia vi fu il massimo indice di decadenza morale, politica ed economica.

La Calabria, inaccessibile e lontana dalla Capitale, veniva a subire danni notevoli spogliata delle più misere risorse e subiva anche il flagello degli attacchi delle popolazioni barbaresche che infierivano dal mare sulle città costiere.

Nel 1514 Ferdinando il Cattolico – iniziatore della dinastia spagnola - , riconfermava a Reggio alcuni privilegi fra i quali quello giudiziario.

Nel 1562 venne istituito un secondo Tribunale della Regia Udienza a Catanzaro.

Nel 1584 venne spostata da Catanzaro a Reggio il Tribunale della Regia Udienza.

Nel 1594 il rinnegato Sinan Cicala, ammiraglio  dell'imperatore ottomano Amurat III si accanì contro Reggio che non ebbe più pace per circa due secoli con la conseguenza che il Preside e la Regia Udienza vennero trasferite a Seminara e poi restituiti definitivamente a Catanzaro.

Reggio cadeva nella desolazione poiché alle offese degli uomini doveva subire quelle dei terremoti, delle pestilenze delle carestie, il brigantaggio che avevano un effetto distruttivo e rimaneva per sempre la capitale del Ducato di Calabria, sia pure solo di nome.

Per comodità di esposizione, si reputa non precisare il periodo napoleonico che, in ogni caso, portò notevoli benefici alla Calabria intera.

Durante il periodo borbonico (1735-1860) i sindaci di Reggio si fregiavano del titolo di Senatori, titolo che i vari sovrani succedutisi nella storia della Città, consentivano in omaggio al ricordo storico dell'età classica, quando Reggio era città federata e poi Municipio romano.

Tale titolo venne abolito nel 1736 per opera del Governatore del Re, il maresciallo Termini che aveva litigato con i sindaci della città.

Nel 1743 vi fu una grave pestilenza e poi una carestia che dimezzò la popolazione.

Nel 1783 il grave “tremuoto” distruggeva Reggio e la sua provincia e le cui macerie vennero rimosse solo dopo il 1816.

L'unificazione politica nazionale lasciava la Calabria con lo stesso assetto amministrativo instaurato dai borboni.

I Distretti  prendevano il nome di Circondari mentre l'Intendente di ogni Provincia si chiamò Prefetto.

Si profilava la preminenza di Reggio quale metropoli con indice di vitalità e d'importanza che la rendevano qualificata ad evidenziarsi come capitale della regione, centro rappresentativo.

Detta riforma fu per Reggio una vittoria a metà avendo lasciato irrisolto il problema della Corte di Appello, questione questa insoluta anche dai Savoia, dal fascismo e dalla democrazia antifascista.

Nel dicembre del 1908 la tessa si scosse e Reggio rovinò sotto le macerie.

La ricostruzione sarà lenta e si usò definire la Città sui testi geografici ed enciclopedie : “... Reggio … è la più grande e popolosa città e centro commerciale e della Calabria, oltre che fiorente stazione balneare. Dopo il terremoto del 28 dicembre 1908 che la distrusse completamente, è risorta più grande, più regolare, più bella di prima”.

Il ventennio fascista  trascorse senza modifiche sulle strutture prefettizie.

Nel 1927 si avverò  l'inutile sogno della “Grande Reggio” del podestà Genoese Zerbi.

Villa San Giovanni  non si lasciò piegare dalla pretesa egemonica reggina e dopo 5 anni si instaurò la “Grande Villa”.

Fra i tre capoluoghi calabresi Reggio fu sempre indicata come città antifascista mentre Catanzaro e Cosenza offrirono al Regime i più influenti Gerarchi.

 

Dalla “lettura” di questi doverosi aspetti storici ha inizio l'intervento di Matteo Gatto Goldestein, il quale nel corso del suo dettagliato e sentito intervento aggiunge altre importanti informazioni, forse dimenticate MA che rivestono una chiave

di lettura alquanto significativa a ciò che accadde in riva allo Stretto.

L'11 ottobre 1948 i consigli comunali e provinciali delle città alleate di Catanzaro e Cosenza votarono all'unanimità un ordine del giorno in cui si affermava che Reggio non aveva alcun requisito per essere designata come sede di uffici regionali.

La città venne dichiarata refrattaria a requisiti di “Calabresità vantati in proprio, avulsa da interessi e forme di vita calabresi veri e propri  che si ricollocherebbero al ceppo brutio. Reggio non era città sorella bensì greca e gravitante nell'orbita della regione siciliana, in conurbazione con Messina, anziché con quelle calabresi e quindi inidonea a rappresentare la regione calabra”,  così dimenticando che, sin dal primo periodo bizantino, la Calabria corrispondeva al territorio della provincia di Reggio mentre le restanti province calabresi conservavano la denominazione di “Val di Crati” e “Terra Giordana”.

La protesta per il Capoluogo Reggio la iniziava già dal 1948.

L'Assemblea dei Sindaci della provincia di Reggio, presso Palazzo San Giorgio in data 21 ottobre 1948, in uno con la Deputazione provinciale e Rappresentanti di categoria, sindacati, enti culturali ed economici, stampa, deputazione politica, proclamava: “Reggio degna di assumere il ruolo di capoluogo della Regione calabrese” ed esprimeva la speranza che Catanzaro si riconciliasse con la realtà così rientrando “nella concordia regionale determinatrice del raggiungimento dell'ascesa e del divenire della Calabria, della quale Reggio per funzione plurisecolare e per tradizione trimillenaria è forza, cuore e mente”.

Nel contempo, l'Amministrazione Provinciale di Reggio, nel giugno 1948, avuto sentore che la Commissione permanente della Camera dei Deputati doveva pronunciarsi in merito al capoluogo, deliberava la concessione del palazzo provinciale,  da adibire a sede provvisoria degli uffici ed organi della Regione.

Il Governo decideva improvvisamente  (31 gennaio 1950) di procrastinare la messa in atto dell'ordinamento regionale a tempo da stabilirsi .

