Sono trascorsi 70 anni da quel 18 giugno del 1946 quando l'Italia, a seguito dei risultati di un referendum istituzionale, pose fine alla fase monarchica per divenire repubblica democratica: queste alcune delle cifre che sono state oggetto di analisi durante la conversazione avente come tema “1946-2016: buon compleanno Repubblica”.
Dopo i saluti da parte di Gianni Aiello (presidente del Circolo Culturale “L'Agorà” la parola è passata a Nino Megali (socio del sodalizio organizzatore) che nel corso del suo intervento ha focalizzato diversi fatti e personaggi facenti parte del tema in argomento.
La caduta della Monarchia Sabauda – esordisce Nino Megali – avvenne nel 1946 col referendum istituzionale: ma le premesse risalgono al 1943 quando il 9 settembre, dopo l’armistizio, il re e i suoi familiari fuggirono da Roma verso Pescara abbandonando tutti i sostenitori. Non fu però solo questa la causa della debolezza della Monarchia.
Altre ragioni sono considerate responsabili del suo crollo. Ѐ regola in tanto che nessuna dinastia sopravviva ad una sconfitta militare. Poi era contraria l’atmosfera politica del momento, per la presenza degli alleati, per l’avallo che aveva dato ad alcuni errori del fascismo, per aver contro quasi tutti i partiti. Nell’elenco veniva chiamato in causa il carattere di Vittorio Emanuele III, le indecisioni di Umberto e finanche l’influenza di Maria José, notoriamente repubblicana. Del resto Vittorio Emanuele III non ebbe mai doti confacenti ad un re. Al suo aiutante di campo generale Puntoni nel 1944 confessò: ”Di tutta la dinastia solo mio nonno Carlo Alberto dovette abdicare, mio padre fu assassinato. Non avevo nessuna intenzione di succedere a mio padre e l’avevo quasi convinto ad accogliere il mio proposito di rinunciare alla Corona. Ma fu ucciso. Ed io, in quell’ora tragica, non potei rifiutarmi di salire sul trono. Se non l’avessi fatto avrebbero detto che ero un vile”. Sembra profetica una lettera scritta dall’ex presidente Teodoro Roosevelt da Roma dove riferisce  le parole dette dal re Vittorio in un’udienza privata:” Educo mio figlio a diventare il primo presidente della Repubblica italiana”. Unico figlio di Umberto e Margherita Vittorio sembra abbia avuto il complesso del fisico: gambe corte, busto sproporzionato, un mento largo e duro e un tremito nelle mascelle probabilmente conseguenza dei frequenti matrimoni fra consanguinei in Casa Savoia.
E vi è quello eugenetico tra i motivi che lo portano a dover sposare Elena di Montenegro, donna giovane sana e robusta, oltre naturalmente quelli politici e religiosi. Lo stesso Umberto aveva idee particolari sull’Istituto monarchico tanto da confidare al giornalista Luigi Barzini  Junior che la Repubblica avrebbe potuto reggersi sul 51%, la Monarchia no. La Monarchia- diceva- non è mai un partito. Ѐ un Istituto mistico, irrazionale, capace di suscitare negli uomini, sudditi e principi, incredibili volontà di sacrificio. Deve essere un simbolo caro o non è nulla.
Facciamo ora un passo indietro per seguire gli ultimi giorni della Monarchia.
Una data importante è il 12 aprile 1944 quando il re cede i poteri al figlio con la formula della luogotenenza, non contemplata dallo Statuto albertino, ma già usata da Carlo Alberto nel 1848 nella persona di Eugenio di Savoia.
Il comunicato così recita: Ho deciso di ritirarmi dalla vita pubblica nominando Luogotenente Generale del Regno, mio figlio, Principe di Piemonte. Tale nomina, diventerà effettiva, mediante il passaggio materiale dei poteri, lo stesso giorno in cui le truppe alleate entreranno in Roma. Una formula equivoca in quanto usava il termine “del Regno” e non “del Re”, che rendeva il trono vacante. Infatti una semplice funzione notarile avrà Umberto nella formazione dei governi Bonomi, Parri, De Gasperi. Lo descrive bene Giuseppe Romita, ministro dell’Interno nel primo governo De Gasperi quando scrive del giuramento : Riportammo la precisa sensazione d’essere giunti ad una svolta conclusiva, a qualcosa di simile a un funerale, al funerale di casa Savoia. E qualcuno, non ricordo chi, lo disse, mentre stavamo uscendo: ”Ѐ stato un bel funerale”.