La Commissione parlamentare sospendeva ogni deliberazione e demandava il risultato alle indagini ed agli studi dell'Assemblea parlamentare per ogni eventuale discussione e decisione.

Il risveglio si aveva, purtroppo, venti anni più tardi!

Catanzaro si tiene sempre in stato d'allerta contro eventuali assalti da parte dei reggini.

E la Corte d'Appello rimasta per secoli in quella città per motivi di sicurezza strategica è considerata da quella città come irreversibile monopolio, quasi un diritto divino inalienabile, sordo ai richiami di ogni evidenza realistica e innovatrice, nonché alle mutate condizioni storiche, continuando così a sostenere Reggio avulsa dalla Calabria, pur di custodire i propri  interessi egoistici, di casta o di campanile.

Il ponte della fratellanza fra le due città risultava  irrimediabilmente spezzato.

Il 1° marzo 1969 al Palazzo della Provincia di Reggio, nel corso di un'assemblea convocata dal Presidente Macrì ed alla quale erano presenti parlamentari, sindaci, esponenti di categorie economiche, di tutti i partiti politici, venne votato all'unanimità un ordine del giorno in cui si ribadiva “l'incontestabile diritto di Reggio a capoluogo della Regione calabrese, per ragioni storiche, geografiche ed economiche e per la gran mole di servizi di cui la Città dispone”.

Nello stesso tempo l'avvocato Francesco Gangemi , democristiano,  promotore di un Comitato di agitazione per la difesa degli interessi di Reggio, si fece portavoce di certi patti segreti in cui si sarebbe deciso di ubicare a Cosenza l'Università, di riconoscere Catanzaro capoluogo regionale e di studiare un contentino industriale da promettersi a Reggio.

Seguì uno sciopero di studenti, cortei di protesta, con tentativo di occupare la stazione ferroviaria, vennero indette sedute consiliari al Comune in cui si vota all'unanimità – unica eccezione Geraci  del PSIUP – un ordine del giorno in cui si esortavano gli enti locali della Regione ad un incontro per la visione completa dei problemi di tutta la Calabria.

Vi fu scontro ad ogni livello ed il Sindaco Battaglia, a Roma, ebbe l'assicurazione del Segretario Piccoli che “è orientamento della DC che sia il Parlamento a scegliere la sede del capoluogo regionale”.

Seguirono mesi di silenzio e le manifestazioni esplosero nella seconda metà del gennaio del 1970.

Vi fu sentore  di una riunione romana fra i segretari della D.C. delle tre province in cui si sarebbe deciso – con l'opposizione della D.C. reggina – l'orientamento a dare il capoluogo a Catanzaro e l'Università a Cosenza.

Il sindaco Battaglia tornato da Roma, riunì d'urgenza la Giunta per riferire di tale tentativo indirizzato ad emarginare Reggio.

La Giunta comunale della quale facevano parte i socialisti, approvò l'operato del sindaco “che risulta ispirato ai deliberati del Consiglio e della Giunta, e nel mentre giudica fraudolento, e perciò da respingere con vigore, il tentativo di spogliare Reggio del suo diritto incontestabile di essere riconosciuta capitale della Calabria, respinge il metodo dell'accordo sottobanco …. e rivolge un appello alle forze sindacali, fedeli interpreti del mondo del lavoro, a quelle studentesche, alla cittadinanza tutta, perché assecondino e confortino con la loro solidarietà l'azione promossa dall'Amministrazione Civica per la tutela degli interessi di Reggio, nel quadro di una Calabria non più infeudata ma finalmente affrancata da ogni tutela di vertice”.

Telegrammi vennero indirizzati alle segreterie dei partiti di centro-sinistra con cui si sollecitava l'intervento degli organi politici nazionali perché Reggio non venisse sacrificata e si annullassero i patteggiamenti e gli accorsi stipulati alle spalle e a danno di Reggio.

Il sindaco Battaglia si recò a Roma e dal nuovo segretario Forlani venne rassicurato  che la DC non avrebbe MAI avallato l'accordo di due province ai danni della Città dello Stretto.

Ciò fu confortante per il Sindaco Battaglia che si preparò alle elezioni comunali  del 7 giugno ed in quella sede ottenne circa 9.000 voti di preferenza: cifre queste che rappresentano il più elevato quoziente preferenziale negli annali dell'amministrazione reggina.

Ma il riconoscimento dello Stato, di Reggio capitale, si esprimeva anche nei testi scolastici in uso, particolarmente in tutti gli atlanti e le enciclopedie sia italiane che estere, ma anche nel volume “Questa è l'Italia” - I^ edizione 1967, ristampata nel 1970 a cura e per iniziativa della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Alla DC reggina spettò la paternità della protesta.

Le elezioni del 7 giugno '70 sancirono la costituzione della Regione Calabria.

Avuto sentore che la città di Catanzaro avrebbe dovuto ospitare i delegati regionali per la prima convocazione, il Comitato comunale reggino della DC si riunì d'urgenza il 1° luglio 1970 e dopo le relazioni svolte dal segretario Aliquò, dall'onorevole Reale e dal sindaco Battaglia, d'accordo con  il segretario provinciale Versace, votò un ordine del giorno in cui si invitavano i competenti organi dello Stato a sciogliere il nodo capoluogo mentre si “respinge sdegnosamente ogni manovra tendente a togliere a Reggio l'insindacabile suo diritto” e ciò per evitare che l'Ente Regione nasca “sotto il crisma dell'iniquità e della sopraffazione”.

Seguì una iniziativa parlamentare dei deputati reggini Reale, Spinelli, Cingari, Napoli, i quali chiesero al Governo l'indicazione del capoluoghi regionali che, nel rispetto del dettato costituzionale, “dovrebbero identificarsi con le città che, allo stato dei fatti, abbiano acquisito sulle altre una sorta di supremazia che ne abbia fatto il centro della vita della regione”.