Ma chi era Romita? Ne riportiamo il ritratto fatto da Luigi Barzini:” Giuseppe Romita era un piemontese di provincia, educato all’antica, incapace di viltà e di bassezze, scrupoloso come un buon artigiano, tenace assertore delle proprie idee ma rispettoso delle altrui. Piccolo di statura, con un ciuffo ribelle che gli pioveva sulla fronte, la grande bocca ridente piena di denti irregolari, gli occhi vivi e arguti, gli abiti ciancicati, la cravatta di traverso, la battuta pronta, riusciva simpatico a prima vista anche perché rassomigliava a un nano buono della favole. Quando, a Montecitorio, sedeva al banco del Governo, non gli riusciva di stare decorosamente fermo. Si aggrappava alle sedie vicine, tentava di sdraiarsi, accavallava le gambe, le stirava, senza trovare pace.
Un giorno che i giornalisti lo prendevano in giro per questa sua abitudine, lo difesi. Anche Cavour, dissi, faceva così e, alla Camera dei Comuni, la “madre di tutti i Parlamenti”, l’opposizione e il Governo arrivano a mettere i piedi sul tavolo che li divide, nonché a sdraiarsi in mille modi sui loro scanni, attorcigliano le gambe l’una all’altra, abbracciano le ginocchia, o tengono le mani incrociate dietro il capo. Romita sorrise soddisfatto e quasi mi abbracciò “Vedete?” disse agli altri” Ho dei precedenti illustri. Quando qualcuno gli diceva che la Repubblica l’aveva fatta lui con le calcolatrici al Viminale, egli faceva finta di infuriarsi. Dava piccoli schiaffetti a chi lo stuzzicava. Una volta disse :”L’ho fatta io, sì. Ma non come pensate voi”.
Torniamo ora all’anno cruciale:1946. A Roma e in altre città d’Italia è stato salutato da colpi di pistola, di mitra, di bombe a mano e persino di cannone. Il 9 maggio l’Ufficio Stampa del Ministro della Real Casa dirama il seguente comunicato:” Oggi, alle ore 15,15, in Napoli, il re Vittorio Emanuele III ha firmato l’atto di abdicazione e, secondo le consuetudini, è partito in volontario esilio”.
I giornali avversi lo definiscono un trucco fatto con la speranza di portar via, con la sua persona, tutte le responsabilità fasciste dei Savoia. C’è anche chi sostiene che il Re, da ora in poi conte di Pollenzo, non si è commosso firmando l’abdicazione. Ma c’è invece chi annota che la firma del Re “ è scritta a sghimbescio ed è uscita fuori dai margini “, aggiungendo “ che ha sbagliato anche la data mettendo il giorno 6, che poi ha corretto”. Gli ex sovrani lasciano Napoli e l’Italia sull’incrociatore Duca degli Abruzzi, con destinazione l’Egitto.
Secondo il solito Romita la partenza fu patetica : fu un addio impostato militarmente. Padre e figlio si posero rigidi sull’attenti. Un addio falso come un cerimoniale da corte spagnola mi disse un testimone oculare. La nota umana e più vera fu data solo dall’abbraccio dell’ex Regina Elena al figlio : una mamma è sempre una mamma. Commenta mia moglie. Fu una partenza decisa dagli Alleati, la partenza che Vittorio Emanuele si meritava: egli, a cagione della propria mentalità caporalesca, era sempre stato dell’avviso che gli ordini non si discutono, si eseguono. E ora proprio a lui toccava eseguire un ordine.
Sull’Avanti Pietro Nenni parla “ di farsa grottesca” scrivendo : il Re fascista ha abdicato, gli succede per 23 giorni il principe fascista. La sera del 10 maggio un più deciso Umberto lancia un proclama in cui prende le distanze dal passato e invita alla “concordia della patria” concludendo “io non desidero che di essere primo fra gli Italiani nelle ore dolorose, ultimo nelle liete, e nelle une e nelle altre restare vigile custode delle libertà costituzionali”.
Si arriva al referendum sulla forma istituzionale con il decreto legislativo luogotenenziale del 16 marzo. Contemporaneamente il popolo doveva votare pe l’Assemblea Costituente.