Il 2 luglio '70 Cosenza veniva designata sede dell'Università della Calabria.

Il 5 luglio del 1970 alle ore 17 si svolse una manifestazione popolare in Piazza Duomo con il “Rapporto alla Città” di Piero Battaglia, intervento in cui egli espresse la mortificazione di una città esclusa dal futuro assetto regionale.

Il 10 luglio si svolse un'Assemblea popolare a Palazzo San Giorgio e venne proclamato uno sciopero generale.

Il Commissario regionale Gaia, insediatosi a Catanzaro, convocò in quella città e non a Reggio per il 13 luglio, i consiglieri regionali eletti .

La convocazione a Catanzaro aveva veste legale poiché ivi era la sede della Corte di Appello.

La battaglia perduta nel 1958 dai reggini per la Corte d'Appello, assumeva ora connotati più pesanti per le sue conseguenze giuridiche.

Gli eventi precipitarono.

Nel contempo a Palazzo Foti si svolse una contro assemblea per sancire l'illegittimità della  Convocazione del Consiglio a Catanzaro, definita “un colpo di mano”.

Il 14 luglio si svolse uno sciopero generale con cortei di protesta ed apparvero le prime barricate con occupazione della stazione centrale con feriti ed arresti.

Nel settembre '70 dopo la morte di Campanella e di Corigliano  si ebbe un messaggio di Saragat in cui la Città venne definita   “ nobile“.

Il 16 ottobre '70, l'allora Presidente del Consiglio Colombo  prese solenne impegno, alle Camere,  con la Città di Reggio assicurando che sarebbe stato il Parlamento a risolvere la questione.

La protesta cessò d'incanto.

Ma si trattava solo di parole.

Si arrivò all'inaudito deliberato  della Commissione Affari Costituzionali, con cui si smentiva l'impegno del Capo del Governo e si dichiarava l'incompetenza del Parlamento ad interferire sulla questione così clamorosamente disattendendo l'impegno del Governo stesso.

Reggio ripiombava nel suo destino di città tradita ma non rassegnata ed iniziava l'ultima fase della sua rivolta che vedeva la Regione delegata alla scelta del capoluogo, cioè i consiglieri di due province congregate contro Reggio che ne sarebbe uscita inevitabilmente sconfitta.

La Regione veniva così chiamata ad approvare una scelta già fatta da un ristretto vertice politico romano .

Il “dettato Colombo” indicava Catanzaro come  capoluogo di regione e Reggio come sede del consiglio regionale, con facoltà per il consiglio di potersi convocare altrove.

Appagata Cosenza con l'assegnazione dell'università calabrese, il retroterra provinciale del reggino veniva investito di vuote promesse di insediamenti industriali in assurda, inconcepibile alternativa con il ruolo di capoluogo.

Reggio veniva così destinata a rimanere esclusa dalla storia e dalla vita!

Nella nottata del 16 febbraio 1971  veniva approvato dall'Assemblea regionale con 21 voti su 40 -  (assenti i Consiglieri reggini  Lupoi, Intrieri, Iacopino, Mallamaci) con l'appoggio di tanti traditori di questa Città – un Ordine del Giorno accogliente le indicazioni contenute nel “dettato Colombo”  aggravato in alcune parti.

Il Presidente Guarasci, nella sua relazione precisava testualmente che  [ … la disputa è nata perché la Calabria non ha una capitale storica, né un centro economicamente preminente che possa individuarsi come Città egemone. Mentre tutte le altre regioni hanno una città la cui condizione, per i suoi precedenti storici e per le sue tradizioni, è riconosciuta da tutti “capitale” , città preminente, la Calabria non ha città che possa ritenersi tale nel senso moderno...]. E poi aggiungeva che “avendo il Comitato dei Ministri deliberato di investire nella provincia e nella città di Reggio industrie per oltre diecimila posti di lavoro, tra cui il V centro siderurgico nella Piana di Gioa Tauro … appare chiaro che il Capoluogo della regione calabrese debba individuarsi nella città di Catanzaro. Così facendo – affermava – non si pone in discussione la storia, la tradizione e la dignità e l'onore di nessuno. E' un discorso di assetto territoriale e null'altro”.

La rivolta fu bollata come eversiva e facinorosa, collegata ad estremismo, cosa non vera, fascistoide.

Vero è, invece, che fu la rivolta urbana più lunga dell'era moderna, durata 8 mesi e che si concluse il 23 febbraio del 1971 con la liberazione a mezzo dell'ausilio dei cingolati dello Stato nel rione Sbarre, ultimo a cadere, a qualche giorno di distanza, da quello di Santa Caterina, baluardi della protesta che aveva coinvolto l'intera Città e mobilitata quasi tutta la provincia.

Fu l'ultima rivolta popolare del Sud  contro il potere centrale e fu la prima volta in cui, nell'Europa libera, scesero in strada i carri armati.

La rivolta di Reggio dimostrò come il trasferimento di poteri dal centro alla periferia innesca guerre locali e conflitti territoriali per il raggiungimento di una egemonia territoriale.

Seguì la rivolta abruzzese conosciuta come “Moti dell'Aquila” dovuta alla scelta iniziale di ubicare il capoluogo amministrativo a Pescara, ma in questo caso tutto rientrò con il riconoscimento alla città aquilana di conservare il ruolo di capoluogo regionale, mentre venne consentito alla città di Pescara la possibilità di ospitare le sedute di Giunta e di Consiglio.

Ritornando quindi al tema odierno c'è da ricordare che 40 anni fa si spezzò irrimediabilmente il legame fra Sud e Stato, tra Meridione ed Istituzioni, con un aumento di degrado della Calabria aggravato da pochi folli ed inutili insediamenti industriali  conditi dai loschi errori del ceto politico.

Poi si aggravarono le clientele, i clan e la degenerazione, infine arrivò il letargo con l'immersione di ciascuno nei propri veri o presunti canali, nel clientelismo e nel malgoverno, consegnandosi anche alla malavita organizzata.

Tra i difensori di questa Città non può essere dimenticato il Presidente della Repubblica Italiana Giuseppe Saragat,  leader storico del Partito Socialista Democratico Italiano, pronto alle dimissioni, quando si pattuì la possibilità, avanzata dai comunisti, di fare intervenire massicciamente i mezzi cingolati per porre fine definitivamente alla rivolta.

Una menzione particolare merita Mons. Giovanni Ferro, Metropolita della Calabria dal 1950 al 1977, al quale il popolo si rivolse spesso anche perché l'unica Autorità credibile , in un  momento in cui la Città era allo sbando.

Ma anche diverse esperienze umane e politiche come Perna, Franco, Canale, Granillo, Rocco Zoccali, Dieni, Latella, gli avv. Romano e Gangemi, Lupis, l'ing. Castellani, Rosetta Zoccali, Foti, ancora il mondo della chiesa impegnato come Mons. Agostino e Don Nunnari, confluirono nella rivolta.

Come non ricordare Giuseppe Reale, l'uomo che amò Reggio con infinito amore, una delle personalità storiche più importanti e significative per la storia della Città nell'ultimo secolo.

Con la dignità che lo contraddistinse per tutta la vita, intellettuale di alto rilievo, storico esponente della DC, cattolico, parlamentare per 20 anni, politico finemente indipendente, ebbe il coraggio di difendere anche in Parlamento, con l'On.le Rocco Minasi, esponente del PSIUP, la nostra Città, sua Città di adozione, per poi affrontare fra mille problemi, la sua brevissima ed esaltante stagione di Sindaco.

Il primo cittadino Giuseppe Reale , ebbe come Vice, altra figura nobile di Cittadino, Amadeo Matacena ,che tentò inutilmente durante la rivolta di costituire la zona franca Calabria Sud.

La Rivolta fu capace di rappresentare, forse, l'unica ed ultima occasione per risolvere una questione meridionale della quale, oggi, nessuno più parla.

Come non ricordare la visita di Giovanni Paolo II nell'ottobre 1984 quando affermò che “Cristo non si è fermato ad Eboli. Egli è in cammino con voi, per costruire insieme a Voi una Calabria più giusta, più umana, più cristiana”.

Oggi vi è una insignificante rilettura storica positiva della Rivolta da parte di coloro che 40 anni fa la bollarono come inutile, senza considerare che quella reazione popolare era rappresentata dal desiderio dei reggini di affermare il riscatto di una terra abbandonata e dimenticata da tutti i Governi Centrali susseguitisi a far data dall'Unità d'Italia.

Dopo la Rivolta vennero i vergognosi anni del “sacco di Reggio”  con la degradazione complessiva, la “Primavera di Reggio” con il sindaco Italo Falcomatà, diede vita al tentativo di recupero del ruolo primario esercitato dalla Città a far data dal 14 luglio del 730 a. C. .

Gli ultimi anni di gestione della “res pubblica” aprono le porte ad una realtà nuova per questa Città , una realtà di risveglio apparente per una attenta e vigilata partecipazione popolare ai problemi di pubblico interesse.

Perché se era corretto condannare questa Città per i suoi innumerevoli lunghi letarghi rinunciatari, non era giusto condannarla quando si svegliò bruscamente  alla lotta per reclamare il proprio diritto alla vita ed il rispetto alla propria dignità.

A questo dovrebbe ammonire la storia.

Non si può non essere d'accordo con quanto affermato dall'Onorevole Giuseppe Reale ai tempi della Rivolta e cioè  “Reggio capoluogo della Calabria pensiamo deve essere norma di legge … Il nostro sacrificio non è stato speso inutilmente … la verità confermerà la validità della nostra battaglia perché nessuno è stato capace di offrire una testimonianza di fermezza e di pienezza in ere difficili come noi l'abbiamo offerta … Dobbiamo aver fiducia perché la verità cammina; dobbiamo aspettare i tempi del trionfo … ora, finché ci sarà uno solo a Reggio ma siamo decine e decine di migliaia, che si batterà per questa verità, la verità di Reggio Capoluogo, passasse un mese o un anno, passassero dieci anni o un secolo o un millennio, non c'è che una sola indicazione da dare, una sola consegna da tramandare: La vittoria è nostra !”

Un ultimo, ma non ultimo pensiero,  - conclude Matteo Gatto Goldestein - va a tutti gli Eroi di quella stagione esaltante convinti come siamo che, in qualche parte di cielo, sono illuminati da luce eterna così come speriamo che i traditori di Reggio possano essere tutti rilegati nel limbo più assoluto.

Non resta che sperare nell'alba di una fase nuova ed esaltante di questa Città!.

La parola è passata all'Assessore alla Cultura dell'Amministrazione Provinciale che ha portato i saluti dell'ente ed in modo particolare quelli dell'assessore Battaglia che doveva essere oggi presente a discutere, lui che fu protagonista in quel periodo soprattutto per la presenza del padre Piero, allora sindaco della Città di Reggio. Quindi poteva darci una testimonianza diretta di quel periodo ma purtroppo per motivi strettamente familiari non può essere presente oggi in questo momento di discussione della storia del territorio.

Logicamente quando si parla di cose serie, come quelle che avvennero quarant'anni fa, dicevo quando si parla di cose serie si è sempre in pochi, in quanto ormai ci siamo abituati a vedere delle strane conferenze stampa incorniciate da una prosopopea preparatoria in cui si chiamano “truppe cammellate” provenienti da tutti posti in modo da far pensare che l'argomento suscita interesse.

 

Naturalmente poi i contenuti di tali incontri risultano vuoti e caratterizzate da stupidità, quindi poche cose rispetto alla realtà in cui vive Reggio Calabria, la sua provincia e la Calabria in se.

Quindi in queste occasioni meglio

essere in pochi, così come oggi, che come si suol dire “che male accompagnati”.