Nel decreto è presente una frase, su cui i monarchici, dopo i risultati, faranno leva per accusare i repubblicani di non aver raggiunto la maggioranza. La frase dice che a favore di una delle istituzioni dovrà pronunziarsi la maggioranza degli elettori votanti. Per la prima volta le donne sono elette ed elettrici. Ma qui bisogna fare una precisazione. Il referendum, col voto, non centra niente. Il diritto di voto alle donne risale a un decreto del Consiglio dei ministri presieduto da Ivanoe Bonomi, del 11 gennaio 1945 poi diventato Decreto Legislativo luogotenenziale il 2 febbraio 1945.
La norma era composta da tre articoli:Il primo estendeva il diritto di voto alle donne, il secondo ordinava la compilazione di liste elettorali femminili distinte da quelle maschili; il terzo escludeva le prostitute che esercitavano “il meretricio al di fuori di luoghi autorizzati”, articolo poi abrogato. Nel decreto non era prevista l’eleggibilità delle donne che fu sancita nel marzo 1946, pochi giorni pima delle elezioni comunali. Un avvertimento continuo che viene rivolto alle donne è di fare attenzione al rossetto. Un eventuale segno rosso sulla scheda basterà ad annullarla. Il referendum si svolge in una situazione difficile e come scrive Luigi Barzini Junior,” mancava tutto. Mancavano statistiche aggiornate, mancavano liste elettorali.
Le comunicazioni erano difficili e spesso impossibili. Il Ministero dell’Interno non aveva automobili e benzina. Le ferrovie erano interrotte. Le strade erano sgangherate. I telegrafi erano incerti. Alla polizia mancavano scarpe, panni, armi, viveri, mezzi, uomini preparati ufficiali. L’Italia era sconfitta, in rovina, affamata, smarrita, ancora occupata dagli americani e dagli inglesi, minacciati dagli jugoslavi.”
Si votò comunque il 2 e3 giugno e Umberto andò accompagnato da Falcone Lucifero. Applaudito, provocò la reazione del presidente di sezione che “non poteva tollerare manifestazioni di parte”. Dovette poi tornare in cabina perché si era dimenticato di chiudere le schede.
La regina Maria José votò soltanto per la Costituente. Più tardi si saprà che aveva dato il voto a Saragat. Si dimenticò i documenti di identità, ma il presidente del seggio disse che nel caso specifico si poteva passare sopra una irregolarità. Chiuso il voto, inizia lo spoglio delle schede che si svolge molto lentamente.
Da principio sembra prevalere la Monarchia tanto che De Gasperi scrive al ministro della Real Casa Falcone Lucifero quel famoso biglietto dove esplicitamente dice:” Signor Ministro le invio i dati pervenuti al Ministero dell’interno fino alle otto di stamani. Come vedrà, si tratta di risultati assai parziali che non permettono alcuna conclusione. Il Ministro Romita considera ancora possibile la vittoria repubblicana. Io personalmente non credo che si possa –sic stantibus rebus- giungere a tale conclusione”.
De Gasperi ha votato repubblica, anche se una eventuale vittoria monarchica non gli sarebbe dispiaciuta. Solo il 5 giugno  Romita darà i risultati ufficiali: la Repubblica ha avuto 12.182.855( 54,05%); la Monarchia 10.362.709 voti, (45,95%).
Al referendum partecipò 89,1% del corpo elettorale.
Un milione e mezzo le schede bianche, nulle o non valide. La Repubblica conquistò la maggioranza in tutte le Province a nord di Roma (tranne Cuneo e Padova). Da Roma in giù vinse la Monarchia (tranne che a Latina e Trapani). La Calabria diede alla Repubblica solo il 39,7 % di voti e Reggio in particolare il 32,0%. Per la Costituente al primo posto c’è la DC. Dopo l’annuncio della vittoria repubblicana un giornalista americano s’inventa la notizia che il re Umberto era andato a Fregene e si era suicidato.In realtà Umberto era rimasto tranquillo al suo posto . De Gasperi andò a comunicargli i risultati e uscì dal colloquio dicendo commosso: è un gran brav’uomo, è  un gran brav’uomo. Poche ore dopo Maria José si trasferisce a Napoli con i figli e l’indomani s’imbarca per il Portogallo contenta di “ non partire con tutto il corteo funebre dei Savoia “.
I monarchici sostennero subito che c’erano stati brogli. Il 7 giugno un gruppo di giuristi presentò ricorso alla Corte di Cassazione dicendo che, secondo legge, la Repubblica avrebbe vinto solo se avesse conquistato la “maggioranza degli elettori votanti” e non solo quella dei voti validi. La Corte di Cassazione il 10 giugno comunica l’esito del referendum senza fornire la cifra dei voti validi rimandando a “in altra adunanza” il giudizio definitivo. Questa frase creò un certo sgomento: la Repubblica era nata o non era nata? Tanto che quando la folla chiese la bandiera per festeggiare, non ne venne esposta alcuna perché non si sapeva quale. In varie città ci furono scontri tra monarchici e repubblicani. Solo il 18 giugno la Cassazione rese noti i risultati definitivi.
La Repubblica aveva vinto con appena il 50,91% sul totale dei votanti. Intanto tra il 12 e 13 giugno era avvenuto quello che fu chiamato” un colpettino di Stato”: Il Consiglio dei Ministri aveva proclamato De Gasperi capo provvisorio della Stato. A Umberto vengono pertanto prospettate quattro ipotesi. Prima ipotesi dichiarare decaduto il Governo. Seconda, ignorare il colpo di Stato e aspettare il giudizio definitivo della Cassazione. Terza, emanare un proclama per denunciare il colpo di Stato.
Quarta, partire ma non fuggire:lasciare il Quirinale con tutti gli onori, senza abdicare o trasmettere i poteri, lanciando un proclama alla Nazione e mantenendo aperta la questione istituzionale. Umberto sceglierà quest’ultima. Così a soli 35 giorni dalla partenza del padre anche il figlio prese la via dell’esilio. L’hanno chiamato “re di maggio” perché ha regnato per soli 35 giorni, ma in effetti aveva esercitato le funzioni di sovrano per due anni. Secondo Falcone Lucifero quei giorni di maggio erano stati affrontati “col la rassegnazione del credente che pensava che nel bene e nel male le cose solo decise dalla Provvidenza”.
Umberto lascia il Quirinale alle 15,40 del 13 giugno 1946. Dopo il saluto dei corazzieri, sale su un quadrimotore Savoia Marchetti 95 pilotato dal comandante Lizzani, fratello del noto regista Carlo. Raccontano che, salendo sull’aereo, a chi gli diceva che presto sarebbe tornato, rispondesse: i re sono come i sogni; o si ricordano subito, o non si ricordano più.
Dopo la partenza parte l’ordine di ammainare la bandiera con lo stemma sabaudo. Umberto racconterà : ero incapace di pensare. Avevo la sensazione di essere immerso in un clima irreale. Poi mi resi conto che l’aereo decollava. Vidi Roma laggiù in un velo grigio di pioggia: di colpo riacquistai, acutissimo, il senso della realtà. E in quel momento, lo confesso non fui più capace né mi curai di trattenere le lacrime. Prima di partire per l’esilio lancia un proclama agli italiani fortemente polemico in cui dice :” in spregio alle leggi e al potere indipendente e sovrano della magistratura, il Governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo, con atto unilaterale ed arbitrario, poteri che non gli spettano e mi ha posto nell’alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire violenza”.
Altrettanto dura la risposta di Alcide De Gasperi: “Ameremmo credere che quanto di fazioso e di mendace vi si è aggiunto in questa definitiva sciagurata edizione sia prodotto dal clima passionale e avvelenato degli ultimi giorni. La responsabilità tuttavia è gravissima è un periodo che non fu senza dignità si conclude con una pagina indegna”.
Si è discusso molto sulle scelte di Umberto chiedendosi se il suo comportamento fosse dovuto a un rispetto costituzionale o alla sua debolezza. Tutti in ogni caso gli riconobbero il merito di aver pilotato il passaggio dalla monarchia alla repubblica senza grandi danni dato che c’era il rischio di una guerra civile ritenuta imminente dopo i moti di Napoli. Una ventina d’anni dopo i fatti Umberto in un’intervista si rivelerà molto più duro sostenendo che l’esito del referendum fu il frutto di un’ingiustizia, che la competizione elettorale non fu libera e che la vittoria repubblicana non fu legale.
Ma torniamo ora ai famosi brogli. Tutto nacque  dalla frase di Romita quando disse di avere “ un milione di voti nel cassetto”. Ritenuta da molti una vanteria come era nel suo stile. Infatti mostrava di sapere tutto di tutti. Si compiaceva di aver disseminato informatori suoi in ogni luogo; di aver creato uno speciale corpo” ispettivo “ in contatto coi prefetti e in grado di controllare la macchina elettorale. Sbandierava una posizione rivoluzionaria dicendo di voler fare la festa al re e di avere la repubblica in tasca.