Oggi si parla di un fatto che in Calabria, in Italia, in Europa, per molti fu considerato come un estremo sussulto di un'azione eversiva portata avanti da forze che allora avevano come obiettivo di portare a termine un colpo di stato in Italia e per altri fu un momento di rivolta in relazione ad un sopruso che il territorio stava subendo.

Certamente ognuno di noi ha ricordi di quell'epoca: io allora iniziavo la mia attività politica, giovanissimo, eravamo della provincia e noi seguivamo tutto quello che succedeva a Reggio perché essendo militanti di un partito che adesso non esiste più, il P.C.I., spesse volte ed in particolare una notte ci arrivò una direttiva da Roma, la quale era indirizzata a presidiare non solo la sede del partito ma anche quella di controllare alcune strade di comunicazione in quanto c'era il sospetto di un colpo di stato.

Infatti una notte fermammo un furgone con a bordo militanti del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese nei pressi della Statale 18 privandoli di tutto ciò che avevano a bordo e dopo tale operazioni li lasciammo andare.

Quella fu la prima volta, nella quale io giovane componente della FIGC, l'organizzazione dei giovani militanti del Partito Comunista Italiano, mi confrontai con la rivolta di Reggio Calabria.

Li capimmo che quello che accadeva era una rivolta ma che era anche altro, per cui questo è un aspetto che è sempre rimasto fermo nella mia memoria quel periodo in cui andavano ad incrociarsi diverse fasi della storia italiana del novecento, come appunto la Rivolta di Reggio, il tentativo di golpe dell'ex comandante della “X MAS” Borghese e la malavita organizzata che in quel periodo cominciava a prendere il potere vero.

Logicamente questo fatto va discusso perché io capisco “celebrare e ricordare” perché è giusto ricordare i morti che ci sono stati e tutti innocenti, in quanto quando parte una rivolta c'è chi la guida che è convinto e sa quello che fa e poi c'è una grande massa di persone che ne subisce oppure ne accetta tutto quello che si intende costruire.

Se poi si muovono forze ed a tal proposito io mi ricordo le dichiarazioni di uno di Reggio Calabria che era pronto ad armare gruppi in Aspromonte ed a finanziarli: dichiarazioni queste esplosive e pericolosissime …. Ma che si subisce e noi discutiamo di questo, di cercare di capire, perché se noi dobbiamo passare e non chiederci e capire che cosa comportò la rivolta di Reggio Calabria con le sue mancate promesse così come quanto dichiarato di recente nei confronti dell'ultimizzazione dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria per la quale sono stati tagliati i fondi e nel contempo si dichiara che tali lavori saranno terminati tra il 2013 e l'anno successivo.

Quindi ritornando alla giornata di oggi è giusto ricordare, giusto discutere soprattutto alla presenza di studiosi seri che non sono mossi dalla “tarantola” di volere ad ogni costo spesso esaltare cose che vanno viste alla luce di quando sono accadute, in quanto ogni movimento storico va visto, letto, localizzato sempre nel contesto in cui esso è accaduto.

E noi dobbiamo vedere la rivolta di Reggio in quel periodo, capire come sono morte le persone, capire come i cinque anarchici sono morti, in quanto anche tale argomento non è stato mai chiaro in tal senso.

Loro stavano portando avanti, come lo facevamo noi, delle “contro inchieste” la cosiddetta “contro informazione”, rispetto a certi fatti che avvenivano in quel periodo in Italia.

Ciò che accadde ai cinque compagni anarchici – continua l’assessore Santo Gioffrè – merita di essere conosciuto, e di sapere come quei ragazzi trovarono la morte sull’autostrada che portava a Roma e di cui ancora non si hanno notizie certe in tal senso.

Queste storie e tante altri avvenimenti dei quali è importante parlarne, discuterne, fanno parte dei tanti “misteri italiani”, oggi noi riflettiamo e discutiamo su queste cose perché siamo pochi ma abbiamo la capacità di essere gente libera e che non ha nessun tipo di paraocchi e discutiamo in libertà di cose che riguardano la nostra vita.

Dopo l'intervento dell'Assessore alla Cultura dell'Amministrazione Provinciale Santo Gioffrè la parola è passata al professore Giuseppe Caridi dell'Università degli Studi di Messina che nel corso della sua relazione ha effettuato un percorso sia personale che storico.

Con la rivolta di Reggio – afferma il relatore -  i cosiddetti “fatti di Reggio”, espressione di allora, si sono confrontati, giornalisti, storici, antropologi, politici, sono stati pubblicati diversi volumi sull'argomento in questione. Io faccio riferimento in particolare di cui ho curato la prefazione, pubblicato nel 2001 e dal titolo “Io e la rivolta”, si trattava di un intervista a Piero Battaglia, sindaco della Rivolta, da parte del giornalista  Enzo Laganà.

La mia riflessione sulla rivolta si svolge molto sinteticamente su due piani: uno personale del vissuto e l'altro posizionato su un piano diverso, da studioso a distanza i quarant'anni perché come diceva poco fa l'assessore provinciale Gioffré lo sforzo è quello di storicizzare gli avvenimenti in quel contesto perché giudicare a distanza di quarant'anni è più semplice, ma la realtà in quel momento era ben diversa da quella attuale.

Qual'era la realtà di allora?  La realtà era che c'era uno scontro ideologico, le ideologie ancora esistevano, con il trascorrere del tempo si sono perse le ideologie, e purtroppo anche gli ideali.

Alcuni balletti di questi giorni quarant'anni fa avrebbero fatto gridare allo scandalo, ora, purtroppo, sembra tutto normale che si passi in maniera spregiudicata da una all'altra parte politica.

Allora c'erano le ideologie, si apparteneva ad un partito politico e, a volte, si prendeva per oro colato tutto ciò che proveniva dalle indicazioni di un partito.

Quindi in questo senso spiego la posizione di alcune forze politiche del tempo che violentando, magari i propri sentimenti personali e di appartenenza alla città di Reggio avevano assunto delle posizioni che andavano oggettivamente in contro non alle esigenze della città di Reggio ma a quelle di Catanzaro.

Il sindaco di allora, il sindaco della Rivolta, il sindaco di Reggio dimostra di avere coerenza nel momento in cui rassegna le dimissioni da sindaco di Reggio, perché Battaglia era interprete di una volontà popolare che lo aveva portato ad essere eletto Consigliere Comunale e dopo una riunione dei Consiglieri eletti venivano nominato il primo Cittadino, visto che non c'era l'elezione diretta del sindaco.

Allora il clima era completamente diverso, vi erano personaggi politici di tutt'altra dimensione, quindi una realtà molto diversa da quella attuale.

Quindi dicevo Battaglia è coerente, Battaglia spera in un ravvedimento è consapevole dell'accordo che c'è sulla testa di Reggio tra le province di Catanzaro e di Cosenza, per questo lui nel famoso “rapporto alla Città” cerca di coinvolgere e mobilitare la popolazione reggina e quel tentativo ebbe successo.

Però quando si accorse che l'accordo tra Catanzaro e Cosenza era stato stipulato cerca, come è stato già detto, attraverso l'intervento diretto presso il Presidente del Consiglio dei Ministri  Emilio Colombo, che da poco aveva sostituito Mariano Rumor, entrambi esponenti dell'allora Democrazia Cristiana (DC), di avere quella assicurazione che sarebbe stato il Parlamento a determinare la scelta del capoluogo di regione.

Quella era l'unica possibilità di evitare che Reggio subisse quella sopraffazione da parte delle altre restanti città calabresi ma oggettivamente la posizione di Reggio era molto debole anche a livello parlamentare e quindi, anche se avesse deciso il Parlamento Reggio sarebbe stata penalizzata in quanto dal periodo di Giuseppe De Nava (Reggio Calabria, 23 settembre 1858 – Roma 27 febbraio 1924)   Reggio non aveva rappresentanti a livello ministeriale.

L'unico reggino nella storia dell'Italia unita dal 1861 ad oggi a diventare ministro è stato, come dicevo, Giuseppe De Nava.

Quindi da quando evidenziato per la città di Reggio non si può dire lo stesso per le altre due province che nel 1970 annoverava Giacomo Mancini (Ministro lavori pubblici), Riccardo Misasi (Ministro della Pubblica Istruzione) entrambi cosentini e “legati” più a Catanzaro che a Reggio, insieme con Pucci che era l'esponente di spicco della politica catanzarese (area  DC)  avallarono la scelta di Catanzaro come capoluogo della Calabria.

Da non dimenticare inoltre che Giacomo Mancini era diventato il segretario nazionale del partito socialista e l'allora PSI era alleato della DC, quindi c'era poco da ben sperare.

Da queste situazioni la popolazione reggina pensa di subire un torto, un sopruso - prosegue il professore Giuseppe Caridi – e si ribella in questa prima fase.

La fase successiva è quella per certi versi della “strumentalizzazione” della rivolta popolare  che fu sana, genuina, spontanea.

Ci doveva essere qualcuno che assumesse il ruolo di dirigere  la rivolta e con grande capacità   bisogna dire a distanza di tempo – prosegue il relatore – e di abilità questo ruolo lo assunse Ciccio Franco che fu il leader indiscusso della rivolta.

In quel momento non era un personaggio di primo piano né della politica reggina ne tanto meno dell'allora Movimento Sociale Italiano (MSI), in quel periodo era sindacalista della CISNAL da dove era stato espulso così come dal MSI e così in quel periodo ricercò di rientrare in campo.

Altri dati erano relativi alla sua non elezione alle regionali e l'unico consigliere regionale del MSI ad essere eletto era di Cosenza e quindi Ciccio Franco riesce bene a cavalcare la rivolta ponendosi alla testa del Comitato d'Azione ed alla fine riesce a diventarne il leader.

Certo è che un leader di un certo orientamento politico non può che destare sospetti, diffidenza da parte dell'orientamento politico opposto ed a un certo punto bisognava catalogare questa rivolta perché era qualcosa di incomprensibile ai partiti di sinistra che non erano riusciti a cogliere lo spirito della rivolta che venne etichettata come “rivolta fascista”.

Quindi come tale passa a livello a nazionale ed anche a livello internazionale come testimoniato dall'agenzia sovietica TASS che descrive tali fatti  come un'azione fascista, quella rivolta che invece  andava oltre le logiche degli apparati di partito.

Quando sopra evidenziato rappresenta l'aspetto prettamente storico mentre l'altra fase, come si diceva in apertura è caratterizzata da quella personale.

Infatti in quel periodo – prosegue il relatore Caridi, ero allora giovanissimo, 19enne, segretario del PCI della sezione di Gallico (quartiere a nord di Reggio) ed in quel periodo si facevano le riunioni dalle quali la classe dirigente informava che era in atto un tentavo eversivo collegato alle trame della strategia della tensione, che in effetti c'erano stati, e che bisogna mobilitarsi per bloccare quella rivolta fascista, che la rivolta era contro il decentramento regionale mentre il PCI era favorevole.

Anche se c'è da ricordare che  inizialmente per questioni prettamente ideologiche il PCI era   contrario all'istituzione delle Regioni in Italia, cosa che poi mutò a seguito della Costituzione repubblicana da parte dello stesso partito.

Quindi quella rivolta poteva rappresentare il modo di bloccare la conquista democratica dei padri costituzionali.

Risulta chiaro che allora da militanti del PCI non ci ponevamo dei dubbi, ne eravamo conviti, avevamo una posizione ideologica che oggi non avremmo avuto sicuramente ma allora la visione della rivolta era una visione ideologica.

Dopo uno scontro in cui il popolo reggino in cui “unità degli indistinti” era una rivolta “interclassista” il PCI non concepiva una rivolta che non sia una rivolta di classe ma è una controrivoluzione, un tentativo populista e quindi allora era passata questa linea.