Da parte loro i repubblicani scherzavano sopra quando giungevano notizie di brogli. Come racconta Paolo Monelli la notte tra il 10 e 11 giugno un folto stuolo di cronisti attendeva nell’anticamera di Montecitorio che terminasse il Consiglio dei Ministri ; ed erano in grande maggioranza repubblicani convinti.
Si venne a parlare del broglio, e qualcuno intonò una canzonetta, anzi la parodia di un noto tango argentino:” Chiudi gli occhi Romita …”, che ebbe subito un grandissimo successo fra tutti; e c’era chi commentava :” Oh, li ha chiusi”.
Il ritornello originale del tango così recitava :
Chiudi gli occhi, Rosita,
                                                        in un sogno d’amor,
                                                        è più dolce la vita
                                                       così stretta al mio cuor…
                                                     La tua bocca m’invita..
                                                    Ogni bacio ha il profumo di un fior…
                                                   Chiudi gli occhi, Rosita ,
                                                   solo questo è l’amor!
In realtà gran parte della polemica tra monarchia e repubblica si svolse sul concetto di voto e di votante. Votante è colui che vota. E non importa se la sua scheda sia bianca o comunque segnata. Interpellato a questo proposito Vittorio Emanuele Orlando disse :”Votante è chiunque mette la scheda nell’urna non importa se sopra vi ha scritto: fesso chi legge.
Una volta fondato su questo concetto il calcolo della maggioranza, nella migliore delle ipotesi si sarebbe trovato che la repubblica aveva vinto per poco più di duecentomila voti.
Ma fu il monarchico Giovanni Artieri, giornalista e scrittore a rivelare tante altre notizie su quello che chiamò “il pasticciaccio del referendum”.
Egli è sicuro che il plebiscito sarebbe riuscito a favore di Umberto se non ci fosse stato il broglio. Ha visto nelle soffitte di Montecitorio un’enorme quantità di sacchi della Nettezza Urbana di Napoli pieni di schede non scrutinate, corrispondenti ai due milioni
di voti scomparsi. Provenivano evidentemente dal sud, in grandissima maggioranza a favore della monarchia. C’erano inoltre altri punti chiave da chiarire:
1 in nessun momento il Governo aveva comunicato il numero complessivo dei votanti iscritti nelle liste elettorali.
2. indifferenza del Governo alla incompletezza del territorio nazionale, ove celebrare la consultazione istituzionale.
3. Indifferenza del Governo all’assenza dall’appello per il referendum di dieci milioni di italiani emigrati all’estero; 500.000 prigionieri; 300.000 profughi dalle colonie; le provincie di Trieste, Gorizia, Venezia Giulia, Bolzano e il Trentino escluse dal voto; gli italiani della Dalmazia dell’Albania, del Dodecaneso; in tutto tre milioni di voti anticomunisti, e, nella maggioranza, non repubblicani.
4. Distruzione per bruciamento di un numero imprecisato di schede nulle, con violazione di preciso e severo disposto della legge.
5. Arbitrario trasferimento a duecento estranei alla Corte di Cassazione del delicato compito di esaminare 35.000 verbali circoscrizionali e sezionali; non che rigetto dei ricorsi con sommarie e infastidite motivazioni.”
Comunque sia la Repubblica era nata. Primo presidente provvisorio fu Enrico De Nicola, don Enrico come lo chiamavano a Napoli. Che era stato poi quello a cui era venuta l’idea della Luogotenenza quando fu chiaro che Vittorio Emanuele non poteva più conservare la corona ed era sempre quello che diceva a Vittorio Emanuele che “ quando un re perde una guerra deve andarsene”.
Nel 1948 fu poi eletto Luigi Einaudi.

ShinyStat
28 maggio 2016
la conferenza

D. BARTOLI,La fine della Monarchia,Mondadori, 1966;
G. ARTIERI, Cronaca del Regno d’Italia,Mondadori 1978;
G. SPERONI, Umberto II-Bompiani, 2004;
L. BARZINI, La verità sul Referendum,Le Lettere, 2005;
P. MONELLI, Il giorno del Referendum, Le Lettere, 2007;
G. OLIVA, Gli ultimi giorni della Monarchia, 2016