 

C'è anche da dire che il PCI era debole in città ma più forte nelle periferie di Reggio come Pellaro, Gallico, ad esempio, e quindi c'è stato questo scontro a livello di base tra gli iscritti del PCI e gli altri iscritti.

Quello che subisce

allora in termini negativi in questa presa di posizione a livello nazionale dei partiti politici, quello che subisce il calo più forte è il PSI che vede decimata la sua forza elettorale come nelle elezioni politiche del 1972 e a farne le spese allora fu il professore Gaetano Cingari, socialista emergente,  che nel 1968 era stato eletto a furor di popolo e che invece quattro anni dopo, siamo nel 1972, ne blocca la sua attività politica a livello nazionale visto anche le esaltanti premesse del 1968.

Quindi sull'onda di quella reazione nei confronti di Cingari, visto come alleato di Mancini, che ne blocca la sua carriera politica e visto le premesse del 1968, sicuramente l'avrebbe portato a recitare finalmente un ruolo a livello nazionale che altrove avrebbero recitato i vari Misasi, Mancini, quindi  al danno la beffa e Reggio continua ad essere la cenerentola della Calabria e purtroppo anche dell'Italia.

A conclusione della giornata di studi la parola è passata a Luigi Ambrosi che ha iniziato il suo intervento evidenziando le tante suggestioni che sono provenute  da chi lo ha preceduto nella giornata di studi “1970-2010 Leggere la rivolta”  soprattutto sarebbe importante – continua Luigi Ambrosi -  ripercorrere la posizione che assunse la sinistra che fu quella più discussa e che ancora oggi da ancora adito a molte polemiche ed io mi vorrei riferire sia al periodo precedente alla rivolta (1946-1948) quando i comunisti di Reggio come quelli di Cosenza e di Catanzaro erano molto più disinvolti nel prendere posizione a favore della propria città.

Questo avveniva per una serie di motivi in quanto quella impronta o gabbia ideologica ancora non si era dispiegata pienamente forse e tutti politici erano molto legati al territorio, quindi partivano proprio dal esso piuttosto che partire dall'ideologia.

Quindi io ho trovato in questo primo accenno di disputa degli anni quaranta una dichiarazione molto più esplicita dei comunisti cosentini a favore di Cosenza, dei catanzaresi a favore di Catanzaro, dei reggini a favore di Reggio, tanto che nel febbraio del 1950, subito dopo che il Parlamento rinvia la questione delle Regioni, però assume le decisioni, il famoso rapporto della Commissione Donatini Morinaroli (Ezio Donatini (Democrazia Cristiana) Presidente e l'on. Antonio Molinaroli - Democrazia Cristiana -, vice Presidente) che prende posizione a favore di Catanzaro mentre a Reggio, a seguito di tali decisioni, si svolse una manifestazione alla quale era presente il cosentino Luigi Gullo, il quale affermò che la lotta per il capoluogo era una questione campanilistica che divide, quindi c'è da registrare che in quel periodo i comunisti erano stati in piazza, come lo furono altre correnti nel 1970.

I comunisti che in quel periodo accusarono l'allora Democrazia Cristiana di fare il gioco contro Reggio Calabria, successivamente secondo il relatore Luigi Ambrosi, per una dinamica ed uno sviluppo normale del loro rapporto con il territorio in ogni parte d'Italia, fra il Partito ed il territorio, costruiscono un modello che fa riferimento a quello emiliano.

Il modello emiliano, probabilmente, il rapporto con il territorio del PCI da allora in poi queste riflessioni sono state affrontate in precedenza da Giuliano Procacci in “"Storia degli italiani" del 1968,  dove il rapporto con il territorio del PCI viene costruito sul modello emiliano e poi si cerca di esportare queste direttive nelle altre parti della Penisola.

E forse questo è motivo per cui non si comprendono le Regioni differenti dal punto di vista sociale, economico, culturale, politico dalla realtà dell'Emilia-Romagna.

In quel periodo – interviene il prof. Giuseppe Caridi – viene mandato a Reggio il funzionario Ventura dall'Emilia per dirigere … riprende la parola Luigi Ambrosi dicendo che allora tutto ciò era una consuetudine e che il segretario cittadino del Partito Comunista di Reggio era di Bologna, così come avveniva in tante altre parte del territorio nazionale, quindi questo era il modello su cui si basava l'allora PCI.

A riguardo il centralismo – continua Ambrosi – c'è da evidenziare che la posizione unitaria dell'allora Partito Comunista era condizionata dal centralismo dell’organizzazione e comunque non immune a una logica localistica, come osservò un “compagno” della federazione di Prato, in seguito a una breve permanenza reggina, riferendosi alle riserve mentali, che venivano ad esprimersi soprattutto nel gruppo dirigente del nostro Partito, riserve che avevano, secondo il mio parere, origine in una serie di equivoci non chiariti in tempo utile attorno al Capoluogo. […]. È mia opinione che ad alimentare questa riserva ed equivoco abbia contribuito anche la Direzione del nostro Partito oltre agli Organi Regionali, significativa è in proposito la posizione assunta relativamente all’articolazione della Giunta per dipartimenti, la cui sede di questi ultimi doveva essere collocata nei tre capoluoghi di Provincia. Posizione che appare non solo un obbrobrio sul piano funzionale e politico, in quanto assurdo sarebbe stato dividere l’organo esecutivo e disarticolarlo, ma anche sul piano strettamente politico: una tale posizione, invece di respingere, alimentava posizioni di carattere provincialistico (5) .

Però – continua Luigi Ambrosi – qualcosa a favore del partito comunista bisogna pure dirla  che secondo me la posizione che prima citava il precedente relatore Matteo Gatto Goldestein e cioè quella “repressiva” e cioè che i comunisti vogliono la repressione dei moti di Reggio non è una posizione univoca ma è una posizione terminale, nel senso che nell'ottobre del 1970, come riportato nei volantini del periodo dove si affermava che “2.000 posti in fabbrica non 2.000 poliziotti” oppure un'altra testimonianza come riportata su un altro documento del periodo, questa volta degli studenti di sinistra “Via i poliziotti dalle scuole”.

Quindi questi volantini sono testimonianze, sono documenti incontestabili, quindi una lettura e portano un messaggio principale del Partito Comunista di ogni parte d'Italia, dove si svolgeva una protesta, sicuramente  l'allora PCI era favorevole inizialmente  a questa protesta soprattutto se era capace e se vi era la possibilità di poterla gestire.

In questo caso nell'ottobre del 1970 c'è questa posizione contro la militarizzazione della Città di Reggio e quanto detto è testimoniato dalle discussioni della Direzione Centrale del partito dove avviene un contrasto con quello che viene detto a Reggio, a testimonianza di ciò – continua Luigi Ambrosi – c'è un altro documento, questa volta una lettera della “cellula comunista dei ferrovieri reggini del deposito locomotive” raccontano la loro versione dei fatti alla Direzione Centrale del Partito Comunista Italiano.

Infatti venne inviato un rapporto epistolare  alla Direzione nazionale del Pci: «Non è vero come si afferma che sulle piazze ci sono pochi fascisti facinorosi e teppisti, ma giovani, studenti e operai, anche di sinistra e financo nostri compagni»  (6).

Il relatore Luigi Ambrosi prosegue la disamina storica  accenna ad una serie di lamentele, in diverse fasi all'interno del PCI da parte delle sezioni sulla gestione del partito, negli stessi termini che i reggini imputavano al Governo ed alla classe dirigente del periodo, come ad esempio l'accusa di verticismo che veniva indirizzata al segretario Tommaso Rossi ed a lui vengono rivolte accuse di verticismo indirizzate prendere decisioni senza consultare la base.

A riguardo le accuse di verticismo interviene il prof. Giuseppe Caridi affermando che a livello regionale il partito comunista era favorevole a Catanzaro capoluogo della Calabria perché a livello regionale le federazioni di Crotone, Catanzaro e Cosenza erano più importanti rispetto a Reggio e quindi indirizzarono la loro scelta verso Catanzaro. L'accusa di verticismo derivava dal fatto che l'allora segretario della Federazione reggina non assunse un ruolo di rottura nei confronti delle scelte delle altre tre federazioni calabresi.

Tutte queste dimostranze – continua Luigi Ambrosi – si troveranno nella loro struttura accusatoria si ritrovano negli stessi identici termini nei volantini del Comitato di Azione rivolti però a tutti i partiti.

Quindi la “fascistizazzione” della Città di Reggio Calabria  non è una “fascistizazzione ideologica” ma una “fascistizazzione antipartitocratica” .

 

Ancora si dice sulla stampa che la rivolta di Reggio fu una rivolta nei confronti dello Stato “rivolta statalista”, ma sempre dai documenti risulta che i reggini chiesero proprio al Governo centrale di decidere sulle sorti del capoluogo, visto che i Parlamenti rappresentano l'architrave dello Stato moderno.

A tal proposito Luigi Ambrosi ha voluto ricordare ai presenti che nel corso di una manifestazione tenutasi a Vicenza, dove il relatore ha ricevuto un riconoscimento per la sua pubblicazione, proprio nella città veneta Ambrosi parlando della rivolta di Reggio e del cosidetto “antistatalismo della città di Reggio”  dicendo ai presenti che di “antistatalismo” c'è ne più al Nord che al Sud.

La base dello Stato oggi come decenni fa è la “leva fiscale” , uno Stato si basa sul patto fiscale, sul fatto che ci siano dei servizi e chi maggiormente non vuole pagare le tasse per scelta sia il federalismo fiscale ed in un certo senso interpretato in un certo senso dalla Lega come “antistatalista” contro lo Stato e contro uno Stato unitario.

Gli effetti di questa provocazione, se così possiamo definirla – conclude Luigi Ambrosi – mi ha dato ragione, in quanto alla fine della sopra menzionata manifestazione in quel di Vicenza, molti dei presenti erano allineati a quello che avevo detto nel corso dell'incontro.

 

 

 
 
 
 

(1) G. PANVINI, Ordine nero, guerriglia rossa, Einaudi, Cles (TN), 2009, pp. 117-118;

(2) U. PECCHIOLI, prefazione a Rapporto sul terrorismo. Le stragi, gli agguati, i sequestri, le sigle (1969-1980), a cura di Mauro Galleni, Saggi Rizzoli, Milano, 1981, pp. 18-20

(3) U. PECCHIOLI, opera citata, pagina 19;

(4) G.VIALE, Il Sessantotto, Marzotta Editore, Milano, 1978, pagina 236;

(5) Fg, Pci, classificati, 1970, b. 199, fasc. 163, nota dell’1 marzo 1971;

(6) Fg, Pci, Rp, mf. 70, 29 settembre 1970, pp. 69-71.

 

 

 

 

 

G. REALE, Reggio in fiamme, Parallelo 38,1970;

F. ALIQUÒ-TAVERRITI, Reggio è il capoluogo della Calabria, ed. Corriere di Reggio, 1970;

T. BAGNATO E A. DITO, Reggio Calabria capoluogo di regione, 1970;

AA. VV. Categorie Economiche e Sindacati Professionali della provincia di Reggio Calabria (a cura di), Reggio è il capoluogo della Calabria, 1970;

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AA. VV., Gruppo d'Intesa (a cura del), Analisi di una rivolta, Reggio Calabria, 1970;

AA. VV., Gruppo d'Intesa (a cura del), Un appello dall'estremo Sud, Reggio Calabria, 1970;

AA. VV. Gruppo d'Intesa (a cura del), Testimonianze, Reggio Calabria, 1971;

F. FIUMARA, Per Reggio capoluogo. In difesa della verità, La Procellaria, 1971
L.M. LOMBARDI SATRIANI,Rivolta e strumentalizzazione,  Qualecultura,1971
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